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Il Paese dell’acqua Lilia (o l’Italia che non vorrei)

In Declino Italia on 30 giugno 2009 at 10:36

Con questo “post” La Fuga dei Talenti entra nella pausa estiva, con aggiornamenti non più giornalieri ed esclusivamente su temi di stretta attualità. Buone vacanze!

C’era una volta un paese dove tutti erano giovani, dal sindaco, al parroco, fino agli ospiti della casa di cura. In questo paese i ruoli chiave erano nelle mani degli stessi sessantenni, settantenni od ottuagenari, che li avevano ereditati molto tempo addietro. Una situazione che si protraeva ormai da decenni. Tu arrivavi nella piazza principale, in un qualsiasi giorno settimanale o festivo, e ti cominciavano a presentare i “potenti” locali. Tutti all’apparenza giovani, tutti sorridenti, tutti straordinariamente altezzosi e anche un po’ arroganti. All’improvviso venivi colto dal dubbio che questi “giovani” signori locali tanto giovani -alla fin fine- non fossero. Ma poi i loro più stretti amici e collaboratori si affrettavano a dirti che il tuo era solo un effetto ottico… e se proprio insistevi, ammettevano che sì, magari il sindaco aveva pure 72 anni, ma vuoi mettere l’esperienza del nostro primo cittadino in carica da 15 anni, con quel bamboccione di 39, che ancora deve essere svezzato? Vuoi mettere  la competenza del padrone della più grossa azienda locale, che a 89 anni ancora disegna le strategie di un eterno rilancio, mentre -sai- quel manager di 34 anni rientrato da un paese lontano… ma cosa vorrà mai venire a insegnarci? E poi il nostro maestro di scuola, che a 78 anni è una vera autorità cittadina… La tv locale di quel paese mostrava ogni giorno scene di festa, in un paese lindo e dai palazzi maestosi (dove non abitava quasi nessuno, in realtà, ma il solo fatto che esistessero dava un senso di rassicurazione generale): tanti pseudogiovani per le strade a ballare, felici e spensierati, immagini patinate di persone agiate che entravano nei negozi della piazza e facevano incetta di ogni ben di Dio. Un giorno un manipolo di giornalisti indipendenti, che non lavoravano per i giornali e le tv del sindaco (il quale -si spettegolava- riceveva ogni sera a casa le più belle ragazze della città… quelle sì, 20enni o 30enni per davvero), arrivò nel paese per raccontarlo, convinti che finalmente avessero trovato il Bengodi tanto favoleggiato. Dopo pochi giorni scoprirono una realtà ben diversa. Nascosta negli angoli più sconosciuti, emarginata dalla società, viveva una generazione di 20enni e 30enni (anagrafici) che non aveva alcuna voce. Ci avevano provato più volte a chiedere gli spazi che spettavano loro, ma invano. Sempre la solita pacca sulla spalla, accompagnata dall’incoraggiante: “Quando arriverai alla mia età, vedrai che toccherà a te”. Ai più insistenti giungeva persino qualche velata minaccia. Molti di questi giovani -soprattutto quelli che avevano studiato- avevano cominciato ad emigrare nei Paesi vicini, dove pare -pare- esistesse una società più equa, basata sul merito e su una corretta ripartizione delle responsabilità sociali in base all’età. E quanto si arrabbiava il sindaco di questo nostro paesotto provinciale, quando qualcuno di questi giornalisti cominciava a fargli notare che la sua pseudoridente città tutto era, fuorché il Bengodi: così piano piano si scoprì che i suoi abitanti guadagnavano meno -pro capite- del paese vicino, quello dove si parlava una lingua quasi uguale e che era stato a lungo considerato una specie di “cugino povero”. Poi si scoprì addirittura che la ricchezza di quel paese era in costante calo (quell’anno, causa anche una brutta carestia nel circondario, avrebbe perso il 5%). Si scoprì persino che molti di questi baldi giovani 60enni, 70enni e 80enni vivevano molto al di sopra delle loro possibilità, grazie pure a un’alta corruzione ed evasione fiscale. I signorotti e i lavoratori autonomi, nel silenzio generale, esportavano sempre più denaro in alcune frazioni un po’ “losche”, dove nessuno faceva domande sulla provenienza di quella moneta. E a pagare erano sempre i soliti. Intanto il debito pubblico del paese cresceva, e i pochi giovani rimasti -condannati già da anni ad arrabattarsi tra lavori e lavoretti precari- guardavano con orrore a un futuro in cui avrebbero dovuto ripagare loro (ma con quali soldi?…) gli sprechi e le devastazioni dei loro padri e dei loro nonni. Non cambiava mai nulla… neppure gli avversari del sindaco riuscivano a uscire da questa logica suicida, squarciando definitivamente il velo di ipocrisia esistente e mettendo ai posti di comando della loro gerarchia politica i giovani “veri”. Un giorno -nell’indifferenza generale- una signora ormai non più giovanissima, ma dotata di tanto coraggio, scrisse al sindaco onorario. Questa signora faceva la ricercatrice, e denunciò pubblicamente “il sistema antimeritocratico” che danneggiava non solo il singolo ricercatore precario (come lei), ma soprattutto le persone che vivevano in quel paese. Questa signora (che siamo sicuri parlava anche a nome delle generazioni successive) descriveva un sistema di ricerca malato, che non riusciva a far emergere i migliori e gli onesti, il tutto a vantaggio di potenti lobby. Stanca e sfiduciata, annunciò al sindaco onorario la sua decisione di andarsene. In molti lessero queste sue parole su un giornale (uno dei pochi media non nelle mani del sindaco), ma girarono la testa dall’altra parte.

Qualche anno dopo, nessuno ricorda più quanti, accadde una cosa strana. L’incantesimo improvvisamente svanì. Qualcuno dice che s trattò di un fenomeno molto simile al finale di un famoso libro di Oscar Wilde. Un giorno, con le prime luci dell’alba, i giovani-anziani del Paese dell’acqua Lilia si svegliarono. Si guardarono in faccia, inorriditi: erano diventati improvvisamente vecchi… tremendamente vecchi. Rughe profonde solcavano i loro visi, a stento camminavano. Con le poche forze rimaste, provarono ad accendere la televisione, per cercare immagini rassicuranti. Black-out, non trasmetteva nulla. Scesero per strada, e scoprirono la finzione, in tutta la sua drammaticità: del loro Bengodi non restava nulla. Avevano consumato tutte le risorse: al posto dei finti palazzi nobiliari trovarono case diroccate. Le strade apparvero semiasfaltate, le industrie in rovina. Non avevano saputo intercettare il cambiamento, non avevano avuto il coraggio di puntare sulla ricerca, sull’innovazione e sullo sviluppo. Mentre il mondo intorno progrediva, loro erano rimasti fermi. E coloro i quali avrebbero avuto la possibilità di modernizzare il Paese (i giovani veri, per l’appunto) erano stati zittiti od obbligati ad emigrare. I “vecchi-ex giovani” quel mattino videro i pochi giovani rimasti partire con le valigie di cartone verso i paesi vicini, alla ricerca di miglior fortuna. Il Paese dell’eterna gioventù, il Paese dell’acqua Lilia era finito, non c’era più. Puff… l’incantesimo svanito. La scenografia di cartapesta, piena zeppa di paillettes, smontata. Davanti allo specchio, sentirono improvvisamente tutto il peso del fallimento sulle loro spalle. Ma era ormai troppo tardi.

Dedicato all’Italia, con l’augurio che non sia questo il suo destino.   SN

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“Non è un Paese per Giovani”… & Altri

In Giovani Italians on 29 giugno 2009 at 09:18

Qualche piccolo consiglio di lettura in vista dell’estate: da questo weekend ho iniziato a sfogliare con interesse crescente -e lo consiglio a tutti- il bel libro di Alessandro Rosina ed Elisabetta Ambrosi, “Non è un Paese per giovani” (ediz. Marsilio) . Premetto: è un libro che fa arrabbiare. E parecchio. Perché conferma -con i dati di chi, da studioso, ha ricercato per anni il fenomeno- molte delle teorie espresse nel mio libro “La Fuga dei Talenti”. Rosina è un professore di soli 40 anni dell’Università Cattolica di Milano, che da tempo denuncia l’emarginazione sociale dei 20enni e dei 30enni italiani. Una sua ricerca, lo scorso anno, ripresa anche dalla stampa nazionale, mise nero su bianco il perché le giovani generazioni nel nostro Paese contino poco o nulla. “In questo libro si racconta la storia di due generazioni, in modo diverso protagoniste in negativo dell’Italia di oggi. Se il conflitto generazionale è disattivato, se manca la spinta al rinnovamento e al cambiamento, se la società rimane rigida e poco reattiva davanti alle grandi sfide, abbiamo tutti da perdere. E’ il Paese nel suo complesso che è irrimediabilmente destinato al declino. […] Un lento naufragio, come quello del Titanic, dove i sessantenni garantiti (quelli che hanno già prenotato le scialuppe di salvataggio) ballano incoscienti nella grande sala dei ricevimenti, mentre giovani senza agganci servono inconsapevoli ai tavoli, ricevendo in cambio pochi spiccioli. Ma c’è qualcuno che, magari laggiù nelle stive, non si rassegna a morire senza combattere, senza nemmeno provarci? Qualcuno riuscirà a irrompere nella sala, opponendosi con forza a un destino già segnato?” Domanda da un milione di dollari, professor Rosina: al momento non si intravede purtroppo nessuno in grado di rispondere al suo appello… in un Paese dove -come scrive lei nella quarta di copertina- ci sono “padri che monopolizzano spazi e risorse disponibili, senza curarsi del bene comune; e figli che dipendono morbosamente dalla famiglia, senza coraggio né capacità di immaginare un futuro diverso”. E l’Italia affonda. Anche perché la maggior parte dei giovani che anela a un reale cambiamento se ne fugge ormai all’estero. Dove trova un ambiente sano di vita e di possibilità di crescita personale e professionale. Da lontano, osserva spesso con distacco e disprezzo questo accrocchio feudal-mafioso che è diventato il Belpaese. Penso, sinceramente, che una lettura combinata de “La Fuga dei Talenti” e di “Non è un Paese per giovani” restituisca un quadro nitido, chiaro e di profonda denuncia sociale di cos’è l’Italia oggi. Li considero due libri a loro modo complementari. Sempre che siate disposti a farvi venire il sangue amaro -ovviamente- anche sotto l’ombrellone. In tema di letture estive, questa volta con un occhio ancora più “saggistico”, vi consiglio l’ultimo libro di un ricercatore già citato anche su questo blog, per i suoi illuminanti scritti relativi al perché questo sia un Paese col welfare peggiore d’Europa, soprattutto nei confronti dei giovani. Un welfare disomogeneo e diseguale, cui manca ancora una vera riforma: un welfare spezzettato in mille codici e patti sindacali che lasciano i precari (e dunque i giovani) in perenne ostaggio di accordi settoriali, che alla fine diventano vere e proprie arme di ricatto generazionale. Il libro si chiama “Flex-insecurity. Perché in Italia la flessibilità diventa precarietà” (ediz. Il Mulino). Dalla recensione su Ibs.it: “Dove e come intervenire in un momento in cui la recessione incalzante minaccia di far deflagrare il fenomeno della precarietà? Gli autori suggeriscono di aggredire tempestivamente carriere, salari, welfare – e avanzano, quantificandone i costi, concrete proposte di riforma: contribuzione unica, salario minimo, indennità di terminazione e, in particolare, una riforma degli ammortizzatori sociali che li renda universalmente accessibili, trasformandoli da privilegio di pochi in diritto di tutti”. Non arriveremo forse mai ai livelli di protezione della Svezia o della Danimarca, ma un piccolo passo in avanti lo potremmo ancora fare, forse. Su questo tema, ma distinta dalla genesi del libro appena citato, segnalo anche l’iniziativa “Pensaci adesso.com“, che mira proprio a far partire una riforma del welfare: “E’ una situazione non più tollerabile”, scrivono sul sito i promori dell’iniziativa, aggiungendo: “I giovani, che già oggi stanno pagando il prezzo più alto alla crisi – con licenziamenti in massa e scarse (o nulle) tutele – rischiano di dover pagare una seconda volta quando si troveranno a ricevere pensioni miserevoli, perché il Paese sta dilapidando il loro futuro”. Infine, un saluto agli amici di “Oggi 7”, magazine settimanale del più diffuso quotidiano Usa in lingua italiana, “America Oggi”. Nell’edizione in edicola ieri hanno nuovamente citato “La Fuga dei Talenti”, in un bell’editoriale a cura di Toni de Santoli. Vi allego il testo in formato word, per scaricarlo cliccate qui.

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Pensiero del Weekend 20

In Fuga dei giovani on 27 giugno 2009 at 09:00

Luglio, col bene che ti voglio… a pochi giorni dall’arrivo dell’estate, con il blog che andrà per un po’ in vacanza (con aggiornamenti più sporadici), vi lasciamo qualche recensione del libro “La Fuga dei Talenti”, “gemello” di carta del blog, uscito in tutte le principali librerie a fine marzo. Potete approfondire, se volete, nella sezione Downloads del blog, dove troverete molte altre recensioni uscite in questi mesi sulla stampa nazionale e internazionale. E vi invitiamo a continuare a votare per il sondaggio online, sulla capacità dell’Italia di valorizzare i suoi giovani di maggior talento. Stiamo viaggiando verso quota 1000 voti… ancora un piccolo sforzo! Buon fine settimana a tutti! 

“La Fuga dei Talenti è una raccolta di storie di ordinaria follia. All’ultima pagina del denso racconto di Sergio Nava il lettore viene colto da un senso di frustrazione: davvero tutto ciò sta accadendo nella Repubblica che i nostri padri costituenti vollero fondata sul lavoro?” – Giuseppe Ceretti (IlSole24Ore.com)

“L’Italia anti-giovani. Questo libro vi spiega come il Bel Paese sta cacciando via il proprio futuro” – titolo di copertina di Oggi 7 (magazine domenicale di America Oggi)

“Una fotografia spietata dei professionisti che l’Italia si è lasciata (e si lascia tuttora) scappare” – Giulia Fossà, “Nudo e Crudo” (Radio 1)

“La fuga dei talenti, un viaggio-denuncia nell’emigrazione dei giovani capaci, che spiega dove finiscono i nostri migliori cervelli” – Agenzia Ansa

“Un quadro impietoso del Belpaese, attraverso il ritratto di giovani professionisti che l’Italia si è lasciata scappare” – Roberto Bonzio (Agenzia Reuters)

“Un libro che ha il rigore di un saggio e la forza polemica di un pamphlet” – Rosanna Biffi (Famiglia Cristiana)

“Talenti accomunati dall’umiltà e dalla ricerca di una meritocrazia che purtroppo pare ancora merce rara nel nostro Paese” – Francesca Amé (Il Giornale)

“Un libro sui professionisti che -stanchi del nostro “familismo amorale”- sono andati a cercare fortuna all’estero” – Antonio Calabrò (Il Mondo)

“Gli emigrati italiani del terzo millennio. Alla valigia di cartone dei loro antenati hanno sostituito lauree altisonanti, riconoscimenti internazionali, curriculum preziosi: troppo per un Paese avverso al merito” – Chiara Munafò (Business People)

L’insostenibile pesantezza del familismo “all’italiana”

In Meritocrazia on 26 giugno 2009 at 09:00

Un recente articolo dell’economista Daniele Checchi su Corriere Economia sfata alcuni luoghi comuni, relativi al peso della famiglia in Italia. Rinsaldandone però -e al contempo- molti altri. Il quadro che ne esce, come al solito, è tutt’altro che edificante. La ricerca è stata presentata questa settimana a Roma, presso il Ministero del Lavoro. Documenta il peso rilevante delle origini famigliari “nelle scelte formative e lavorative degli italiani”. Tra queste, anche l’accesso alle cosiddette “libere professioni”. Che poi tanto libere non sono, se consideriamo che sono spesso dominate da logiche corporative, per cui chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori. Un capitolo della ricerca, riferisce Checchi su Corriere Economia, sfata come dicevamo alcuni luoghi comuni, relativi soprattutto a ingegneri e architetti. Scoprendo che solo il 10% degli architetti e il 12% degli ingegneri è figlio di un genitore che svolge analoga professione. A dir la verità, Almalaurea tempo fa sosteneva un dato un po’ diverso (e a mio parere più attendibile), quando notava come si iscrivono alla stessa facoltà del padre il 44% degli architetti e il 40% degli ingegneri. Dunque, almeno all’ingresso, siamo un Paese famigliare e corporativo. L’articolo prosegue fornendo prove pesanti a sostegno della tesi espressa dal presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, Antonio Catricalà, laddove afferma che “barriere significative all’accesso alle libere professioni e ai mestieri sono costituite da tirocini non sempre adeguati e da altre non giustificate restrizioni, consistenti per lo più in meri adempimenti burocratici”. Infatti, nota la ricerca in questione, sommando chi svolge la pratica professionale nello studio del padre, di un parente o di un amico di famiglia, arriviamo al seguente risultato: 47% degli architetti e identica percentuale per gli ingegneri. “Si arriva così al dato secondo cui per quasi la metà di questi professionisti la rete famigliare ha avuto un ruolo facilitante nell’inserimento professionale”, annota Checchi, chiedendosi quanto possa essere interessante confrontare questi dati con quelli di altre libere professioni (farmacisti, notai e compagnia bella). Checchi individua gli studi associati come l’antidoto naturale a questo corporativismo all’italiana: “Per un giovane dotato di capacità è più facile entrare in uno studio associato piuttosto che in uno studio famigliare, così come è più difficile per un genitore trasmettere l’avviamento di un’attività ai propri rampolli quando la titolarità dell’avviamento è condivisa tra più persone”. E chiede un sostegno pubblico più chiaro verso questo tipo di studi. Basterà? Temo di no, ma può essere quantomeno un inizio. Comunque, per far meglio comprendere come questo problema “corporativo” riguardi tutto il Paese nel suo complesso e non solo i giovani aspiranti architetti-ingegneri-notai-farmacisti-avvocati-giornalisti, ci basti ricordare gli enormi passi indietro fatti in questa legislatura in materia di concorrenza, con un Parlamento di corporazioni impegnato a smontare pezzo a pezzo le “lenzuolate” di Bersani. Passi indietro che stiamo pagando tutti. Li paghiamo non solo monetariamente, ma anche socialmente, con caste e sorporazioni (notai, avvocati e ordini professionali in genere) che continuano a riprodurre sé stesse in perfetto stile ermafrodita. Il testimone passa dal padre al figlio, dal figlio al nipote, dal nipote al pronipote… mentre il Paese soffoca, imbrigliato dal suo stesso -e famelico- familismo.

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L’Italia dei Giovani in panchina che guardano i Vecchi giocare a calcio…

In Giovani Italians on 25 giugno 2009 at 09:28

L’amaro confronto tra una Nazionale di calcio fatta di “vecchi”, mentre i giovani azzurri vengono lasciati in panchina ad aspettare il loro turno e ad ammuffire ai bordi del campo mi ha molto intrigato, lo ammetto. Nella sua semplicità riproduce, in piccolo, una situazione ben più ampia e problematica, che riguarda da vicino le giovani generazioni di questo Paese. Il giorno dopo l’eliminazione contro il Brasile dalla Confederations Cup, non c’era giornalista sportivo che non denunciasse questo scandalo. Perché mai il ct Lippi si ostinava a far giocare dei gladiatori ormai vecchi e consumati, tenendo a freno le pur legittime ambizioni di giovani leoncini con maggior fiato, determinazione e voglia di fare? Un articolo del quotidiano La Repubblica, uscito un paio di giorni fa, ha confermato la mia sensazione: l’attacco del pezzo è illuminante. “Le nostre università sfornano ogni anno laureati e ricercatori a 18 carati, contesi dalle migliori facoltà europee e mondiali. Il campionato del Manchester United è stato deciso dai gol di un diciassettenne romano, Federico Macheda, cresciuto negli allievi della Lazio. I manager made in Italy -da Sergio Marchionne al giovane Andrea Guerra di Luxottica, tengono alta la bandiera dell’imprenditoria tricolore in giro per il globo, mentre le banche d’affari anglosassoni si contendono analisti e investment bankers del Paese. Eppure l’Italia, purtroppo, non è un Paese per giovani”. Questa la lucida ma drammatica analisi di Ettore Livini. Che sulla panchina del Belpaese affianca a Balotelli (dimenticato da Lippi) le centinaia di manager, ricercatori universitari, stilisti e politici “under 40”. “Rei di essere nati in un Paese dove il merito conta mille volte meno di una raccomandazione, dove un’elite sui generis -per dirla con il sociologo Nadio Delai- tutela i propri diritti a scapito delle nuove generazioni, e dove i giovani talenti non si formano più nelle aule universitarie ma -a colpi di televoto- a X Factor e Amici”. Parole, queste, che sottoscrivo in pieno, e che centrano l’essenza del problema. Un problema che è fatto anche di cifre: secondo le tabelle pubblicate dal quotidiano, in Italia non esistono leader politici “under 35” (in Scandinavia invece sì…), mentre i 36-55enni costituiscono in politica solo il 7,3% del totale. Stradominano, imbalsamati e congelati nelle loro poltrone d’oro e d’avorio, gli ultrasettantenni: ben il 49,6%. La metà. Nessun Paese europeo fa peggio di noi. Nessuno ha un premier ultrasettantenne come noi. La politica però è solo la punta dell’iceberg: anche in economia gli “under 55” (vogliamo essere larghi…) sono relegati a un misero 25%, mentre gli “over 55” occupano la restante torta del 75%. Fino alla cultura, dove questi stessi “over 55” si sono pappati ben l’81,1% dei posti di comando. La storia di Oscar Bianchi, compositore di successo espatriato (raccontata nel libro “La Fuga dei Talenti”) ben spiega la decadenza culturale italiana, dove i giovani non trovano spazio neppure pagando. L’articolo di Repubblica analizza, settore per settore, l’imputridimento della gerontocratica Italia, il cui declino ormai faticherebbe ad essere nascosto persino dalle tonnellate quotidiane di cerone che si applica il nostro premier, esempio supremo di questo invecchiamento anagrafico. “In Italia pesa il concetto di famiglia -spiega Luigi Guiso, professore di economia allo European University Insititute di Firenze- nel senso di una cerchia chiusa, dove l’appartenenza pesa più delle capacità. E’ questo il fattore che frena di più il ricambio”. Così accade che in un Paese composto al 95% da PMI a conduzione famigliare il padre ultrasettantenne passi il timone al figlio solo al superamento dei 50 anni. Trovandosi davanti un aspirante erede ormai imbolsito e imbalsamato. E mentre tutto l’establishment si prodiga a chiedere di salvare aziende ormai destinate al fallimento e superate (o vinte) dalla storia, nessuno pensa a dare credito a quelle start-up giovani in grado di portare le idee giuste e innovative. In politica, come già osservavamo, le cose non vanno granché meglio: alle ultime elezioni, nota Livini, il 75% dei nomi in lista era in realtà ricandidato. E il 33% dei trombati al voto riesce normalmente a riciclarsi. Intanto, giusto per non farci mancare nulla e trascinare l’Italia ulteriormente nel ridicolo, il Paese dell’Ipocrisia (già, con la “I” maiuscola”) vede i suoi  gerontocratici manager affermare -ad ogni sondaggio che li tira in ballo- che “una società più meritocratica aiuterebbe a migliorare il Paese” (lo sostiene il 96,7% – indagine della Luiss). Per l’84,7% di loro “le raccomandazioni contanto più della capacità del singolo”. Bene ragazzi, è proprio giunto il momento di fare le valigie. Goodbye Italia!

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Sacrifici da Neolaureato

In Giovani Italians on 24 giugno 2009 at 09:00

Il 73,2% dei laureati italiani trova un’occupazione entro tre anni dal conseguimento del titolo di studio… suppergiù tre su quattro. Lo sostiene l’Istat, sulla base dei dati relativi al 2007, l’ultimo “Anno Felix” prima dello scoppio della crisi economico-finanziaria (e quindi dobbiamo ritenere che -probabilmente- le prospettive occupazionali, come riportato da un’altra recentissima indagine Istat sulla disoccupazione giovanile, siano probabilmente peggiorate…). Secondo l’Istat i laureati “vecchio ordinamento” sono più frequentemente impegnati in lavori continuativi: il 56,1%, contro il 48,5% dei triennalisti, che spesso optano per proseguire nel bienno di studi specialistico. Ad essere più frequentemente occupati -se guardiamo il vecchio ordinamento- sono i laureati in ingegneria (83,1%), quelli del gruppo chimico-farmaceutico (73,7%) e del gruppo economico-statistico (65,7%). Se guardiamo invece alle lauree triennali, sono soprattutto linguisti, medici, insegnanti e ingegneri a trovare con maggior facilità impieghi continuativi. Un paio di dati fanno invece riflettere: risulta molto alta la percentuale di chi ha un lavoro a tempo determinato: 37,1% tra i laureati “vecchio ordinamento” e 44,8% tra i triennalisti. Temiamo che molti di loro rientrino già nella categoria delle “vittime della crisi”, ben fotografate nell’ultima ricerca Istat sulla disoccupazione. Altro dato: gli stipendi. 1300 euro in media. Meglio di altre rilevazioni, per carità, che in passato fissavano a neppure 1100 euro la retribuzione media di un neolaureato. Ma ancora bel al di sotto della media dell’Europa che conta, parliamoci chiaramente. Aggiungiamo che -secondo l’Istat- lavorare nel settore medico (1881 euro al mese) rende decisamente di più rispetto a fare l’insegnante (solo 1094 euro) – parlando di laureati col vecchio ordinamento. Anche col nuovo ordinamento -però- le cose non cambiano significativamente. Ma cosa fanno, di bello, questi neolaureati? Il Ministro del Welfare Sacconi, di fronte ai pessimi dati sull’occupazione, ha ribadito per l’ennesima volta che occorre cercarsi anche lavori umili, accettando qualsiasi tipo di impiego. Qualcuno però obietta che i giovani lo fanno già da tempo, e che è ora di piantarla di buttare la croce della colpa sulle nuove generazioni. Ed è vero: Ben un neolaureato su cinque sostiene di essere inquadrato in forme contrattuali che NON necessitano di alcun titolo di studio universitario (però…!). Di più, affermano che il trattamento economico e le possibilità di carriera (in un Paese dominato da gerontocrati, aggiungo io) sono gli aspetti del lavoro che li gratificano meno. E, ciliegina sulla torta, ben un neolaureato su tre dice di non essere soddisfatto dell’utilizzo delle conoscenze che ha acquisito nel corso degli anni di studio.

Sacconi, i giovani italiani i sacrifici sono già abituati da tempo a farli, ben prima dell’inizio della crisi. Casomai possiamo solo dire che l’attuale situazione economico-occupazionale ha peggiorato ulteriormente le cose. Prenda una metropolitana, entri in un bar o passi da uno dei tanti centri per l’impiego (cui si rivolgono sempre più giovani professionisti con fior di titoli, disposti ad accettare qualsiasi impiego…) e faccia due chiacchiere con loro. Poi cambierà idea ed eviterà accuratamente uscite come quelle più recenti, che non rendono affatto giustizia a una generazione che vive parcheggiata ai margini del sistema-Paese, mentre la sua generazione continua ad occupare gli scranni più alti e i centri di potere. Senza lasciar spazio alcuno ai 20enni, 30enni e 40enni di oggi.

Multinazionali d’Italia e Pmi a conduzione familiare

In Declino Italia on 23 giugno 2009 at 09:00

Poche e relativamente piccole: è questo il ritratto delle multinazionali italiane, secondo quanto riportato pochi giorni fa da Il Sole 24 Ore, sulla base della ricerca “R&S Mediobanca”. Il Belpaese può vantare solo 17 gruppi di questo livello, che rappresentano -a livello di fatturato- il 14,2%, contro il 17% della media europea. Di più: contano in media 36.400 addetti, contro i 113mila della Germania e i 76.500 della Francia. Infine, le multinazionali italiane latitano in molti settori, dall’elettronica alla chimica, mentre in  altri ricoprono un peso marginale. Come nota la giornalista autrice dell’articolo, questi dati non rappresentano certo una novità, ma vent’anni fa andava quantomeno un po’ meglio… Se Eni, Italcementi e Finmeccanica mantengono le posizioni, nell’alimentare (proprio lì…) i nostri “big” paiono perdere terreno. Caliamo anche nell’acciaio, mentre tutte le speranze per un rilancio internazionale del “Made in Italy” sembrano affidate a Fiat e al suo “shopping” internazionale. Ci sono però -ahinoi- altri problemi che, indirettamente, colpiscono anche le chances occupazionali dei nostri giovani più preparati. Elenchiamoli brevemente: Eni, Enel e Finmeccanica sono “pubbliche”, il che vuol dire che lo Stato pesa considerevolmente sul fatturato. Ma non solo: possiamo sempre parlare di selezione meritocratica dei giovani in cerca di lavoro, quando entrano in gioco aziende pubbliche o semi-pubbliche? Facciamoci la domanda con la mano sul cuore, pensando al futuro dei nostri figli. Punto secondo: le nostre multinazionali manifestano uno scarso impegno nella ricerca e nella specializzazione tecnologica: che facciamo studiare a fare, allora, i nostri giovani nei settori della ricerca avanzata, quando è chiaro che nel Belpaese per loro non c’è posto? Dalle multinazionali al vasto tessuto delle Piccole e Medie Imprese. Che -come riportato anche dal libro “La Fuga dei Talenti” costituiscono l’ossatura centrale del nostro sistema produttivo. Basti pensare che il 95% delle aziende italiane ha meno di 10 addetti, una situazione che crea una fortissima frammentazione produttiva. Una ricerca condotta dalla Luiss fa emergere il problema del necessario passaggio di testimone tra il padre-fondatore della microimpresa italiana e il figlio (magari cinquantenne), da decadi in attesa di subentrare nella gestione (infatti Bankitalia ha rilevato come tra il 2003 e il 2007 il numero dei responsabili con cariche aziendali ultrasettantenni sia cresciuto addirittura del 3,4%). La maggior parte degli imprenditori o figli di imprenditori intervistati ritiene che ci saranno difficoltà nel passaggio di testimone, ma saranno superabili. Il tema -per quanto apparentemente alieno dai problemi quotidiani dell’italiano medio- è in realtà di stretta attualità, se pensiamo che quasi tre milioni di aziende sono sul punto di dover cambiare gestione (non si vive in eterno…), e che questi passaggi sono estremamente delicati. Se gestiti male, possono portare alla chiusura di numerose imprese, con conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro. Anche per questo potrebbe rendersi indispensabile (dati al riguardo non emergono tuttavia in modo chiaro dall’articolo de Il Sole 24 Ore da cui ho tratto la notizia) avvalersi del contributo di manager esterni. Magari giovani, magari con esperienze all’estero e idee fresche e innovative, magari in grado di portare una ventata nuova in una gestione un po’ troppo padronale. Perché, e qui mi riallaccio al discorso iniziale, se i nostri laureati “under 40” si scontrano da un lato con un mercato del lavoro delle (poche) multinazionali italiane comunque ristretto, rispetto agli altri Paesi Ue (spesso multinazionali di stampo “pubblico”); e -dall’altro- non riescono a sfondare nella “PMI Italia” a gestione familiare, dove possiamo mai sperare che trovino lavoro? Ma all’estero, naturellement

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Appello al Governo: subito politiche per i giovani!

In Giovani Italians on 22 giugno 2009 at 09:00

Reminder: oggi la Fuga dei Talenti è a Roma, alle Letture d’Estate (Castel Sant’Angelo, ore 21) – Vi aspetto!

Chi sono i perdenti assoluti -in Italia- di questa crisi? I giovani. E può un Paese civilizzato far pagare lo scotto di un’economia in difficoltà soprattutto alle sue forze più fresche e innovative? No, ovviamente. Tutto questo invece sta accadendo in Italia, dati Istat alla mano. Nel periodo gennaio-marzo 2009 gli occupati sono diminuiti di 204mila unità, dopo 14 anni di crescita ininterrotta. Ma la cosa più agghiacciante è che -nella fascia “under 34”- la perdita di occupazione è stata pari a 408mila unità. Col risultato che il tasso di occupazione dei 15-34enni è passato al 47,9% (meno di uno su due…). Non che l’Italia avesse mai brillato in Europa per tasso di occupazione giovanile, ma le cose volgono addirittura al peggio. Sul quotidiano La Stampa il professor Luciano Gallino non usa mezzi termini per spiegare perché i giovani siano le prime vittime della crisi: “La politica del lavoro di questi ultimi anni ha presentato il conto. Sette contratti firmati su dieci erano a tempo determinato. Era prevedibile che, in caso di crisi, a perdere il posto per primi sarebbero stati gli under 35”. Più avanti Gallino rincara la dose: “A sostenere i redditi dei più giovani ci sono le famiglie e -non dimentichiamolo- il lavoro nero, che vale il 18% del Pil. Per di più per chi ne può usufruire, quelli che noi barbaramente chiamiamo ammortizzatori sociali, sono i peggiori d’Europa. Questo è un sistema di tutele deprimente. […] Un lavoratore tutelato riceve al massimo il 60% dello stipendio per pochi mesi. E questo provoca sentimenti di ansia e frustrazione. Per avere più fiducia nel futuro ci vorrebbero tutele più lunghe”. Tagliente e sferzante l’ironia di Gallino alla domanda realtiva all’invito lanciato dal Ministro del Welfare Sacconi ai giovani, affinché accettino anche i lavori più umili: “A mio avviso ciò che il Ministro Sacconi auspica avviene già da molto tempo”. Infine Gallino si scaglia -giustamente- contro l’eccessiva presenza di tipologie di contratti a termine: “Non sostengo che debbano sparire, ma 45 tipologie sono francamente troppe. Ce ne dovrebbero essere al massimo 6 o 7. Tutti gli altri contratti dovrebbero essere a tempo indeterminato”. Paradosso dei paradossi, il rapporto Istat è uscito in forma ridotta a causa dell’agitazione dei 317 precari stessi dell’Istituto di Statistica (pazzesco, no? I precari che indagano sui precari…), che rischiano di trovarsi in mezzo a una strada tra due settimane, finendo così per unire i loro destini a quelli dei 400mila colleghi che dall’inizio dell’anno hanno perso il posto di lavoro. Come ben scrive Tito Boeri, “la scelta del Governo di non riformare gli ammortizzatori sociali equivale a una dichiarazione di guerra ai giovani e ai lavoratori precari”. E allora si rende più che mai necessaria una last call per questo Governo, prima che le speranze dei giovani di una nazione intera vengano definitivamente annichilite sotto il peso di un Paese gerontocratico, immeritocratico e -ora possiamo ben dirlo- in crisi profonda. Una last call chiara e semplice: A quando riforme del mercato del lavoro che guardino per davvero al futuro dei giovani??? Altrimenti la call sarà presto un’altra, questa volta ai giovani stessi: Fate le valigie e andatevene, questo Paese non vi merita! Lasciatelo sprofondare, appesantito com’è da una classe dirigente inutile e vecchia, anagraficamente e nell’animo.

Pensiero del Weekend 19

In Meritocrazia on 20 giugno 2009 at 09:38

Mentre l’Italia è scossa dall’ennesimo scandalo a sfondo sexy che riguarda un 72enne che ricopre un’alta carica istituzionale, noi restiamo allibiti dai meccanismi di selezione politica che emergono da questa pessima vicenda. Se veri, confermerebbero molte delle denunce che questo blog e il libro ad esso collegato portano avanti da mesi. Quando affermiamo che in Italia non prevale la selezione. Ma piuttosto la “cooptazione”. E della peggior specie, peraltro… Anche in politica, proprio il settore che dovrebbe dare l’esempio. I casi: Patrizia D’Addario, la escort che sostiene di aver avuto serate ben poco “istituzionali” a Palazzo Grazioli col premier, viene candidata alle elezioni comunali di Bari con una lista di centrodestra. La domanda successiva è: perché? Fa politica da sempre, la sua passione per il Pdl è qualcosa che si porta dentro fin da bambina (qualcosa di impossibile in realtà, fatti due conti…)? Oppure ha fatto il famoso corso ultrarapido di politica con Brunetta, quello dei quattro giorni per diventare le nuove Margaret Tatcher? Nulla o poco di tutto ciò. Semplicemente, come racconta il deputato Pdl Salvatore Greco, la D’Addario un bel giorno si presenta in sezione e chiede di essere inserita in lista. Lui, mancandogli qualcuna che andasse a colmare il vuoto delle “quote rosa”, la inserisce. A lei è bastato dire di essere “anticomunista” per avere il posto in lista. Papale papale. Ora, non credere a una parola di questa ricostruzione è quantomeno lecito, considerato il contesto, ma che un politico abbia il coraggio di far passare questo messaggio alla nazione è davvero incredibile (e su internet è un diluvio di commenti ironici, del tipo “non ho nulla da fare, mi candidate?”). Questo episodio fa rabbrividire sui meccanismi di selezione che dominano nel Paese. Un Paese che starebbe benissimo nel Terzo Mondo. Ma c’è di peggio: l’ormai ex eurodeputato Marcello Vernola (già Forza Italia, ora Udc), si sente dire dal coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini (Verdini poi smentirà) di essere stato eliminato dalle liste per l’Europarlamento perché “non c’hai le poppe, per questo non hai nessun futuro nel Popolo della Libertà”. Infatti al suo posto va l’annunciatrice Barbara Matera, la cui prima -e memorabile- intervista da candidata con “Il Giornale” mette a nudo tutta la sua mancanza di visione politica europea. O di visione politica tout court. Sono episodi imbarazzanti, dimostrano purtroppo che, al di là del chiacchiericcio fine a sé stesso e del finto rinnovamento, tutto resta esattamente come prima, in questo Medioevo italiano. Dove il Signore coopta vassalli, valvassori e valvassini/e non per merito o competenze, ma per altri motivi esterni agli standard “europei”. Sull’altro fronte (Pd) una recente intervista dell’ex premier Romano Prodi (lui sì, all’ennesimo fallimento e vista l’età, ha lasciato per davvero) indica la strada da seguire per il centrosinistra: “Ci sono pagine da voltare”, afferma, spingendo per il ricambio della classe dirigente, sia a livello politico che generazionale. Il segnale è chiaro, la rotta tracciata: sapranno i “Grandi Vecchi” del Pd farsi da parte, lasciando le redini a una generazione di 30enni-40enni? Temiamo di no, la fame e la sete di potere è troppo grande. Intanto, come mi segnala un amico dal Canada, la percezione che si ha nel mondo della qualità dei nostri parlamentari è semplicemente bassa: date un’occhiata a questo sito. Che misura e confronta il “valore” dei deputati di diversi Paesi, calcolando il rapporto esistente tra la retribuzione che percepiscono e una metrica di “buon Governo” (basata su diversi parametri). Poi fatevi due risate, mentre vi godete il weekend.

Scrivi insieme a noi il “Manifesto dei Giovani Italiani”: manifestodeigiovani@gmail.com

Raccontaci la tua storia: storietalenti@gmail.com

Uscire dal tunnel del declino ripartendo dalla formazione

In Declino Italia on 19 giugno 2009 at 10:11

L’Europa è stata chiara: il mondo del lavoro richiederà in futuro sempre più personale qualificato. Bruxelles ipotizza un aumento -da qui al 2020- pari al 34%, oltre 20 milioni di persone. Questi i dati messi sul tavolo dal Centro europeo per la formazione professionale, secondo cui il personale non qualificato è destinato a diminuire parallelamente di 17 milioni di unità. E qui arriva l’Italia, come al solito all’avanguardia (?!?) tra i Paesi Ue, dove i lavoratori con qualifiche basse rappresentano una percentuale sul totale forza-lavoro tra le più alte d’Europa (45,2%), mentre quelli altamente qualificati sono solo il 12,8%, con un aumento previsto nei prossimi dieci anni pari a meno del 5%. Insomma, rischiamo di arrivare -come al solito- in ritardo. Per restare in tema, l’Ocse -solo due giorni fa- bacchettava ancora una volta il sistema educativo del Belpaese, almeno per quanto riguarda le scuole. Dallo studio dell’organismo internazionale emergono molte cose che sapevamo già, ma di tanto in tanto è necessario che qualcuno ce le ricordi: i risultati medi dei nostri studenti sono tra i più scarsi nell’area Ocse (la conoscenza scientifica arranca); solo la metà della popolazione ha completato l’istruzione secondaria superiore (contro i 2/3 della popolazione Ocse); il costo per studente in Italia è più alto rispetto alla media, nonostante il rendimento inferiore; c’è purtroppo una scarsa selezione degli insegnanti (che sembrano animati più dalla sicurezza del posto di lavoro che non da reale vocazione), cui si aggiungono meccanismi di avanzamento di carriera legati alla mera anzianità; manca infine una reale valutazione esterna. A ciò aggiungiamo l’elevata età media dei docenti italiani, rispetto agli altri Paesi… i più giovani li troviamo addirittura in Turchia! L’Ocse suggerisce di cambiare la prospettiva di partenza, puntando sugli insegnanti più meritevoli e pagandoli bene (anche perchè in media, ricordava un precedente rapporto Ocse, i nostri docenti sono sottopagati): un approccio giusto ma rischioso. Giusto, perché così dovrebbe effettivamente essere in un Paese moderno. Obama, in questo senso, insegna. Rischioso, perché viviamo in Italia, il Paese dei clientelismi e dei favoritismi: chi garantirà la selezione dei meritevoli? E chi ci assicura che gli attuali tentativi di riforma non nascondano l’obiettivo di destrutturare la scuola pubblica, a favore della privata, magari con la scusa di tagli necessari e inevitabili? E’ perfettamente condivisibile l’idea del Ministro dell’Istruzione di “una scuola del merito e dell’impegno”, ma così dovrà effettivamente essere: anche perché, diceva mesi fa l’Ocse (così come riportato anche nel libro “La Fuga dei Talenti“), nel periodo 1995-2005 la crescita degli investimenti nell’educazione in Italia ha segnato il passo. Solo +12%, contro il +41% (!) della media dei Paesi presi in considerazione. Non è certamente così che una nazione progredisce e resta al passo coi tempi. Per concludere, la sopresa (ma non troppo) arriva con la “Guida Università di Repubblica“, relativa ai migliori atenei italiani: primeggiano -pensate un po’- quelli di provincia.