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Pensiero del Weekend 28

In Declino Italia on 28 febbraio 2010 at 09:00

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Oggi mi limito a qualche veloce riflessione. Partendo da un piccolo “collage” di dati usciti nelle ultime settimane…

Le esportazioni italiane, il traino della nostra economia, sono crollate nel 2009, con un bel -20,7%. Il dato peggiore dal 1970. Persi 76 miliardi di euro rispetto al 2008. Intanto il nostro debito pubblico viaggia verso il 117% del Pil. Proprio il Pil, nel 2009, ha perso il 4,9%. Mai così male dal 1971. Inoltre, secondo Bankitalia, il reddito medio delle famiglie italiane è sceso nel biennio 2006-2008 (prima della grande crisi… attenzione) del 4%. Ora si attesta a 2679 euro. E anche il turismo, uno dei punti di forza della nostra economia, va male.

Sono dati che certificano il declino di un Paese. Magari sarà soprattutto legato a fattori congiunturali, ma è lo stesso Paese che viene regolarmente pescato con le mani nella marmellata degli appalti pubblici manovrati; lo stesso Paese dove più di un contribuente su quattro (il 27%, per l’esattezza) non paga le tasse. Mentre un’altro 50% non supera i 15mila euro di reddito. Ma di che si vive… d’aria? Delle due l’una: o siamo molto poveri, oppure molto furbi. Senza contare che quasi una società su due risulta in rosso. Viene alla mente il modello dipinto da Riccardo Illy nel libro “La rana cinese”: famiglia ricca (meglio se con in soldi in Svizzera)… impresa povera.

Ora, dopo aver letto queste poche righe sul quadro agreste e immacolato di questa terra felice, viene da chiedersi: ma possiamo permetterci di andare avanti così? Di continuare a parcheggiare i giovani, le forze fresche e innovative della società, impedendo loro di cambiare alla radice questa Italia malata e marcia?

Leggo sul sito Socialidarity lo sfogo di Gianluca. Il quale, “arrivato alla soglia dei 30 anni con la sua bella laurea specialistica, i molteplici master, dottorati e specializzazioni post-universitarie, si sente continuamente ripetere nei colloqui di lavoro quell’odioso “Le faremo sapere!” Ma cosa ci sarà poi da sapere! Ormai dobbiamo giocare a carte scoperte e non possiamo più negare l’evidenza di una realtà che sembra uscita da un quadro di Salvator Dalì. Università che spuntano come funghi, corsi di laurea che nascono e muoiono nel giro di un anno accademico. Psicologi assunti in quanto tali, costretti a lavorare come operatori socio sanitari nelle cooperative sociali, rubando il lavoro a questi ultimi e generando una confusione e una competizione tra varie figure professionali. Architetti, biologi, insegnanti, che a 30 anni fanno ancora i “camerieri a contratto” per arrivare alla fine del mese“.

O l’intervista a Paolo Ricci, 33 anni, ingegnere nucleare di stanza a Losanna, un vero genio che l’Italia si è lasciata scappare (non ne avevamo dubbi): anche perché, per sua stessa ammissione a “La Stampa”, qui avrebbe fatto il disoccupato. Afferma Ricci: “Da quando sto in Svizzera vedo sempre più italiani. […] Da noi se non sei amico di qualcuno, o un figlio di papà, ti pagano pochissimo e ti trattano come una scarpa“.

Bye bye Italy: il tuo destino è già segnato. Niente di personale, ma te la sei proprio cercata!

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Sesta puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 27 febbraio 2010 at 09:00

Sesto appuntamento con “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che porta on air il mondo della nuova emigrazione italiana. Oggi andiamo a Leeds, in Gran Bretagna, per raccontarvi la storia di un self-made man. Un giovane sardo che, lasciato quattordici anni fa lo Stivale, è riuscito ad affermarsi con lavoro e sacrificio Oltremanica, arrivando ad aprire una propria azienda di risorse umane.

Appuntamento -per saperne di più- alle 15 (CET) su Radio 24!

Intanto siete tutti invitati a dibattere sul “tema della settimana”:

Quanto è facile in Italia divenire imprenditore? Soprattutto se si è giovani? E quanto -voi giovani- sentite di avere una mentalità imprenditoriale, avete voglia di rischiare in proprio?

Inviate le vostre risposte a: giovanitalenti@radio24.it

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Il Podcast di Radio 24 (per chi volesse ascoltare la puntata registrata o si trovasse all’estero): CLICCA QUI

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Gelatina Putrida

In Declino Italia on 24 febbraio 2010 at 09:00

Gelatina: “Prodotto di consistenza molle avente la proprietà di dare per riscaldamento liquidi vischiosi che poi, per raffreddamento, si rapprendono in masse più o meno dure a frattura concoide“. Così insegna l’enciclopedia Treccani, nel suo prezioso dizionario online.

Mi sono preso un po’ di tempo per commentare lo squallido scandalo della Protezione Civile, anche perché non spetta a questo blog tirarne le conseguenze penali.

Prendo però atto di come questo scandalo, oltre a dimostrare che -a quasi vent’anni da Tangentopoli- nulla sia cambiato (anzi la situazione è peggiorata, con l’allargarsi a macchia d’olio di una cultura imperante che inneggia all’impunità e alla mediocrità), ha finalmente dato un nome e un volto a quel “muro di gomma”, a quel “sistema basato su piccoli e grandi comitati d’affari”, che impedisce all’Italia di essere un Paese normale. Ha scoperto, in sintesi, il ventre molle (e gelatinoso, per l’appunto) di un’Italia provinciale e destinata al declino. Ora più che mai: più che al declino, questo è un Paese destinato alla catastrofe e all’implosione economica e sociale.

In “Protezionopoli” c’è veramente di tutto: l’imprenditore corrotto che corrompe a sua volta il funzionario pubblico in cambio di un numero indefinito di benefits (mentre l’immancabile “figlio di” -per inciso- grazie a favori e spintarelle di ogni tipo, arriva persino a ottenere importanti ruoli come attore di film e fiction); il capo della Protezione Civile, il Superman d’Italia, che si infila in centri massaggi per ricevere prestazioni sessuali pagate da imprenditori “con le mani in pasta”; il coordinatore del partito di maggioranza che trama nell’ombra per mettere uomini fidati in posti chiave per l’appalto dei lavori pubblici, imprenditori che speculano sulle più grandi tragedie dell’Italia moderna, Ministri più o meno accondiscendenti, persino giudici e dirigenti di aziende pubbliche che non esitano ad elargire  favori. Tutti reati da dimostrare in tribunale, aggiungo per dovere di informazione e per amore della legge (ci credo ancora… uno dei pochi!). Per cui parliamo di reati presunti. Ma certe intercettazioni parlano da sole. C’è ben poco da aggiungere.

Sullo sfondo, la solita putrida Parentopoli, fatta di cognati, figli, mogli: tutti beneficiari più o meno diretti di questo sistema squallido e vergognoso. Da Repubblica delle Banane. Da Repubblica centroafricana.

Persone che fino a ieri -davanti ai microfoni- si spacciavano per uomini del fare, uomini della concretezza. Uomini che magari affermavano di credere persino nella meritocrazia. E dicevano di volere un Paese più meritocratico. Va così di moda, ormai, questa bella parola: “Meritocrazia”!

Intanto, sottobanco, elargivano favori e prebende ai soliti amici degli amici, figli di cotanto padre, cognati di cotanto “pezzo grosso”.

Cito nuovamente Oscar Bianchi, un compositore che in un Paese normale sarebbe inseguito dalle istituzioni musicali perché accetti di lavorare per loro. E che invece ha dovuto trovare riparo all’estero: “Il nostro è un sistema interamente basato sullo scambio di potere. Tutto funziona con lo scambio di favori, il “do ut des”“. Parole incise su un nastro, nel “lontano” 2008: tuttora attuali, tuttora vere. Tuttora Vangelo, seppur laico. Scordatevi la meritocrazia, in Italia: abbiamo una classe dirigente corrotta nelle viscere, gelatinosa, immarcescibile. Gerontocratica: dove le uniche “novità”, l’unico ricambio generazionale è costituito da “figli di” e da arrampicatori sociali. I bravi, i meritevoli, se ne vanno. Schifati da un Paese senza speranza.

“Protezionopoli” ha scoperto e portato alla luce una parte di quel “muro di gomma”, di quel sistema di potere ipocrita e mafioso che impedisce alle nuove classi dirigenti, cresciute con una reale cultura del merito e con una mentalità più globale, di affermarsi. Quando i nostri giovani espatriati dicono: “Io le ho provate tutte per farmi strada in Italia, ma non conoscendo nessuno ho sbattuto solo la testa… così me ne sono andato/a”, beh… noi ci chiediamo: “Ma cosa sarà mai questo “sistema”, questo “muro di gomma”, che fa entrare nel ristretto giro del potere solo gli “amici degli amici””? Questa vicenda ne ha portato a galla almeno una parte. Facciamo un esempio: se -come dicono le carte- l’attore Lorenzo Balducci deve le sue apparizioni soprattutto ai buoni uffici del padre, beh… a quanti ottimi attori “figli di nessuno” avrà fatto le scarpe? Trasponete la sua vicenda ai mille altri contesti di quest’Italia provinciale: andate a raccontarla a quegli imprenditori onesti che sperano ancora di vivere in un Paese normale,  e che si vedono sorpassare -negli appalti pubblici- da questa combriccola di affaristi, capaci solo di raddoppiare le spese per un’opera statale! Gonfiando il già pesante debito pubblico, che grava come un’ipoteca sulle future generazioni!

Certo, poi siamo bravi a lavarci la coscienza, quando -fingendo sdegno pubblico- commentiamo i dati della Corte dei Conti, che ci dicono che la corruzione in Italia è un “tumore maligno”. Che nel 2009 le denunce sono aumentate del 229% (!). Che siamo ormai a livelli bulgari: altro che Paese del G8! Il giorno dopo, una volta espiato il peccato in pubblico e aver confessato le nostre intrinseche debolezze, torniamo tali e quali a prima. Ipocriti siamo e ipocriti resteremo.

“Vergogna!”, è l’unico termine che mi sento di usare. Da oltre un anno cerco di fare in modo che questo blog solleciti l’opinione pubblica (o quella piccola parte che lo segue), a concentrarsi sull’esodo di quella parte “sana” della società civile, che lascia ogni anno e con crescente disgusto e amarezza l’Italia. Giovani figli di nessuno, giovani che hanno come unico faro quello della meritocrazia. Giovani che ci salutano, schifati da questa melma e da questo pantano indicibile, che corrompe ogni settore della società.

Non lo faccio per puro gusto di denuncia, ma con la sottile speranza che qualcosa cambi, permettendo un’inversione in positivo del trend. Sperando che un giorno questi giovani possano trovare le condizioni per rientrare, per farsi “cancro buono” di una società marcia nelle budella. Per aiutarla a trasformarsi: importando, in questo Stivale bucato, quelle “best practices” apprese all’estero. Rendendo l’Italia un Paese per davvero moderno, per davvero civile. Levando di mezzo una volta per tutte i “figli di”, i leccapiedi, i venduti, gli arrampicatori sociali, gli specialisti di cordata. La feccia di questo Paese.

Ora però ho perso le parole. E la speranza. E’ un Paese che non sa più nemmeno chiamare “ladro” il ladro. Schiere di pseudogiornalisti sempre pronti a vendersi al miglior offerente sono già al lavoro per modificare i nomi, cambiare la realtà, trasformare il “ladro” in uomo onesto, sottoposto a “massacri mediatici”. E’ un incubo orwelliano, un mondo alla “1984”. Dove le parole vengono disancorate dal loro reale significato. Fino a perderlo, forse per sempre.

Durerà poco, perché la globalizzazione ha già suonato il “gong” finale per questa Italietta da film di Serie B.

Ma ai giovani di questo Paese, ai miei coetanei, non mi resta che dire: avete ragione. Lasciate il Titanic. Andatevene, prima che affondi. Non c’è più nulla da fare.

Giovani Talenti – Documentari d’Autore

In Storie di Talenti on 22 febbraio 2010 at 09:00

Nella quinta puntata di “Giovani Talenti” raccontiamo la storia di Luca Bergamaschi, trentaquattrenne documentarista freelance di stanza a Parigi, dove si è trasferito nel 2004. A Parigi Luca ha scoperto la possibilità di girare documentari di qualità, che gli permettono di raccontare le storie degli italiani… in patria e all’estero. Ha presto compreso come l’equazione “Documentario=Superquark” valga solo in Italia: fuori dai nostri confini il mondo della documentaristica è infatti ben più serio e approfondito. Non tratta solo gli animali e la natura: racconta anche le storie, a volte pure scomode, degli “uomini”.

Con lui ospite Federico Schiavi, presidente di Doc.It, l’associazione che riunisce i documentaristi italiani.

Nella rubrica “Spazio Emigranti” ospitiamo Francesco Grillo, director del think tank “Vision”.

Ascolta la puntata collegandoti alla pagina di “Giovani Talenti” sul sito di Radio 24: CLICCA QUI

La nuova discussione lanciata in trasmissione: “Luca Bergamaschi apprezza della Francia gli importanti sussidi di disoccupazione, che gli permettono di vivere come freelance, continuando a lavorare come documentarista. Al punto che -con dieci giorni lavorati mensilmente- nei successivi venti ha diritto a un sussidio. E in Italia, come vi sentite? Siete protetti dal sistema di ammortizzatori sociali… se siete giovani, laureati da poco e magari anche precari?

Scrivi la tua a: giovanitalenti@radio24.it

SEI UN GIOVANE “UNDER 40″ ESPATRIATO ALL’ESTERO? VUOI RACCONTARCI LA TUA STORIA? Per contattare la trasmissione: giovanitalenti@radio24.it

Alla prossima puntata: sabato 27 febbraio, dalle 15 alle 15.30 (CET), su Radio 24. Vi aspetto!

Pensiero del Weekend 27 – Gerontocratic Italy

In Meritocrazia on 21 febbraio 2010 at 09:00

Nell’Italia gerontocratica il sistema riproduce sé stesso, perché così si è sempre fatto“: l’altroieri il Financial Times concludeva così un bell’articolo sul surreale valzer di poltrone ai vertici di Mediobanca e Generali, atteso nelle prossime settimane.

Vaglielo a spiegare a un inglese, o a un americano, come alla testa del terzo gigante europeo delle assicurazioni resista (probabilmente ancora per poco) un 85enne presidente, in scadenza ad aprile. E vaglielo a spiegare che il candidato più quotato a succedergli sia Cesare Geronzi, uno che -per dirla con l’Ft- non è chiaro se abbia davvero l’esperienza industriale adeguata a condurre Generali. E’ pur vero che Geronzi, anche lui non più nel fiore degli anni, è presidente dell’azionista di maggioranza di Generali, vale a dire Mediobanca… ma sempre di “maggioranza relativa” parliamo! No?

Perché dunque conserva un tale potere di nomina, che gli consente di spostare sulle poltrone che contano sempre le stesse persone (incluso sé medesimo)? “Dovrebbe costituire un imbarazzo nazionale il fatto che un socio di minoranza decida la leadership del più grande gruppo assicurativo italiano“, scrive l’Ft. Ma, per l’appunto, in un sistema gerontocratico come quello del Belpaese, le logiche di comando restano sempre le stesse. Pochi nomi, sempre più vecchi, per le medesime poltrone.

Il Financial Times -con l’innocenza della meritocrazia e del liberalismo così tipicamente anglosassoni- prova a ipotizzare che, come in altre imprese ben più moderne, sia necessario ricorrere a degli head hunters per selezionare il nuovo presidente, tra una rosa di candidati di altissimo profilo. Tutti, idealmente, in corsa per il posto da numero uno in Generali.

Ma questa è l’Italia, bellezza! Un Paese che -proprio grazie a queste logiche di potere e scambio di potere- presto declinerà. Portando con sé le speranze di un’intera generazione, che assiste impotente al pessimo spettacolo offerto da chi la sta trascinando alla deriva.

P.S.: Grazie ad Alessandro da Bruxelles per la segnalazione dell’articolo dell’Ft, una vera chicca!


Quinta puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 20 febbraio 2010 at 09:00

Quinto appuntamento con “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che porta on air il mondo della nuova emigrazione italiana. Oggi torniamo a Parigi, per raccontarvi una storia molto particolare. Quella di un giovane documentarista italiano che, grazie anche al sistema di ammortizzatori sociali tipico della Francia, ha potuto realizzare Oltralpe il sogno di produrre documentari, raccontando storie del Belpaese. E lavorando come freelance.

Appuntamento -per saperne di più- alle 15 (CET) su Radio 24!

Intanto siete tutti invitati a dibattere sul “tema della settimana”:

Il protagonista della puntata apprezza della Francia gli importanti sussidi di disoccupazione, che gli permettono di vivere come freelance, continuando a lavorare come documentarista. Al punto che -con dieci giorni lavorati mensilmente- nei successivi venti ha diritto a un sussidio. E in Italia, come vi sentite? Siete protetti dal sistema di ammortizzatori sociali… se siete giovani, laureati da poco e magari anche precari?

Inviate le vostre risposte a: giovanitalenti@radio24.it

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2010 – Fuga dall’Italia

In Declino Italia on 17 febbraio 2010 at 09:00

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Cosa sta accadendo in Italia? La parola che sentiamo e leggiamo più spesso è “fuga“: fuggono le multinazionali, fuggono i giovani… è come se “fuggisse” il futuro stesso di un Paese che pare -per l’appunto- non avere futuro.

Io ho trascorso un periodo lavorando all’estero e poi ho scelto di tornare nella mia città, per vedere se nel mio paese avevo un’ultima chance. Volevo accertarmi della situazione “reale” italiana, prima di optare per l’emigrazione. Ho dovuto constatare che tutto il settore pubblico è in mano a concorsi sempre pilotati da raccomandazioni; le imprese private sopravvivono alla crisi assumendo stager non pagati che poi verranno sostituiti con altri, bloccando ovviamente le assunzioni; l’affitto delle case è troppo alto rispetto ai bassissimi salari offerti agli under 35“, scriveva qualche giorno fa il 24enne Gerardo alla rubrica di Corrado Augias su “La Repubblica”. Il quale Augias rispondeva: “Se avessi vent’anni non avrei dubbi. Sceglierei di andarmene. Per un po’, almeno“.

Intanto le multinazionali chiudono i battenti, dicendo “Ciao ciao, Italy”. Da nord a sud è un cimitero di posti di lavoro e delocalizzazioni. Incrociando i numeri di Corriere e Repubblica, vediamo come siano davvero tante le multinazionali che stanno disinvestendo nel nostro Paese: Motorola, Yamaha, Glaxo, Pfizer, Nokia, Nestlé, Alcoa, Alcatel. In numeri di lavoratori a rischio, parliamo di 2500 alla Nokia, 350 alla Motorola, 200 all’Alcatel, 40 alla Pfizer, 500 alla Glaxo. E tanti altri ancora: la lista è molto lunga e comprende oltre 20 casi. C’è davvero da mettersi le mani nei capelli!

Vittime di questo esodo sono soprattutto i ricercatori dell’area industriale, ci informa il quotidiano di Via Solferino: per tornare alla Glaxo, i 500 posti a rischio riguardano esattamente il settore della ricerca specializzata. A Verona ha infatti sede il maggior centro di ricerca farmaceutica in campo nazionale.

Per il Corriere della Sera, tra il 2000 e il 2009 “l’addio delle multinazionali al Belpaese ha lasciato un buco di circa 10mila posti di lavoro, in parte tutt’altro marginale, in quanto occupati nei cosiddetti “centri di eccellenza”. Non si perdono le braccia, insomma, ma cervelli“. Per Claudio Roveda, docente del Politecnico di Milano, “non sono solo i costi alla base della scelta dei gruppi multinazionali di localizzare i propri impianti, e ancor più i propri centri di ricerca, in un Paese piuttosto che un altro. […] A essere decisivi sono molti altri fattori: dalle infrastrutture alla burocrazia, fino alla qualità della vita”.

E non è in effetti un caso se, come informa “La Repubblica”, in Italia la percentuale di investimenti diretti dall’estero sfiora solo il 16% del Pil, contro una media europea al 40%!

E’ evidente che serve una strategia di politica industriale: dove intende andare l’Italia da qui al 2020, poniamo? Non lo sa nessuno, questa è la verità. Restiamo ancorati, salvo sporadiche e illuminate eccezioni, a modelli vecchi, con un sistema vecchio. Dove i giovani hanno limitato o scarso potere decisionale. Eppure sarebbero proprio loro la parte più creativa e innovativa della società. Quella parte che meglio conosce e può affrontare l’inesorabile processo di globalizzazione.

A onor del’ vero: all’inizio di questo mese il Ministero dell’Istruzione ha sbloccato un miliardo di euro in agevolazioni per la ricerca industriale, suddiviso in 546,7 milioni per il credito agevolato e 522,7 milioni in contributi in conto capitale e crediti d’imposta. Ma, con la situazione che abbiamo appena descritto, questa mossa potrebbe rivelarsi simile a quella di chi cerca di fermare le onde del mare sul bagnasciuga, costruendo piccoli muri di sabbia. In un quarto d’ora l’argine cede…

C’è di che riflettere: i giovani fuggono o pensano sempre più di fuggire dall’Italia. Le multinazionali, finora un canale di reclutamento trasparente e con standard di qualità, lasciano pure loro -progressivamente- il Belpaese. A livello politico, non si intravede uno straccio di strategia industriale di medio lungo respiro, se non continui interventi-tampone per fermare la crisi esistente.

La domanda è: quando affonderà il Titanic?

INIZIATIVA “CAMBIO GENERAZIONALE”

-Ai “Talenti in Fuga”: cosa deve cambiare, in concreto, perché tu possa tornare in Italia?

-Ai “Talenti (ancora) in Italia”: cosa deve cambiare, in concreto, perché tu resti con convinzione qui?

Scrivete il vostro contributo a: cambiogenerazionale@gmail.com

Giovani Talenti – Scrivere a Barcellona

In Storie di Talenti on 15 febbraio 2010 at 09:00

Nella quarta puntata di “Giovani Talenti” vi regaliamo un piccolo scoop:Gli iscritti all’Anagrafe Italiani Residenti Estero (Aire) di età compresa tra i 20 e i 40 anni hanno registrato un incremento (dovuto a un flusso in uscita dall’Italia) pari a 316mila e 572 unità tra il 2000 e il 2010, con un ritmo di oltre 30mila espatri l’anno. La ricerca, fornita a “Giovani Talenti” dall’Aire, segnala pure come si tratta di un trend in crescita: tra il 1990 e il 1999, secondo gli stessi dati, il flusso in uscita era stato pari a 305mila e 803 unità. Il totale dei residenti italiani all’estero, informa l’Aire sulla base di dati aggiornati al 20 gennaio 2010, è di 3 milioni 998mila e 139 unità, di cui un milione 147mila e 492 sono quelli di età compresa tra i 20 e i 40 anni”.

Un ritmo di oltre 30mila espatri l’anno, per quello che si rivela essere un vero e proprio “esodo”. E’ come se -ogni anno- una piccola cittadina di giovani 20-40enni italiani prendesse letteralmente il volo. Sono dati che fanno riflettere. E che invitano a interrogarsi sul fenomeno della cosiddetta “Nuova Emigrazione”. Mal compensata da una scarsa o inesistente immigrazione di qualità.

Protagonista della puntata è Sebina Pulvirenti, trentenne direttrice di contenuti del portale Softonic.it: Sebina racconta la sua vita di aspirante giornalista. Un sogno impossibile in Italia, ma divenuto realtà a Barcellona, nel cuore della Catalunya. Una terra che -nonostante la crisi- continua ad offrire possibilità ai giovani italiani di talento.

Con lei ospite James Fontanella, giovane corrispondente dall’India del sito Ft.com: un esempio di giornalista italiano di successo, che è devouto emigrare per affermarsi.

Nella rubrica “Spazio Emigranti” presentiamo i dati dell’Aire sul flusso di giovani 20-40enni verso l’estero.

Ascolta la puntata collegandoti alla pagina di “Giovani Talenti” sul sito di Radio 24: CLICCA QUI

La nuova discussione lanciata in trasmissione. Sebina Pulvirenti afferma: “Io il capo non l’avevo mai fatto e penso tuttora di non esserne capace. E’ stata l’Italia a mettermelo in testa. Ma qui hanno creduto in me. E adesso comincio a crederci anch’io”. Culturalmente, l’Italia tende a non responsabilizzare i giovani? A non farli credere in sé stessi? Più banalmente, se non hai 40 anni qui non sei nessuno? Scrivi la tua a: giovanitalenti@radio24.it

SEI UN GIOVANE “UNDER 40″ ESPATRIATO ALL’ESTERO? VUOI RACCONTARCI LA TUA STORIA? Per contattare la trasmissione: giovanitalenti@radio24.it

Alla prossima puntata: sabato 20 febbraio, dalle 15 alle 15.30 (CET), su Radio 24. Vi aspetto!


Pensiero del Weekend 26 – Giovani Italians

In Giovani Italians on 14 febbraio 2010 at 09:00

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Un diluvio. La discussione lanciata qualche settimana fa su alcuni gruppi LinkedIn, ha registrato una reazione record, che ha toccato i 100 commenti. Il tema della discussione:

“Una ricerca Gallup, presentata al Meeting Mondiale dei Giovani di Bari, ha messo in rilievo come solo il 44% dei giovani italiani sia ottimista, guardando al futuro. Negli stessi giorni il “Corriere della Sera” riportava come “siamo l’economia avanzata nella quale la minoranza costituita dai giovani ha pagato il prezzo più alto della recessione, e continua a farlo”. Ma è mai possibile che non esca mai una statistica nella quale si afferma che questo è un “Paese per giovani”? Quale consiglio dareste a un ventenne o trentenne che cerca un’affermazione professionale nel Belpaese?”

Ecco alcune delle migliori risposte:

Giuseppe: In dieci anni che vivo nei Paesi Bassi avrò aiutato quasi quattromila ragazzi Italiani a inserirsi nel mondo del lavoro .Il problema e che nessuno vuole più tornare in Italia!!!!!!!! Sarebbe meglio che i politici si muovessero subito!!!!!

Orlando: Brevemente: (1) Soffocante gerontocrazia /(2) Difficilissima mobilità verso l’alto /(3) Meritocrazia soffocata da nepotismo /(4) Stipendi da fame, fra i più bassi in Europa -Considerato quanto sopra, chi avrebbe il coraggio di chiamare l’Italia un “Paese per giovani”?

Paolo: Ottimismo per incominciare, cercare delle buone guide e dei buoni consigli, studiare, lavorare, lavorare subito anche se gratis (l’importante è incominciare), studiare e lavorare, imparare le lingue, andarsene, tornare, andarsene, tornare, andarsene…

Luigi: Io davvero no capisco: i salari bassi, se non vado errato, dovrebbero essere un fattore di competitività; allo stesso tempo il fatto che i giovani, in attesa di trovare un lavoro, accumulano titoli su titoli, anche questo dovrebbe aumentare la competitività, inteso come alta qualificazione. Inoltre viste le difficoltà, i giovani italiani danno il meglio di sé: non conosco molti altri Paesi dove siano disposti a lavorare per poche centinaia di euro per 40 ore settimanali più straordinari non retribuiti; per non parlare dei salari pagati con ampi ritardi. Restare o andarsene? in entrambi casi è una lotta! Oggi la mobilità internazione è un’opportunità immensa, non solo per la aziende. Perché non approfittarne?

Raphael: Ogni volta che sento qualcuno dire “Resto per lottare e resistere”, mi si dipinge un sorriso beffardo sulle labbra. La domanda successiva dovrebbe essere: “E in che modo stai resistendo e lottando?” Un buon modo per resistere e lottare sarebbe smetterla di accettare stipendi da fame, smetterla di accettare lavori in nero e impugnare i propri diritti ogni volta che vengono calpestati. Ma non conosco molta gente che sta attivamente facendo ciò. Non so se sia una cosa positiva il fatto che i giovani siano COSTRETTI e non DISPOSTI a lavorare per due soldi, oltre l’orario, e pagati in ritardo.

Lorenzo: Andare via dall’Italia ha significato per me a suo tempo trovare un salario più alto, questa e’ stata l’unica soluzione. Andando via dall’Italia, i salari per chi resta non possono che aumentare, visto che si abbassa la concorrenza per gli stessi posti.

Massimiliano: Io ho lasciato l’Italia per guadagnare bene, imparare molto e perché ho visto un futuro con la possibilità di sviluppare un progetto. Bisogna sempre essere positivi, guardare al bicchiere mezzo pieno, ma di certo non condivido l’accettare un lavoro non retribuito per cominciare…ma qui entriamo nel mondo del “compromesso” che mal si sposa con il famoso ottimismo.

Riccardo: L’economia in Italia va riformata, il lavoro costa troppo (in termini di contributi e tasse), tutte le attività sono iper-regolamentate, il che invece di rappresentare una tutela aumenta ancora di più le barriere all’entrata, la maggior parte dei settori sono chiusi in mano a caste che fanno di tutto per difendere le proprie rendite di posizione e, ultimo ma importantissimo, 2/3 delle famiglie hanno qualcuno che vive grazie allo stato, direttamente (impiegati statali) o indirettamente (appaltatori o sub-appaltatori di beni o servizi, proprietari di case affittate a enti, consulenti, ecc. ecc.. Tutto ció mina pesantemente l’efficienza, impedendo a chi é capace e volenteroso di avanzare. Io nella mia vita ho avuto a che fare con moltissime persone veramente in gamba, che di solito non sono arrivate a ricoprire ruoli di spicco, ma vengono utilizzati negli staff dei vari raccomandati o ruffiani di turno che arrivano al potere. Andare all’estero spesso é una scelta obbligata per chi non accetta queste condizioni e poi non si torna indietro.

Simone: dipende dai contesti. in linea generale andare fino a che non ci sarà un ricambio della classe politica. La mentalità dell’italiano medio lentamente sta migliorando, ma rimaniamo comunque un Paese retrogrado sotto ogni punto di vista, se comparato al resto d’Europa. Il problema dicevo, è la classe dirigente che oltre a fare ben poco per il Paese in generale, non fa proprio nulla per guardare al futuro, all’innovazione e di riflesso, alle esigenze dei giovani e dei nuovi business.

Maura: Sono d’accordo sulla gravissima problematica della gran parte dell’attuale classe politica e dirigente; naturalmente ci sono le eccezioni, ma è innegabile che in Italia molte persone hanno avuto incarichi importanti e di grande responsabilità non per competenza o merito, ma per conoscenze o agganci politici. L’Italia vive di rendita dalle glorie passate e dal Rinascimento, ma senza una visione ad ampio respiro ed una classe politica e dirigente competente la rendita piano piano non sarà più sufficiente.

Flavio: Se non può andarsene, meglio restare e lottare. Con le debite eccezioni, si fa carriera a prescindere dalle effettive competenze. Anzi, più sei competente più è difficile fare carriera. Forse perché se sei bravo, sei un potenziale pericoloso concorrente… Credo che l’Italia sia un Paese “vecchio” nella sua totalità. Un bel reset: probabilmente è l’unico modo per poter uscire da questo profondo periodo di crisi. Un reset che coinvolga tutti, indiscriminatamente. Un reset da cui ricominciare, bene. Chissà, magari la tanto temuta invasione del popolo cinese e indiano potrebbe dare una bella mano. E riportare un po’ di ordine…

Massimiliano: E’ estremamente difficile motivare il perché un giovane talento nostrano debba rimanere in patria piuttosto che andare a fare carriera all’estero. Si assiste, ormai, da tempo, ad una continua “umiliazione” del giovane volenteroso che non scende a compromessi moralistici per la conquista di un posto. La verità è che le fondamenta politico-istituzionali del nostro Paese sono molto vecchie e corroborate da un clientelismo che, secondo me, va oltre l’immaginabile. Non si riesce a comprendere come questa sorta di immeritocrazia costi molto allo Stato Italiano e ne comprometta il futuro. D’altro canto l’Italia è un Paese in cui il sessantenne/settantenne politico di turno è considerato ancora un giovincello. Sarò pessimista, ma non vedo alcuna via d’uscita. Si affronta da anni il problema con paroloni, speranze, prospettive, ma è sempre peggio. Si continuano a sperperare i soldi della collettività affidandone il controllo e la ridistribuzione a soggetti incompetenti e dalla mentalità retrograda. It’s really hard!

Roberto: Un paese PER giovani non può che essere un paese DEI giovani: se ci si aspetta che persone con troppe primavere sul groppone possano rendere l’Italia un paese aperto al futuro ci si sbaglia di grosso. Il 20enne/30enne di oggi deve costruire l’Italia PER i giovani di domani: giovani imprenditori, giovani con responsabilità sociali, giovani impegnati in politica, giovani di grande cultura, giovani le cui capacità siano riconosciute e apprezzate. L’unico modo perché domani ci siano spazi e ruoli per i giovani è che i giovani di oggi inizino a farsi spazio, con le capacità e un pochino anche con i gomiti, per ribaltare la situazione; altrimenti quando i nostri figli saranno a loro volta 30enni, si chiederanno ancora perché in Italia non ci sia posto per i loro coetanei.

Sebastiano: La classe “dirigente” incide sicuramente, ma il malanno che io personalmente avverto come più pesante, più ostacolante, è la voglia di rallentare la velocità a cui viaggia il pensiero di una mente giovane. Quando poi ti adegui al sistema la tua mente si atrofizza, e magari ti vedi sorpassare da una persona che non ha mollato e che, con grande coraggio e determinazione, nonché una visione diversa e chiara, è riuscito a farsi strada. Ciò che suggerirei al giovane è non abbandonare la partita in nessun caso, ma creare un network, una massa critica di cervelli capaci di creare non solo un flebile afflato ma una voce diversa, più sonora, più importante. Credo che la credibilità, le relazioni di trust in un network siano quindi una buona “arma” per diradare la “nebbia” stagnante in cui, indiscutibilmente, versa il “sistema Italia”.

Federico: Personalmente in ambedue i casi consiglierei di andarsene da questo Paese. Io stesso (che lavoro in ambito IT) ogni giorno lotto con l’arretratezza strutturale e culturale di questo Paese, guardando con un po’ di invidia gli altri (europei e non). L’Italia oggi è un Paese di vecchi per vecchi (aggiungerei anche egoisti), dove il futuro viene costruito sul cemento e senza un piano di sviluppo a lungo termine (se non quello di ricorrere al lifting per sembrare più giovani). Chiedo scusa per il pessimismo, ma di questi tempi è difficile trovare argomenti che incrementino il basso livello di ottimismo.

David: Un mio professore diceva che per restare in Italia si deve lavorare il doppio, arrabbiarsi il triplo e accontentarsi della metà. La cosa mi faceva sorridere. Adesso però, dopo un ‘esperienza di formazione all’estero, tornato in Italia ho l’impressione che forse quel professore aveva ragione. Più che un consiglio, il mio modesto parere è che un giovane farebbe meglio ad andarsene, ed è quello che spero di fare anch’io quando avrò una possibilità.

Luca: Credo che il problema dell’essere un Paese di vecchi e per vecchi vada oltre la questione lavoro ed abbia molto a che fare con la gestione del potere. Il potere in Italia e’ in mano a vecchi per niente lungimiranti e interessati al loro benessere, più che a quello delle generazioni a venire, questo lo si vede in politica come nelle aziende dove e’ prassi, mentre si taglia il personale giovane, assegnare consulenze sine-cura ai dirigenti in pensione. Il problema e’ che al potere si accede per appartenenza o cooptazione, raramente per merito, e quindi i giovani stanno perlopiù a testa bassa aspettando la “nomina”, anziché conquistarsi il diritto. E’ la cultura della raccomandazione e dell’appartenenza anziché del merito e del diritto.

Salvatore: La discussione mi sembra interessante ma, lasciando per un momento da parte il tema dell’inserimento dei giovani in imprese *esistenti*, vorrei indicare un nostro secondo e grave problema strutturale: la difficoltà di accesso a capitali di rischio e la gestione dell’innovazione. Quattro baldi giovani, brillanti programmatori, chimici, architetti o altro, che possibilità concreta hanno in Italia di accedere a capitali di rischio e creare start-up? Il sistema bancario è ingessato e le società di venture capital si contano sulla punta delle dita. Negli USA il sistema di venture capital è estremamente evoluto, da un lato c’è il (giovane) imprenditore con una buona idea, dall’altro c’è chi investe sull’idea ed interviene anche direttamente sull’organizzazione del management e delle fasi di start-up. In Italia forse manca un pezzo importante del sistema d’innovazione e di opportunità per i giovani, che è l’accesso al capitale di rischio.

Federico: confermo le statistiche e le varie ricerche. A mio giudizio ci sono numerosi fattori che penalizzano i giovani dal mondo del lavoro, e in realtà li conosciamo già tutti: 1) Le scuole (università, medie superiori, medie inferiori, ecc) non formano persone con conoscenze sufficienti da potersi “sedere alla scrivania” e mettersi al lavoro;2) La maggioranza delle aziende non spende (tempo, soldi e risorse) nella formazione del nuovo personale e questo determina il fatto che le aziende ricerchino persone con esperienza;3) Il costo elevato che un azienda deve sostenere per assumere con un contratto “regolare” disincentiva le aziende, soprattutto nel prendere un giovane; 4) Alcuni imprenditori approfittano di alcune forme di contratto (interinali, progetto, stagionali, ecc) per sottopagare il neo assunto; 5) Una certa rigidità nelle modalità di ricerca del personale da parte delle aziende. Così molti ragazzi, ma non solo loro, dopo aver perso le speranze in Italia guardano sempre di più all’estero. Il mio consiglio è quello di andare all’estero il prima possibile, magari subito dopo l’università, e dopo qualche anno di provare a cercare lavoro in Italia, ci sono più possibilità di trovare un buon posto di lavoro.

Alberto: Beh, da giovane “emigrato” posso dire la mia.. Dato che a breve qui mi scade il contratto mi sto ovviamente guardando intorno, sia in the UK che in Italia. La differenza? Se qui mando un CV e il mio profilo viene vagliato e non considerato in linea almeno mi arriva una risposta, per lo meno so che e’ stato letto e valutato. Delle decine di CV inviati in Italia non ho idea di cosa sia successo, non so nemmeno se siano stati aperti… Silenzio assoluto, e parlo anche per posizioni perfettamente in linea col mio profilo (and by the way, parla uno che dentro le Risorse Umane ci e’ stato e ci e’, quindi so come funziona). Ovviamente non sto dicendo che questo sia un motivo valido per andarsene, ma almeno, anche nelle più piccole cose, mi sembra che fuori dal Belpaese venga mostrata un po’ più di considerazione verso le persone, giovani o non giovani.

Dimitri: Credo che l’Italia non riesca ad essere un paese per giovani perché è un Paese nel quale non c’è fiducia nei giovani stessi, nel quale abbiamo, sia nel bene che nel male, una classe dirigenziale (industriale) un po’ ” vecchia “, che vede in un giovane con evidenti capacità più una minaccia per il proprio status acquisito invece che una risorsa. Per quanto mi riguarda la risposta alla domanda posta è: ” Restare e lottare ” per vedere di cambiare questo Paese.

Emiliano: Restare e lottare????? Ma lottare per cosa? Per avere riconosciuto il diritto di poter provare a vivere decentemente? Per avere riconosciuto il diritto di realizzarsi ed esser trattato da “uomo” (avere una risposta ad una candidatura, sentirsi un “bravo” quando fai qualcosa di buono a lavoro, avere il modo di esprimere tutte le proprie qualità, non esser trattato da numero, ecc.). Qui ognuno esprime il proprio pensiero in base soprattutto alle esperienze che ha avuto. Ma vorrei fare a tutti voi una domanda: se vostro figlio oggi vi chiedesse come può cercare di realizzarsi, pensando solo al suo bene, cosa gli consigliereste? Per me la risposta è scontata…. quindi il mio consiglio è: vogliatevi bene come a vostro figlio!

Michele: E perché ti sorprendi delle statistiche? Basta guardare alla classe politica dirigente che dovrebbe guidare il Belpaese, perché venga immediata la voglia di lasciar perdere. Non e’ che gli Usa o il resto del mondo siano il paradiso perfetto, però un equilibrio tra aspettative e realtà si riesce ancora a intravedere.

Adriano: A mio avviso le cause di queste statistiche “deprimenti” sta in una endemica tendenza all’attaccamento alla poltrona, o per meglio dire al posto fisso. Il mercato del lavoro italiano si fonda su una divisione quanto mai accentuata tra popolo dei posti fissi e popolo dei precari. Tale separazione viene ulteriormente aumentata da leggi di tutela troppo forti per i lavoratori a tempo indeterminato e praticamente inesistenti per quelli a tempo determinato. Tutto ciò crea una situazione di immobilità del mercato del lavoro. Infatti a peggiorare la già brutta copia del modello “anglosassone” c’è proprio l’immobilità delle professioni, nel senso che nel resto d’Europa (salve le dovute eccezioni) la mobilità lavorativa è un dato di fatto. In UK prima della crisi, i lavoratori decidevano di prendersi due o tre mesi di ferie, licenziandosi e poi trovando un altro lavoro. In Olanda dove risiedo al momento la cosa non è tanto differente. In Italia questo non avviene affatto. Inoltre mi piacerebbe avviare un sondaggio per capire quanti degli italiani sono veramente (e sottolineo “veramente”) soddisfatti del proprio lavoro. Credo di sapere la risposta, ma lascio l’interrogativo!!!

Fabio: I giovani sono sicuramente i più colpiti, ma i problemi sono di tutti. Una società soffocata da burocrazia, incompetenza e scarsa professionalità, che troppo spesso trova come uniche risposte l’arroganza e la furbizia. Un Paese dove la scarsa istruzione pesa ovunque (50% della popolazione ha solo la licenza elementare). Un Paese dove l’immobilismo impera ed e’ totalmente incapace di mettere in piedi un gioco di squadra, per riconoscere ed affrontare qualsiasi problema. Continua erosione dei valori sociali e professionali. Incapacità e mancanza di coraggio nell’investire seriamente in R&D. Un mercato del lavoro sclerotizzato, ormai non più in grado di rispondere alle nuove esigenze di un confronto su scala globale. Chiaramente eccezioni eccellenti esistono, ma il mio consiglio e’ di andarsene.

INIZIATIVA “CAMBIO GENERAZIONALE”:

-Ai “Talenti in Fuga”: cosa deve cambiare, in concreto, perché tu possa tornare in Italia?

-Ai “Talenti (ancora) in Italia”: cosa deve cambiare, in concreto, perché tu resti con convinzione qui?

Inviate le vostre e-mail a: cambiogenerazionale@gmail.com. Nelle prossime settimane pubblicheremo le vostre riflessioni e le tradurremo in una “manifesto del cambio generazionale”.

Quarta puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 13 febbraio 2010 at 09:00

Quarto appuntamento oggi con “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che porta on air il mondo della nuova emigrazione italiana. Oggi andiamo a Barcellona, nuova “Mecca” della giovane emigrazione italiana, per parlare di giornalismo e mondo della comunicazione –  in Italia e all’estero. Perché fuori dai nostri confini sta diventando più semplice persino fare il giornalista?

Appuntamento -per saperne di più- alle 15 (CET) su Radio 24! Intanto siete tutti invitati a dibattere sul “tema della settimana”:

“Io il capo non l’avevo mai fatto e penso tuttora di non esserne capace. E’ stata l’Italia a mettermelo in testa. Ma qui hanno creduto in me. E adesso comincio a crederci anch’io”. Così la protagonista della puntata. Domanda: culturalmente l’Italia tende a non responsabilizzare i giovani? A non farli credere in sé stessi? Più banalmente, se non hai 40 anni non sei nessuno?

Inviate le vostre risposte a: giovanitalenti@radio24.it

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Il Podcast di Radio 24 (per chi volesse ascoltare la puntata registrata o si trovasse all’estero): CLICCA QUI

SEI UN GIOVANE “UNDER 40″ ESPATRIATO ALL’ESTERO? VUOI RACCONTARCI LA TUA STORIA? Per contattare la trasmissione: giovanitalenti@radio24.it