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Seconda Puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 30 gennaio 2010 at 09:00

Nuovo appuntamento oggi con “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che porta on air il mondo della nuova emigrazione italiana. Oggi la storia di una donna medico espatriata in Svezia, insieme al marito meteorologo.

Appuntamento alle 15 (CET) su Radio 24! Intanto siete tutti invitati a dibattere sul “tema della settimana”: In cosa si differenzia il concetto di meritocrazia in Italia e all’estero? Quanto è diverso il processo selettivo, come cambia il concetto di raccomandazione o segnalazione? Inviate le vostre risposte a: giovanitalenti@radio24.it

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Neolaureati senza futuro?

In Lettere e Proposte on 29 gennaio 2010 at 09:00

Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di Simone, lettore del libro e del blog: riflessione amara, molto amara. Una riflessione critica, che vuole però essere anche costruttiva. Che spiega, con esempi, perché l’Italia non sia un Paese per giovani bravi e ambiziosi. Per fortuna esistono delle splendide eccezioni alla realtà sotto descritta: ma è il contesto generale che deve preoccupare. Prendiamo questa lettera come un messaggio in bottiglia: un messaggio che indica la rotta per diventare competitivi e sfruttare appieno le nostre giovani intelligenze. Altrimenti il finale è già scritto. Un finale “scontato”, ma terribilmente vero (lo potete leggere in fondo alla lettera):

“Quando un laureato esce dall’università si mette a cercare lavoro: ipotizziamo che in media questo lavoro lo trovi… magari non è perfettamente attinente con ciò che ha studiato, o forse sì, ma non è questo il problema. Ciò che conta di più è rappresentato dal contesto in cui andrà a lavorare. L’azienda media italiana è piccola, molto piccola, spesso non è pronta a ricevere un neolaureato, non lo conosce, non sa bene chi sia e che cosa abbia imparato all’università, anche perché i contatti tra imprese ed atenei sono ancora ad un livello troppo basso, sebbene spesso si faccia ricorso allo strumento dello “stage”. Uno dei pensieri che aleggia di frequente nelle menti di molti imprenditori e manager è che “all’università si studia troppa teoria che non serve a nulla”. Bene, forse è vero, si studia molta teoria, o meglio si studiano spesso concetti decontestualizzati, rispetto alla realtà pratica. Quello che spesso si ignora però è che la teoria, proprio perché tale, può essere anche applicata alla pratica: la forma mentis del laureato medio dovrebbe essere sufficientemente predisposta a fare questo. Ma ora arriva il problema, un grosso problema. Ammettiamo che il laureato abbia trovato un posto di lavoro nel suo ambito, magari in quello a cui ha dedicato anche la tesi: presto si accorgerà che -di quello che ha studiato all’università- potrà applicare nel suo lavoro solo una piccola parte. Le ragioni di tutto ciò sono da ricercarsi nelle dimensioni delle aziende italiane e nella cultura aziendale tipica della nostra Penisola.

Le aziende spesso non richiedono tutto ciò che è stato studiato all’università, anzi metodi e tecniche “moderne” vengono viste di sovente come elementi di destabilizzazione dello status quo. Capita di frequente che i colleghi ed anche i superiori del neo-dottore non siano laureati: con questo, ovviamente, non si vuole sostenere che la laurea possa essere un diretto metodo di valutazione dell’intelligenza e delle capacità. Quello che preme sottolineare è che purtroppo, troppo spesso, un laureato si trova a parlare di concetti che non vengono capiti appieno dai colleghi. In questo modo tutta la sua conoscenza, fresca di studi, ancora ben impressa nella sua memoria, non viene sfruttata. Il talentuoso non si può confrontare, non può mettere sul tavolo le proprie conoscenze e non ha modo di applicarle, anzi addirittura in taluni casi il suo sapere viene visto come una minaccia. Il talentuoso diventa frustrato. Questo passaggio implica per le aziende italiane (e per il neo assunto naturalmente) la compromissione del talento di molti giovani, che se non sfruttato proprio nel momento iniziale della carriera viene perso o comunque rallentato ed ostacolato. Certamente il neolaureato non ha esperienza, ed è proprio questa che viene richiesta dalle aziende, che non hanno tempo di fare formazione e apprendistato. Non intendono investire, anche se sarebbe il momento giusto per combinare le conoscenze apprese all’università con la pratica lavorativa, portando innovazione e nuova cultura sul posto di lavoro. Tutto ciò compromette anche la competitività delle aziende italiane, e non le fa decollare verso sistemi di gestione più moderni, che magari potrebbero permettere loro di crescere meglio, creando un contesto di lavoro più aperto e più incline alle novità e al cambiamento, che sempre di più caratterizza la nostra epoca.

Questo modo di agire fa pensare che in realtà, nonostante il numero di laureati in Italia sia inferiore alle medie dei Paesi sviluppati, non vi sia la reale necessità di personale altamente formato, ma che al contrario -per molte posizioni lavorative- una laurea possa essere quasi dannosa. Quante volte un talentuoso laureato si è sentito dire che il suo profilo è troppo elevato?

Assodato che la laurea sia necessaria per alcune professioni, per altre è quasi inutile. Il diplomato sta mediamente “più composto” del laureato, fa meno domande, ha una conoscenza delle materie di lavoro che normalmente è meno vasta.

Così ad un certo punto il talentuoso si stufa, e col tempo -ne basta poco- incomincia ad involvere, tanto il suo sapere serve a poco o a nulla. L’humus italico non è il migliore per crescere, il contesto lavorativo è fondamentale proprio nel momento in cui si esce dall’università, è in quel preciso istante che possiamo iniziare a “fabbricare” la nuova classe dirigente. Purtroppo però l’azienda media è piccola e spesso male organizzata, anche se, grazie ad una capacità tutta italica, riesce comunque a cavarsela, anche nelle avversità. Ma cavarsela non significa competere. Questo è un treno importantissimo che stiamo perdendo, o che forse abbiamo già perso. La classe dirigente attuale non è affatto lungimirante, non scommette sui giovani, manca di apertura mentale e di cultura, non sfrutta la conoscenza del neolaureato, che andrebbe combinata al meglio con l’esperienza pratica. La relazione sarebbe win-win, tutti ci guadagnerebbero, non c’è nulla da perdere!

L’Italia non è un “Paese per laureati”… per sua scelta: l’hanno deciso, e lo stanno decidendo, migliaia di imprese con comportamenti miopi, l’eccessiva attenzione al breve periodo crea mancanza di fiducia nel nuovo arrivato, che spesso non ha nemmeno la possibilità di cimentarsi in attività che sarebbero alla sua portata, e -perché no!- in attività nuove, in cui si potrebbe buttare. Questa è tristemente l’Italia per chi è sfortunatamente bravo, capace e volenteroso. Non vi è da meravigliarsi se poi si fugga all’estero“.

Simone

Pessimismo

In Giovani Italians on 27 gennaio 2010 at 09:00

Complimenti! Il sistema-Italia ha prodotto un altro risultato a dir poco entusiasmante: una ricerca mondiale sulle giovani generazioni, effettuata da Gallup e presentata nei giorni scorsi al Meeting Mondiale dei Giovani (Bari), ha messo nero su bianco i seguenti risultati. Leggiamo un passaggio dell’Agenzia di Stampa Ansa: “La maggior parte dei giovani europei ha perso ottimismo riguardo al futuro, e il 64% di loro ritiene che la vita sara’ molto piu’ dura per le generazioni a venire. In questo quadro, gli italiani sono tra i piu’ pessimisti del globo. Nella maggior parte dei Paesi la maggioranza ritiene che il futuro portera’ sempre piu’ disuguaglianze e meno lavoro. I due terzi dei giovani europei pensano insomma che il periodo delle vacche grasse sia finito, e in cima alle preoccupazioni, nell’immediato, c’e’ la disoccupazione: ”il 22% – ha spiegato Manchin – ha paura di non poter mantenere il posto di lavoro. Anche per i giovani italiani in cima alle preoccupazioni c’è la disoccupazione, che è una priorità per il 28%, seguita dalla perdita del potere di acquisto (16%). E tutte queste paure si traducono in una speranza al lumicino nel futuro: i ragazzi italiani sono al 118esimo posto nel mondo – con appena il 44% di ottimisti – su un totale di 150 Paesi. Il Paese con la piu’ alta percentuale di giovani ottimisti e’ il Turkmenistan (87%), all’ultimo posto il Togo (19%)“.

Il 44% di ottimisti… beh, è un dato che fa abbastanza sorridere. A quale percentuale dovremo scendere, prima che cambi qualcosa? Che si instauri un vero regime meritocratico, che si dissolva questo tappo gerontocratico che ci avvolge, che si avvii una vera e propria “circolazione dei talenti”, da e per l’Italia?

Intanto osserviamo i dati: l’Osservatorio sull’Occupazione della Commissione Europea, confermando tutti i numeri degli ultimi mesi, ha messo nero su bianco come “la disoccupazione in Italia sia cresciuta abbastanza moderatamente”, con un tasso rimasto inferiore alla media degli altri Paesi Ue. Bruxelles spiega anche perché, elencando i due motivi principali: la cassa integrazione, che ha “congelato” molti posti di lavoro, e gli incentivi alla rottamazione, che hanno garantito aiuti massicci ad alcuni settori industriali. MA, prosegue lo stesso rapporto, l’Italia è anche il Paese -insieme alla Spagna- colpito in maniera più consistente dalla crisi occupazionale. E le prime vittime sono proprio i giovani: il 26,5% di quelli italiani (“under 25”) sono disoccupati. Più 2,9% rispetto al 2008… ma soprattutto +5,1% rispetto alla media europea.

Il “Corriere della Sera” qualche giorno fa aggiungeva altri dati, da brividi: “Siamo l’economia avanzata nella quale la minoranza costituita dai giovani ha pagato il prezzo più alto della recessione, e continua a farlo. Statisticamente, le generazioni nate tra il 1974 e il 1994 hanno assorbito l’intero costo della più grave crisi economica del Dopoguerra“. Questo, sia in termini di occupazione che nei livelli di retribuzione. Si sono sobbarcati quasi in toto il peso della crisi, alleggerendo il carico di padri e fratelli. Secondo l’Ocse non c’è proprio nulla da fare: siamo peggio di tutti, anche della Spagna. Ma in tv non ve lo diranno mai… non contateci. I giovani italiani sono pochi, molti di quei pochi alla fine emigrano. Per cui alle urne non contano… Leggetevi l’articolo, please.

Non c’è quindi da stupirsi troppo se -con 31 anni per gli uomini e 29 per le donne- l’Italia sia il Paese europeo con l’età più alta di uscita dalle mura domestiche: secondo l’Istat, nel 47,8% dei casi questo avviene per difficoltà economiche. Certo, a fare la differenza coi tanto celebrati Paesi nordici, contribuisce pure un fattore di stampo culturale. Il matrimonio -spesso- prevale sull’esigenza di conquistarsi una propria autonomia. Il Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, con perfetta coerenza (anche lui infatti reo confesso di essere un “ex bamboccione”), propone provocatoriamente di imporre un’uscita di casa per legge a 18 anni. Domenica ha aggiunto un’altra proposta: incoraggiare questa uscita di casa con 500 euro mensili, da sottrarre alle pensioni di anzianità. Peccato che probabilmente non ci credeva neanche lui a questa idea… se consideriamo che Palazzo Chigi (i.e. il premier Berlusconi) provvedeva a “stopparlo” nel giro di poche ore. Se non considerasse la tv come un terzo ramo del Parlamento, Brunetta potrebbe persino vantarsi di aver toccato un nervo scoperto del “welfare state” italiano, nei fatti completamente sbilanciato a favore degli “over”, a danno degli “under”. Che occorra un riequilibrio è sensato, per una volta i sindacati potrebbero aprire una seria discussione sul tema, anziché difendere sempre e solo i pensionati. Per quanto riguarda invece Brunetta, potrebbe cominciare a dare per primo il buon esempio: potrebbe ad esempio fare -e bene, se può- un solo lavoro, quello di Ministro. Portando in Parlamento le sue proposte, aprendo una discussione seria sul tema dei giovani e operando dal di dentro delle istituzioni per cambiare in positivo l’Italia. Lasciando perdere le comparsate televisive e smettendo di sognare un incarico da sindaco a Venezia. In Italia sono in troppi a predicare bene e razzolare male… Anche questo significa “cambio culturale”.

In un Paese che gira troppo spesso al contrario, può così persino accadere che un Governatore di Regione venga indagato, dopo aver osato mettere in discussione la mancata nomina a primario di un luminare della medicina, con cattedra a Boston e una sfilza di titoli accademici. Al posto suo, ammette in alcune intercettazioni l’Assessore alla Sanità di quella stessa regione, ci doveva andare evidentemente qualcun altro, appoggiato da ambienti politici e forse pure massonici. Questa è l’Italia, signori: l’Italia dove tutti stanno al posto sbagliato. Anche negli ospedali dove vi operano. E raramente sono giovani di talento. Già… il “micromondo Italia”.

Due soluzioni restano sul piatto: la prima, la ripetiamo da mesi, andare all’estero, in Paesi più giovani e di provata meritocrazia. La seconda… e qui “rubo” una frase al giornalista Giorgio Bocca, tenere sempre la schiena dritta. Porre delle “red lines” ben definite: “In gioventù, quando ero forte e presuntuoso, elaborai una teoria rarissimamente vincente e spessissimo micidiale. Dissi e scrissi che, per fare carriera, per salire nella scala del potere, era necessario contraddire il padrone, se si voleva restare uomini di verità. Ma è un gioco alla roulette russa“. Rien ne va plus, amici!

Here we go!

In Storie di Talenti on 25 gennaio 2010 at 09:00

Ha preso il via sabato 23 gennaio il nuovo programma di Radio 24 “Giovani Talenti“, condotto e curato da Sergio Nava, e totalmente incentrato sulle storie dei giovani professionisti “under 40” che hanno deciso di lasciare l’Italia, per cercare quella realizzazione professionale che in patria non avrebbero potuto ottenere.

La prima storia che abbiamo raccontato è stata quella di Andrea Turra, pianista trentenne di Milano, emigrato in Francia per potersi affermare: recentemente ha ottenuto un contratto come pianista del Corpo di Ballo dell’Opera di Parigi. Con lui in onda il direttore del Conservatorio di Milano, il professor Bruno Zanolini.

Questa invece la lettera che mi inviò a metà dicembre il protagonista della puntata, attraverso il blog “La Fuga dei Talenti”: “Salve, mi chiamo Andrea Turra, ho trent’anni e sono pianista. Vivo da tre anni in Francia, e di recente ho vinto il concorso come pianista del Corpo di Ballo dell’Opera di Parigi. Inutile dire che in Italia non c’era nessuna opportunità per me, né nel campo concertistico né dell’insegnamento. L’Opera di Parigi mi offre un contratto a tempo indeterminato, cosa che un grande teatro italiano, come per esempio La Scala, non è nemmeno autorizzato a fare (!). Il concorso di recrutamento è stato pulitissimo, non conoscevo nessuno del teatro né della commissione che mi ha giudicato. Sono certo che in Italia, nonostante le mie qualità, non avrei potuto vincere alcun concorso senza la classica ‘raccomandazione’. Il rispetto del lavoro, soprattutto nel campo della cultura e delle attività artistiche, è qualcosa che noi italiani non riusciamo neanche ad immaginare. Ed è triste pensare che invece, fino ad una trentina di anni fa, potevamo rivaleggiare a livello di opportunità per i musicisti con tutte le grandi nazioni europee… Francia, Germania, Inghilterra. Tornare in Italia? Mai”.

Ascolta la puntata collegandoti alla pagina di “Giovani Talenti” sul sito di Radio 24: CLICCA QUI

La prima discussione lanciata in trasmissione: Perché decine di migliaia di giovani lasciano l’Italia ogni anno? Per un miglior salario? Per migliori prospettive di carriera? Scrivi la tua a: giovanitalenti@radio24.it

SEI UN GIOVANE “UNDER 40″ ESPATRIATO ALL’ESTERO? VUOI RACCONTARCI LA TUA STORIA? Per contattare la trasmissione: giovanitalenti@radio24.it

Alla prossima puntata: sabato 30 gennaio, dalle 15 alle 15.30 (CET), su Radio 24. Vi aspetto!


+++”Giovani Talenti” su Radio 24+++

In Fuga dei giovani on 21 gennaio 2010 at 09:00

Prende il via questo sabato su Radio 24 il nuovo programma di Sergio Nava “Giovani Talenti”: un viaggio, questa volta radiofonico, nel mondo dei giovani professionisti emigrati.

UPDATE: L’ORARIO DELLA TRASMISSIONE -NEL 2011- E’ STATO SPOSTATO: DALLE 13.30 ALLE 13.55 (CET)

Ogni sabato, dalle 15 alle 15.30, una storia diversa. Per raccontare la “Nuova Emigrazione” italiana.

Dal sito di Radio 24: “Decine di migliaia di giovani lasciano ogni anno l’Italia. Si tratta molto spesso di laureati, appartenenti a tutte le categorie professionali. Provenienti dal Nord e dal Sud del Paese. E’ un’emigrazione di élite, lontana anni luce da quella degli inizi del XX° secolo. “Giovani Talenti” porta in radio per la prima volta le loro storie: il faticoso percorso lavorativo in Italia, l’occasione all’estero e l’espatrio. Le difficoltà da superare oltreconfine, fino all’affermazione finale. La trasmissione punta a rispondere alla domanda fondamentale: perché se ne vanno? E cosa dovrebbe cambiare in Italia, affinché restino… o tornino?

Il link alla pagina web del programma: CLICCA QUI

Le frequenze di Radio 24: CLICCA QUI

Il Podcast di Radio 24 (per chi volesse ascoltare la puntata registrata o si trovasse all’estero): CLICCA QUI

SEI UN GIOVANE “UNDER 40” ESPATRIATO ALL’ESTERO? VUOI RACCONTARCI LA TUA STORIA? Per contattare la trasmissione: giovanitalenti@radio24.it

Vi aspetto sulle frequenze di Radio 24!

 

Sergio Nava

Stipendi Italiani ed Emigrazione: il Web risponde

In Declino Italia on 20 gennaio 2010 at 09:00

Nelle scorse settimane, sull’onda di una interessante notizia pubblicata dal “Corriere della Sera”, ho lanciato una provocazione delle mie sul portale di networking professionale LinkedIn. Che recitava così: “Gli stipendi netti in Italia sono al 23esimo posto nella classifica Ocse dei trenta Paesi più industrializzati, considerando il salario netto (21.374 dollari). Salgono al 22esimo, considerando invece quello lordo (30.245 dollari). Rispetto alla media UE-15, i nostri stipendi risultano inferiori addirittura del 32,3%.  Domanda/e: l’Italia è un Paese nel quale vale la pena investire negli studi e nella carriera, per un giovane? E’un Paese che premia il merito, anche sottoforma di titolo di studio? Non è forse più risolutiva l’idea di una fuga all’estero, se si è under-40?”

Ecco alcune delle decine di risposte pervenute, segno del notevole interesse che il tema generai tra i professionisti:

Giancarlo: Io vivo in Svizzera, in Canton Grigioni italiano e lavoro nell’alto Ticino. il costo della vita è mediamente più elevato di circa il 12% rispetto al Nord Italia. Ho vissuto 30anni a Milano, e vi dico che è più cara di Lugano, Bellinzona, Chur, Luzern, Sangallo, che sono città che conosco bene. Nonostante io viva nel territorio di lingua italiana, in un bellissimo contesto paesaggistico con montagne e laghi, il business va bene, la crisi ha portato solo un 4,7% di disoccupazione, e gli stipendi sono il TRIPLO dell’Italia, con una tassazione di META’ dell’Italia. Non credo di vedere un bel futuro nel nostro Paese: sono solo preoccupato per i miei figli rimasti lì, che non vogliono sentire ragione a spostarsi all’estero… e per tutti i figli e i giovani che sono il futuro di un Paese che non ha futuro.

Valter: ho lavorato fino a 2000 in Italia, poi ho deciso -per incrementare il mio bagaglio culturale- di andare all’estero, acquisendo professionalità che qui in Italia non possono essere spese per mancanza di “budget” da parte delle nostre aziende e per mancanza di metodologie organizzative. Sono ritornato nel 2008 prima della crisi, ma sono stato costretto a lavorare come consulente! Sono stato presentato da società di Selezione di Alto Livello per posizioni in cui ero maledettamente qualificato, ma sono sempre arrivato “secondo” – preferivano un candidato che non si era mai mosso dall’Italia o meglio dalla sua Provincia, cosa potremmo dire in questi casi? La meritocrazia lascia spazio ai “localismi” … qui nel trevigiano non si assume uno di Padova … mentre io riesco da qui a trovare lavoro in un altro Paese! Cosa c’e’ di sbagliato in questo Paese? Ora sono costretto a re-uscire con la famiglia, ma non più per motivi professionali: solo perche questo Paese dà “lavoro ad incompetenti”, che parlano il dialetto del luogo, invece di tre lingue a livello professionale! Questa volta me ne vado per sempre.

Elisa: Mi sono laureata in Italia e ho lavorato in Italia per i primi 8 anni presso società internazionali. Nel 2007 ho deciso di accettare un nuovo lavoro in Irlanda, stanca di lavorare a Milano 12 al giorno per uno stipendio appena dignitoso, ma soprattutto stanca del fatto che la meritocrazia non esiste. All’estero mi sono state date opportunità di crescita impensabili in Italia, e -conseguentemente- riconoscimenti. L’esperienza all’estero e’ comunque e soprattutto raccomandabile per l’interscambio culturale che fa crescere non solo professionalmente ma personalmente.

Lorenzo: Quando lavoravo per una piccola industria chimica molto italo e poco americana e viaggiavo per l’Europa del nord colloquiando amabilmente con olandesi, belgi-fiamminghi, tedeschi, danesi, scandinavi e simili non sono mai riuscito ad incontrare ingegneri o chimici che guadagnassero meno del sottoscritto, pur considerando rimborsi, trasferte e quant’altro; statunitensi e canadesi non li ho citati, per pudore. Vorrei essere più esplicito io dirigente d’azienda, italiano della Padania (dove ci raccontano che gli stipendi sono maggiori a causa del costo della vita), guadagnavo sempre meno di qualunque impiegato nordeuropeo.Attenzione, da buon bresciano ho sempre tenuto medie di 220-260 ore al mese di lavoro e ferie al minimo, mentre all’estero il concetto di ore straordinarie è del tutto capovolto.

Adriano: l’Italia sta subendo, a mio parere, una retrocessione di cui nessuno parla: stipendi bassi, qualità scadente degli ambienti lavorativi, bassa qualità del lavoro, precarietà (modello tutto italiano visto che anche qui scopiazziamo ma male), tasse alte (si veda quanto di uno stipendio va “buttato” in tasse per avere dei servizi sempre più scadenti), servizi pessimi, rapporti con le istituzioni inesistenti… insomma EMIGRARE certo, ma con le dovute precauzioni dato che all’estero le cose funzionano meglio, sì, ma è bene mettere in guardia chi si appropinqua, poiché “non è tutto oro quello che luccica”. Io sono da poco emigrato e dove sono mi trovo di gran lunga meglio, per il momento. Saprò essere più preciso nel prossimo futuro.

Leonello: Si, forse e’ anche un po’ tardi per migrare. Io sono molto over 40, e vivo in Cina da diversi anni. Aggiungerei una nota particolare sulla Cina: uno stipendio netto intorno ai 1.000 Euro era un sogno per molti giovani laureati cinesi fino a qualche anno fa. Ora e’ alla portata di molti giovani manager con qualche anno di esperienza. Purtroppo e’ diventato ora un sogno per molti giovani neo laureati italiani.

Alessandro: sono da poco emigrato in Cina e il rapporto stipendio/costo della vita e’ infinitamente favorevole rispetto all’Italia. In Italia vive ancora bene chi ha un’attività propria o una professione che gli permette di beneficiare di “agevolazioni fiscali” più o meno lecite. Purtroppo per un manager o per un lavoratore dipendente che paga tutte le tasse, soprattutto se vive in una città tipo Milano o Roma con costi della vita paragonabili alle altre capitali europee, quello che rimane in busta paga spesso non e’ sufficiente a mantenere un livello di vita accettabile e consono all’impegno lavorativo sostenuto. Ad un giovane che sta entrando nel mondo del lavoro suggerirei di adoperarsi in ogni modo per tentare di andare all’estero: nei Paesi emergenti c’e’ spazio per la creatività e la flessibilità italiana, e la qualità della vita può essere superiore, a patto che ci sia la disponibilità ad adattarsi a cultura e sistemi diversi.

Francesco: Io ho studiato in Italia, ma appena finiti gli studi sono emigrato. Il buffo e’ che si va pensando di rientrare dopo qualche anno, ma una volta di nuovo nel Belpaese la tentazione di ripartire e’ forte. In ogni caso con la globalizzazione i lavori vanno lì, dove la forza-lavoro costa poco. Tipicamente hardware in Cina, software in India e cosa rimane nei Paesi avanzati sono i servizi. Circa la flessibilità, quella l’ho scoperta in America, con i suoi effetti sia positivi che negativi.

Alessandro: Lasciare l’Italia per l’estero, per crescere in esperienza professionale è un’ottima motivazione. Bisogna però considerare che non sempre tale esperienza è rivendibile proficuamente in Italia, per cui una volta partiti è ben difficile tornare, se non altro perché si è contratto un altro “modus laborandi”.

Federico: In Italia essere qualificati è controproducente. Personalmente tre anni fa ho cambiato lavoro e durante la ricerca mi sono sentito dire che “sono troppo qualificato”. La corsa al contenimento dei costi a tutti i costi (scusate il gioco di parole) è iniziata negli anni ’90 e continua tutt’oggi, anche a discapito della qualità della produzione. Confido però nel trovarci in un punto di minimo, e che nei prossimi anni vengano nuovamente rivalutate le parole “professionalità” e “preparazione”. In qualunque caso, per coloro che lavorano nel mondo IT, la globalizzazione informatica della Rete apre interessanti opportunità.

Andrea: Non credo la laurea aggiunga un granché all’aspirazione di carriera in Italia, dove il contesto industriale è formato da piccole-medie imprese, spesso a carattere padronale, e una qualifica elevata viene spesso vissuta dalla dirigenza come una minaccia, anziché una opportunità. Credo però che la laurea offra una grande opportunità di apertura mentale, specie se unita ad un soggiorno all’estero già durante gli studi, oltre a una legittima speranza di trovare una occupazione più aderente alle proprie aspirazioni.

Leonardo: I numeri della statistica mostrata sono amari. Per di più se associati alla competitività di alcuni settori, in netta e costante diminuzione – e più in generale a quella del sistema-Paese. Un’esperienza all’estero è importante per tutti noi, ma l’emigrazione di massa è solo una giusta provocazione. Un’altra provocazione: cosa fare per non essere forzati ad emigrare in un futuro? Come difendere e rafforzare le nostre eccellenze, come crearne di nuove, con una visione strategica dei settori da presidiare e sviluppare? Come favorire l’innovazione? Io all’estero ci sono stato, e non escludo di tornarci… ma il futuro nostro e della prossima generazione di italiani lo vogliamo costruire qui.

Fortunato: A mio avviso il “problema” è legato alla politica dello stato Italiano…. è uno Stato che non investe in cultura e ricerca, e ciò “azzera” un po’ il valore di certe lauree o percorsi professionali…. io ho lavorato all’estero per metà della mia carriera ormai, ed in Italia ora ci vivo soltanto…. Non credo che in questo momento sia una nazione che può valorizzare chi -come noi- ha un background internazionale. La Svizzera non paga male ed in più ha una struttura socio-lavorativa che premia chi ci sa fare. Italia mia ti amo, però….

Enrico: Quello che considero una stortura è che in media in Italia un carrozziere guadagna almeno il doppio di un ricercatore (lascio decidere a voi chi potenzialmente contribuisce maggiormente al PIL). Inoltre, specie nel pubblico, dove lavoro, le opportunità di appagamento dal proprio lavoro non sono limitate tanto da aspetti economici, quanto da aspetti quali la totale disorganizzazione e mancanza di serietà di molti amministratori, e la sensazione che non interessi a nessuno se tu fai bene le cose.

Mario: In Italia i giovani che investono sugli studi e sulla carriera sono una esigua minoranza. Basta leggere le statistiche sul rapporto tra iscrizioni alla scuola elementare e all’università in Italia e nel mondo. La stragrande maggioranza (al sud come al nord) abbandona gli studi dopo la scuola dell’obbligo o dopo il diploma. Questa minoranza di volenterosi dovrebbe considerare almeno l’Europa (vecchia e nuova) come possibile futuro sbocco occupazionale. Se non lo farà, precipiterà in una inevitabile spirale di frustrazione e di mancanza di sbocchi professionali adeguati e coerenti. Per questo non parlerei di “fuga all’estero”, ma di necessità di costruirsi un futuro là dove è possibile.

Francesco: Credo che l’ economia italiana sia in declino irreversibile, perché da un lato l’ economia industriale e’ tramontata, dall’ altro l’attuale classe dirigente ha una paura fottuta della “knowledge” in generale e della “knowledge economy” in particolare. Se i prezzi e i salari servono a segnalare qualcosa … Credo che il futuro sarà a pelle di leopardo, con piccole macchie di conoscenza seminate qua e là da persone determinate e volonterose, in un mare di progressivo imbarbarimento. Tenetevi forte…

Raccontaci la tua storia: storietalenti@gmail.com

…Continuavano a chiamarli “Talenti in Fuga”…

In Fuga dei giovani on 18 gennaio 2010 at 09:00

Oggi scaviamo a fondo, nel tema dell’emigrazione dei giovani laureati. Vi porto due situazioni molto diverse tra loro, entrambe però sintomo di una vera e propria emergenza sociale:

VENETO: Secondo lo studio della Regione Veneto (già, proprio il ricco Nordest), i giovani italiani hanno spostato negli ultimi anni sempre più all’estero la ricerca di lavoro. O meglio, di un lavoro in linea con il proprio percorso di studi, accompagnato da retribuzione appropriata. Lo studio evidenzia come il 54% dei cittadini italiani residente all’estero sia “under 35”, e fa presente come il fenomeno della mobilità investa anche le regioni del Nord, in misura sempre crescente: il 3% dei laureati veneti espatria, oltre la metà di loro considera molto improbabile un ritorno. Molti di questi sono occupati nei rami scientifico e tecnologico: già, il futuro… Per capire perché mollino gli ormeggi basta guardare gli stipendi: se in Italia un laureato -dopo cinque anni- percepisce in media 1350 euro, all’estero andiamo sopra i 2100 euro (!!!) Per questo, se il 69% dei giovani laureati veneti sogna un rientro a casa, il 67% non prevede però di farlo entro i successivi due anni. Meglio restare, nell’ordine, in: Gran Bretagna, Francia, Spagna e Stati Uniti. Per chi volesse saperne di più, cliccate qui .

SUD: Qui l’emigrazione è doppia, non solo verso l’estero, ma anche verso il Nord. Con un impoverimento mostruoso del Mezzogiorno, in termini di “cervelli”. Secondo un recente studio di Bankitalia, tra il 2000 e il 2005 hanno lasciato il Sud ben 80mila dottori. Sono ragazzi istruiti: si dirigono verso il Centronord, mentre il Mezzogiorno perde ulteriore capitale umano, “impoverendosi della dotazione di uno dei fattori chiave per la crescita socio-economica regionale”. Ma che i tempi siano cambiati lo evidenzia un altro dato della stessa ricerca: se prima l'”emigrato” manteneva la propria famiglia di origine, ora avviene spesso il contrario. “I nuovi rapporti di lavoro e la diffusione dei contratti a termine hanno inciso sulla mobilità geografica, rendendo più incerto il rendimento atteso dallo spostamento”. Tradotto in parole povere: se prima andare al Nord significava un buon contratto e un buon stipendio, ora il più delle volte significa contratto precario e stipendio inferiore agli standard europei. E l’Italia continua a staccarsi dall’Europa…

Un consiglio ai giovani del Sud: se intendete emigrare cominciate a guardare all’estero, come fanno pure i vostri coetanei veneti. E’ il “Titanic Italia” che rischia di affondare. Tutto assieme.

… E la nave non va più“, si potrebbe dire, parafrasando una celebra canzone: il servizio studi e ricerche di Intesa San Paolo segnalava pochi giorni fa come l’Italia soffra di un gap di crescita dell’11% (pari a 700 miliardi di euro di mancata crescita!) rispetto ai Paesi dell’Eurozona. Una cifra davvero mostruosa…

Qui l’assioma “Non è un Paese per giovani” è certificato dall’Istat: nel Belpaese ci sono 143 anziani ogni 100 giovani. In Europa ci batte solo la Germania. Ma non solo: questo è un Paese dove l’impresa resta “micro”, con tutti i problemi conseguenti di assunzione di personale laureato. La media è di quattro addetti: peggio di noi solo Portogallo e Grecia. E’ anche un Paese dove -soprattutto al Sud- trionfa il “lavoro nero”. E dove, per aggiungere il danno alla beffa, pur essendo metà degli adulti privi di laurea, i giovani (quelli veri e con laurea nel cassetto) sono costretti ad emigrare in misura sempre maggiore all’estero.

Forse il Ministro del Welfare Sacconi, anziché invitare i giovani ad andare a fare raccolta agricola (magari con una laurea in Giurisprudenza nel cassetto, perché no?) dovrebbe cominciare a riflettere, insieme all’opposizione, su come sia possibile evitare questi dati. Per intanto il Ministro allo Sviluppo Economico Scajola annuncia un interessante “Piano per il Sud”, che comprende sgravi fiscali per far tornare a lavorare a casa i giovani meridionali, espatriati al Nord o all’estero. Staremo ovviamente a vedere (contano i fatti, non gli annunci, come regola generale), ma forse non sarebbe male inserirlo in un quadro più ampio e “nazionale”, come proposto dalla bozza di legge bipartisan di “Controesodo“. Il fenomeno non è solo meridionale: l’espatrio massiccio di giovani professionisti riguarda tutta l’Italia. Per i motivi illustrati sopra.

…Continuavano a chiamarli Talenti in Fuga…

Storie di Talenti/13

In Storie di Talenti on 15 gennaio 2010 at 09:00

“La Fuga dei Talenti” prosegue nella sua iniziativa per dar voce alle migliaia di giovani italiani espatriati: raccontaci la tua storia, spiegaci perché te ne sei andato, perché hai lasciato l’Italia e come vivi oggi. Soprattutto, come vedi e percepisci l’Italia dall’estero? Quali sono le maggiori differenze -in termini lavorativi e di qualità della vita- tra il Paese dove risiedi e il nostro?

+++Invia la tua storia (20-30 righe) a storietalenti@gmail.com: sarà pubblicata su questo blog+++

OGGI OSPITIAMO LA STORIA DI PAOLO, EMIGRATO NEGLI STATI UNITI

“Sono cresciuto in un piccolo paese della provincia di Vicenza, dove un giorno vorrei ritornare. Ho sempre visto la mia vita come un percorso circolare: viaggiare, visitare il mondo, confrontarmi con culture diverse e alla fine mettere tutto in una valigia, e tornare a casa.  Per ora diciamo che, in questi primi ventisette anni della mia vita, sono abbastanza riuscito a “viaggiare”, come sognavo di fare. Ma ad oggi non so se tornerò a casa: non ve ne sono le condizioni.

Ho 27 anni, sono ricercatore di strategia aziendale alla Wharton School, University of Pennsylvania. Parlo 5 lingue, so utilizzare complessi programmi statistici ed econometrici, e ho lavorato per 5 anni in aziende di importanza internazionale.

Dopo aver conseguito la laurea triennale con lode a Padova, e un MBA annuale alla Fondazione CUOA di Altavilla,  mi sono trasferito a Bologna, dove ho inziato a lavorare per l’azienda Ducati. Un inizio difficile, come per tanti ragazzi che -come me- avviano oggi i primi passi nel mondo del lavoro, senza essere “figli di qualcuno”. Ricordo ancora la mia stanzetta a Borgo Panigale, senza riscaldamento e con i vetri delle finestre rotti. I soldi erano davvero pochi e quella maledetta stufetta elettrica non bastava mai a riscaldare l’inverno. Mi hanno tenuto per sei mesi in stage, paventandomi un potenziale rimborso spese. Nel mio ufficio c’erano 11 stagisti che lavoravano 10 ore al giorno, e solo uno -perchè raccomandato- percepiva un minimo di copertura costi. Io per sei mesi, pur dovendo mantenermi fuori casa, non ho percepito un singolo euro. Ma nonostante tutto, ho sempre pensato di essere stato fortunato: avevo la mia indipendenza, e l’orgoglio di non dover chiedere aiuto a nessuno, neppure ai miei genitori, che già avevano fatto troppo per me. Mi sono detto: la strada è quella giusta, prima o poi arriveranno le soddisfazioni. Seppur solo in una città sconosciuta, sono lentamente riuscito a farmi conoscere negli ambienti di mio interesse. Non è facile farsi notare al giorno d’oggi: credo che la società italiana sia ancora madelettamente inerziale e (al di là di slogan di convenienza) spinga verso un livellamento della cultura, a scapito delle eccellenze. A Bologna (ma non solo) ho avuto la fortuna di incontrare dei professori universitari che hanno creduto in me, e mi hanno aiutato a inserirmi nell’ambiente accademico delle scienze aziendali e del mondo d’impresa. Ho ripreso a studiare per conseguire la laurea specialistica, ma poichè di giorno lavoravo a tempo pieno, studiavo la notte. A ventitrè anni ho tenuto la mia prima lezione all’Università di Bologna. A venticinque mi sono laureato con il massimo dei voti, alla specialistica a Padova. Subito dopo ho vinto la borsa di studio per il dottorato in direzione aziendale: l’anno successivo ho presentato parte delle mie idee teoriche alla più importante conferenza mondiale di strategia a Washington D.C.. Parallelamente sono stato invitato dalla Università della Pennsylvania a proseguire le mie ricerche alla Wharton School, la facoltà attualmente prima al mondo per gli studi di finanza e management. Ed ora sono qui, a Philadelphia, prima capitale degli Stati Uniti, la città di Rocky e della Dichiarazione di Indipendenza, a cercare di capire che cosa stia succedendo al mondo dell’economia… e ancora di più il perchè di questa cosa astratta ma mai tanto concreta, che chiamano “crisi”. Essere pagati per ragionare e proporre delle idee credo sia una delle cose più belle che mi potessero capitare, e poichè gli italiani qui sono pochi e tutti molto stimati, sento una responsabilità enorme in quello che faccio. Sarebbe bello, se questi bravissimi ragazzi potessero avere le condizioni per tornare a casa e “sistemare” un po’ dei tanti problemi che affligono il nostro Paese. Ma purtroppo, non si vive di sola gloria, e quindi stiamo qui… mercenari per un padrone che non amiamo, quando la nostra nazione avrebbe così bisogno di noi…

Vivendo qui in pianta stabile per un po’, ho avuto modo di notare molte cose dallo Stivale. Perchè qui è davvero un altro mondo, anche se all’apparenza c’è tutto quello che c’è da noi: le case, il lavoro, le famiglie, la crisi, i giovani, i sogni, i giovani senza sogni, i giovani con i sogni ma senza casa, lavoro, famiglia. Non ho ancora avuto modo di definire un “giudizio” su tutto ciò che vedo. Diciamo che ho delle impressioni, e per ora le lascio lì a fermentare. Se sono buone, faranno buon vino. Altrimenti, aceto.

Oggi vorrei raccontarvi uno di quegli aspetti che mi sembrano essere così diversi dall’Italia. In America l’età non è direttamente proporzionale al…come si dice…ecco…al “rincoglionimento”! (si può dire? Beh, io lo dico, mal che vada mi censurate, tanto in Italia mi dicono che sia prassi). E soprattutto, la cosa che salta più all’occhio, è che non c’è una giustificazione sociale alla incompetenza senile. Vi racconto un simpatico aneddoto che esemplifica quello che intendo dire. L’altro giorno avevo bisogno di dati molto particolari per una ricerca che sto conducendo, ma non riuscivo a trovarli. Allora sono andato al secondo piano della mega-biblioteca che c’è qui, dove c’è un sala piena di computer che accedono a sterminate banche dati, che ti raccontano tutto, ma proprio tutto, su quello che succede nell’economia del mondo. Ho chiesto ad un inserviente che c’era all’ingresso: “Buonomino, io devo cercare dei dati di network analysis molto rari, a chi mi posso rivolgere?”. E lui a me: “A quella signora laggiù, mio caro viandante. Lei è la responsabile del centro di dati”. “Ma chi, quella vecchina curva e secca seduta davanti allo schermo?”. “Sì, proprio a lei”. “Ma siamo sicuri? Quella cara nonnina al massimo potrebbe rammendare i calzini e snocciolare un rosario”. “No no, vai da lei e vedrai che ti saprà aiutare”. Beh, miei cari… mi sono recato da questa vecchina, che seduta ad una scrivania di legno puntava lo sguardo verso uno schermo, come avesse visto la Madonna di Monte Berico. E io mi domandavo: “ma è possibile mai che questa vecchina sia la più grande “smanettona” di banche dati dell’Università di Economia più importante del mondo?”. Io mi aspettavo che questa nonnina secca secca al massimo tirasse fuori una mela avvelenata, o mi facesse i tarocchi…e invece alla mia richiesta: “Dimmi o vecchina senza timori, come i dati che mi servono posso tirare fuori!” E questa vecchina ha cominciato a digitare sulla tastiera come fosse Bill Gates, e a mostrarmi tutti i più fantastici dati del mondo, con 1001 informazioni segretissime e molto difficili da reperire. E indovinate? Mi ha trovato in pochi minuti quello che mi serviva e che non ero riuscito a trovare da me. Ora voi direte: questa vecchina è un’eccezione. E invece no. Qui se sei bravo, lo devi essere tutta la vita. Non esiste quella cosa che c’è da noi, che quando incominci a invecchiare sei autorizzato a non imparare più nulla,  a fare le cose che facevi trent’anni anni fa, come le facevi trent’anni fa. Perché “tanto io ho dato”… “alla tua età, io già saltavo i fossi per lungo”. E adesso? “Adesso mi riposo”. EH NO! In America l’imperativo è chiaro: se vuoi il posto, se vuoi gli onori, ti tieni aggiornato. Ma sul serio, non per modo di dire. E fino all’ultimo. E quando sei stanco, te ne vai e lasci il posto a uno che ne sa più di te, abbia questo più o meno anni di te. L’unica cosa che conta qui è la competenza OGGI, non l’esperienza di ieri, che però oggi non sempre serve.

Come dicevo prima, non ho elaborato un giudizio vero e proprio su questo aspetto. Però posso dirvi quali sono gli effetti di questa consuetudine: qui tutti sono operativi al massimo delle loro possibilità, indipendentemente dall’età. Le “baronie” basate sui titoli e le amicizie, tanto diffuse in Italia e non solo nell’ambiente universitario, qui quasi non esistono. Qui c’è gente di settant’anni che maneggia tecnologie all’avanguardia, meglio dei giovani. E ci sono giovani eccellenti che occupano posizioni che in Italia, se non hai almeno cinquant’anni, non ti darebbe quasi nessuno. Hai vent’anni? Mille euro al massimo, non si scappa. Anche se sei una spanna e mezza sopra alla media. Ed è incredibile come in Italia non ci sia un minimo di pudore in questo. Mi ricordo che -conseguita la specializzazione (a quel tempo ero direttore marketing di una azienda nel modenese, e già collaboravo nell’università)- mi chiamò un’agenzia di selezione personale da Vicenza, che aveva trovato il mio curriculum in internet, per propormi un posto “di responsabilità” in un’importante catena di supermercati… una cosa che suonava tipo “Salami & Soppressa Manager”! Tendo sempre a non fidarmi di questi nuovi nomi altisonanti, e con alcune domande mirate  al mio interlocutore capii che si trattava di un lavoro da “capo reparto salumeria”, a meno di 1000 euro. Al che, alquando basito, chiesi gentilmente se magari non avessero sbagliato persona, o non avessero letto il mio curriculum. Questi mi risposero in tono seccato: “NO che non abbiamo sbagliato persona! E abbiamo letto il curriculum! Ma lei cosa pretende? Si è appena laureato, e ha solo 25 anni! Guardi che c’è gente che pregherebbe per un posto così”.

Poi ci si domanda come mai in Italia ci sia “la fuga dei cervelli”. Non che io mi consideri un “cervello”, ma di sicuro mi viene voglia di scappare a sentire cose del genere!

Ritornando al discorso dell’anzianità e della meritocrazia, penso sia importantissimo avere rispetto di chi -in passato- ha dato tanto e ha fatto la differenza (e anche in America questo è condiviso). Non saremmo dove siamo, se non fossimo saliti sulle spalle di giganti… ma un discorso è il rispetto e la riverenza, un discorso è fare occupare un posto nodale per la produttività della società ad una persona che non ha più le competenze per farlo. In America, se sei stato un luminare ti appendono una effige o ti dedicano una sala di un qualche posto, ma la scrivania la lasci a chi ha voglia e capacità di fare, indipendentemente dall’età che ha. Meritocrazia, hasta la muerte. E quindi, dopo questo primo aneddoto, meglio se torno a lavorare, sperando che negli anni a venire, io riesca a mettere in fila qualche ragionevole motivazione per tornare nel mio Paese”.

Scrivi insieme a noi il “Manifesto dei Giovani Italiani”: manifestodeigiovani@gmail.com

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Un Paese per Giovani disoccupati (o tirocinanti sottopagati)

In Giovani Italians on 13 gennaio 2010 at 09:00

Buone notizie. Anzi, ottime. La disoccupazione in Italia a novembre è salita all’8,3%, bruciando altri posti di lavoro (per la precisione 389mila in circa un anno). Siamo ancora sotto la media europea, ma lo dobbiamo soprattutto alla Cassa Integrazione, che ha mantenuto congelate nei posti di lavoro centinaia di migliaia di persone. In caso contrario, sarebbe meglio non immaginare con quali dati saremmo costretti -oggi- a confrontarci.

Probabilmente sarebbero molto simili a quelli della disoccupazione giovanile nel “Belpaese”: già, proprio coloro che, non protetti da contratti a tempo indeterminato, sono -di fatto- stati lasciati indietro. Sono soprattutto giovani. Si sono dovuti accontentare di interventi a pioggia, peraltro molto “esclusivi” per le loro modalità di erogazione: con una beffa ulteriore, hanno finito infatti col tagliare fuori decine di migliaia di precari, che non rispondevano ai rigidi requisiti governativi per le già misere indennità di disoccupazione “una tantum”.

In Italia restiamo dunque oltre cinque punti sopra la media europea per la disoccupazione giovanile: la nostra è al 26,5%. Un dato che ci colloca nella parte alta della classifica in Europa. Spagna e Irlanda a parte, siamo i peggiori della “Vecchia” Ue. Una dicotomia molto italiana, quella di contenere i danni nelle fasce “protette” e farli dilagare invece in quelle meno protette (e più “popolate” di giovani).

A questo “roseo” quadro vorrei aggiungere un altro spaccato del mondo del lavoro giovanile in Italia. Lo spunto me lo offre un recente articolo di “Carriere e Lavoro” del Corriere della Sera. Nel quale si traccia un quadro dei guadagni dei praticanti d’Italia. Per l’appunto, giovani. Lo scrivo, perché mi ha sempre colpito un fatto: mentre la maggior parte dei nostri avvocati tirocinanti non viene pagata, in Gran Bretagna i loro colleghi ricevono regolare stipendio. Dunque: secondo il Corriere, i commercialisti offrono -se va bene- un rimborso di 500-600 euro al mese ai loro praticanti, con una progressione a scalare. Gli avvocati tirocinanti, nonostante il codice deontologico preveda un compenso commisurato al reale apporto di collaborazione, prendono da 0 a 200-400 euro. Il miraggio -per pochi- resta quello di approdare nei grandi studi d’affari milanesi, con 1500-2000 euro mensili. Non va meglio ai praticanti notai, ma per loro il “dopo” presenta prospettive sicuramente più rosee.

Tra i professionisti mi piace citare anche i giornalisti, attraverso un brillante “Contromano” di Curzio Maltese. Il quale racconta come fu anche lui sul punto di lasciare l’Italia… proprio perché non “conosceva” nessuno in grado di offrirgli una prospettiva di carriera. E quella era e resta ancora oggi -nei fatti- una colpa… Poi, racconta Maltese, arrivò a sorpresa la prima assunzione. E lui restò qui. Ma ora non si fa più illusioni… quelli erano proprio altri tempi: “Se avessi vent’anni ora, me ne andrei subito da questo Paese, non per chissà quale leopardiano stato d’animo, ma per materiale necessità di sopravvivenza. Se vogliamo, anche per dignità“, scrive Maltese. Che aggiunge: “All’estero sarei sempre trattato meglio. Mentre qui si tratta di fare i bamboccioni per chissà quanto tempo. […] Questo non è un Paese per giovani. Soprattutto se intelligenti, curiosi, originali“. E, dopo aver passato in rassegna le straordinarie opportunità offerte dal Belpaese a un/una ventenne, tra Grandi Fratelli, Veline o posti all’Europarlamento per ex-Veline, conclude: “Così funziona qui, ma il mondo per fortuna è vasto e meraviglioso. Che male c’è a volerlo conoscere?”

Come dargli torto? Tra l’altro, proprio la commistione tra giornalismo e politica ha finito per rovinare il mondo della stampa, in Italia. Lo si studia sui libri di storia del giornalismo, non si tratta di teorie strampalate o complottistiche. Uno splendido esempio di cosa sia l’Italia lo fornisce, in una chiave giustamente ironica, la rivista online “Informa”, collegata all'”Agenda del Giornalista”. La rivista riporta la notizia del bando lanciato dal Comune di Napoli, per ricercare il direttore della propria web tv. Tra le caratteristiche elencate nel profilo: “Giornalista professionista da 20 anni (dunque un anziano, nonostante la web tv sia -intrinsecamente- un mezzo giovane, ndr), aver fatto parte per tre anni di una o più redazioni di periodici o quotidiani di rilievo nazionale, aver collaborato per cinque anni con quotidiani nazionali e per tre anni con quotidiani online“, più una tale sfilza di requisiti che -alla fine- restiamo con una sola domanda in bocca. Ma non facevano prima a scrivere anche il nome e il cognome del futuro direttore?!? E’ il classico gioco all’italiana: i requisiti si costruiscono sul nome che si sa già di voler scegliere… non il contrario. Giustamente, l’Ordine dei Giornalisti campano ha protestato con il sindaco.

Questa è l’Italia: un Paese per vecchi (quelli da inserire nelle posizioni di comando), dove i concorsi paiono uscire col nome del vincitore già criptato nel testo del bando.

Scrivi insieme a noi il “Manifesto dei Giovani Italiani”: manifestodeigiovani@gmail.com

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Una proposta concreta: “Via Giovani Espatriati” a Milano

In Declino Italia on 11 gennaio 2010 at 09:00

Premessa: QUESTA INIZIATIVA NON HA COPYRIGHT. DIFFONDETELA ONLINE E A PIACIMENTO SU TUTTI I CANALI INTERNET. PURCHE’ NELLA SUA VERSIONE INTEGRALE.

Se l’Amministrazione Moratti del Comune di Milano ha tanta voglia di dedicare la via a qualche “esiliato”, un’ottima idea potrebbe essere la seguente: dedicarla alle decine di migliaia di giovani professionisti laureati, obbligati a lasciare ogni anno l’Italia, perché soffocati da questo Paese gerontocratico, immeritocratico e familistico. Imperniato su due assiomi fondamentali: il “tengo famiglia” e la “raccomandazione”. Dove sopravvivono -fortunatamente e a stento- oasi di eccellenza, ma dove la cooptazione è la regola, non l’eccezione.

Quale esempio stiamo infatti dando alle nuove generazioni, pensando anche solo di dedicare una via, una piazza, un giardinetto o un tombino a quello che il settimanale “The Economist” (non esattamente “La Gazzetta della Bovisa”…) ha definito “un fuggitivo dalla giustizia, il politico più caduto in disgrazia nella storia moderna dell’Italia“? Limitiamoci a leggere un passaggio dell’articolo, solo per rinfrescarci la memoria: “In quanto leader dei Socialisti dal 1976 al 1993, Craxi fu uno degli orchestratori di un sistema nel quale i maggiori partiti, e i loro funzionari, utilizzavano a loro vantaggio tangenti estorte da imprese in gara per appalti. Il costo di queste tangenti veniva regolarmente aggiunto al prezzo dei lavori, facendo sì che questo sistema contribuisse all’enorme debito pubblico, sotto il quale gli italiani e i loro Governi ora devono faticare“. E chi paga questo debito pubblico? Le giovani generazioni attuali, che lo tramanderanno a quelle future. Questa è la realtà. Il resto è bullshit (perdonate il francesismo…).

In più volete spiegarci con quale faccia tosta si possa mai dedicare una via a un politico condannato a un totale di 11 anni per corruzione e finanziamento illecito dei partiti, nonché condannato o implicato in altri cinque processi? Sindaco Moratti, ma quale devastante messaggio intende inviare alle giovani generazioni? Che si può rubare a spese dello Stato, ricevere miliardi in  mazzette, comprare televisioni per la propria amante e affittare ville in Costa Azzurra per il figlio… e vedersi pure intestare una via? Ma a quale sfascio sociale, morale ed etico vogliamo arrivare?

Vogliamo realmente intitolare una via della capitale economica italiana all’unico vero autoesiliato e latitante, scappato a gambe levate e sotto una pioggia di monetine per non finire nell’unico luogo naturale dove la legge gli imponeva di risiedere? E cioè il carcere?

ALLORA ECCO LA PROPOSTA: Intitoliamo una bella piazza di Milano a chi questo Paese l’ha dovuto lasciare proprio per colpa di questo sistema di potere malato, instaurato anche (non solo…) da Bettino Craxi. Intitoliamola a giovani meritevoli, in fuga dal Paese più immeritocratico d’Europa.

Inauguriamo subito: “VIA GIOVANI ESPATRIATI”. E non se ne parli più.