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Summer Break

In Lettere e Proposte on 30 luglio 2009 at 16:07

Saluto i lettori del blog per qualche settimana: l’estate è ormai entrata nel vivo, ed è ora di mollare le ancore per un po’. In questi mesi ho riempito il blog di pensieri, notizie e riflessioni sulla condizione dei giovani in Italia. Una condizione che li spinge sempre più a cercare rifugio all’estero. Anche nel bel mezzo della Grande Crisi. In queste settimane ho aperto il blog a riflessioni e pensieri (che spero continueranno ad arrivare -a decine- anche dopo le ferie), ho realizzato interviste e ospitato commenti di esperti del settore. Molto resta ancora da fare, perché nulla è cambiato. Ricercatori capaci come Rita Clementi continuano a fuggire schifati da questo Paese, togliendosi in qualche caso (e per fortuna) la soddisfazione di urlare la propria rabbia ai quattro venti; giovani Lucie -come quella raccontata nella rubrica “Italians” di Beppe Severgnini- continuano ad affollare le università inglesi, dopo aver dovuto soppportare ogni sorta di umiliazione al Sud come al Nord della Penisola, mentre centinaia di “comandati” continuano ad ottenere posti di rilievo nelle amministrazioni regionali (nella fattispecie quella della Campania, vedi Corriere della Sera del 20 luglio) solo perché amici dei politici. Infine, come ha denunciato Il Sole 24 Ore non più di tre giorni i fa, il 44% dei neolaureati continua a vivere con un contratto temporaneo. Aggiungiamo che solo il 43,7% di loro ha ottenuto un impiego a un anno dalla laurea (dati Cnel). Intanto fa capolino l’autunno, con l’onda lunga dei licenziamenti, delle casse integrazioni e del non rinnovo dei contratti in scadenza. Al momento è facile prevedere come saranno molti i giovani ad esserne investiti. Già, proprio la futura classe dirigente di questo Paese. O meglio, l’eterna futura classe dirigente dell’Italia. Mentre chi pensa che si possa diventare classe dirigente anche a 30 o 40 anni se ne è già andato. In nazioni dove questo è realtà, non chimera.

In autunno dovrebbe fare passi avanti la prima proposta di “Controesodo” per il rientro dei giovani Talenti, residenti all’estero da almeno due anni. Sempre che le paludi romane delle commissioni parlamentari non tirino ancora il freno. Ma se vogliamo veramente riportarli in patria, questi giovani, dobbiamo far sì che al loro ritorno trovino un Paese diverso. Dove la crisi ha fatto piazza pulita delle costose baronie (in tutti i settori), promuovendo una classe dirigente giovane e dinamica. Dove ad andare avanti sono le imprese realmente innovative, dove la riforma universitaria promuove sì il merito ma immette contemporaneamente fondi a iosa per quegli atenei che sono in grado di spiccare il salto. Dove non basta il cognome o la cooptazione per fare carriera. Dove il merito e le capacità individuali sono condizioni uniche e sufficienti per ottenere un posto. Dove i 20, 30 e 40enni si sono finalmente ripresi i loro spazi, prepensionando i baroni che altro non hanno fatto che ingessare questo Paese, appiccicandosi alle loro comode poltrone. Dove il capo del Governo ha massimo 50 anni, e idem il leader dell’opposione. Fantascienza? Sì, probabilmente. Ma a questo dobbiamo puntare. Ed è quello che continuerà a chiedere, anche con iniziative mirate, questo blog.Vi aspetto da settembre nelle nuove presentazioni in giro per l’Italia. Ascolterò con attenzione le vostre proposte e le vostre denunce. Occorre fare rete, per cambiare realmente questo Paese. Non siamo soli, in tanti vogliamo modificare radicalmente le regole del gioco.

Buona estate a tutti… magari sfogliando qualche pagina de “La Fuga dei Talenti!

Sergio Nava

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Generazione Bruciata – Intervista ad Alessandro Rosina

In Giovani Italians on 26 luglio 2009 at 16:00

Non è un Paese per giovani” è l’ultima fatica saggistico-letteraria di Alessandro Rosina, giovane professore dell’Università Cattolica di Milano, i cui lavori precedenti (relativi soprattutto all’emarginazione delle giovani generazioni nel Belpaese)  compaiono più volte anche nell’introduzione de “La Fuga dei Talenti“.

Sergio Nava lo ha incontrato nel suo ufficio milanese: Prof. Rosina, perché parla di una “generazione parcheggiata”?

Perché è una generazione che ha reagito a una serie di penalizzazioni che si è trovata a subire negli ultimi decenni -per esempio il deterioramento delle proprie prerogative di spazio sociale e occupazionale nella società- in maniera passiva e remissiva. Questo è stato un male per loro, poiché hanno rinunciato a ritagliarsi lo spazio che ogni generazione ha il dovere di ricavarsi… soprattutto per rendere la società più dinamica, migliore e farla crescere. I giovani non hanno avuto la capacità di trovare il proprio spazio. Si sono rassegnati e hanno cercato singolarmente la propria via per il successo.

Come è possibile che si sia arrivati a una simile rassegnazione, senza una presa di coscienza generazionale? Lasciando che a occupare le poltrone e le stanze dei bottoni siano sempre le stesse persone?

Il problema è che -a differenza di altri Paesi europei- dove c’è un’abitudine generazionale da parte dei giovani a opporsi allo status quo, per cambiare quelle regole che impediscono loro di diventare parte attiva della società, i giovani italiani sono stati tradizionalmente e da sempre abituati a chiedere come favore ai genitori quello che in altri Paesi ottengono come diritto. La carenza, ad esempio, di un sistema di welfare pubblico, è compensata in Italia dalla famiglia di origine. Tradizionalmente. Il giovane nordeuropeo sa che è compito dello Stato creare protezione sociale. Laddove questa protezione non c’è lo Stato si impegna normalmente a colmare questa lacuna. Invece un giovane italiano che si trova in difficoltà chiede maggiormente aiuto alla famiglia. Questo è ciò che è successo negli ultimi anni. In conseguenza del peggioramento della condizione di vita (per la precarietà, le difficoltà del welfare, ecc.) i giovani italiani hanno ulteriormente chiesto aiuto alla famiglia di origine. Sono dunque rimasti a vivere più a lungo coi genitori, hanno posticipato il momento di conquista di un’autonomia: ciò ha ridotto la loro capacità di assumersi dei rischi. Anche perché la presenza di un sistema di welfare fa tendenzialmente rischiare di più: quando al contrario questa rete di protezione manca si diventa ipercauti, rifugiandosi nell’iperprotezione famigliare. Il che frena la possibilità dei giovani di diventare attivi, come generazione. Li mantiene con le briglie legate, posticipando i tempi di conquista dell’autonomia, nonché la possibilità per loro -singolarmente e collettivamente- di dare un contributo attivo alla società in cui vivono.

E quando l’attuale classe dirigente finirà, per raggiunti limiti di età… cosa ci aspetta? Soprattutto se pensiamo che l’attuale generazione di giovani è -nei fatti- parcheggiata e ai margini della società…

Sì, l’attuale generazione di giovani è parcheggiata. Parcheggiata perché i tassi di occupazione sono più bassi rispetto agli altri Paesi; parcheggiata perché le risorse migliori se ne vanno all’estero; parcheggiata perché nelle élite o nella classe dirigente la presenza dei giovani è molto più bassa rispetto agli altri Paesi… è un fenomeno che riguarda la politica, il sistema universitario, le élite culturali. C’è proprio una mancanza o quantomeno una riduzione dell’apporto delle nuove generazioni a livello medio-alto. Ciò rappresenta un problema, perché quando l’attuale classe dirigente si ritirerà, pur lentamente (siamo dopotutto uno dei Paesi più longevi al mondo), un’intera generazione -quella degli attuali trentenni- molto probabilmente rimarrà bruciata. Saranno le generazioni successive a prepararsi a prendere le redini del Paese: questo è l’altro aspetto importante, che fa un po’ sperare. E’ vero che c’è stata una generazione che ha subito in pieno gli aspetti negativi del cambiamento. Ma non è detto che le generazioni che verranno dopo, vedendo per tempo gli effetti negativi derivanti dall’accettazione di un sistema che penalizza i  giovani, non siano in grado di mettere in campo gli strumenti per prepararsi a un eventuale cambio generazionale. Queste nuove generazioni dovranno però divenire classe dirigente rifiutando la logica della cooptazione. Una logica che uccide la meritocrazia e uccide il cambiamento.

Quale futuro vede per l’Italia?

Il futuro è molto preoccupante. Negli ultimi 15 anni non abbiamo osservato alcun segnale positivo. C’è stato un progressivo peggioramento della situazione, senza alcuna reazione. I giovani e l’opinione pubblica hanno registrato un aumento di consapevolezza della loro condizione, che però non si è tradotto in nulla di concreto. Gli stessi programmi elettorali dei partiti hanno dimostrato una maggiore capacità di comprendere i problemi e le difficoltà generazionali. Ma, nonostante ciò, hanno contrapposto una forte resistenza al cambiamento. Una resistenza che deriva dalle scelte sbagliate del passato. Gli stessi squilibri non solo pesano, ma diventano un ostacolo per riaggiustare il percorso di crescita e di sviluppo in senso virtuoso. Pensiamo solo al debito pubblico: quello è un errore che pesa sul futuro. Esiste il debito pubblico scaricato sulle generazioni successive, come pure esistono gli interessi sul debito pubblico, che bruciano -oggi- percentuali di Pil che potrebbero essere utilizzate per migliorare il sistema di protezione sociale.

Ascolta l’intervista audio al professor Alessandro Rosina in .mp3

“La Fuga dei Talenti” a La Spezia

In Fuga dei giovani on 21 luglio 2009 at 09:57

Dal sito “Città della Spezia”: Dopo la sosta in occasione del Festival Internazionale del Jazz della Spezia, torna la rassegna “Notti al Castello e dintorni”, la serie di appuntamenti a ingresso libero che conducono il pubblico tra incontri teatrali e musicali, conversazioni storiche e artistiche.

Giovedì 23 Luglio alle ore 21 la terrazza panoramica della fortificazione spezzina accoglierà Sergio Nava, che presenterà il volume “La fuga dei talenti: storie di professionisti che l’Italia si è lasciata scappare”, edito da San Paolo,  Edizioni 2009. Il libro di Nava, giornalista di Radio 24, è un viaggio-denuncia nell’emigrazione dei giovani di talento, costretti a lasciare ogni anno il Paese.

Per informazioni telefonare al n. 0187-751142 oppure scrivere all’indirizzo mail sangiorgio@laspeziacultura.it . Per il programma dettagliato dell’ “Estate spezzina 2009” consultare i siti http://www.comune.laspezia.it e http://www.laspeziacultura.it .

Bye Bye, Italì!

In Fuga dei giovani on 18 luglio 2009 at 01:40

Erano in 400, a Bologna. Medici, infermiere, ostetriche. Tutti in coda per cercare un posto di lavoro all’estero, come ha riportato ieri il Corriere della Sera. Per loro c’era solo una possibilità su quattro di espatriare (cento i posti disponibili). Destinazioni: Stati Uniti, Canada, Emirati Arabi. Tutti erano alla ricerca di quella realizzazione professionale che viene loro negata -ogni giorno- in patria. Ad attenderli troveranno un contratto a tempo indeterminato, più benefits vari. La richiesta è altissima, rivela al giornale uno dei responsabili dell’iniziativa: oltre 1600 i professionisti del settore espatriati negli ultimi anni… pochi quelli rientrati. Questi camici bianchi lasciano il Paese delle caste e delle corporazioni, dei primari inamovibili che dispensano miraggi ai giovani seguaci (e mendicanti): lo fanno per approdare -armati del loro bel curriculum infarcito di esperienze- in nazioni dove il merito non è una variabile, ma il parametro principe. Sotto l’articolo dell’edizione online è un diluvio di commenti… oltre 140: è vero, ci sono anche alcuni scettici, che bollano questi medici come “traditori”, ma ci sono pure tanti espatriati che dicono “sì, fanno bene. Lo abbiamo fatto anche noi e non ce ne pentiamo”. Mi limito a riportare uno di questi commenti, molto significativo: “Purtroppo è tutto vero. Anche io e mia moglie (lei medico specialista) abbiamo fatto la scelta di lasciare l’Italia. Per lei dopo la specialità ottenuta a pieni voti (come anche la laurea con 110 e lode) non c’era nessuna garanzia, se non la possibilità di lavorare da precaria in pronto soccorso. Ci abbiamo messo un anno, tra pensamenti e ripensamenti, e nella lista dei Paesi che abbiamo preso in considerazione c’erano anche gli Stati Uniti e gli Emirati, con Dubai. Poi la scelta (per fortuna) è ricaduta sull’Europa, ma in un Paese che è molto più avanti dell’Italia in tutto: la Svezia. Mia moglie è stata assunta a tempo indeterminato in un ospedale pubblico con il solo colloquio, cose che da noi sarebbero impensabili. Oggi lavora 40 ore alla settimana e giusto per dirne una, le ore che fa durante i sabati, le domeniche o durante le notti le vengono pagate il DOPPIO… o recupera. Stamattina ha appena finito di fare il terzo turno di notte in una settimana (capita circa una volta ogni 5 settimane) e ha “guadagnato” 45 ore di recupero, in pratica un’altra settimana di ferie! Per chi conosce le condizioni di lavoro dei giovani medici in Italia tutto questo non sembra vero, ma qui lo è“. Nel libro “La Fuga dei Talenti” ho raccontato le storie di Diego Tosi, giovane oncologo milanese finito a lavorare in uno dei più prestigiosi istituti francesi (dopo aver scoperto che il suo curriculum valeva un po’ di più del misero stipendio/partita Iva elargitogli dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano), e quella di Giuseppe (nome di fantasia), chirurgo specializzando calabrese finito in un altro continente, a completare la propria specializzazione. “In Italia il giovane bravo è equiparato a un rompiscatole”, mi dichiarò Giuseppe nel corso dell’intervista per il libro. Bene, questi giovani rompiscatole (e bravi), un bel giorno si sono messi in fila a Bologna, per dire anche loro: “Bye bye Italì”. C’è da scommettere che i cento fortunati che otterranno il posto all’estero torneranno nel Belpaese solo per farci le vacanze. Intanto ricordo ancora la storia di Rita Clementi, la ricercatrice emigrata neppure un mese fa negli Usa, la cui fuga ha suscitato molto scalpore sulla stampa. E’ cambiato qualcosa dopo la sua partenza? Un’ondata collettiva di sdegno ha forse rivoluzionato il mondo della ricerca italiano? Che ci risulti, no. Anzi… da quello che mi riferiscono, le cose vanno di male in peggio. Grazie lo stesso, Rita. Qui purtroppo nessuno è profeta in patria, soprattutto se gli mancano gli “agganci giusti”. Buon  lavoro comunque, al di là dell’oceano.

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Cooptazione (e cooptati)

In Meritocrazia on 12 luglio 2009 at 11:34

“Una malattia invisibile sta uccidendo la società italiana”. Inizia così il bell’articolo di Michele Ainis, pubblicato su Il Sole 24 Ore di ieri. Che fotografa con spietata lucidità uno dei mali endemici della società italiana. Un male che ha un nome ben preciso: “amici”. O gli amici degli amici. Questa malattia “toglie slancio, dinamismo, ossigeno. In una parola, frena il ricambio delle classi dirigenti, dunque blocca i giovani, insieme a chiunque abbia idee nuove da mettere in circolazione”. Avete letto bene…: “blocca i giovani”. Andiamo dunque alla radice del problema: quando il giovane italiano, con tutta la sua energia e carica creativa, ma nessun “aggancio” giusto, si affaccia al mondo del lavoro, finisce per scontrarsi inevitabilmente con quello che Ainis definisce “un metodo funzionale all’autoriproduzione delle élite, giacché i designati diventano i futuri designanti. Un metodo che protegge la continuità dei gruppi di comando. Tutto l’opposto, almeno sulla carta, del sistema democratico”. Infatti da mesi vado dicendo che l’Italia non è una una democrazia compiuta. Anzi, è un Paese medioevale, governato da Signori che riproducono e perpetuano all’infinito un meccanismo di “caste a cooptazione”, che mette in circolo solo sangue vecchio e putrido. Il sangue “nuovo”, di cui questo Paese ha maledettamente bisogno, in questo “circolo” non arriva mai. Per questo faremo la fine -un giorno- di certe famiglie reali, indebolitesi ed estintesi a forza di fare figli tra consanguinei. Ma torniamo al giovane pieno di buona volontà che si affaccia al mondo del lavoro. O meglio, della cooptazione “all’italiana”. Quale inevitabile destino lo aspetta, qualora volesse sfuggire a certe logiche inevitabili? Emigrare. Emigrare in Paesi di provata meritocrazia. Che non stanno sulla luna. Basta varcare la frontiera e abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. Intanto l’Italia continua a vivere, nel divertente e sottinteso paragone di Ainis, come fosse un gigantesco “Rotary Club”, dove per essere ammessi ai piani alti occorre l’avallo e il beneplacito di uno dei soci “senior”. Quelli che già si trovano nel club. Per questo spesso metto in guardia da certi giovani anagrafici, che in realtà altro non sono che l’emanazione dei loro padri (già nel club dorato dei potenti italiani), dei loro zii, degli amici dei padri, ecc.. Questi giovani, finte cellule di un rinnovamento impossibile, non sono altro che la garanzia della riproduzione all’infinito di un meccanismo che sta uccidendo l’Italia. “Non troverai mai una sedia vuota, nella dirigenza politica o in un consiglio d’amministrazione, se non sarà il corpo dei notabili a decidere che ti puoi accomodare”, scrive Ainis, portando ad esempio la selezione della classe politica: “Mentre l’ultima fase della competizione fra i partiti cade dinanzi alla platea dei cittadini, la scelta dei candidati si consuma in stanze chiuse, nel silenzio del diritto. […] Nei partiti non c’è spazio per i lupi solitari: la catena di comando reclama fedeltà alla linea decisa dal gruppo dirigente, e quest’ultimo protegge la continuità dell’apparato, usando appunto la cooptazione. […] Nell’Italia delle camarille e delle lobby, la cooptazione è la regola non scritta che governa l’accesso alle cattedre, così come alle professioni. Magari declinata in favore dei parenti, oltre che dei compagni di banco”. Scordatevi Barack Obama, insomma. Ainis chiude l’articolo con un invito implicito a distruggere questo “cerchio magico del potere”. “Se non rompiamo il cerchio, questo Paese non potrà mai ripartire”, conclude sconsolato. Rita Clementi, ricercatrice 47enne, non è riuscita a rompere questo “cerchio magico”. E se ne è volata via, alla volta di Boston. Dopo due giorni di polemiche e stracciamento di vesti sui giornali, non ne ha parlato più nessuno, tutti intenti come eravamo a celebrare l’Italietta cerimoniosa seduta al commensale dei Grandi. Un’Italietta felice di potersi fregiare ancora dell’appartenenza al Club che conta. Un club che continua -nonostante le apparenze- a guardarci con una certa diffidenza. Tornerò a parlare di Rita Clementi, ora che i riflettori sulla sua storia si sono spenti. Probabilmente per sempre.