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Archive for the ‘Meritocrazia’ Category

Legge Controesodo. Ne è valsa la pena cancellarla?

In Meritocrazia on 16 marzo 2016 at 09:00

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Un’interessante ricerca del Forum della Meritocrazia fa il punto su ciò che è stata la legge 238/10, più nota come “Controesodo”. Mandata in soffitta dopo solo un quinquennio, la politica ha scelto di pensionarla senza neppure valutarne prima i risultati raggiunti.

Se l’avesse fatto, forse avrebbe riflettuto con maggiore attenzione, in merito a determinate scelte.

Il Forum ha infatti scoperto che la legge ha prodotto:

  •  + 500 milioni di euro di PIL per il periodo 2012 -2015 (stima);
  • + 106 milioni di euro di PIL nel 2013 con aumento sostanziale della ricchezza intangibile;
  • 1678 il numero di talenti italiani rientrati nel 2013;
  • Crescita del reddito medio del Paese. Secondo le stime, il reddito pro-capite medio dei talenti rientrati si attesta sui 63.684 euro contro i 26.400 euro degli altri lavoratori italiani;
  • Expertise e professionalità. Il 54% dei talenti ha un’età superiore ai 35 anni. Nella maggior parte dei casi professionisti con una carriera consolidata e un profilo manageriale elevato. Il 77% del totale ha una retribuzione tra i 100.000 e 500.000 euro e il restante 23% guadagna fino a 100.000 euro. Ma la legge non ha favorito solo i redditi più elevati, hanno beneficiato di un reddito tassato fino a 15.000 euro ben il 55% dei talenti rientrati.
  • Distribuzione geografica. Seguendo l’andamento del mercato del lavoro in Italia, le regioni del nord si confermano come maggiormente ricettive. Infatti, il 67% dei talenti in entrata si concentra nelle regioni settentrionali, mentre solo il 14% nelle regioni del sud;
  • Distribuzione per genere. Nonostante la condizione di favore della legge nei confronti delle donne, la percentuale in entrata è di molto inferiore rispetto a quella degli uomini. Le donne si attestano su un 32% contro il 68% degli uomini, confermando la presenza in Italia di “scogli” antimeritocratici nei loro confronti.

Maggiori info a questo link. Torneremo presto sul tema.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Non è un Paese per Meritevoli…

In Meritocrazia on 8 aprile 2015 at 09:00

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Misurare la meritocrazia“: finalmente qualcuno ci ha provato. Dopo anni in cui abbiamo buttato il nostro tempo a riempire i “talk show” di termini che neppure ci appartengono culturalmente, in quanto lontani anni-luce dai nostri sistemi consociativi e basati sulle relazioni della peggior specie… scopriamo che nulla è cambiato.

L’Italia NON è un Paese meritocratico.

A certificarlo, questo interessante studio di Paolo Balduzzi, Giorgio Neglia e Alessandro Rosina, che classifica la Penisola all’ULTIMA posizione in Europa per meritocrazia, sulla base di diversi parametri.

Tra le altre cose, abbiamo la conferma che anche Spagna e Polonia ci sorpassano abbondantemente.

Tutte le informazioni a questo link: http://www.lavoce.info/archives/34061/il-merito-in-italia-questo-sconosciuto/

Senza Parole

In Meritocrazia on 25 settembre 2013 at 09:00

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Non ci eravano certo illusi che certe pratiche fossero scomparse: questo è un Paese che -gattopardescamente- si mimetizza ad ogni situazione nuova o cambio di corrente, mette la testa sotto la sabbia, si allinea nelle dichiarazioni pubbliche alla corrente imperante. Ma continua a fare come se nulla fosse. Un po’ più di nascosto, magari… ma continua a fare come se nulla fosse.

Avrei voluto dare spazio ad altri argomenti, questa settimana, ma la notizia comparsa qualche giorno fa sul quotidiano “La Repubblica” mi ha lasciato senza parole:  l’ennesimo concorso universitario dove i vincitori si conoscevano già in anticipo! Per di più a “La Sapienza”, una delle più grandi università del Paese…

E il professore finito nell’occhio del ciclone, che a domanda risponde: “a parità di cavallo scelgo quello che conosco”!!!

I’m sorry? Ma questo professore si è mai confrontato non dico con uno… ma almeno con mezzo collega straniero, che gli avrebbe potuto spiegare come fuori da questa minuscola Penisola i docenti scelgono, sulla base di curriculum e potenzialità, spesso e volentieri giovani che NON conoscono?

Che all’estero non conta la fila e la fedeltà al carro del professore… ma il TALENTO?

Ma nelle mani di quale classe dirigente siamo? Con quale faccia ci propinano ancora i loro assiomi medioevali?

TUTTE LE INFO SUL CASO E SULLA VICENDA CLICCANDO A QUESTO LINK

P.S. Le conseguenze di questo sistema le potete leggere a questo altro articolo (clicca qui per il link), emblematicamente intitolato “Scappiamo via dall’Italia perché il sistema è corrotto“. Buona -amara- lettura.

“L’Impresa di Innovare” – Oggi a Santa Margherita Ligure

In Meritocrazia on 7 giugno 2013 at 09:00

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Nell’ambito del Convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Sergio Nava modera un workshop sull’importanza dell’innovazione all’interno delle imprese. Non solo imprese web o internet. Ma anche imprese “tradizionali”.

Quanto attraverso l’innovazione dei processi produttivi, attraverso la ricerca e lo sviluppo, attraverso la valorizzazione del capitale umano qualificato… possiamo, alla fine, contribuire a trattenere nella Penisola i nostri migliori talenti?

WORKSHOP – L’IMPRESA DI INNOVARE: una storia di innovatori tradizionali o di tradizioni innovative?
L’innovazione non è patrimonio esclusivo del mondo digitale, né figlia della scoperta del momento: è frutto di una lunga pianificazione, sulla quale molte aziende in Italia hanno costruito il proprio business. Ascolteremo le avventure di imprenditori che in modi diversi hanno fatto dell’innovazione un fattore distintivo. Poi, dibattito tra platea e testimonial.

…e l’Italia di domani!

In Meritocrazia on 31 maggio 2012 at 09:00

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L’Italia di domani è quella che intravediamo in certe dichiarazioni. O in certe notzie, che appaiono qua e là. Un’Italia embrionale: in quanto tale fragile, a rischio di non “sbocciare” mai. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare. E crederci.

-In questo senso , potrebbero essere -se ben investiti- una risorsa importante gli otto miliardi in fondi strutturali, che il Governo sembra intenzionato a sbloccare per l’occupazione dei giovani. Un pacchetto di cui potrebbero beneficiare ben 128.300 destinatari, coinvolgendo altri 28mila giovani stranieri, che potrebbero trovare interessante e attrattivo venire a lavorare nel Belpaese. Stavolta, non solamente per clima e cibo. Aggiungo che i dati annunciati da Mario Monti corrispondono a quelli della Commissione Europea, in una tabella recentemente presentata dal presidente José Barroso. E’ dunque uno sforzo europeo. E potrebbe rappresentare una garanzia in più. Speriamo.

-Anche l’annunciata riforma del merito, promessa sempre dal Governo, appare un’iniziativa interessante. Cominciare a introdurre degli elementi di competizione reale, in cui si fa passare il messaggio che vince il migliore, che non si è tutti uguali (messaggio sbagliatissimo – come insegna la storia di questo Paese, quelli più “uguali” degli altri, in quanto figli o parenti di, ci sono sempre. E -chissà perché- vincono sempre).

-Infine, un segnale che arriva addirittura dal New York Times: il giornale racconta il caso, già noto in Italia, della candidatura di Stefano Quintarelli a presidente dell’Agcom. Il NYT, con un’analisi che pochi hanno finora avuto il coraggio di fare, giunge alla conclusione che l’innovazione tecnologica in Italia sia stata fortemente rallentata dagli interessi di parte dell’ex-premier Silvio Berlusconi, impegnato a difendere la personale rendita di posizione delle sue televisioni. E quindi tendenzialmente ostile a un web più potente. E inevitabilmente libero. Analisi che potrebbe fare anche un bambino di quinta elementare: ma in Italia manca ancora il coraggio a dire certe cose. Ora però, la novità assoluta di un presidente che potrebbe essere scelto per curriculum e competenze, anziché la solita manfrina cooptativa delle trattative dietro le quinte della politica, stupisce persino gli americani. Che gridano -quasi- al miracolo, vedendoci per una volta come un Paese che potrebbe selezionare per merito, anziché mediante le solite logiche mafiose di clan e appartenenza. Quelle stesse logiche che hanno contribuito a formare una classe dirigente di inetti.

Chiudiamo la trilogia con un appello: quali altri segnali di “Italia del domani” state vedendo o avete visto, intorno a voi? Il cambiamento, sottoforma di merito e talento, sta arrivando? Scrivete, a: fugadeitalenti@gmail.com

Meritocrazia

In Meritocrazia on 26 aprile 2012 at 09:00

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“Meritocrazia” – by Bruno Bozzetto

Le nuove “Modest Proposals”

In Meritocrazia on 8 febbraio 2012 at 09:00

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459.000: è il numero di giovani disoccupati italiani, secondo il rapporto che il presidente della Commissione Europea José Barroso ha presentato ai 27 leader UE, nel corso dell’ultimo summit a Bruxelles. Si tratta di un numero ovviamente al ribasso. In primo luogo, perché tiene conto solo degli under 25, mentre ormai -come ben sappiamo- la nozione di “giovane” in Italia si estende almeno fino a dieci anni oltre. In secondo luogo, perché temo non tenga conto neppure degli inattivi, di chi cioè il lavoro ha smesso proprio di cercarlo. E sono tanti.

Siamo certamente monitorati da vicino da Bruxelles: fortunatamente l’Europa, seppure con un po’ di ritardo, ha compreso la portata della crisi giovanile nel Continente. Proprio la Commissione Ue invierà nei Paesi più colpiti (quali l’Italia) una task force sull’impiego giovanile, per progettare -insieme al Governo- l’utilizzo in questa chiave degli otto miliardi di fondi strutturali non spesi (cui aggiungere la quota di co-finanziamento nazionale, che di fatto raddoppia la cifra a 15-16 miliardi). Soldi nuovi, soldi “dimenticati” da chi avrebbe dovuto occuparsi di investirli nella crescita delle aree più arretrate… soldi ora maledettamente utili per contrastare questa “piaga”, come l’ha definita lo stesso premier Mario Monti.

Per dare l’idea di come ci siamo ridotti, per dare l’idea di quanto ormai apparteniamo alla “Serie B” dell’Europa (con rischio di retrocessione nella “Serie C”), elenchiamo i Paesi con i quali condividiamo la task force: Grecia, Spagna, Slovacchia, Lituania, Portogallo, Lettonia e Irlanda. Se politicamente siamo tornati a guidare l’Europa, grazie anche a un esecutivo credibile (un velo pietoso su chi l’ha precedeuto), “strutturalmente” stiamo prendendo finalmente coscienza del crescente gap che ci separa dal Continente.

Che fare? Queste settimane ci hano fatto girare la testa, con polemiche che stanno rasentando il ridicolo. Dopo aver pubblicato per mesi e mesi dati sulla vergognosa situazione dei giovani in questo Paese, e sui motivi che li spingono ad emigrare, proviamo ad azzardare qualche nuova “Modest Proposals“. Consideratele una versione rivista e aggiornata di quelle pubblicate tre anni fa nel libro “La Fuga dei Talenti“.

Partiamo da un assunto: finalmente di certi problemi si parla, inquadrandoli per quello che sono. Prima parlavamo solo di intercettazioni telefoniche, come se fossero l’unico grande problema del Paese. Ricordiamoci da dove veniamo, per cominciare. In quale “bolla” eravamo finiti…

1) Una riforma del mercato del lavoro è necessaria. Lo status attuale, con 46 tipi di contratti diversi, riflette un’anarchia da Paese del Terzo Mondo.

2) Articolo 18. Non può essere considerato un tabù. Il mondo in quarant’anni è cambiato. Un Paese moderno si sa aggiornare, adeguandosi alla globalizzazione. Che poi l’articolo 18 sia l’origine di tutti i mali pare oggettivamente un po’ esagerato… Ma va modernizzato.

3) Contratto unico. E’ a tutti gli effetti l’unica vera soluzione, in questo momento. Sgretolerebbe un po’ di questo vergognoso dualismo, tra gli “straprotetti” e gli “esclusi”. L’Europa lo apprezza e ci loda quotidianamente per questa proposta (finora declinata in tre modi diversi, ma con un unico denominatore). Da bravi italiani, facciamo ovviamente l’impossibile per non applicarla.

4) Welfare. Riformando l’articolo 18, non si può non introdurre una vera rete di protezione sociale, che comprenda un reddito minimo garantito, un serio programma di riaccompagnamento, riqualificazione e riorientamento al lavoro per chi lo perde. Sul modello danese (o tedesco), perché no? Va rovesciata la percentuale di chi utilizza i centri per l’impiego pubblici: attualmente parliamo solo del 3% di chi cerca lavoro, occorre almeno decuplicarla.

5) Selezione. Riprendo una vecchia proposta del libro: allora proponevo di prevedere premi economici per le aziende che introducono una selezione strutturata quale unico canale di reclutamento. Ora, sulla scia dei risultati ottenuti con la tecnica di contrasto all’evasione, rilancio: obbligare per legge a rendere pubblico e contendibile qualsiasi nuovo posto di lavoro, pubblicizzandolo su almeno tre quotidiani, una radio, cinque siti web, oltre che sul sito dell’azienda. Poi vediamo se l’85% delle offerte di lavoro continua a restare nascosta, in Italia…

6) Raccomandazione. Resto fermo nell’idea di renderla un reato, a fronte di prove incontrovertibili. Chi raccomanda un incapace, soprattutto nel settore pubblico, usando questa raccomandazione come merce di scambio, deve risponderne penalmente. Poi vediamo se non aumenta anche il livello della nostra classe dirigente. Attenzione: distinguiamo tra segnalazione all’anglosassone (da incentivare) e raccomandazione all’italiana (da reprimere).

7) Incentivi. Introdurre regole per slegare gli incentivi e gli adeguamenti salariali dal solo parametro dell’anzianità. Rendere obbligatoria l’assegnazione di premi e incentivi aziendali sulla base di risultati oggettivamente misurabili. Chi produce di più deve essere premiato di più, anche se ha solo 26 anni. Un 55enne che scalda la poltrona, senza produrre uno spillo, può vedersi ridurre -al contrario- lo stipendio, a fronte di una produttività oggettivamente inesistente. Ciò può finalmente portare ad avere top manager di 35 anni, perché estremamente produttivi. Insomma, nel settore pubblico e in azienda -per legge- deve avanzare chi merita, non chi è più anziano. Il datore di lavoro deve poter derogare a contratti collettivi, per premiare chi produce di più.

8) Resto infine fermo sull’idea di introdurre periodi obbligatori di studio e/o lavoro all’estero per tutti i giovani italiani, co-finanziati dallo Stato e dall’UE, con l’obiettivo di aprire la mente e gli orizzonti di tutti. Vedrete se non tornano cambiati, pronti a guidare il Paese con una visione internazionale.

Le polemiche di questi giorni contrappongono -come sempre- due Italie. Perché esistono due Italie. C’è un’Italia immobile, che spera di conservare all’infinito privilegi morti e sepolti, solo perché sono appartenuti ai genitori. E c’è un’Italia moderna, che vive fuori dai nostri confini e dentro i nostri confini. La prima è composta dalla “classe dirigente” (che eufemismo!), che ci ha governato sinora, insieme a quella grande fetta di Paese colluso con questa mentalità da do ut des quotidiana.

La seconda, aperta alla globalizzazione, è la classe dirigente del futuro. Sa che occorre modernizzare questo Paese, intaccando certi privilegi ormai superati, per compensarli con forme più moderne di incentivazione e protezione sociale.

E’ soprattutto una battaglia culturale: non basta una legge o una riforma per vincerla. La legge o la riforma sono la base. Poi serve il grande contributo delle aziende (che devono introdurre logiche nuove di selezione, salari, progressioni di carriera, ecc.), dei sindacati (che devono capire che il mondo è cambiato) e soprattutto della gente di questo Paese.

Che deve capire che l’Italia del Mulino Bianco non esiste più. L’Italia “buonista”, familista, conservatrice al massimo grado, dove si uccidevano le generazioni future nel nome del “volemmose bene“… è finita. Ora deve nascere l’Italia del merito. Dove a tutti vengono fornite uguali condizioni di partenza. Ma non di arrivo. Chi è più bravo e merita di più vince. Chi pensa che basti una “spintarella” di papà perde. Ed è fuori. Per sempre.

 

 

Gli amici degli amici – Come si assume in Italia

In Meritocrazia on 28 dicembre 2011 at 09:00

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Così non va. Proprio non va. La crisi non può portare un atteggiamento ancora più difensivo nella selezione delle risorse umane. I dati della ricerca Excelsior, resi noti lunedì, segnalano che -nel 2010- la quota di assunzioni avvenute per conoscenza ha sfondato quota 60%, attestandosi al 61,1%. Insomma, oltre sei aziende su dieci assumono persone che conoscono, oppure persone segnalate da qualcuno di cui si fidano.

Il fenomeno dilaga con percentuali bulgare tra le Pmi e nel Mezzogiorno: in quest’ultimo caso addirittura sette aziende su dieci ricorrono al canale “informale” di selezione. Nelle grandi aziende, quelle con oltre 500 dipendenti, la percentuale ovviamente si inverte: una su due fa riferimento alla propria banca dati interna per selezionare il personale. E solo una su dieci si affida ai canali informali. Ma parliamo di una netta minoranza delle aziende italiane (oltre il 95% delle quali sono Pmi).

Un altro dato colpisce l’attenzione: inserzioni sui media, agenzie di intermediazione e centri per l’impiego raccolgono una quota davvero minima di imprese. Le tre categorie -insieme- superano con difficoltà il 10% delle modalità di ricerca di personale.

E ora veniamo al dunque. Ci sono due osservazioni da fare, al proposito. La prima: non è detto che tutte queste assunzioni per conoscenza equivalgano -in automatico- a delle “raccomandazioni”. Possono essere anche segnalazioni “all’anglosassone”: cerco un profilo, per cui decido di chiedere a qualcuno di cui mi fido… che sono certo mi segnalerà quello migliore – tra quelli di sua conoscenza. Tuttavia, poiché viviamo in Italia, a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca spesso e volentieri: sono dunque certo che molte di queste assunzioni per conoscenza celino in realtà raccomandazioni o scambi di favori, in ottica futura. Insomma, spesso e volentieri, e per comodità, si rinuncia a cercare davvero il profilo migliore, preferendo quello più “ammanicato”. Non è un segnale di un Paese avanzato. Al contrario. Fa pensare a un Paese arretrato. Molto arretrato.

La seconda considerazione: ponendo anche -per assurdo- che il 100% di queste assunzioni per conoscenza celi in realtà delle segnalazini rigorosamente “anglosassoni”, una tale percentuale (sei imprese su dieci) lascia pochissime porte aperte a quei giovani bravi e preparati, privi però delle conoscenze giuste per accedere a un colloquio.

In questo Paese occorre cominciare a cambiare la cultura aziendale: avviare un percorso di ricerca serio e strutturato dei profili può apparire -a prima vista- una perdita di tempo. Ma -in prospettiva- può portare a un enorme cambiamento del Paese. Immaginate un Paese diverso, dove non accade più che sei imprese su dieci assumono per conoscenza. O che l’85% delle offerte di lavoro siano nascoste (dati Unioncamere). E otterrete l’Italia del futuro.

L’alternativa: la fuga all’estero, sempre più massiccia, dei migliori giovani professionisti. Quelli che non hanno conoscenze o raccomandazioni da vantare. Ma un solido curriculum, unito a tanto talento. All’estero li attendono a braccia aperte. In Italia neppure sanno della loro esistenza. Tanto qui si assume solo chi si conosce…

Etica e accesso al pubblico impiego

In Meritocrazia on 21 luglio 2011 at 09:00

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Manuele, lettore del blog “La Fuga dei Talenti”, che ci invia un articolo molto interessante sulle “worst practices” nel settore dell’amministrazione pubblica. Dal quale emerge chiaramente come un Paese medioevale come il nostro sia riuscito a bloccare l’ascensore sociale anche nel settore pubblico.

L’articolo è consultabile a questo indirizzo: CLICCA QUI PER COLLEGARTI

Di seguito il testo integrale. Buona lettura!

Etica e accesso al pubblico impiego

di Manuele Bellonzi

La questione etica in merito alle modalità di accesso al pubblico impiego sembrerebbe esaurirsi nell’enunciazione del comma secondo all’articolo 97 della Costituzione repubblicana: agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso (…). L’ambito di analisi dovrebbe quindi svolgersi su di un piano squisitamente giuridico se, una
miriade di sentenze amministrative e penali, le cronache quasi quotidiane dei giornali e una quantità immane di pubblicazioni su baronìe, nepotismi e caste, non ci imponesse ai nostri giorni, vigorosamente, un approfondimento ed una riflessione sui profili squisitamente etici. Partendo da un dato pubblicato dalla Banca d’Italia (Indagine su redditi e la ricchezza delle famiglie italiane – 1998-2004) non possiamo non domandarci le ragioni per le quali a parità di istruzione,
genere, età, stato civile, area geografica e altri parametri, la probabilità di entrare nella pubblica amministrazione aumenta del 44 per cento per gli individui il cui padre lavora nel settore pubblico. Sembra quindi che circa il 53% della popolazione resti oggi “imprigionata”nel ceto (e quindi nelle possibilità occupazionali da cui proviene. Questo ne ha comportato, in Italia, il blocco di ciò che i sociologi chiamano “ascensore sociale”. Quando l’economia è in fase di espansione si riattiva una sorta di “giustizia sociale”, permettendo un’opportunità per i principi meritocratici.
Ma nella fase attuale di stallo o di recessione, se non si attivano politiche ad hoc di riduzione delle disuguaglianze, il Paese rischia di non uscire da un circolo vizioso dove il clan e la conservazione familiare uccidono il merito, l’innovazione ed anche parte dell’economia e delle possibilità di ripresa. I profili etici sono quindi duplici: individuali; in merito al corretto esplicarsi del principio di eguaglianza e non discriminazione e collettivi; relativamente alle conseguenze che ricadono
sull’efficienza soprattutto della p.a. e sulla sua capacità di innovazione e di produrre servizi di qualità.
Non è ovviamente possibile quantificare il danno creato da un sistema dove il familismo amorale (termine coniato da E. Banfield nel 1958) sembra essere una sorta di ordinamento giuridico parallelo e sottostante indubbiamente contra legem e contrario ad un’etica universale di giustizia e non discriminazione. Le oramai note “fughe dei cervelli” sono state, parzialmente, quantificate anche in ambito prettamente economico. Nel 2007 ben 11.700 laureati sembra che siano andati a cercar fortuna all’estero (nella maggior parte dei casi per non tornare più indietro, come invece fecero i nostri
avi fra ‘800 e ‘900). Allo Stato uno studente laureato costa, per tutto il suo percorso di studi (dalle elementari alla laurea) circa 101.000 euro. Anche non valutando le ricadute sull’economia in prospettiva, il solo costo della diaspora del 2007 si è attestato a euro 1.184.999.400. Una cifra impressionante che non può non far riflettere soprattutto l’economista e lo studioso di management pubblico. Si afferma spesso che, per l’accesso alla pubblica amministrazione, il modello del concorso pubblico è superato. Benissimo, posso essere d’accordo. Ma non posso non ricordare che anche quei (pochi) strumenti che in passato sono stati attribuiti ai manager per “scegliersi” la squadra non sempre hanno optato per criteri meritocratici e operato superando la ben conosciuta logica del clan. Come riusciremo ad uscire dal lungo tunnel del Pleistocene?

T’accorgerai che il mondo è mal messo.
Dio l’aveva creato preciso, aveva fatto gli uomini tutti poveri e tutti ignoranti.
Gli uomini invece, non si sa come,
si sono accordati per tirar su qualche decina di persone molto ricche e molto istruite
e lasciar tutti gli altri come Dio li aveva creati.

don Lorenzo Milani

Meritocrazia & Fuga dei Talenti

In Meritocrazia on 17 febbraio 2011 at 09:00

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Pubblico oggi l’intervento che ho fatto una settimana fa al convegno “Guardare al futuro con Merito“, organizzato dai Giovani Imprenditori di Unindustria Bologna. Non mi piace generalmente pubblicare discorsi o relazioni, ma in questa ho cercato di “condensare” i numeri del fenomeno della “Fuga dei Talenti”, e provare a proporre delle soluzioni. Si può quindi considerare come il sunto -per il momento- di oltre tre anni di lavoro. Mi piacerebbe ricevere le vostre impressioni al riguardo.

Due premesse:

-invito tutti a guardare online il bel video che il gruppo di lavoro sul merito, che ha promosso la conferenza, ha realizzato per introdurre l’incontro. Un video che fa dell'”onestà intellettuale” la sua -fondamentale- premessa. Da vedere.

-su temi simili, molto collegati a questo blog, segnalo anche l’interessante editoriale di Alessandro Rosina, pubblicato a fine gennaio su “La Repubblica degli Stagisti”. Cinque motivi per lasciare l’Italia… e cinque per tornare! Lettura da non perdere.

ORA IL TESTO DEL MIO INTERVENTO:

“Decine di migliaia di giovani, tra i 20 e i 40 anni, lasciano ogni anno l’Italia. Le stime ufficiali li collocano oltre i 30mila. E’ però più ragionevole situarli intorno ai 50-60mila, includendo coloro che lasciano il Paese, senza denunciarlo all’anagrafe ufficiale.

La percentuale di laureati, in questa fascia, è molto alta: c’è chi stima possa arrivare fino al 70%. Forse è inferiore, ma sicuramente in crescita: dati Istat segnalano un sostanziale raddoppio dei laureati espatriati nel corso della prima decade degli anni 2000.

Non si tratta solo di ricercatori, come cliché consumati (e di comodo) ci hanno portato a credere fino a qualche anno fa. Emigrano tutti: dal professore al manager, dal medico all’avvocato, dall’ingegnere all’architetto, fino al giornalista. Se ne va il futuro di questo Paese, se ne va chi ha idee nuove di impresa, parla bene l’inglese e le altre lingue del terzo millennio, chi sa utilizzare le nuove tecnologie, internet su tutte. Avete inteso bene, parlo delle famose tre “I”, attraverso le quali la politica aveva promesso una modernizzazione del Paese. Che fine han fatto?

Quel che è peggio, a fronte di un espatrio considerevole e in crescita, soprattutto tra le classi più produttive, l’Italia fa registrare saldi netti in perdita tra la cosiddetta “skilled population”, i laureati. Ce lo ha ricordato l’Economist, circa un mese fa. Sulla base di dati Ocse, ha mostrato come se -nel 2005- il saldo nella bilancia “laureati immigrati-emigrati” fosse positivo in Germania, Francia, e così pure in Spagna e Gran Bretagna, l’Italia risultava l’unico Paese ad avere un saldo negativo. Né va meglio con gli studenti stranieri iscritti alle università italiane: solo il 3% sul totale, contro una media Ocse al 10%.

Insomma, esportiamo risorse umane qualificate, mentre importiamo manodopera non qualificata. Dove va, un Paese così? Quale futuro può avere? Torneremo a fare i cinesi? E per competere con chi, con la Cina? O con l’India?” […]

CONTINUA A LEGGERE LA RELAZIONE DI SERGIO NAVA IN VERSIONE .DOC