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Pensiero del Weekend 3

In Fuga dei giovani on 28 febbraio 2009 at 10:07

Pensiero dedicato -questo fine settimana- ai gruppi, alle associazioni e alle iniziative che riuniscono, sostengono o promuovono gli italiani (spesso giovani) all’estero. Molti di questi gruppi li trovate nella sezione “Links Utili”, nella parte inferiore di questa pagina. Certamente il più grande network virtuale (e non) di Italiani all’estero è Italiansonline. Un network cui ci si iscrive via internet e dove si ha la possibilità di interagire sul web. Ma anche molto “glocal”: grazie alle decine di sezioni sparse per il mondo, svolge un utile ruolo di “meeting point”. Simili a Italiansonline sono altre declinazioni dell’associazionismo all’estero, a livello cittadino o nazionale: per esempio il social network Italiani a Londra o la neonata Italiani a Barcellona. I Sudtirolesi emigrati ne hanno persino creata una tutta loro, di rete. Da tenere d’occhio pure l’associazione Giovani Italiani nel Mondo, i cui fini mi paiono più che altro professionali. Mentre è molto “italiana”, ma con una forte proiezione internazionale, la rete “Rena”: una lobby al contrario, nata per resistere di fronte all’avanzare dei mediocri e dei raccomandati. Molti di loro hanno vissuto all’estero, ma “lottano” ora in Italia. Da Barcellona mi segnalano invece l’interessante progetto Espatriati, un’indagine video sulla nuova emigrazione: partita in Spagna, proseguirà in altri Paesi europei. Per finalità (“Si è parlato di fuga di cervelli, ma in realtà è una “fuga” di massa diversa dalle forme tradizionali di emigrazione”, scrive uno degli ideatori) converge molto col mio blog e col mio prossimo libro. Come pure mi pare interessante il progetto di Cervelli in Fuga, un network, ancora agli albori, per costruire una rete tra i giovani professionisti emigrati. Un altro modo di indagare questa nuova ondata di espatri. Tralascio le organizzazioni più “istituzionali” o più rivolte alla vecchia emigrazione per segnalare l’unica iniziativa degna di nota lanciata dalle alte sfere politiche. Il progetto “Controesodo”: una proposta di legge per facilitare il rientro dei giovani professionisti. Lanciato a dicembre, vede davanti a sé un lungo iter parlamentare, nonostante sia bipartisan. Evidentemente non è considerato dalle segreterie di Pd e Pdl una priorità, altrimenti sarebbe già diventato legge in due giorni.

 

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Contro i raccomandati

In Meritocrazia on 27 febbraio 2009 at 10:51

In Italia andrebbe costituito un club delle “facce di bronzo”. Già, perché il raccomandato italiano (sommo rappresentante della mediocrità), appena ne ha l’occasione si pavoneggia di questo suo status, se solo ritiene che questo “reato” sia stato -in qualche modo- “depenalizzato”. Dopotutto, se da anni me ne sto alla larga dalle fiction tv e preferisco andare al cinema, qualora volessi vedere dei bravi attori italiani… beh, un motivo ci sarà. Un’ex tronista catapultata nella fiction “Incantesimo” dichiara: “Lo meritavo, sono brava, mi impegno e valgo ogni ruolo che mi sono conquistata”; un’altra attrice napoletana, talmente nota (?!?) al pubblico da essere diventata la protagonista di uno spot tv per il rilancio della città partenopea nell’era “post-monnezza”, parla nientemeno di “persecuzione”. La terza, procace attrice dal cognome vagamente biblico, segnalata perché “in uno stato di frustrazione assoluta”, accusa l’“Italia provinciale”. Beh, sì: Camilla Ferranti, Elena Russo ed Evelina Manna (in ordine di apparizione) possono ben andarne fiere. Rappresentano la summa, il concentrato di quell’“Italia provinciale” che fonda la sua carriera sulla raccomandazione. Raccomandazione questa volta esplicita, intercettata a messa agli atti. Quando l’allora leader dell’opposizione Berlusconi, capo della maggiore tv commerciale, raccomandava o segnalava a Saccà, direttore di un importante dipartimento della tv pubblica, i nomi di varie attricette. “Non c’è do ut des”, dice la procura di Roma. E tutti si ritengono moralmente assolti, tanto che Saccà ora vuole pure i danni dalla Rai (soldi dei contribuenti). “Occorre tutelare la riservatezza dei soggetti coinvolti”, dice la procura: e’ vero, scusateci se ci siamo intromessi, continuate pure a trafficare sottobanco. Questa è l’Italia: raccomandare è lecito, anzi sei tu un povero disgraziato se non trovi qualcuno cui leccare i piedi. E’ il messaggio che passa alle giovani generazioni: che perpetueranno a loro volta il rito della questua. I migliori, quelli cui una dignità non la leverai mai di dosso, continueranno ad andarsene all’estero, di fronte a un tale scempio del merito. Non è solo un problema di fiction: il male della raccomandazione ha corroso tutto il sistema, si è fatto “sistema”. Bene. Allora sapete che propongo? Di trasformarla in reato: 10 anni a chi raccomanda e 10 a chi viene raccomandato, a fronte di prove concrete (sì, anche le intercettazioni, perché no?). Poi vediamo se questi mediocri continuano a pavoneggiarsi… E’ tempo di dire “basta”.

Non è un Paese per studenti

In Declino Italia on 26 febbraio 2009 at 10:22

Diciassette volte la parola “scuola” (o “college”): seconda, per numero di citazioni, solo alla parola “economia”. Nell’elenco di priorità stilate dal presidente americano Barack Obama nel suo discorso di martedì notte al Congresso, spicca -almeno per riferimenti- la riforma del sistema scolastico. In un momento di crisi persino peggiore del nostro, il nuovo leader americano intende dar seguito alle promesse elettorali, quando scriveva (cito dal programma): “Fornire un’educazione di alta qualità è la chiave per affrontare molte delle sfide che attendono la nazione. Scuole pubbliche di livello internazionale tracciano la strada verso opportunità globali, un’occupazione di alta qualità e comunità locali più forti”. Forse non ce la farà… ma Obama, il pallino per un’educazione pubblica migliore, ce l’ha sempre avuto. E in Italia? Beh… qui sembra proprio che l’educazione pubblica non vada più di moda. Il Ministero dell’Istruzione, in piena sindrome da tagli, “taglia” anche una delle tre “I” di morattiana memoria, quella di “Informatica”: “Il laboratorio di informatica […] non costituisce, soprattutto nella scuola primaria, un insegnamento prioritario”, scrive l’anonimo funzionario di turno sul sito ministeriale. Con l’usuale e burocratica fumosità (non cercate la frase incriminata sul sito, l’hanno già eliminata). L’Istat (dati 2007) ci piazza al terzultimo posto in Europa per spesa pubblica in istruzione. E un gradino più su, è lo stesso presidente della Repubblica ad attaccare quelli che lui definisce i “tagli indiscriminati” contro l’università. «La ricerca e la formazione sono una leva fondamentale per la crescita di un’economia e di una società fondate sulla conoscenza e sull’innovazione», dice il capo dello Stato. Quasi un anno fa la ricercatrice (espatriata) Irene Tinagli (autrice di “Talento da Svendere”), scriveva: «Mentre noi, ancora oggi, stiamo qui a dibattere e ad azzuffarci per mantenere “nostra” l’Alitalia, il nostro sistema universitario e della ricerca langue e lascia ignorati e abbandonati migliaia di ricercatori e docenti, che con fatica e professionalità cercano di svolgere quella che dovrebbe essere l’attività più nobile e importante di ogni sistema economico avanzato». Parole tuttora attuali. Forse ancora più attuali.

Sanità di Famiglia

In Meritocrazia on 25 febbraio 2009 at 10:11

Oggi voglio parlare di sanità. Lo faccio perché, nelle ricerche per scrivere il libro “La Fuga dei Talenti”, mi sono imbattuto in diverse storie di medici emigrati o aspiranti emigranti, alcuni dei quali si sono rivelati restii a parlare e a mettere per iscritto le loro dichiarazioni. Troppo forte la paura di ritorsioni in vista di un eventuale rientro in Italia (se mai, come auguro loro, ci sarà): perché anche il bisturi che vi opera, sappiatelo bene, è intriso di politica. Lo spunto me lo offre l’incredibile inchiesta di Giuseppe Caporale su La Repubblica (20 febbraio): dalla quale emerge come ben otto membri della famiglia del Governatore del Molise Michele Iorio operino in posizioni chiave dell’apparato politico-sanitario-imprenditoriale locale. La sorella, laureata in Giurisprudenza, è direttrice del distretto sanitario di Isernia (posizione già occupata dal cugino…) e assessore ai lavori pubblici del Comune; il fratello è primario all’ospedale di Isernia, il figlio è medico chirurgo nella stessa struttura, il cognato primario di psichiatria, il fratello della moglie direttore dell’Arpa, ecc. ecc. Altri due figli lavorano in centri sanitari o aziende private, comunque legati per appalti o convenzioni con la Regione: infatti Michele Iorio è stato indagato proprio in seguito all’assunzione del figlio Davide presso una multinazionale estera, che gestisce i fondi del Molise. Ma questa piccola regione italiana, dove la pura e semplice presa d’atto dello “status quo” fa inorridire, è purtroppo una riproduzione su scala ridotta di ciò che avviene in molte altre, dove a comandare non è sempre il più bravo, dove la scelta del chirurgo che vi opera non è solamente effettuata sulla base del miglior curriculum. E poi vi stupite ancora se migliaia di giovani medici e chirurghi italiani scelgono ogni anno di emigrare in Gran Bretagna o in Francia, dove di loro c’è realmente bisogno? E dove, soprattutto, non ti stanno a guardare il tesserino di partito o il grado di parentela per assumerti?

La terza storia inedita

In Fuga dei giovani on 24 febbraio 2009 at 09:48

Oggi pubblichiamo in versione .pdf (scaricabile dal sito) la terza storia inedita dal libro “La Fuga dei Talenti”, in uscita a metà marzo. La storia di Paolo, giovane ricercatore specializzato nello studio dell’intelligenza artificiale. Ora vive e lavora a Edinburgo, dove presta servizio all’università. Per Paolo l’Italia è un “Paese depresso”, concetto che sostiene ormai dal lontano 2005. Ma la sua è anche la storia di chi ha dovuto far le valigie e andarsene, sconfortato com’era dalla poca lungimiranza del nostro sistema imprenditoriale nell’investire in ricerca. “In Gran Bretagna, se hai le idee giuste, puoi realizzare i tuoi progetti”, rileva Paolo con schiettezza tipicamente anglosassone.

Leggi la storia di Paolo Besana (in .pdf)

Nel libro “La Fuga dei Talenti” (uscita: 15 marzo) le storie di una trentina di giovani professionisti espatriati per cercare quella realizzazione professionale che in Italia non avrebbero potuto trovare. Professionisti appartenenti a tutti i settori lavorativi: perché l’esodo non riguarda solamente i ricercatori.

Via di Fuga

In Fuga dei giovani on 23 febbraio 2009 at 22:24

“I professionisti scelgono l’estero” (Sole 24 Ore), “Erasmus per giovani manager” (La Repubblica), “Mi metto alla prova e vado a lavorare all’estero” (Corriere Magazine): è solo un piccolo campionario dei titoli che ho raccolto sfogliando giornali e riviste negli ultimi giorni. Che testimoniano una sola cosa: anche in questo momento di crisi, investire su una formazione o su un lavoro all’estero può convenire. L’articolo del Sole 24 Ore (18 febbraio) rappresenta una interessante indagine su come i professionisti italiani (avvocati, ingegneri, architetti) possono rapidamente sfondare in Paesi meno immobili del nostro. Due cose mi hanno colpito, nell’intervista a Edoardo Betto, trentenne avvocato dello studio legale londinese “Allen & Overy”: in primis la totale indifferenza che lo ha accolto nel Belpaese al ritorno dal Regno Unito (con master e doppia abilitazione alle spalle…), segno inconfutabile del provincialismo relazionale della nostra classe legale. In secondo luogo, il rispetto -Oltremanica- per gli avvocati tirocinanti: qui prendono (al massimo) un ridicolo rimborso spese e (tante) pedate nel sedere, là vengono valorizzati, oltre che retribuiti secondo tetti “consigliati” dalla Law Society e rispettati (rispettati!) dagli studi legali. Fantascienza per l’Italia, ovviamente. Interessante pure il progetto di “Erasmus per imprenditori”, riportato da La Repubblica e nato da un’iniziativa (meno male che continua a esistere) dell’Unione Europea. Il giovane aspirante capitano d’azienda verrà affiancato a un “senior” di un altro Paese europeo, che per sei mesi gli insegnerà i trucchi del mestiere. Vi anticipo già cosa succederà, nella migliore delle ipotesi: il giovane e brillante imprenditore italiano che vuol farsi da sé capirà che esistono Paesi dove la concorrenza è reale e non di cartapesta, dove se hai le idee giuste le metti in pratica in poco tempo, creando ricchezza da zero. Il giovane imprenditore “figlio di” forse imparerà che non basta essere -per l’appunto- “figli di”, per mandare avanti l’azienda di “papino”. Insomma, ancora una volta: grazie Europa.

Pensiero del Weekend 2

In Meritocrazia on 21 febbraio 2009 at 00:09

Non voglio fare il solito guastafeste. Ma oggi si chiude l’inevitabile carovana sanremese, un concentrato del peggio canoro che l’Italia possa produrre. Infatti, anche quest’anno, l’hanno inzuppata di cantanti famosi (ma non in gara) per rivendercela ancora una volta – e promettendoci che forse, nel 2010, il supplizio finirà. Speriamo. Per quanto mi riguarda, il massimo lo si è raggiunto giovedì sera. Quando, a distanza di dieci (!) minuti, si sono esibite sul palco le “emergenti (?!?) Irene Fornaciari (figlia di Zucchero) e Chiara Canzian, figlia di Red dei Pooh. La prima si è addirittura esibita col padre, in un trionfo di nepotismo all’italiana. Ora, al di là delle qualità canore delle signorine (su cui non mi esprimo), chi conosce anche solo un minimo il mondo musicale italiano sa bene che a Sanremo non ci arrivi con un curriculum e un nastro con il tuo “best of”. Devi avere le spalle copertissime, devi essere sponsorizzato dalle potenti case discografiche. Non ci va il migliore o il più bravo (anche perché il concetto di “valore artistico” purtroppo è aperto a mille interpretazioni): ci va il più raccomandato o ammanicato. La qualità delle canzoni lo dimostra. Trovo però vergognoso che l’Italia debba nuovamente umiliarsi, ammettendo ancora una volta di essere la patria dei “figli di”. O volete dirci che le due graziose signorine (che sul nepotismo si sono persino scannate… al peggio non c’è mai fine) ci sarebbero arrivate lo stesso -a Sanremo- senza il benevolo compiacimento di “papino”? Musicisti italiani, cominciate a dire “basta”.


Il “nome nuovo”

In Meritocrazia on 20 febbraio 2009 at 10:21

Alla lettura ieri del quotidiano La Repubblica sono sobbalzato. Il sondaggio sul sito del giornale, nel chiedere un nome per il prossimo segretario del Pd, evidenziava la richiesta di un “nome nuovo”, a pari merito (20%) con Bersani. Un’attesa quasi messianica, che però -accomunata ad altri indizi- fa quantomeno una prova. Mi devo limitare al disastrato Pd anche perché dall’altra parte (Pdl) è un trionfo di settantenni evergreen. Dicevo: il 20% dei simpatizzanti chiede un “nome nuovo”, mentre a Firenze il 34enne Matteo Renzi (cosa mai vista) vince le primarie per la candidatura a sindaco, nel gelo del suo stesso partito, che gli preferiva il solito presunto “cavallo di razza”. Il tutto mentre un “Focus” del Corriere della Sera (15 febbraio) non lasciava dubbi: i giovani italiani fuggono dalla politica. Oltre il 60% di loro dicono di interessarsene “poco o per niente”, il 46,5% si dichiara “sfiduciato”. Difficile dar torto. Le segreterie politiche postmoderne e postideologiche non scelgono: cooptano. Con criteri innanzitutto relazionali: dopotutto, che il neogovernatore della Sardegna sia il figlio del commercialista del premier, non me lo sono inventato io. E allora chiediamo, invochiamo questo giovane “nome nuovo” a destra come a sinistra, che faccia piazza pulita di questo “Italiese”, un linguaggio impastato da “non detti” e “sottintesi” che dalla sfera politica si è trasferito alla società civile, rendendoci omertosi e “doppi” anche nelle relazioni lavorative. Pretendiamo che questo “nome nuovo”sia giovane, e che -come Obama- selezioni i suoi collaboratori solo sulla base del curriculum. Un’ultima cortesia: abolisca, please, il termine “Onorevole”. Suona davvero ridicolo, con tutti i pregiudicati che siedono in Parlamento.

Rivoluzione Giovane

In Lettere e Proposte on 19 febbraio 2009 at 10:01

Paul, commentando il mio “post” sullo “sciopero del futuro”, lascia intendere che lui questo tipo di sciopero lo pratica già, de facto, all’interno della sua azienda. Semplicemente lavorando meno. Posso capirti ma non sono d’accordo, Paul. La mia non era una chiamata alla calata delle braghe collettiva. Era un appello a rivendicare quegli spazi che i gruppi di interesse che comandano questo Paese precludono ai giovani migliori e non raccomandati: un appello a coloro che – per intenderci – o restano, sbattendo la testa contro questo “muro di gomma”, o emigrano verso lidi migliori. Barbara M., in questa lettera spedita al blog, ben sintetizza il mio pensiero:

«Caro dr. Nava, ho saputo ora del Suo libro e della Sua iniziativa. La ritengo interessante, soprattutto perché mi sembra di cogliere in Lei speranza e voglia di cambiare, di aiutare il cambiamento. Personalmente ci credo ancora, anche se ho avuto modo di sperimentare che gli “illusi” sono veramente pochi. Per la maggior parte degli italiani vige la rassegnazione, anzi è bene non protestare, perché altrimenti si perde la possibilità di emergere nel Sistema Italia. A Natale ho chiesto a mia sorella come regalo il libro “Mediocri”, in cui la spiegazione per l’assenza di meritocrazia in Italia è perfetta: il bravo, il brillante non si irreggimenta facilmente come il mediocre, ha proprie idee e osa dire dei “no”. Il mediocre magari non ha lampi di genio, si limita a non fare danni, ma è obbediente ai poteri forti e manovrabile. Ecco, questo è quello che serve in Italia, perché nella Pubblica Amministrazione chi decide le promozioni e gli incarichi dirigenziali sono i sindacati e il Governo, attraverso propri delegati. In altri Paesi europei non è così, servono persone capaci e brillanti. Per questo molti talenti italiani fuggono. […] Per cambiare le cose credo che l’unico sistema sia quello di costruire un forte movimento d’opinione che dia la forza a chi è diverso di sapere che non è solo, e incuta un po’ di timore a chi manovra dall’alto e a chi si comporta in modo scorretto. Finché non ci saranno persone capaci e brillanti nei punti chiave (quelli dirigenziali), finché non verrà data loro autonomia di scelte, non ci sarà vero spazio per i giovani di talento. Solo i capi brillanti potrebbero essere interessati ad assumere persone capaci e soprattutto a dare loro spazio».

Lo “sciopero del futuro”

In Giovani Italians, Meritocrazia on 18 febbraio 2009 at 10:23

Oggi i precari delle Pubbliche Amministrazioni vanno in piazza “per riprendersi il futuro”, protestando contro un provvedimento che potrebbe mettere a rischio le loro prospettive di lavoro. La notizia mi ha messo un tarlo in testa: “lo sciopero del futuro…” Siamo un Paese dove decenni di politica assistenzialista hanno prodotto tassi di disoccupazione tra i giovani come minimo doppi rispetto alla media europea in Sicilia, Campania, Sardegna, Puglia, Calabria e Basilicata (dati Eurostat del 16 febbraio, riferiti al 2007). I politici al Sud non risolvono mai per davvero i problemi: elargiscono prebende, sulla base delle quali ottengono consenso. Siamo un Paese dove i mediocri cooptano mediocri, creando le loro corti di vassalli, cui chiedere favori e su cui appoggiarsi per tenere alla larga i Migliori, potenzialmente pericolosi per la loro serenità lavorativa e la loro carriera. Siamo un Paese che snobba i giovani di talento (troppo ambiziosi e orientati a risultati concreti, anziché verso sterili giochetti di potere interno), mentre negli Stati Uniti Citigroup e Morgan Stanley (pur nella bufera finanziaria) pensano di distribuire 3 (!) miliardi di dollari per scongiurare la Fuga dei Talenti (fonte: Wall Street Journal… è tutto vero). Mai vista né pensata una cosa del genere in Italia, anche con cifre minori! Anzi, se osi chiedere qualcosa di più, dopo aver visto il solito cortigiano sorpassarti a destra, ti viene suggerito di cercare altrove. E allora l’idea dello “sciopero del futuro” è geniale: perché i “talenti” rimasti non cominciano a scendere in piazza, chiedendo il ricambio generazionale, e minacciando di bloccare quel poco di tessuto sano che è rimasto in questo “corpo malato” chiamato Italia? Lancio il sasso nello stagno, ci tornerò più avanti: sarebbe il primo sciopero postmoderno e post-ideologico. Ma bloccherebbe tutto.