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Archive for ottobre 2012|Monthly archive page

+++Iscrizione a MEETALENTS – 20-21 dicembre, Milano+++

In Giovani Italians on 31 ottobre 2012 at 09:00

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ITalents lancia MeeTalents, il primo grande “summit” dei talenti italiani espatriati o controesodati: segnatevi in agenda queste date, 20 e 21 dicembre 2012. La location sarà Palazzo Reale a Milano.

Questi gli obiettivi di MeeTalents:

  • fare il punto sul fenomeno dei talenti all’estero, con i dati più aggiornati
  • fare il punto sulle politiche di attrazione messe in campo a livello nazionale (prima tra tutte la cosiddetta legge “Controesodo”)
  • fare il punto sulle iniziative nate e realizzate a livello locale
  • elaborare riflessioni su come potenziare tali iniziative e avanzare proposte su altre misure utili per rendere attrattivo il Paese e favorire la circolazione (…oltre la retorica della “fuga”).

SONO APERTE LE PRE-ISCRIZIONI ALL’EVENTO DI MEETALENTS: L’OBIETTIVO E’ AVERE A MILANO OLTRE UN CENTINAIO DI GIOVANI PROFESSIONISTI E TALENTI “UNDER 40” ATTUALMENTE RESIDENTI ALL’ESTERO, CHE POSSANO ATTIVAMENTE CONTRIBUIRE ALLA DISCUSSIONE, INTAVOLANDO PROPOSTE CONCRETE SUL TEMA “CIRCOLAZIONE DEI TALENTI”.

SEI INTERESSATO/A?

COLLEGATI ONLINE E ISCRIVITI VIA INTERNET (CLICCA QUI PER ACCEDERE)

Oppure scrivi a: ass.italents@gmail.com

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“Messaggeri” nella Waste Land?

In Fuga dei giovani on 30 ottobre 2012 at 09:00

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Un giovane su due vuole andare all’estero, rivela l’ultimo studio Istud, che smentisce in un sol colpo molti luoghi comuni sui cosiddetti “bamboccioni” italiani.

Che poi lo si faccia per davvero o meno, considerate le acque perigliose in cui vivono le nuove generazioni, è ovviamente da verificare. Ma la tendenza è ormai manifesta. Addirittura, tra chi ha svolto un Erasmus, la tendenza all’spatrio sale al 62%. Tra le méte preferite, l’Europa si conferma nettamente prevalente, rispetto agli Stati Uniti. La crisi e la difficile situazione in cui versa l’Italia hanno fatto aumentare il desiderio di espatrio di quasi dieci punti, in un solo anno, rivela la ricerca.

Ma non solo: in questa Italia che sembra sempre guardare al passato, che non riesce mai a liberarsi dei suoi scheletri, che non riesce neppure più “gattopardianamente” a cambiare le forme senza modificare la sostanza, riproponendo all’infinito vecchi volti ormai consumati da dosi spropositate di cerone, i giovani continuano a “votare con i piedi”, manifestando in modo chiaro il loro rifiuto: basti pensare all’inchiesta che l’Osservatorio Professione Donna ha realizzato in una delle aree più ricche del Paese, il NordEst.

L’indagine ha coinvolto una cinquantina di giovani veneti espatriati, analizzando i motivi della loro emigrazione: il 37% di loro ha confermato di essersene andato, perché l’Italia non offre le stesse opportunità. Il 33%, perché ha ricevuto una proposta importante. Per il 28% nella Penisola manca la fiducia nei giovani, per il 19,10% la possibilità di avviare nuovi progetti, per il 10% qui non si pianifica nulla. E poi c’è la “disillusione”: la disillusione di vedere i propri amici rimasti in Italia trovare lavoro in posizioni inadeguate (56,52%), e attraverso contatti famigliari (13%).

Dal Veneto a Ferrara: dove uno studio della Camera di Commercio ha messo nero su bianco come quasi un ferrarese su tre si sposterebbe all’estero, o almeno accarezzerebbe l’idea. Per il 79% di loro i giovani -in Italia- sono sottopagati.

Infine i costi: quanto ci costa mantenere una popolazione Neet così ampia? 32,6 miliardi di euro, secondo Eurofound, la fondazione UE specializzata nella consulenza sui temi del lavoro e delle condizioni di vita. Il 2,06% del Pil, quasi il doppio della media europea (1,2% del Pil). Parliamo di oltre due milioni di giovani Neet italiani, che non lavorano né studiano, fuori da qualsiasi prospettiva di futuro. Una cifra che  supera i tre milioni, se includiamo tutti i giovani sotto i 35 anni. Per percentuale della popolazione Neet sul totale dei giovani, facciamo peggio solo di Bulgaria e Grecia. Non c’è ovviamente da andarne fieri.

In questo quadro difficile e troppo spesso desolante, qualche piccolo segnale di speranza resta, per chi volesse contribuire -dall’estero- ad aiutare concretamente il proprio Paese: ne avevamo già parlato nelle scorse settimane, ma torniamo sull’iniziativa, per fornire qualche indicazione in più. Parliamo del bando per il progetto “Messaggeri“, nato per mettere in contatto giovani professori e ricercatori italiani all’estero con i loro omologhi negli atenei del Sud. Cliccando a questo link potete scaricare il bando di partecipazione. Attenzione: scade il prossimo 9 novembre!

Il chirurgo che opera in Andalusia

In Storie di Talenti on 29 ottobre 2012 at 09:00

A 38 anni, in Italia, sono visto più che altro come una persona scomoda, che ha imparato cose che altri -magari con quindici anni in più- non sono in grado di fare“: riflessione amara, quella di Paolo Fabiano, chirurgo esperto in chirurgia laparoscopica, attualmente al lavoro in un ospedale andaluso nei pressi di Almeria.

Paolo si laurea in Medicina a Roma, dove inizia poi la specializzazione. “Nel primo anno da specializzando mi sono reso conto che, se fossi rimasto in Italia, non avrei imparato ad operare, ma sarei stato uno dei tanti chirurghi senza bisturi“, ammette con amarezza Paolo. E’ così che, grazie anche al supporto del suo primario, prende il volo una prima volta verso la Spagna, per approdare in un piccolo ospedale, dove -parole sue- “il primario e gli altri chirurghi si sono sentiti in dovere e onorati di insegnarmi“.

Nei successivi sei anni, Paolo trascorre tra i quattro e i sei mesi -ogni anno- nella penisola iberica, per ottenere quel grado di formazione e competenze che in Italia sarebbe stato per lui inimmaginabile. Che paradosso… Conclusa la specializzazione, si candida e vince un concorso di dottorato in Francia, per poi trovare -successivamente- lavoro in Lussemburgo, prima come medico in formazione, poi come chirurgo di ruolo. E’ in quegli anni che Paolo si specializza in chirurgia laparoscopica. E sono proprio quegli anni a segnare profondamente, e per sempre, il suo percorso professionale.

Fu a quel punto che provai a tornare a Roma, dove mi resi subito conto di essere di troppo. Ho tentato di lavorare in una clinica privata, ma con pochi risultati“, denuncia Paolo. Che scarta l’ipotesi di candidarsi a un concorso pubblico: “nel Lazio sono praticamente assenti, dato l’altissimo numero di chirurghi presenti sul territorio“.

E’ così che Paolo rifà le valigie, ripuntando la bussola in direzione della Spagna: da due anni lavora all’ospedale di Huercal Overa, in Andalusia, dove ha avuto la fortuna di trovare un primario che gli ha dato tutto lo spazio necessario, poichè lo considera come una risorsa.

Piccola nota di speranza a margine della storia di Paolo Fabiano: da quest’anno l’ospedale di Tivoli lo ha chiamato, per formare l’équipe di chirurghi, nel settore della chirurgia laparoscopica avanzata. Problemi burocratici a parte, è questa collaborazione che ha contribuito a ridargli speranza: “mi piacerebbe un giorno poter dire di aver costruito qualcosa nel mio Paese, nella mia città, per la mia gente“.

Ospite della puntata è Alessandro Napoli, 37enne radiologo e ricercatore all’Università La Sapienza. Alessandro è rimasto in Italia, grazie anche alla fortuna di aver trovato un primario illuminato, che ha fatto della meritocrazia il punto di riferimento della propria gestione. Restano però i problemi burocratici ed economici, tipici di questo Paese, a riempire di ostacoli la strada di chi, come Alessandro, cerca di contribuire al miglioramento del sistema-Paese.

Nella rubrica “Expats” riapriamo il nostro forum con gli ascoltatori di “Giovani Talenti”. Lo facciamo con il botta e risposta a distanza tra Paola, emigrata in Finlandia e molto critica verso l’Italia… e Alessandro, che invece incita i suoi coetanei a battersi -qui- per un’Italia migliore. Il tema di fondo resta sempre lo stesso: “andare via, o restare?”

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La discussione di ottobre: Siamo sempre più un’economia che perde lavoratori qualificati ed attrae dall’estero lavoratori con qualifiche basse, esattamente il contrario di quanto stanno facendo i nostri maggiori concorrenti” – denuncia il Cnel: secondo voi l’Italia ha già perso la “guerra dei talenti” del Terzo Millennio? Soprattutto, intravedete vie d’uscita per invertire questo trend?

Inviate le vostre lettere/spunti/riflessioni, specificando il Paese di residenza, a: giovanitalenti@radio24.itI migliori contributi saranno pubblicati sul blog ufficiale della trasmissione e letti in onda alla fine di ogni mese.

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Alla prossima puntata: sabato 3 novembre, dalle 13.30 alle 14 (CET), su Radio 24. Vi aspetto!

Spigolature da “ora solare” – Disonestà

In Declino Italia on 28 ottobre 2012 at 09:00

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Bruxelles, ore 7 di sabato mattina. Un tassista mi raccoglie per portarmi all’aeroporto. E’ di origine italiana, per parte di madre, per cui non c’è bisogno di parlare francese con lui. E’ anzi contento di parlare nella sua lingua materna, considerato che in Italia ci va spesso, d’estate.

Il discorso va inevitabilmente proprio sull’Italia, sui suoi problemi, sulla crisi. Quella stessa crisi che, mi racconta, si sente molto meno in Belgio, soprattutto a Bruxelles.

Ma è un passaggio del suo discorso, che mi lascia choccato. Che mi fa capire che forse, al di là di ogni lecita speranza, questo Paese è realmente malato nel profondo di disonestà. Che forse non c’è via d’uscita, perché il cancro della corruzione ha corroso ormai tutti gli organi vitali.

La frase rivelatrice è questa: “ma lo sai”, mi dice il tassista, “che tra tutti i clienti internazionali che carico qui, SOLO gli italiani mi chiedono -oltre alla normale ricevuta- delle ricevute in bianco?” Per fare cosa, ve lo lascio solo immaginare: riempirle con importi di fantasia, da incassare presso l’azienda o ente pubblico dove lavorano, mettendo da parte così un extra-bonus per la missione all’estero. Gonfiando le spese, in modo assolutamente illecito. Succede all’estero, ma probabilmente succede dieci volte tanto pure in Italia, con la benevola complicità dei nostri tassisti. Ancora più “complici”, conoscendo i loro “polli”…

Questa è la nostra classe dirigente, signori: non sono solo i Fiorito o gli Zambetti di turno. Sono le migliaia di dirigenti o funzionari che lucrano su poche decine di euro. Il fatto che -come mi ha confermato il tassista- lo facciano SOLO gli italiani, mi ha raggelato. Lui stesso appariva incredulo, nel confidarmi questo particolare.

Tralascio il dettaglio della ricorrente ignoranza linguistica della nostra classe dirigente – “ma lo sai che quando arriva un italiano qui in Belgio, mi blocca il taxi per due o tre giorni, perché non parla una parola di francese e vuole solamente me, che parlo italiano?“…

…la conclusione della corsa, davanti all’aeroporto, tradisce la nostalgia: “e comunque l’Italia è un gran bel Paese“, mi dice il tassista, congedandosi. Lo saluto, evitando l’inevitabile considerazione, che l’avrebbe solo intristito. “Con una classe dirigente da Terzo Mondo“, avrei voluto aggiungere. Au revoir.

Centoquarantacinquesima puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 27 ottobre 2012 at 09:00

Centoquarantacinquesima puntata di “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che vi racconta -ogni settimana- la nuova emigrazione professionale italiana.

Anche i chirurghi, i bravi chirurghi, se ne vanno. Lasciano un Paese dove il merito non è di casa, dove le baronie e le “cordate” negli ospedali non sono inclusive, ma esclusive. Escludono, cioè, i migliori “outsider”.

La storia che vi raccontiamo oggi è quella di un giovane chirurgo, che ha scelto l’Europa per specializzarsi, dopo aver compreso che in Italia non avrebbe imparato ad operare, soprattutto negli anni della formazione. Il suo peregrinare negli ospedali del Vecchio Continente non viene però premiato: quando prova a rientrare a Roma, trova tutte le porte sbarrate. E’ così che sceglie la Spagna, o meglio il profondo sud andaluso, per portare avanti la sua carriera. Il finale della storia offre qualche spunto di consolazione e di speranza. Ma resta -profonda- l’amarezza per l’ennesima storia di un giovane professionista bravo, desideroso di mettersi alla prova nel suo Paese. Senza che l’Italia fosse in grado di offrirgli l’opportunità meritata.

Prosegue anche oggi la rubrica “Job Abroad”, attraverso la quale vi segnaliamo -settimanalmente- alcune delle migliori opportunità professionali all’estero.

Appuntamento -per saperne di più- alle 13.30 (CET) su Radio 24!

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FdT alla British Chamber of Commerce – Today

In Fuga dei giovani on 25 ottobre 2012 at 09:00

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Thursday 25th October 2012 – from 12.30pm

Guest of honour and speaker
Sergio Nava – Journalist

“Dalla fuga alla circolazione dei talenti: sfide per l’Italia del futuro”
“From ‘brain drain’ to ‘brain re-connection’: challenges for tomorrow’s Italy”

The Westin Palace
Milan

 

IL CASO – Lettera di un Gruppo di Ricercatori a FdT

In Fuga dei giovani on 24 ottobre 2012 at 09:00

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Tornare in Italia, felici e orgogliosi di poter restituire al proprio Paese quanto si è appreso all’estero. E ritrovarsi ora in mezzo al guado, con la concreta prospettiva di dover rifare presto le valigie. Riceviamo e pubblichiamo la lettera che un gruppo di ricercatori, rientrati grazie ad uno dei bandi “per il ritorno dei cervelli”, ha inviato a “La Fuga dei Talenti”:

C’è chi scappa e chi torna. Noi siamo tornati dopo essere scappati. Siamo 23 ricercatori, vincitori del prestigioso bando intitolato al Premio Nobel Rita Levi Montalcini, il vecchio Rientro dei Cervelli, per intenderci. Siamo stati selezionati nel 2010 sulla base della qualità, originalità e competitività dei progetti di ricerca da noi disegnati e presentati, ed un anno dopo abbiamo ‘preso servizio’. Veniamo da tutto il mondo, abbiamo formazioni variegate, ma due cose ci accomunano: abbiamo studiato o fatto ricerca in alcune delle più prestigiose università internazionali e siamo tornati in Italia dopo un’accurata selezione, con la speranza ovvero l’illusione di poter contribuire a migliorare i nostri atenei offrendo loro la nostra esperienza internazionale ed il nostro particolare percorso accademico.

Ora, a quasi due anni di distanza, ci ritroviamo a non sapere che cosa succederà di noi alla fine del nostro contratto triennale. Secondo i termini del bando, ci spetta un rinnovo di altri tre anni, con la possibilità di essere chiamati come professori associati dopo il secondo triennio. La parola ‘possibilità’ apre orizzonti incerti, e questo noi lo sappiamo bene, ma il rinnovo anelato e promesso? Dopo plurime sollecitazioni (nostre) sempre cadute nel vuoto e protratte per mesi, e qualche vaga risposta (del Ministero), non abbiamo né conferme né rassicurazioni. Tuttavia sia il rinnovo del nostro contratto, sia una successiva integrazione nell’organico degli Atenei, sono essenziali al fine di soddisfare le necessità che hanno spinto le università stesse ad assumerci: garantire la continuità del nostro lavoro allo scopo di contribuire alla crescita della ricerca italiana. Eppure, per ora, a poco sono valsi gli incontri al MIUR e le interrogazioni parlamentari, se non a rafforzarci nella convinzione della legittimità delle nostre aspettative.

Ci chiediamo e chiediamo a voce alta: qual è il senso del nostro contributo? Qual è il senso del programma Rientro dei Cervelli? Un contratto proiettato in un cul de sac accademico? Una visiting fellowship di tre anni applicata a giovani ricercatori qualificati che però non saranno più così giovani allo scadere del contratto triennale da potersi rimettere in gioco sul “mercato” internazionale? 

Sulla carta, il nostro programma viene propagandato come un progetto lungimirante per riportare in Italia giovani ricercatori promettenti e sostenerli nella loro integrazione accademica, contrastando il clientelismo e nepotismo che avvelena i nostri atenei. Un fiore all’occhiello di cui far gran vanto politico. 

Ma quali sono i fatti? Sono stati investiti negli anni milioni di euro per finanziare progetti di ricerca di alto calibro come il nostro sotto l’egida del Ministero, ma in che modo vengono incanalati a lungo termine?

Citiamo solo en passant la difficoltà maggiore, cioè riuscire a integrarsi quali elementi ‘alieni’ ed esterni nel contesto accademico italiano, avendo vissuto tanti anni all’estero e non avendo protezioni di sorta. E’ un processo in salita a dir poco, ma dobbiamo esser consci del fatto che almeno ci è stata data l’opportunità.

Il vero problema è la mancanza di programmazione, la miopia che rischia seriamente di rendere effimero un programma che avrebbe tutte le carte in regola per essere efficace. Il Rientro dei Cervelli potrebbe contribuire a svecchiare e sprovincializzare le università italiane, a portare un alito di brezza internazionale, che in concreto si traduce in fondi e contatti dall’estero (quanti awards e grants ha collezionato il nostro piccolo gruppo!), potrebbe smuovere l’Italia dall’essere relegata nel nadir delle graduatorie universitarie mondiali, potrebbe rendere fluida e semplice l’integrazione di giovani ricercatori volenterosi, motivati, produttivi, eccellenti nei loro campi.

E invece eccoci qui, in un limbo che nel nostro piccolo ci porterebbe a essere disoccupati nel giro di un anno e mezzo e, visto in una prospettiva più ampia, comporterebbe uno spreco ingiustificabile di soldi pubblici. Che prospettiva esiste per noi e per gli altri cervelli rientrati o rientranti? È davvero così difficile inserire nel mondo accademico nazionale 23 ricercatori afferenti alle più varie discipline e rendere in questo modo fruttuoso l’investimento fatto dallo Stato? Senza nessuna visione a lungo termine, senza nessuna volontà e organizzazione illuminata nel farci rimanere, l’idea di bandire concorsi come il Rientro dei Cervelli sortisce l’effetto contrario a quello sperato: i cervelli, se rifiutati da un sistema che li ha accolti solo sulla carta, scapperanno di nuovo e per le stesse ragioni per cui erano scappati la prima volta“.

I Ricercatori del Programma ‘Rita Levi Montalcini’, bando 2009

PER MAGGIORI INFO: clicca qui per leggere l’articolo di Claudia Cucchiarato su Repubblica.it

“Name & Shame”

In Lettere e Proposte on 23 ottobre 2012 at 09:00

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E’ davvero una bella provocazione, quella che ci invia per e-mail il nostro lettore Francesco: cominciare a fare del sano “name and shame”, in salsa anglosassone, anche qui in Italia. Francesco titola la sua e-mail come “Domanda di un Pierino“. Ma il problema che pone è più che mai reale: occorre fare in modo che le denunce -in questo Paese- acquistino sempre più sostanza e concretezza.

Ciò richiede coraggio, non solo da parte di chi scrive, ma anche da parte di chi si espone, in un Paese dove qualche querela è sempre pronta a partire e dietro l’angolo. Ma sono assolutamente d’accordo con Francesco che questa sia la prossima sfida, soprattutto culturale, che attende l’Italia: l’innesto di una sana cultura del “name and shame”.

Chi sbaglia deve pagare: in un Paese dove si perdona sempre chiunque (soprattutto se potente), assolvendolo da ogni peccato, questa cultura così tipicamente anglosassone è la medicina da cui ripartire.

Sicuramente, questa è la direzione verso cui puntare. Vi lascio alla lettura della lettera:

“Egregio Dott. Nava,
mi chiamo Francesco, ho 45 anni  e, pur avendo (se Dio vuole) un lavoro che consente a me e alla mia famiglia un’esistenza libera e dignitosa, sono particolarmente interessato alle tematiche del suo blog, istruzione, lavoro e spreco  di talenti, sia come cittadino sia come babbo di due gemellini di sei anni e mezzo, che già stiamo preparando, se occorrerà, ad andare in giro per il mondo.
Perchè le scrivo? Il suo blog mi sembra almeno in parte immune dal difetto proprio di molti altri siti sul medesimo argomento, che mancano di una parte costruttiva e si riducono ad una “agony column”, o nel senso di un bozzettismo da sitcom (vedi “Generazione 1000 euro”) o nel senso di un populismo a buon mercato (anche, ma non solo, Beppe Grillo). Il suo sito invece, come nel sondaggio da ultimo proposto, prova anche a individuare soluzioni, e mi pare ne abbia fatto emergere una: promuovere la creazione di un gruppo di aziende che -molto banalmente- paghino il talento così come si fa all’estero.
Mi sembra però che tale sua proposta avrebbe molta più forza se appaiata ad una pratica che nei Paesi anglosassoni funziona, e si chiama “name and shame“. Le faccio un esempio: pensi alla forza che avrebbe acquistato il suo post sul giovane immigrato a Zurigo se accanto ai nomi di “buoni” fosse apparso il nome del “cattivo”, ovvero del revisore italiano che gli ha offerto condizioni di lavoro inaccettabili. Certo, si sarebbe dovuto modificare qualcosa, ad esempio non dire “spremuto come un limone”, che può legittimare querele, ma “assoggettato ad un orario di -mettiamo- 48 ore la settimana per 1000 euro al mese”, e fare come i giornalisti inglesi, che previamente contattano l’interessato e gli chiedono se vuol replicare. Ma pensi al risultato: la Ditta XY avrebbe dovuto affrontare la cattiva pubblicità di essersi lasciata scappare un grosso talento, e magari il responsabile locale ne avrebbe dovuto dar conto ai superiori… Chiaro che per far ciò c’è un prerequisito: chi si rivolge al giornalista deve firmarsi, come lei fa ed io faccio, con nome e cognome, come si deve fare in democrazia.
Le sembrerà strano, ma questa mia idea, suggerita a persone che come lei si occupano di queste tematiche, è sempre stata respinta: o è caduta nel vuoto, come nel caso di un mio intervento, sempre con nome e cognome, sul sito della campagna “Giovani non più disposti a tutto”, o ha suscitato repliche del tipo “ma se io mi espongo, nessuno mi fa più lavorare”.
E lei, che ne pensa? Augurandole buon lavoro, attendo una sua risposta e le porgo i migliori saluti“.
FRANCESCO

L’umanista che lavora alla City

In Storie di Talenti on 22 ottobre 2012 at 09:00

All’estero vogliono vedere i risultati, non importa quanti pezzi di carta tu abbia in mano“: Alessandra Riccardi, 32 anni, affida a un pensiero diretto e molto schietto, in pieno stile british, la descrizione dell’ambiente di lavoro incontrato nel nord Europa. Lei che a 26 anni ha lasciato l’amata Roma, per trasferirsi in Olanda. Doveva restare un solo anno, all’estero. Da allora non è più rientrata. Attualmente lavora come Business Development Consultant per la Royal Bank of Scotland. Nel cuore della City londinese.

Una storia che insegna quanta flessibilità di approccio abbiano i datori di lavoro stranieri, verso i nostri migliori professionisti: nonostante lavori in Finanza, Alessandra ha un background umanistico, con una laurea in Lingue e Comunicazione. Le risposte assolutamente irrispettose ricevute nei primi colloqui di lavoro a Roma la convinsero ad accettare la prima offerta di impiego, propostale presso una banca olandese ad Amsterdam.

Presto Alessandra scopre come le società straniere tendano a considerare maggiormente il potenziale del candidato o della candidata, rispetto al mero “pezzo di carta” fresco di stampa. Se qualcuno è bravo, lo si può formare, affinchè possa dare il meglio anche in altri settori.

Alessandra trova grandi soddisfazioni professionali in Olanda, anche se la vita sociale registra grosse difficoltà, soprattutto a causa della mancata integrazione con la società dei Paesi Bassi (che lei considera troppo diversa). E’ così che -qualche anno dopo- ottiene l’atteso trasferimento alla sede londinese della RBS, con una posizione manageriale: attualmente lavora nella City, come consulente dei clienti “corporate” più influenti del pianeta. Decisamente un grande passo in avanti, per quella giovane neolaureata, che a Roma sembrava non volere nessuno…

“Business” è la parola-mantra che Alessandra scopre nella capitale inglese: lo stile di vita cambia con il trasferimento, facendosi più frenetico. Ma il feeling con Londra è decisamente maggiore, rispetto ad Amsterdam. Tuttavia, per Alessandra sta arrivando il momento di avere un’unica vita. Non due vite parallele, divisa com’è tra Londra e Roma. Sempre a bordo di un aereo, per andare a trovare amici e famigliari. “Sono disposta a tornare, anche se sarò pagata di meno, anche se dovrò fare più code alla posta, anche se dovrò regredire notevolmente, sotto molti aspetti pratici. Ma con il mio ritorno spero di portare una ventata d’aria fresca, di riuscire a trovare un lavoro, e contribuire con ciò che ho imparato“. L’Italia, il suo Paese, è pronta ad accettare la sfida lanciata da Alessandra? Una sfida-simbolo, che la accomuna a decine di migliaia di giovani professionisti espatriati, che vogliono tornare e rinnovare questo Paese?

Ospite della puntata è Damiano Cimignolo, Vice President alla Royal Bank of Scotland. Anche lui a Londra, come Alessandra. Di cui è collega. Anche per lui un percorso simile (dalla laurea in Ingegneria alla Finanza)… ma con un esito diverso. Damiano -a tornare in Italia- non ci pensa proprio. Almeno per il momento. Con lui operiamo un radicale cambio di prospettiva.

Nella rubrica “Expats” manteniamo il filo logico, sul tema del rientro/non rientro dei nostri migliori giovani professionisti all’estero. Ci sono progetti che puntano a far sì che possano contribuire a migliorare l’Italia. Anche da Paesi stranieri. Uno di questi è la piattaforma “Iovogliotornare”. Ce ne parla il fondatore, Domenico Rota.

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Alla prossima puntata: sabato 27 ottobre, dalle 13.30 alle 14 (CET), su Radio 24. Vi aspetto!

Centoquarantaquattresima puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 20 ottobre 2012 at 09:00

Centoquarantaquattresima puntata di “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che vi racconta -ogni settimana- la nuova emigrazione professionale italiana.

Partire per un solo anno, convinta di fare presto ritorno nell’amata Roma. E ritrovarsi ad essere “cittadina europea”, con un’immensa nostalgia di casa. La storia che vi raccontiamo oggi a “Giovani Talenti” è paradigmatica di un certo tipo di giovani professionisti espatriati. Giovani donne e uomini, che hanno lasciato questo Paese, diventando -con gli anni- persone migliori, umanamente e professionalmente: persone che apprezzano e valorizzano il concetto di meritocrazia, persone che desiderano tornare, per migliorare l’Italia. Giovani che questo Paese sembra -però- non volere più. O meglio, alle quali non intende concedere alcuna possibilità di rientro, degna di questo nome. Un atteggiamento realmente suicida, da parte dell’Italia.

Oggi vi riportiamo nel cuore della City, a Londra, per raccontarvi una storia che non potrà lasciarvi indifferenti. La storia di una giovane professionista, che ha saputo modificare radicalmente il proprio percorso lavorativo, per raggiungere la meritata affermazione. Purtroppo, lontano dall’Italia.

Prosegue anche oggi la rubrica “Job Abroad”, attraverso la quale vi segnaliamo -settimanalmente- alcune delle migliori opportunità professionali all’estero.

Appuntamento -per saperne di più- alle 13.30 (CET) su Radio 24!

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