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La Tecnocrazia della Tequila

In Meritocrazia on 27 settembre 2009 at 14:58

Mentre gli unici talenti che tornano in Italia sembrano essere i denari dell’ennesimo scudo fiscale “made in” finanza creativa (…e che talenti, con annessi reati tributari, societari e falso in bilancio, tutti ovviamente ancora da scoprire), mi limito a registrare un interessante articolo pubblicato su La Voce.info. “Tequila Technocracy”: “Negli ultimi venticinque anni in Messico è arrivata a importanti incarichi di Governo una tecnocrazia formatasi nelle migliori facoltà di economia degli Stati Uniti. Ciò ha permesso di realizzare riforme strutturali fondamentali, tanto più meritorie in un Paese con un retaggio di gravi problemi economici e sociali. In Italia, invece, una prospettiva simile non è neanche pensabile. Perché la classe politica premia più la fedeltà di partito che la competenza“. Ultimo esempio in ordine temporale, aggiungo io, l’assunzione dell’ex-Ministro dance Gianni De Michelis da parte dell’ex-allievo Renato Brunetta. Quarantamila euro lordi l’anno (per De Michelis una “cifra da volontariato”: lo vada a dire a un precario). I debiti chiaramente vanno saldati prima o poi, anche a costo di rispolverare la Prima Repubblica. Complimenti al “fustigatore di Palazzo”. Prosegue l’articolo de La Voce.info: “Nel nostro Paese la classe politica è sempre più castacea e sempre meno istruita. Solo il 65% dei parlamentari neo-eletti nel 2006 aveva una laurea, contro il 90% del 1948. In Messico, invece, si è affermata una vera e propria anti-casta, una tecnocrazia di individui con dottorati nelle migliori facoltà di economia degli Usa, che dirigono le politiche economiche e sociali. In Italia, di solito, persone simili vengono espulse dalla politica, e spesso anche del sistema in generale“. L’articolo, che invito a leggere, prosegue spiegando nel dettaglio le caratteristiche di questa “Tequila Technocracy”. Rischiando di essere banale, vi aggiungo il “sistema-simbolo” della meritocrazia mondiale, utilizzando la recensione di un libro di recente uscita (“Stati Uniti? Italia e Usa a confronto”): “E’ questo il cosiddetto American Dream, il sogno americano. In altre parole, la principale forza propulsiva, la dinamo che consente di fare carriera, è il merito. Non contano le famiglie o le conoscenze, ma conta la conoscenza, ovvero la possibilità di accedere ai più alti livelli della cultura“. Questo è il quadro che ci restituisce l’America centrosettentrionale: gli Usa, al di là della crisi, tengono ben fermo il baricentro sul merito. Il Messico, dal canto suo, per fare il salto nel “primo mondo”, riporta indietro i suoi migliori cervelli, prelevandoli direttamente dalle migliori facoltà statunitensi. E l’Italia? Carlo Carboni su Il Sole 24 Ore cita varie ricerche relative alla nostra classe dirigente: “Secondo l’88,6% della popolazione, la classe dirigente ideale ha visione e capacità di decisione, dovrebbe essere selezionata in base al merito e alle competenze (92,7%) e manifestare senso di responsabilità e trasparenza (89,8%). La classe dirigente italiana, invece, secondo gli italiani è da lungo tempo malata di indecisionismo, è selezionata in base alla ricchezza (68%) e alle buone relazioni (54,2%), in barba al merito. Da questi dati si può ricavare l’idea che per essere classi dirgenti e non elite autoreferenziali occorrono tre ingredienti: visione/decisione, competenza, trasparenza/senso della legalità, tre componenti ascritte ad una leadership in grado di scambiare merito contro fiducia sociale”. Carboni evita però di vedere solamente nero e descrive il buon livello medio non solo delle nostre università, ma anche delle nostre professioni. Non bisogna essere catastrofisti, suggerisce, ma applicare gli ingredienti che creano merito: “concorrenza, competenza, trasparenza”. Il punto, ahinoi, è però sempre lo stesso: in Italia, tra il dire e il fare, c’è di mezzo l’Oceano Pacifico. Una nota positiva, un po’ a sorpresa, è venuta nei giorni scorsi dall’annuncio del “Piano d’azione per l’occupabilità dei giovani”, che mira a colpire il grave fenomeno dell’alta disoccupazione “under 25”. Un piano in sei mosse, hanno annunciato i  Ministri Sacconi e Gelmini, che mira ad anticipare il più possibile l’ingresso nel mercato del lavoro, ridisegnando l’offerta di istruzione e formazione sulle necessità del sistema imprenditoriale. L’idea è interessante… anche se -messa così- ricorda certi piani faraonici dell’Unione Europea mai davvero messi in pratica. Attendiamo dunque misure e dettagli concreti: gli annunci servono solo per le gazzette di famiglia. Intanto si potrebbe cominciare, per iniziare, a incrementare il numero di lingue straniere insegnate ai nostri studenti delle scuole superiori: secondo Eurostat, il 60% dei loro colleghi europei ne impara almeno due, contro l’unica dichiarata dal 73,9% dei nostri. Rendendoli poliglotti, faremo loro un gran favore: una volta diventati grandi, potranno quantomeno espatriare muniti degli strumenti linguistici appropriati.

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In Meritocrazia on 24 settembre 2009 at 15:00

Qualcuno dice che quello della raccomandazione, del clientelarismo, della “relazionalità” sia un luogo comune, quando si parla dell’Italia. Non la pensano così però gli italiani che vivono all’estero, occupando una posizione di responsabilità, che li obbliga a ragionare con metodi differenti rispetto a quelli del Medioevo nazionale. Raramente pubblico articoli di stampa in versione integrale. Ma in questo caso il tema merita:

Da Repubblica.it: Claudio Fiocchi è un medico ricercatore nato a Roma, laureato in Brasile e residente da molti anni negli Stati Uniti. Per conto del ministero italiano dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca avrebbe dovuto dare il suo giudizio su un paio di progetti scientifici. E sulla base di questo giudizio il Miur avrebbe poi deciso se finanziarli o no. Ma il professor Fiocchi questo giudizio non se l’è sentita di darlo: pochi giorni dopo aver accettato l’incarico, gli sono piovute addosso insistenti richieste “di una decisione favorevole” e “del più alto voto possibile”. Tentativi di raccomandazione, insomma. Malgrado la garanzia avuta dal ministero sul mantenimento del suo anonimato.

Una storia “forse fin troppo comune da voi”, commenta con amarezza Fiocchi. Ma per lui, che partecipa da tempo alla valutazione dei progetti dei National Institutes of Health Usa, sulla base dei quali vengono assegnati i fondi federali, queste pressioni non sono affatto normali, tanto che alla fine ha deciso di declinare l’incarico, “con disgusto”, “ma anche con molta tristezza”. E di raccontarlo a Repubblica: “Forse quando verrò in Italia molti colleghi non mi saluteranno. Ma molti mi diranno che ho fatto bene”.

Fiocchi lavora come ricercatore nel campo delle malattie digestive al Cleveland Clinic Foundation Lerner Research Institute. “Per via della mia attività di base – spiega – da molto tempo sono coinvolto nel sistema “peer-review” dei National Institutes of Health, che assegnano i fondi del governo federale basandosi esclusivamente sul valore intrinseco delle proposte scientifiche, che sono esaminate da comitati composti da vari ricercatori, i “pari” della persona che richiede fondi per la ricerca. Inoltre, partecipo anche a “review systems” in vari altri Paesi, tra questi l’Italia”.

Leggi il resto dell’articolo su La Repubblica.it

Nepotismo & Gerontocrazia

In Meritocrazia on 23 settembre 2009 at 10:17

In Italia il nepotismo è un dato di fatto, non un’opinione“: è tranchant il giudizio di Michele Ainis, che sul Sole 24 Ore di pochi giorni fa non lasciava dubbi su come la pensi lui in materia. Ainis cita una rilevazione Censis del 2006, secondo cui ben il 61% degli italiani considera i soldi di famiglia e le conoscenze del padre più importanti del merito per farsi largo nella vita. Solo tre anni fa, dunque, la “meritofobia” spopolava ancora nel Belpaese… difficile che in diciotto mesi si sia verificato il miracolo! Ainis aggiunge dati su dati: il 17,5% dei notai italiani è figlio di notai; passano di padre in figlio ben 66mila aziende l’anno (siamo un Paese talmente a capitalismo famigliare che -nel mondo- la metà delle aziende più longeve e “made in mura domestiche” sono italiane, con relativi sindacati di riferimento); fu nel Belpaese che si riuscì a scrivere una legge secondo la quale l’erede del farmacista (ancorché privo di qualsiasi titolo) aveva diritto di gestire la farmacia dopo il decesso del legittimo titolare; sempre in Italia la Banca Nazionale lascia a vedova/figli del “fu” dipendente un bel posticino (e quante banche sostituiscono i dipendenti con i loro figli… per concorso?) E via di questo passo, con tanti altri esempi che Ainis si diverte -con amarezza- a snocciolare: non da ultimo il Festival del Cinema di Roma, una parata di “figli di”, impegnati a produrre film nei più svariati ruoli, dalla regia alla recitazione, dalla sceneggiatura al trucco. C’è chi dice e sostiene -con orgoglio- che il passaggio generazionale garantisca un analogo passaggio di patrimonio di conoscenze. Tutto vero, se non fosse che dietro questa foglia di fico si nasconde in realtà un medioevale e strutturatissimo sistema di autoprotezione delle caste e delle corporazioni. Sarà un caso che la mobilità sociale in Italia è ridicola (dati Bankitalia alla mano)? Anche perché non si è mai capito quale diavolo di “sapere” -solo per fare un esempio- possa apportare il figlio scemo di un notaio… non è forse meglio fare spazio ex-novo a un giovane brillante, ma non raccomandato e “figlio di”? (Diverso discorso meriterebbe l’insostenibile pesantezza -in termini di portafoglio- della casta dei notai, ma non è questa la sede…) Ainis lancia a questo punto una proposta-choc, che mi vede assolutamente d’accordo. In sintesi: arrivati a questa situazione di marciume, a questo punto di non ritorno, da cui possiamo “ritornare” -aggiungo io- solo più poveri di prima, perché non introduciamo la seguente regola: in qualsiasi concorso, il “figlio di” dovrà dimostrare di essere più bravo degli altri. Se al tuo concorrente basta 100 per passare l’esame da avvocato, notaio, magistrato, ricercatore, professore… tu che hai la “(s)fortuna” di essere figlio/a di cotanto padre dovrai arrivare a 120. Ainis evita di arrivare all’assurdo di proibire espressamente alla prole di seguire le orme del padre (anche se la tentazione -applicata al caso italiano- sarebbe forte), ma lancia a mio avviso la giusta provocazione. Siamo arrivati all’eccesso, ci troviamo in una situazione che ha aggravato tutti i mali endemici derivanti dal nepotismo all’italiana. Serve una cura altrettanto forte. Rilancio su questo blog la provocazione di Ainis, sperando che venga raccolta ed entri nel dibattito pubblico.

Tuttavia-ahimé- la piaga del nepotismo non è la sola, in questo Paese alla deriva: pochi giorni fa l’edizione milanese de La Repubblica segnalava con un certo sbigottimento come i professori settantenni dell’Università Statale del capoluogo lombardo non volessero proprio sentir parlare di pensione. Sono ordinari di fama, appartenenti soprattutto alle Facoltà di Medicina e Giurisprudenza: sono pronti ormai a godere dei loro munifici risparmi di una vita… ma vogliono continuare ad esercitare il potere. Il prorettore Dario Cassati è esplicito: “Nel biennio questi professori costeranno all’università 31 milioni e 300mila euro in stipendi. Una cifra importante  che -se risparmiata- permetterebbe di assumere decine di giovani ricercatori ed eviterebbe di dover fare tagli alla ricerca”. Che facciamo, care auguste mummie che dai vostri scranni osservate con deferenza le nuove generazioni affacciarsi alla vita… chiamiamo la forza pubblica?

Un’ultima considerazione, in un Paese che soffre sempre più di un rovesciamento della realtà dei fatti: ieri il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha definito l’Italia come un Paese “nella normalità europea” per le sue anomalie nei conti pubblici. Insomma, che alle prossime generazioni lasceremo un rapporto debito/pil pari al 120%, indebitandole fin dalla culla, è qualcosa quasi di dovuto… mi pare di capire. Questi sì che sono politici che guardano al futuro. Il suo collega al Welfare Maurizio Sacconi, invece, ha mostrato con orgoglio il dato sulla disoccupazione italiano: 7,4%, con altri 378mila posti di lavoro persi. Magari -è vero- facciamo meglio di altri Paesi europei, ma la domanda successiva è: a parità di perdita del posto di lavoro, qual è la differenza tra un giovane italiano e un giovane francese? O svedese? Magari -ipotizziamo- sussidi più alti (non quelli ridicoli stanziati dal Governo italiano per far fronte alla crisi)… magari una maggiore flessibilità all’atto della ricerca di un nuovo lavoro – qualificato? A queste domande dovrebbe rispondere Sacconi. Il quale invece da tempo ripete che i giovani del Belpaese devono imparare ad accettare qualsiasi lavoro, non accorgendosi che questo “sport” -i tapini- lo praticano già da anni.

Peccato però che i suddetti giovani proprio scemi non siano: secondo un recentissimo sondaggio, realizzato per il convegno italo-britannico di Pontignano, il 63% dei 18-35enni italiani intervistati afferma che ci troviamo ancora nell’occhio del ciclone della crisi. Per il 16% il peggio deve ancora venire (contro il 7% dei britannici). Il 19% degli italiani (contro l’8% dei britannici) aggiunge di aver già subito notevolmente gli effetti della crisi, mentre il 63% dei giovani del Belpaese (contro solo il 47% dei coetanei britannici) sostiene di guardare al futuro con apprensione. I “nostri” hanno anche più paura di perdere il lavoro (59 a 41), mentre alla domanda “Il tuo Paese ha agito bene sulla crisi?”, il 54% degli italiani afferma di no, che le misure sono state “sbagliate e insufficienti”, contro il 45% degli inglesi. C’è di che riflettere, vero?

Scrivi insieme a noi il “Manifesto dei Giovani Italiani”: manifestodeigiovani@gmail.com

Raccontaci la tua storia: storietalenti@gmail.com

Ricambio Generazionale

In Declino Italia on 16 settembre 2009 at 13:39

“Ci vuole un ricambio generazionale e io sono più giovane di tutti questi signori grazie al cervello”Silvio Berlusconi, 15 settembre 2009.

Il 29 settembre Silvio Berlusconi compirà 73 anni. Da 15 è un “professionista della politica”. Accogliamo con favore questa sua campagna in favore del ricambio generazionale.

Cominci allora lei, signor Premier (imitato il prima possibile dalle alte gerarchie del PD), a lavorare per mettere -entro fine anno- un quarantenne alla guida del Pdl. Cervello o non cervello, le leve del cambiamento devono essere innanzitutto anagrafiche. Berlusconi è il leader più vecchio del G8, nonostante il lifting.

L’Italia è bloccata da una classe dirigente anziana. I migliori di un’intera e giovane generazione stanno fuggendo all’estero, soffocati come sono dall’incollatura alla poltrona di certi 50-70enni. Poi c’è chi lo capisce e si fa da parte, tifando per i giovani e cercando di aiutarli, e chi invece resta aggrappato vita natural durante al mito di Dorian Gray.

A quale categoria appartiene lei, signor Presidente del Consiglio?

In memoria

In Lettere e Proposte on 15 settembre 2009 at 10:14

“Caro Sergio,

il tuo meraviglioso ed obiettivo viaggio alla ricerca delle cause della fuga dei cervelli dall’Italia è un ottimo vademecum per coloro i quali intendano raggiungere la meta prefissatasi e vincere così il nepotismo, piaga della meritocrazia. Il libro deve essere consigliato a tutti coloro che iniziano la fuga, perché sia di sprone a non tornare indietro”.

L’avvocato Liberato, 81 anni, aveva collaborato alla realizzazione de “La Fuga dei Talenti”. Con l’altruismo che ha contraddistinto una vita passata a dare -sempre- una mano agli altri (nelle vesti di avvocato civilista), aveva accettato di scrivermi la lettera di liberatoria da far firmare ai protagonisti delle storie raccontate nel libro. Aveva così aggiunto il suo personale tassello alla costruzione di un volume che aveva voluto immediatamente leggere, non appena uscì in libreria sei mesi fa. Le righe che ho riportato in apertura di questo “post” sono contenute in un biglietto che mi fece pervenire dopo aver divorato il libro… ovviamente in poche settimane. Più tardi, al telefono, mi disse: “Questo libro lo devi far leggere a tutti i giovani… devono sapere”. Era la sua ossessione, come se vi intravedesse un messaggio in bottiglia che non doveva andare perso. L’avvocato Liberato apparteneva a quella classe di persone che, nonostante l’età, manteneva uno spirito giovane. Per davvero. Un fuoco vivo dentro, che non si è mai veramente consumato. Ed era dunque perfettamente cosciente della necessità di maggiore giustizia sociale, in Italia: una giustizia che passa anche attraverso il ricambio generazionale. A differenza di chi, a 50 o 60 anni, resta ancora ben saldamente ancorato alla poltrona (sottraendo spazio e meritocrazia ai giovani), l’avvocato vedeva proprio nei giovani il futuro necessario di questa nazione.

L’avvocato Liberato se ne è andato la scorsa settimana: ho voluto ricordarlo così, con l’ultimo suo messaggio e l’ultima promessa -questa volta mia- che farò di tutto per portare a quante più persone possibile il messaggio contenuto ne “La Fuga dei Talenti”. “Questo è un libro che devono leggere tutti i giovani”, mi aveva ripetuto come un mantra, con una speranza che infrangeva il comune disincanto di chi -arrivato alla sua età- aveva visto tutto e il contrario di tutto, nella vita. Il disincantato quella volta fui io, quando gli risposi che non possiedo cinque televisioni e una potenza di fuoco mediatica sufficiente a convogliare qualsiasi messaggio io desideri. Anzi, possiedo solo un libro stampato in qualche migliaio di copie. E un blog…

Ma alla fine aveva ragione lui. Prendo quel messaggio come un compito cui adempiere. Arrivederci, Liberato. E grazie di cuore.

Champagne

In Fuga dei giovani on 8 settembre 2009 at 10:53

Oggi possiamo stappare lo champagne: l’Italia è risalita dal 49esimo al 48esimo posto (!) nella classifica mondiale sulla competitività, come annuncia il World Economic Forum. Chissenefrega se la Francia è al 16esimo posto, o la Germania al settimo… La vera novità del 2009 è che il Belpaese -in materia di competitività- lotta nelle prime dieci posizioni della Serie C mondiale. Soffocato da uno dei mercati del lavoro più rigidi del mondo e da un indebitamento pubblico da far tremare i polsi (afferma il WEF). E poi ci si chiede perché i giovani continuino a fuggire…

Fuggono o pensano alla fuga anche i giovani che lavorano nell’ambito della cultura, come denunciava qualche tempo fa un bell’articolo de Il Sole 24 Ore, che sintetizzava la discussione sorta all’interno del blog “Scrittori Precari“. Il dilemma: “Partire o restare”? Claudia Boscolo scrive: “Le radici della cultura italiana affondano nell’esclusione, nella pratica della consorteria, nell’infamia. La situazione attuale non si può considerare una cacciata implicita? Noi si resta qui, ma qualcuno ce l’ha chiesto, forse?” Claudia giustamente si lancia contro molti “intellettuali affermati, che coronati dai successi letterari, godono di tutte le glorie transitorie di qualche editoriale egoico, invece di fare fronte comune e insistere perché qualcosa cambi”. Insiste l’animatore del blog Simone Ghelli: “Una cosa mi ha colpito più di tutti. La mancata reazione da parte di un paio di generazioni (tra cui la mia), alle quali le ultime classi dirigenti hanno praticamente rubato il futuro. E’ la generazione che usiamo definire dei precari, di chi si è ritrovato con la laurea in tasca (e a volte anche il dottorato), a dover scegliere tra la fuga verso un Paese migliore e la prospettiva di rimanere in Italia a fare il primo lavoro che capita”. Completamente d’accordo con te, Simone. Come vedete, la voglia di fuga è trasversale a tutti i settori.

Un accenno, prima di chiudere, a un altro settore cruciale della nostra economia (o così dovrebbe essere, almeno a livello teorico): quello della ricerca. Che significa anche, tradotto in termini un po’ più business, sviluppo e innovazione. Ha riscosso molto successo il “post” che ho pubblicato la scorsa settimana sul rientro dei cervelli. Certo, i numeri fanno impressione… Ma questo è veramente un Paese assurdo. Capace di far rischiare lo sfratto all’istituto di ricerca sul cervello Ebri (fortemente voluto da Rita Levi Montalcini), e poi -come se nulla fosse- annunciare pochi giorni dopo il varo di trenta borse di studio da 200mila euro l’una per far tornare i cervelli (o attrarre ricercatori di chiara fama). Indovinate come il Ministro dell’Istruzione Gelmini ha voluto chiamare il progetto? Ovviamente “Progetto Levi Montalcini”. Perchè questo Paese con una mano quasi ti sfratta, mentre con l’altra ti dedica premi, targhe, vie, strade, piazze. Il problema, Ministro, è anche strutturale: quando questi 200mila euro finiranno, che succederà? Li rispediamo indietro, i “cervelli”? Continueremo nella “commedia delle buone intenzioni”, per dirla con Ferruccio de Bortoli?

Già, perchè, per citare una volta di più il pomposo e monumentale programma di “Rientro dei Cervelli” e il presidente del Consiglio Universitario Nazionale Andrea Lenzi (intervistato da La Repubblica), che lo gestisce, “non c’è stata affatto la folla di domande che ci aspettavamo. Non c’è stata alcuna corsa da parte dei ricercatori emigrati verso l’Italia”. A scanso di equivoci, comunque, l’ultima mazzata agli aspiranti “figlioli prodighi” l’ha tirata proprio la madrepatria: per accettare tutte le 120 domande pervenute (poche, effettivamente) ci volevano 22 milioni di euro. Mentre il budget a disposizione era solo di tre e mezzo. Però… Per tornare alle 30 borse di studio annunciate dalla Gelmini: ma non si potrebbe curare -e bene- un solo programma per i ricercatori di rientro, anziché incentivare la nascita di una miriade di iniziative scollegate tra loro, pronte a finire sul medio periodo nel dimenticatoio per mancanza di fondi, una volta finito l'”effetto annuncio” propagandistico?

La Francia intanto, denuncia il direttore di ricerca al “Centre National de la Recherche Scientifique” Mauro Mezzina, offre ben 1200 nuovi posti di ricercatore l’anno. Andando un po’ più lontano, come spiega sempre a La Repubblica Paolo Pandolfi (direttore del Cancer Center dell’Università di Harvard – USA), basterebbe poter applicare le regole auree di finanziamento “made in Usa”: risorse federali, statali, fundraising (stimolato con una detrazione al 100% dalle tasse). Il tutto unito all’assoluto rigore e severità con cui vengono erogati i fondi. Erogazione che avviene solo dopo un vaglio accuratissimo, a cura di esperti che variano di continuo, per evitare favoritismi e particolarismi, sullo stile di quelli denunciati da Stefano Zecchi in un articolo per il Giornale (clicca qui per leggere).

Chiude con un messaggio di speranza Pandolfi: “Anche in Italia sarebbe possibile tornare ad essere competitivi ed attrattivi, non ci mancano né i talenti né le eccellenze. Basterebbe avere delle leggi quadro, forti e precise. E farle rispettare”.

Pensiero del Weekend 21

In Meritocrazia on 4 settembre 2009 at 14:55

L’ultima iniziativa (in ordine temporale) de “La Fuga dei Talenti”, relativa all’appello al presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, chiamato in causa da questo blog per aiutare a sbloccare il rinnovo generazionale, ha scatenato una valanga di commenti sul portale di social network professionale “LinkedIn”. Di seguito proponiamo i più significativi, in risposta alla domanda:

“ll presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in una recente intervista, ha dichiarato: “Ho fiducia nelle nuove generazioni. C’è un’élite solida di 20-40enni che è pronta a prendere la guida del Paese e dargli un nuovo impulso“. Siete d’accordo? Esiste questa nuova classe dirigente, pronta a prendere le redini di questo Paese immobile? Oppure non è più corretto affermare che le migliori menti di questa classe dirigente emigrano ormai da anni all’estero?”.

Paolo no, alla prima. si alla seconda

Riccardo Quello che dice il presidente emerito della Repubblica Ciampi è vero solo in minima parte. Posto che esista questa élite solida di 20-40enni, di fronte al malcostume nostrano della raccomandazione “all’italiana” (quella all’americana salverebbe il nostro Paese invece di affossarlo), la stessa o ha già preso la strada estera, o si è adeguata trovandosi uno sponsor che gli faccia fare carriera. Per quanto riguarda i 50-70enni che bloccano lo sviluppo italiano, basta vedere le età dei nostri dirigenti pubblici e privati a cui, visti i lauti compensi, basterebbe un solo anno di lavoro per poi godersi una meritata (e dorata) pensione. E che invece rimangono disperatamente attaccati al loro posto di potere.

Giuseppe In Italia non c’e’ mai stata una vera e propria rivoluzione, e se continua così non vedo come potrà mai accadere. Una società che impone il modello del “si deve partire dalla gavetta”, “e’ già tanto se…”, ma dove volete che vada? Purtroppo questi detti comuni sono stati usati per decenni, oramai con il solo intento di tarpare le ali ai giovani, (ri)metterli al loro posto… In generale chi si ribella normalmente se ne va, in cerca di Paesi dove le barriere all’ingresso ci sono sempre, ma almeno non sono imposte dal sistema per mantenere lo status quo ad ogni costo. Il perche’ se ne va e non cerca di cambiare la situazione? Perché generalmente non e’ supportato dalla massa. Chi si espone ci rimette, solo lui. Quindi chi rimane si adegua! All’ex presidente Ciampi….una pregunta por favor… Ma perché si rimandano le azioni correttive SEMPRE e SOLO alle future generazioni? Troppo semplice!!!

Michele Nella mentalità italiana è insita la seconda risposta….istintivamente tutti noi propendiamo a ritenere più affidabili degli esperti/professori/dirigenti di una certa età ed esperienza, piuttosto che giovani seppur brillanti… E’ come se “non ci fidassimo” del giovane talento!

Valerio Purtroppo in Italia la generazione di centro ha 2 problemi. La vecchia generazione non molla i privilegi acquisiti. Non c’è dunque motivazione: per un ventenne italiano è più facile scaldare i banchi universitari che darsi da fare. C’è anche da dire che, a differenza di altri Paesi, è praticamente impossibile costruirsi una vita fuori dal focolare familiare (in Francia le giovani coppie hanno sovvenzioni da capogiro per le case…)

Francesco La vecchia generazione schiaccia sicuramente quella nuova. Il dirigente è 1 su 10000, quindi è facile cadere nel tranello dei giovani svogliati. Mancano catalizzatori per i volenterosi, gli instancabile e le menti brillanti. Dopotutto, perché mollare nel momento in cui si ottiene quello che si vuole con il minimo dello sforzo? In altri paesi la gioventù è sovvenzionata. Da noi è castigata, anche se credo che il lassismo universitario derivi più dalle pessime prospettive future e dalla mancanza totale del concetto meritocratico.

Riccardo Magari ci sono, ma il problema e’ che hanno lasciato l’Italia da un bel po’. Decisamente non sono interessato a lasciare la credibilità ed il rispetto guadagnati per gente che non sa cosa significa apprezzare, crescere e guardare a dopodomani invece che ad oggi.

Ezio Laddove ci sono privilegi diffusi di cui gode una “casta” (la vecchia classe dirigente), l’unico modo per toglierli e sbloccare la situazione è rivolgersi ad un’autorità superiore. Ma qual è l’autorità superiore alla nostra vecchia classe dirigente? Il consiglio Europeo di Bruxelles? Non credo che la fine dei privilegi della Casta finirà con semplici applicazioni di normative europee, sono pessimista: temo che l’Italia dovrà attraversare una grave crisi ,per sbloccare questa situazione cristallizzata.

Aggiungo che il Tg1 di oggi, col solito stile della “curiosità” (approfondire è pericoloso, giornalisticamente parlando), ha dato una notizia interessante, benché già nota. Sono in aumento i giovani italiani che si iscrivono alle università britanniche. La fuga, come già anticipato mesi fa su questo stesso blog, inizia ormai fin dall’università.

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