sergionava

Archive for novembre 2009|Monthly archive page

“Figlio mio, lascia questo Paese”…

In Fuga dei giovani on 30 novembre 2009 at 09:27

Oggi, in via del tutto eccezionale, pubblichiamo un estratto della bella lettera scritta da Pier Luigi Celli al figlio, e pubblicata sul sito de LaRepubblica.it: un ritratto decisamente amaro dell’Italia 2009.

La conferma che questo è un Paese dal quale -allo stato delle cose- non resta altro che fuggire…

“Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l’idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.

Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai” .

CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO SU REPUBBLICA.IT

Annunci

Il costo della Fuga dei Neolaureati: il Web risponde

In Fuga dei giovani on 27 novembre 2009 at 09:00

“La fuga dei neolaureati italiani costa quasi due miliardi di dollari l’anno. Non è scandaloso?”, ho chiesto poche settimane fa su diversi gruppi LinkedIn, lanciando una chiara provocazione, legata a uno dei post di maggiore successo di questo blog (clicca qui per leggerlo). Le risposte sono arrivate a valanga: mi scuso in anticipo per la lunghezza di questo contributo, ma vi assicuro che vale davvero la pena di leggerlo dall’inizio alla fine.

PAOLO: “I numeri si commentano da soli (anche se in realtà il costo riguarda un periodo di 18 anni circa, quindi un costo totale vero solo se poi il “talento” in Italia non lavora mai… probabilmente trovare un costo/anno farebbe ancora più impressione). Comunque sì: fa molta impressione, specie se consideri quanti di quegli 11.700, a parità di condizioni lavorative, tornerebbero in Italia (probabile che io sia uno di quelli)”.

MASSIMILIANO: “La nostra generazione è stata formata da docenti della generazione precedente. In ogni passaggio generazionale si stanno perdendo qualità e competitività, perché i più capaci non trovano spazio in patria, e vanno all’estero. Le università italiane non hanno soldi né per fare ricerca né oramai par fare formazione in maniera decente. Per quanto a lungo ancora l’Italia sarà in grado di generare “cervelli” in maniera competitiva col resto del mondo???”

PIERGIUSEPPE: “Sì, concordo pienamente e io sono uno di quelli. Spesso all’estero si trovano stipendi migliori, non ti sfruttano con stage di 6 mesi prima, e poi con contratti a rinnovo trimestrale ecc.. Qui all’estero ho avuto come primo lavoro un contratto annuale, con tutti i diritti. Purtroppo la verità è che in Italia il mercato del lavoro è saturo: c`e molta domanda di neolaureati e poca richiesta!!!”

SARA: “Non appena ho messo piede in Olanda ho trovato lavoro, casa, civiltà, organizzazione, una qualità della vita sicuramente più alta, e la netta sensazione che le sostanziose tasse che pago hanno il loro ritorno in numerosi servizi offerti ai cittadini. A livello lavorativo ho trovato soddisfazioni, ed il continuo riconoscimento di talento e dedizione… non ci ero assolutamente abituata. Vari amici si sono trasferiti per lavoro in Olanda, Gran Bretagna, Francia e Lussemburgo: posso confermare che sono tutti estremamente soddisfatti della scelta fatta. L’ultimo amico stretto rimasto in Italia ha appena ricevuto la comunicazione che per lui non c’e’ spazio all’università. La notizia e’ arrivata dopo 10 anni di ricerca, 2 libri e più di 100 pubblicazioni scientifiche. Sta cercando lavoro in Gran Bretagna e Stati Uniti… CVD”.

LUCA: “Il punto e’ che gli studenti devono essere valorizzati di più sin dall’università, e devono fare esperienze pratiche. Non vivere di teorie, in cui noi italiani eccelliamo. Devono poi esserci delle internship (cioè esperienze pagate), possibilmente, durante l’estate (fra un anno accademico e l’altro), infine delle serie offerte di lavoro quando si esce dall’università. Ciò detto, io sono uno degli expat, e in Italia vorrei tornarci un giorno: ma il sistema deve capire che se porto indietro determinati skills e contatti deve pagare. La bilancia non può sempre pendere dalla parte del datore di lavoro: quest’ultimo dovrebbe capire che un lavoratore contento lavora meglio e ci guadagnano tutti. Saluti da 10k km…”

ADRIANO: “Risorse perse che non torneranno (quasi) mai indietro, questi sono i classici intangible assets, e qui nessuna finanziaria scaturente dal “genio” politico potrà fare nulla, se non RIVOLUZIONARE totalmente un sistema che sta collassando giorno per giorno”.

MASSIMILIANO: “Dovremmo preoccuparci di aumentare il numero di laureati e della qualità e competitività del curriculum scolastico, come stanno facendo in altri Paesi. Come faremo a competere con Cina (che sforna un esercito di ingegneri ogni anno), Brasile e altri Paesi emergenti?”

ENRICO: “Secondo me il problema che sta alla base della fuga dei cervelli (e che non avete ancora menzionato) si chiama MERITOCRAZIA. Il punto è che un giovane laureato, specie se sveglio e con una laurea ad alto potenziale, crea problemi!!! Vuole fare carriera, scalzare equilibri consolidati e consorterie, si aspetta che il suo valore venga riconosciuto, anche se questo significa passare davanti a chi è più anziano di lui e ha passato una vita a tessere trame. Per cui, in Italia, tutti fanno del loro meglio per chiudergli le porte in faccia. Questo è il problema: troppa gente che si è creata uno spazio protetto, e vuole goderselo senza scocciatori che la spingano a mettere in discussione il proprio status e la propria tranquillità. E la precarietà e i bassi stipendi (oltre alle piccole umiliazioni quotidiane – come costringere i plurilaureati a compiti di bassa segreteria), sono le principali armi in mano a queste persone, nell’università come nelle aziende come negli enti pubblici”.

ROBERTO: “Mi sento molto vicino a questo topic, essendo uno dei giovani professionisti italiani che e’ emigrato all’estero per una possibilità di carriera. La mia storia, comunque, e’ un po’ diversa, in quanto ho studiato negli USA, ho ottenuto una laurea ed un Master, sto cercando di ritornare in Italia, ma mi e’ ancora difficilissimo trovare lavoro nel mio Paese natale. A parte la carenza -da parte delle industrie italiane- di investire in persone con skills and knowledge, trovo il nepotismo una delle ragioni principali che spinge giovani neolaureati e professionisti stranieri a trovare lavoro fuori dall’Italia”.

ANDREA: “Anche io lo stesso. Mi sono laureato a Londra, dove ho anche completato il Master, dato che in Italia e’ impossibile lavorare e studiare part-time a questi livelli. Ora lavoro come Business Psychologist, ma di sicuro avrei problemi tornando in Italia: ci ho provato già in passato, ma con poco successo (corruzione, nepotismo etc…). Se poi pensi che qui sponsorizzano persone per il dottorato, non mi sorprende che ci sia una fuga del talento italiano. Forse le cose cambieranno un giorno e potremo tutti rimpatriare!”

LUCA: “La mia risposta è no, non è scandaloso affatto. Lo sarebbe se il sistema-Italia facesse qualcosa per evitare tale fuga, ma mio avviso la situazione è una conseguenza inevitabile di cause politiche, culturali, economiche e sociali.
Non vedo per nulla soluzioni a breve, se vuoi la mia brutale analisi. Ci vorrebbe un cambiamento molto marcato nelle nuove generazioni (diciamo dai 40 in giù), che porti a sostituire la classe politica, a cambiare l’approccio ai problemi e al futuro, anche e soprattutto nel quotidiano. Ma non vedo segni chiari e forti in questo senso, almeno non nella maggioranza (e mi sembra che molti dei migliori, che potrebbero essere dei leader, facciano le valigie…). Se questo forte cambiamento venisse messo in moto, allora forse tra 10-20 anni vedremmo un’Italia diversa”.

ANDREA: “E’ frutto di due decenni di disinvestimento colposo e -in qualche caso- doloso del nostro sistema educativo. Nel senso che siamo ben ultimi (nella media) in tutte le università: anche in quelle più blasonate non raggiungiamo il 50esimo posto. E allora, se emergono dei profili di qualità NONOSTANTE queste desolanti condizioni, beh… fanno BENISSIMO a lasciare l’Italia. Fanno benissimo a costruirsi un percorso di crescita e farebbero MALISSIMO a tornare anche tra 10 anni, perché troverebbero le solite e deprimenti situazioni di clientela e baronia che noi Italiani ci trasciniamo da sempre. Personalmente sono molto, molto negativo sul futuro prossimo (e non solo prossimo)”.

MARCO: “A cosa servono i laureati – sia autoctoni che “di importazione” in Italia? Abbiamo forse bisogno di laureati in giurisprudenza o Scienze della comunicazione? E che dire di Scienze della formazione? Ma anche la blasonata facoltà di Ingegneria presenta livelli di occupazione a 5 anni dalla laurea pari a 83% per gli uomini e 17% (!) per le donne. Che lavori facciano davvero gli ingegneri, poi, non chiediamocelo neppure. E i laureati in Medicina a 5 anni dalla laurea (dovrebbero aver terminato il percorso di specializzazione) che lavorano sono il 44% degli uomini e il 56% delle donne. Per cui, mi chiedo se il problema dei nostri laureati che decidono di ampliare i loro orizzonti all’estero o di rimanere a lottare in casa, sia davvero la mancanza di meritocrazia (che pure evidentemente affligge tutte le strutture socio-organizzative del nostro Paese). A me sembrerebbe più utile rivolgere l’analisi verso la strutturale decadenza di un contesto produttivo sempre più appiattito verso il basso, verso la mancanza di valore aggiunto, che non richiede laureati, perché non ne ha bisogno…”

GIOVANNI: “Il problema sostanziale è che in ITALIA non si lascia spazio ai giovani, e le risorse che dovrebbero aiutare noi GIOVANI non lo fanno – o per pigrizia, o per mancanza di stimoli. Il nostro management è costituito da persone che non vogliono affatto investire sui giovani”. Allora le domande che mi pongo sono: Dove è andata a finire la valorizzazione delle persone? Perché fare due lauree (triennale+specialistica) per poi trovarsi GIOVANI GIA’ VECCHI E DI POCHE SPERANZE, quando in Europa i giovani trovano un posto di lavoro a 23 anni?
Inoltre, mi sembra assurdo che in Italia si studi per così lungo tempo, quando altrove si può trovare di molto meglio. Ovviamente tutto ciò dipende anche dalla laurea che una persona ha conseguito, dal proprio background culturale, ecc.”.

DOMENICO: “1) Versione cinica: Bah, l’importante è che non cambino cittadinanza. Cosi magari ritornano e contribuiscono a cambiare le cose…; 2) Versione provocatoria: Yes but, come mai in Italia non c’e’ più conflitto generazionale? Sarà pur vero che non è un Paese per giovani, ma ai vecchi evidentemente poco lo si contende: ipotesi a questo riguardo?”

Storie di Talenti/8

In Storie di Talenti on 25 novembre 2009 at 09:00

“La Fuga dei Talenti” prosegue nella sua iniziativa per dar voce alle migliaia di giovani italiani espatriati: raccontaci la tua storia, spiegaci perché te ne sei andato, perché hai lasciato l’Italia e come vivi oggi. Soprattutto, come vedi e percepisci l’Italia dall’estero? Quali sono le maggiori differenze -in termini lavorativi e di qualità della vita- tra il Paese dove risiedi e il nostro?

+++Invia la tua storia (20-30 righe) a storietalenti@gmail.com: sarà pubblicata su questo blog+++

OGGI OSPITIAMO LA STORIA DI LUCA, EMIGRATO IN FRANCIA

“Nel 2000/01 ho fatto l’ Erasmus in Francia: all’epoca mi stavo laureando in Sociologia a Trento. Tornato in Italia subito dopo, ho conseguito la laurea e ho fatto qualche corso di formazione come montatore e regista di documentari. In Francia avevo scoperto la mia passione: diventare documentarista. Mi sembrava che si sposasse bene con la voglia di conoscere e di interpretare la realtà che ci circonda. In Italia -però- ho scoperto quasi subito che il mercato del documentario é molto ridotto. La televisione ne diffonde pochissimi, e quasi sempre di tipo naturalistico. Ho capito che non avrei mai potuto vivere producendo documentari (almeno agli inizi). Così, dopo qualche esperienza di lavoro nel cinema (in produzione), ho deciso di raggiungere la mia compagna a Parigi.
Appena arrivato ho cominciato con uno stage in una casa di produzione, dove sono rimasto quattro anni, facendo il montatore e il regista di documentari. In questi anni mi sono formato professionalmente.
Un anno e mezzo fa sono diventato
free lance. L’ho fatto perché volevo sviluppare i miei progetti. E sapevo che in Francia avrei potuto farlo. Questo Paese é l’unico al mondo, che prevede uno statuto particolare per chi lavora nel mondo della televisone, o del cinema, o del teatro. Questo statuto si chiama “intermittence du spectacle”, e prevede una forma di disoccupazione per gli artisti e i tecnici che fanno parte del mondo artistico. Quando si raggiungono un certo numero di ore lavorate (507 in 10 mesi) si puo’ accedere alla disoccupazione, che dura per otto mesi. E’ grazie a questo ordinamento, che in Francia il posto della cultura e dell’arte é ancora così elevato all’interno della società.
Per fare un esempio: io lavoro anche come montatore. Se lavoro 10 giorni in un mese, gli altri 20 giorni percepisco una disoccupazione. Dieci giorni sono pagati dal mio datore di lavoro e venti dallo Stato. In questo modo non sono obbligato di fare due lavori, e posso concentrarmi meglio sui progetti di scrittura e di ricerca documentaria.
Anche se il sistema “intermittence du spectacle” ha subìto nel corso degli anni alcune riduzioni, resta una grande risorsa per tutti coloro che vogliono lavorare nel campo artistico o creativo.
In Francia il regista, l’attore, il montatore, il cameraman, ecc., sono considerate delle “Professioni”. In Italia, invece, quando dico che faccio il regista di documentari ho sempre la netta impressione che la persona che mi ascolta si aspetti che io abbia pure un altro lavoro. Oppure -cosa ancora peggiore- ho la sensazione di venire considerato tra coloro che “se la tirano”. In realtà il regista é un lavoro come tanti altri. Per questo -spesso- dico che lavoro nel campo dell’audiovisivo… Anzi, ancora meglio se dico che faccio dei video! Per fortuna che il mio Paese ha inventato il cinema neo-realista…

Putroppo -vista da fuori- l’Italia fa sempre più paura. All’impoverimento poltico, economico e culturale si somma un’incapacità degli italiani stessi (non tutti, per fortuna) di indignarsi. Siamo sempre più razzisti e omofobici. Incapaci di concepire una società multietnica, ci barrichiamo in casa, oppure usiamo le ronde per difenderci. Ci hanno fatto credere che il primo problema dell’Italia fossero gli immigrati, e noi ci abbiamo creduto. Non pensando -invece- che é la dignità del lavoro e dei lavoratori che é morta. Una volta eravamo “italiani brava gente”…che cosa siamo diventati ora?”


L’Italia dei Figli e/o Parenti di…

In Meritocrazia on 23 novembre 2009 at 11:16

Un lettore del blog, Simone, mi ha segnalato l’ultimo caso di assunzione “all’italiana”. Travestito ovviamente da “opera benefica”. Cito dal Corriere della Sera: “Un piccolo esempio, ma che il sindacato vorrebbe si estendesse a tutte le banche con esuberi. Stiamo parlando della possibilità di lasciare “in eredità” il posto di lavoro. Lo prevede un accordo raggiunto mercoledì sera tra la Banca di credito cooperativo di Roma e tutte le sigle sindacali del settore”. In estrema sintesi: la banca ti vuole prepensionare? Scegli: o accetti un incentivo economico, oppure ci rinunci, ma l’istituto di credito assume in cambio tuo figlio… o un tuo parente fino al terzo grado!!! Vergognose le reazioni soddisfatte dei sindacati: “L’accordo favorirà il ricambio generazionale”, sostengono. Non senza una certa spudoratezza. Non contenti, chiedono addirittura agli altri grandi gruppi bancari di prendere a modello l’intesa siglata dalla Bcc con tutte (tutte!) le sigle sindacali del settore. Proviamo a riassumere, così la prossima volta che qualcuno ci chiederà perché in Italia le persone sbagliate stanno al posto sbagliato, saremo pronti a rispondere: tuo figlio è un mediocre, oppure uno bravo, ma le sue capacità non hanno nulla a che vedere con un lavoro in banca? Non ti  preoccupare, il posto per lui è quasi assicurato, se tu ci lavori già. Certo, ci sarà comunque una selezione, assicurano i dirigenti della Bcc. Ma: “A parità di curriculum, capacità, intelligenza il figlio del dipendente è probabile che venga preferito”, precisano. Suggerisco di inviare degli osservatori Onu, per garantire la trasparenza di queste selezioni. P.S.: Alla Bcc, per loro stessa ammissione, oltre il 90% degli impiegati bancari è figlio di soci. Evidentemente la predisposizione per quel tipo di lavoro dev’essere genetica. C’è veramente di che vantarsene. Andatelo a raccontare in Inghilterra…

Commenta amaro Simone: “Credo che questo rappresenti bene quale sia la cultura italiana rispetto alla meritocrazia. Quando ci sono in ballo degli interessi, soprattutto i propri, si dà il benvenuto a scelte che con la bravura e le capacità hanno davvero poco a che fare“.

E intanto l’Italia va: vecchia e malata, la dipinge l’Istat nel suo ultimo Annuario… l’esatto contrario di un Paese giovane e dinamico. Dove un cittadino su cinque ha oltre 65 anni. Dove si fanno sempre meno figli (e si “producono” quindi meno giovani…). Dove questi stessi giovani -afferma l’Istat- sono in prima linea sul fronte della crisi economica. Questo nonostante i laureati siano pochi (e soprattutto giovani!…): solo il 10,7% della popolazione ha discusso una tesi nella sua vita. Eppure questa fascia qualificata è esclusa dalle stanze dei bottoni, compressa e parcheggiata com’é tra lavori precari e instabili. Chi c’è al loro posto? Forse proprio certi “figli di o parenti di, fino al terzo grado?” E’ questo il Paese moderno e civile in cui vogliamo vivere?

Nel frattempo prosegue in Parlamento la riforma dell’ordinamento della professione forense: Confindustria e numerosi giovani avvocati hanno già bocciato alcune norme. Per Viale dell’Astronomia, “alcuni emendamenti sono contrari al principio del libero mercato”. Per l’Unione dei Giovani Avvocati Italiani, si tratta di una riforma “favorevole alle gerarchie ordinistiche, contro la base della classe forense, dei consumatori e del sistema produttivo”. Potenza degli ordini professionali, simbolo eterno di un corporativismo che blocca da secoli la nostra società. Che fine ha fatto il tentativo di liberalizzare le tariffe degli avvocati, imposto tre anni fa dal Governo Prodi… che fine ha fatto la concorrenza?

Intanto i giovani italiani sprofondano, vittime predestinate di una classe dirigente che non ha alcuna voglia di riformare per davvero il Paese più medievale d’Europa. Un Paese che li coccola, almeno da piccoli, ma che poi li butta in pasto a un futuro incerto. Secondo l’ultimo rapporto Eurispes/Telefono Azzurro, i giovani italiani hanno paura del futuro. Per il 33,6% di loro sarà arduo laurearsi, per il 49,4% trovare un lavoro stabile, per il 42,9% trovare un’occupazione che piace. “Una generazione provvisoria”, sintetizza efficacemente il rapporto. L’aggettivo potrebbe venire facilmente affibbiato anche a questo Paese… sempre a un passo dal baratro.

Un baratro verso cui l’hanno trascinato quegli stessi che oggi difendono a spada tratta i loro privilegi e il loro status. Fino alla fine, fino al declino definitivo e inesorabile dell’Italia. Un Paese dove -come ha calcolato il quotidiano La Repubblica– la riforma Dini sulle pensioni del 1995 (confermata da una legge del 2007), farà sì che un giovane di 27 anni che venisse assunto oggi prenderà -alla fine della sua carriera lavorativa- una miseria. Il 52% del suo stipendio (anziché il 60%), qualora andasse in pensione a 62 anni. O il 57% del salario, qualora posticipasse la pensione al compimento dei 65 anni. Comunque vada, gli andrà peggio delle generazioni che lo hanno preceduto. E con i magri salari che circolano oggigiorno per i giovani, il rischio povertà è quasi assicurato. Che rimane da fare, a questo punto? Forse, emigrare???

Scrivi insieme a noi il “Manifesto dei Giovani Italiani”: manifestodeigiovani@gmail.com

Raccontaci la tua storia: storietalenti@gmail.com

Storie di Talenti/7

In Storie di Talenti on 18 novembre 2009 at 09:00

“La Fuga dei Talenti” prosegue nella sua iniziativa per dar voce alle migliaia di giovani italiani espatriati: raccontaci la tua storia, spiegaci perché te ne sei andato, perché hai lasciato l’Italia e come vivi oggi. Soprattutto, come vedi e percepisci l’Italia dall’estero? Quali sono le maggiori differenze -in termini lavorativi e di qualità della vita- tra il Paese dove risiedi e il nostro?

+++Invia la tua storia (20-30 righe) a storietalenti@gmail.com: sarà pubblicata su questo blog+++

OGGI OSPITIAMO LA STORIA DI MARIO: MARIO (NOME DI FANTASIA) E’ UN MANAGER TRENTENNE CON ESPERIENZE LAVORATIVE ALL’ESTERO, RIENTRATO IN ITALIA. E ORA PRONTO NUOVAMENTE ALLA FUGA. IL PERCHE’ CE LO SPIEGA LUI STESSO.

“Ciao Sergio,

forse sono un pò in ritardo, visto che il libro è stato già presentato, ma volevo comunque raccontarti la mia esperienza. Nel 1999, appena laureato, mi sono trasferito fuori dall’Europa, per ragioni personali, dove ho iniziato il mio percorso professionale. Non avevo allora infatti una chiara idea di quali potessero essere le mie prospettive in Italia, se non una vaga idea delle difficoltà che avrei dovuto affrontare per FORMARMI come volevo (non avendo conoscenze “importanti”). L’ esperienza all’ estero è stata (con il senno di poi) speciale e fondamentale per il professionista che sono ora (manager di una multinazionale). Ma, ahimè, non così tanto da farmi decidere di rimanere all’estero. Ho deciso allora, con la mia futura moglie, di rientrare in Italia, per confrontarmi con quella che credevo fosse una realtà più evoluta. Grave errore: da diversi anni lavoro qui e le nefandezze che ho visto e vissuto dal punto di vista manageriale, non sono degne di essere classificate come “terzomondiste”, facendomi fermare (se non regredire) nel mio processo di sviluppo professionale e personale.

Insomma, io credo che il confronto vissuto tra Italia e estero sia il vero banco di prova per il sistema-Italia: per quanto mi riguarda, a malicuore, mi spinge a cercare di fuggire, definitivamente, da questa giungla ANTIMERITOCRATICA, e “SOLDOCRATICA””.


Imprese “Made in Italy”, Fuga Talenti & Ricerca

In Fuga dei giovani on 17 novembre 2009 at 10:51

Alcuni giorni fa ho partecipato all’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università Bocconi. Nel corposo discorso del Rettore Guido Tabellini, sono stati due i dati che mi hanno fatto sobbalzare. Entrambi hanno -ahimé- confermato molte delle tesi che sostengo sia nel libro che nel blog. Ma andiamo con ordine.

Primo dato: un laureato Bocconi su cinque (il 20%) trova lavoro all’estero, con punte di oltre il 30% nei corsi di laurea specialistica. “Per il Paese forse è un sintomo preoccupante di fuga dei cervelli, ma per noi è una conferma del valore internazionale del marchio Bocconi“, ha efficacemente sintetizzato Tabellini, ammettendo l’esistenza del problema e rimarcandolo. Secondo dato: ma se tanti giovani manager italiani espatriano, qualche straniero arriva? Risponde ancora Tabellini: “L’Italia ha bisogno di attrarre talenti ed esperienze dall’estero. Le imprese più dinamiche in Italia si stanno attrezzando per assumere personale qualificato non italiano. Eppure, l’Italia è ancora molto al di sotto la media di altri Paesi europei, per quanto riguarda la presenza nelle imprese italiane di managers nati all’estero“. A corredo, un bel grafico: secondo dati della Fondazione Rodolfo De Benedetti, se nell’Unione Europea a 15 la quota di managers stranieri si collocava (nel 2004) tra il 6 e il 7 % del totale, in Italia superava a stento l’1%! E poi ci arrabbiamo quando ci definiscono un Paese provinciale! Domani pubblicherò la testimonianza di un giovane manager trentenne, tornato in Italia dopo un’importante esperienza lavorativa all’estero, e ora alla disperata ricerca di un modo per ripartire, deluso e schifato com’é dal nostro sistema di lavoro.

Intanto, mentre attendiamo fiduciosi e speranzosi l’ennesimo mantenimento delle ennesime promesse governative (riuscirà Mariastella Gelmini a far ricomparire i 60 milioni di euro necessari ad assumere migliaia di giovani ricercatori?Non è che tra due settimane -il tempo da lei promesso- ci saremo già tutti dimenticati, e anche questa volta il messaggio ai nostri giovani scienziati sarà: “Emigrate!”?), sul fronte ricerca l’Europa -“Rapporto 2009 EU Industrial R&D Investment Scoreboard”- ci ha consegnato ieri due notizie. Una buona e una cattiva: quella buona è che le imprese italiane stanno incrementando i fondi investiti in ricerca a un ritmo superiore alla media Ue (+20,4%), sopravanzando persino Svezia e Danimarca. Quella cattiva è che, nonostante queste buone performance, solo sei imprese italiane sono presenti tra le cento società europee che più investono in R&S: Fiat (17esimo posto), Finmeccanica (18esimo), Telecom Italia (37esimo), Unicredit (71esimo), Eni (85esimo), Intesa San Paolo (100esimo). A livello mondiale, le imprese italiane contano solo per l’1,5% negli investimenti in ricerca e sviluppo, ben lontane dalle altre potenze europee del calibro di Germania (10,3%), Francia (5,9%), UK (4,1%). Economie molto più piccole della nostra (Finlandia, Svezia, Olanda) ci eguagliano o -addirittura- ci superano.

Al termine di tutte queste considerazioni, state ancora a chiedervi perché tanti giovani cervelli e/o neolaureati italiani emigrino all’estero? Per dirla con Bankitalia, studiare rende più di Bot e azioni. Ma, potremmo aggiungere con una battuta sarcastica, rende ancora di più se si “esporta” poi il proprio cervello all’estero.

Scrivi insieme a noi il “Manifesto dei Giovani Italiani”: manifestodeigiovani@gmail.com

Raccontaci la tua storia: storietalenti@gmail.com

Pensiero del Weekend 23 – Mobilità come antidoto ai clientelismi

In Lettere e Proposte on 15 novembre 2009 at 09:00

Oggi voglio offrire uno spunto di riflessione, che giunge dalla Gran Bretagna. E’ firmato da Paola Oliveri, ricercatrice italiana che vi lavora, nonché una dei protagonisti del libro “La Fuga dei Talenti”. Paola ha provato a immaginare come -attraverso la mobilità- si possano rompere i clientelismi ed i nepotismi “all’italiana”. E’ una lettera da soppesare con molta attenzione:

“Negli Stati Uniti vige la legge non scritta che, se uno studente si laurea all’universita’ X, non verra’ mai accettato nella stessa università per il dottorato. E quindi fara’ il dottorato all’universita’ Y, e poi il “postdoc” all’universita’ Z, ed infine diventera’ professore all’universita’ W o anche X. Il meccanismo di mobilita’ ha molti vantaggi, soprattutto nel campo della ricerca scientifica (ma secondo me anche in altri settori):

1) Fa si’ che l’assunzione per premio fedelta’ (come lo chiamo io – NDS i cani sono fedeli!) crolli completamente.
2) I professori che giudicano i nuovi studenti/ricercatori  non si basano su conoscenza diretta della persona, ma valutano estranei. E quindi utilizzano dei criteri di giudizio universali e sicuramente piu’ meritocratici.
3) I giovani ricercatori, esposti a piu’ esperienze lavorative, non solo avranno un bagaglio culturale piu’ vasto, ma sicuramente  saranno in grado di giudicare meglio quale delle loro esperienze e’ stata piu’ fruttuosa. E quindi sviluppano molto di piu’ una capacita’ critica e di indipendenza.
4) Infine, in Italia non sarebbe poi male se le persone -in momenti chiave della formazione dell’individuo (universita’, specializzazioni, etc.)- si staccassero dalla famiglia di origine”.

Siete d’accordo con Paola? Inviate i vostri commenti a fugadeitalenti@gmail.com, oppure utilizzando il box “Comment” qui sotto.

Scrivi insieme a noi il “Manifesto dei Giovani Italiani”: manifestodeigiovani@gmail.com

Raccontaci la tua storia: storietalenti@gmail.com

Storie di Talenti/5 & 6

In Storie di Talenti on 12 novembre 2009 at 09:00

“La Fuga dei Talenti” prosegue nella sua iniziativa per dar voce alle migliaia di giovani italiani espatriati: raccontaci la tua storia, spiegaci perché te ne sei andato, perché hai lasciato l’Italia e come vivi oggi. Soprattutto, come vedi e percepisci l’Italia dall’estero? Quali sono le maggiori differenze -in termini lavorativi e di qualità della vita- tra il Paese dove risiedi e il nostro?

+++Invia la tua storia (20-30 righe) a storietalenti@gmail.com: sarà pubblicata su questo blog+++

OGGI OSPITIAMO LA STORIA DI GIACOMO, EMIGRATO IN SPAGNA

“Nato a Roma nel 1970, a 25 anni mi laureo in Medicina e a 30 ottengo la
Specializzazione in Oculistica sempre a Roma, massimo dei voti.
Nel 2001 riesco ad entrare con un contratto a termine all’Ospedale di Latina
grazie all’aiuto del Primario neo-assunto, che avevo conosciuto frequentando il San Camillo dal 1998, dopo la chiusura delle sale operatorie, dovuta alle 4 endoftalmiti (evento rarissimo, la media in generale è dello 0.02-0.07%, ma non al Policlinico Umberto I, evidentemente…).

Rimango a Latina per 7 anni con contratti rinnovati a singhiozzo (2 anni-8
mesi-6 mesi-8 mesi, ecc.), vinco anche un Avviso Pubblico sempre lí nel 2006, ma di concorso non se ne parla, anzi mi rinnovano due volte l’Avviso, cosa ridicola dal punto di vista del Diritto, poiché l’Avviso per legge precede un concorso….

Nel 2005 arrivo anche SECONDO ad un concorso per un posto di dirigente medico oculista al S. Andrea di Roma: non serve a nulla, la graduatoria non
scorre… Nel frattempo, i colleghi piú inetti di me -ma strutturati- accedono a dirigere le Strutture Semplici per anzianitá, mentre io e altri 3 precari non possiamo neanche partecipare alle assemblee con la Direzione, vista la nostra condizione di
paria… loro sono ancora lí, nelle stesse condizioni.

Nel 2008, stanco e straziato della vita del pendolare, mi metto sull’Eures,
il portale della mobilitá della Commissione europea: mando un CV in Spagna, ad un’impresa ospedaliera convenzionata, che mi chiama per un colloquio, mi offre un contratto a tempo determinato con stipendio fisso (il doppio dell’Italia), piú 40% variabile a seconda della mia produttivitá, strutture all’avanguardia, informatizzazione totale e organizzazione flessibile.

Da metá 2008 sono qui a San Sebastián, e mi godo la vita e la famiglia: ho piú tempo libero, sgravi fiscali e aiuto per la scuola dei figli, insomma vivo e torno in Italia in vacanza!”

+++ULTIM’ORA: Vi segnaliamo anche la bella storia di Elisa, che proprio ieri ha “postato” un illuminante commento-racconto su questo blog: “Io ho lasciato l’Italia a gennaio di quest’anno. Dopo sei anni di lavoro presso la stessa amministrazione pubblica e due concorsi vinti per modo di dire, perché ero solo idonea e troppo bassa in graduatoria, mi sono ritrovata con una contratto ridicolo e penoso e nessuna prospettiva. Espatriata in Danimarca, ora ho un contratto di 5 anni con malattia, ferie, pensione, scatti in relazione al costo della vita e all’anzianita’… insomma: “fantascienza”. Abituata com’ ero ad avere contratti “co co co” o “co co pro” senza ferie, senza malattia o quasi, senza pensione o quasi, senza scatti di anzianità o indicizzazione al costo della vita, con un “netto” che non ha mai superato i 1200 euro al mese… e l’affitto di casa che mi costava 475 €. Sono queste le soddisfazioni che ti dà l’ Italia, e che ti fanno partire senza rimpianti, se non per il clima… brrrr che in Danimarca non e’ il massimo. Sì, sono scappata: e non mi dispiace per nulla!” Elisa +++

“La Fuga dei Talenti” sui Media Nazionali

In Fuga dei giovani on 11 novembre 2009 at 09:00

La notizia de “La Fuga dei Talenti” sul costo della fuga dei neolaureati italiani all’estero ha ottenuto una importante eco sui principali media nazionali:

Agenzia di Stampa “Ansa”, 9/11/2009, ore 14.15: “(ANSA) – ROMA, 9 NOV – Costa 1 miliardo 761 milioni 37mila e 200 dollari l’espatrio dei giovani professionisti italiani all’ estero. Lo rivela il blog ”La Fuga dei Talenti”. L’ammontare delle risorse si riferisce all’investimento operato dal sistema -Italia nella formazione di questa consistente fetta di neolaureati, che poi sceglie di emigrare all’estero. Il dato – si spiega – e’ stato ricavato incrociando gli ultimi dati Ocse (riferiti al 2006) sulla spesa per l’istruzione in Italia e il ‘Rapporto sulla situazione sociale nel Paese 2007 del Censis (anch’esso riferito al 2006). Il blog ”La Fuga dei Talenti” ha calcolato che, se moltiplichiamo la spesa complessiva stimata dall’Ocse per ciascun giovane italiano dalla scuola primaria fino all’ universita’ (150mila e 516 dollari), per il numero dei giovani espatriati (almeno 11.700), otteniamo un totale di oltre un miliardo e 700 milioni di dollari. Questa cifra – si sostiene nel blog – evidenzia l’enorme spreco di risorse (i soldi spesi per la formazione di giovani professionisti, poi ‘regalati’ a Paesi stranieri), dovuto soprattutto all’assenza di meritocrazia e alla poca partecipazione attiva degli under 40 nei processi decisionali in Italia. Ai quasi due miliardi di dollari sprecati in un anno dal nostro Paese (cifra per difetto), fa da contraltare lo scarso afflusso di ”cervelli” stranieri in Italia: come ha documentato la recente ricerca della Fondazione Rodolfo De Benedetti, in Italia per ogni cento laureati nazionali ce ne sono 2,3 stranieri, contro una media Ocse di 10,45. (ANSA). CLL/CLL”

Quotidiano free-press “City“: La notizia de “La Fuga dei Talenti” ha aperto l’edizione quotidiana del 10 novembre. Clicca qui per scaricare una copia. Oppure consulta la notizia sul sito web di City: http://city.corriere.it

Quotidiano online “L’Occidentale”: “Università. Fuga laureati manda in fumo 2 mld dollari l’anno”

“La Fuga dei Talenti” alla Rassegna della Microeditoria

In Giovani Italians on 10 novembre 2009 at 08:00

“La Fuga dei Talenti” sbarca domenica 15 novembre alla Rassegna della Microeditoria di Chiari (Brescia).

Alle 17, nella Sala Morcelli, si terrà il dibattito:

“AAA DIRITTO AL FUTURO CERCASI – la strada accidentata dei giovani italiani tra frustrazione, fuga e riscossa. Con Sergio Nava – giornalista di Radio 24 (autore de “La fuga dei talenti”), Alessandro Rosina – professore di Demografia all’Università Cattolica di Milano (autore di “Non è un paese per giovani”), Eleonora Voltolina – giornalista e fondatrice di Repubblicadeglistagisti.it

Coordina Massimiliano Magli – giornalista di Bresciaoggi e del giornale di Chiari

Maggiori informazioni al sito: http://www.rassegnamicroeditoria.it/rme/

Vi aspetto 😉

head festival