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Raccomandazioni & Politica

In Declino Italia on 30 ottobre 2009 at 09:00

Per cominciare una buona notizia: il mensile “OK Salute” (Rcs) ha aperto un blog sui ricercatori in fuga. 16 “blogger-ricercatori”, residenti in Giappone, Svezia, Stati Uniti ed Inghilterra, si raccontano ed interagiscono con i lettori. Iniziativa lodevole e meritevole, che apre l’ennesima finestra sul mondo dei giovani (e non solo) di talento, espatriati per fuggire da questo Paese gerontocratico e medioevale. Speriamo che serva a mobilitare ulteriormente le coscienze, oltre che ad arricchire gli scambi scientifici (che poi sarebbe lo scopo principale del blog…).

Parto da qui per turarmi il naso e calarmi ancora una volta nella palude di questo Paese, dove le più basilari regole di convivenza civile appaiono troppo spesso sovvertite. Un Paese dove, per dirla con Maurizio Ferrera del Corriere della Sera, “posto fisso, Inps e famiglia è il puzzle che non funziona più”. Ferrera, prendendo spunto dalla polemica innescata giorni fa dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti sul “posto fisso” (di cui anche questo blog si è occupato), la triade “Inps, famiglia, posto fisso non è oggi più in grado di generare opzioni per tutti, né di offrire una rete omogenea di sicurezze. L’Italia è diventata un esempio eclatante di società dei due terzi: una larga fetta di cittadini, soprattutto giovani e donne, manca quasi totalmente sia di opportunità sia di protezioni“. Dopo aver notato che la “triade” non può più funzionare in un contesto globale, dove “i vecchi equilibri non reggono più”, Ferrera fa notare come il circuito “posto fisso, Inps e famiglia si è gradatamente trasformato in una fonte di squilibrio, è diventato IL problema, non la soluzione. […] Dobbiamo trovare nuove soluzioni. Le idee in circolazione sono tante: ciò che manca sono l’attenzione e l’impegno della politica“.

Già, la politica…: “Vivo in Campania in provincia di Benevento, ho conseguito lo scorso anno, brillantemente mi dicono, una laurea, con sacrifici indescrivibili. Sono anche io dipendente pubblico, e di domande di mobilità dal giorno della mia laurea ne ho spedite 148. Che strano, a me praticamente tutti hanno risposto picche. Forse le mie richieste non sono andate a buon fine, perché non apprezzato da alcun politico“. Così scrive Sandrino Luigi Marra a La Repubblica. Penso, correggetemi se sbaglio, che Sandrino si riferisca allo scandalo raccomandazioni in casa Udeur (e più in generale, in casa Campania): 655  nomi di raccomandati, con relativa segnalazione di politici (complimenti a Luigi Nocera, ex assessore regionale, con i suoi 100…). “La raccomandazione elevata a sistema… la raccomandazione è sistema”, scrive Mattia Feltri (figlio, voilà, di Vittorio Feltri), su La Stampa. Con l’Agenzia per l’Ambiente regionale (non proprio l’ultimo degli enti, in una regione che di problemi ambientali ne ha parecchi), trasformata in un carrozzone clientelare dove venivano assunti praticamente solo i “segnalati”. Intercettazioni telefoniche proverebbero che molti di loro erano emeriti fannulloni, persone che in un Paese normale non avrebbero manco ricevuto l’incarico di spostare un evidenziatore da qui a là. Ma nel sistema clientelare assurto a sistema queste stesse persone divenivano pedine fondamentali per perpetuare un sistema tanto antico quanto feudale. Io faccio assumere te, che mi garantisci fedeltà e controllo sul “territorio”. Ma può una democrazia del G8 andare avanti così? I risultati sono sotto gli occhi di tutti, in primis degli abitanti della Campania, soprattutto di quella buona fetta di onesti che va avanti con la propria fatica quotidiana. Intanto la favola delle segnalazioni “a fin di bene”, come predicato dai politici coinvolti, crolla di fronte alla lettera di Sandrino, citata sopra. Andatela a raccontare a qualcun altro: lo sapete quante migliaia di giovani perbene e in gamba lasciano ogni anno la Campania, diretti all’estero, per sfuggire a questo sistema medievale?

Chiudo con a raggelante inchiesta de La Repubblica.it sui giovani: bella iniziativa, quella di lanciare (l’altroieri) un appello a raccontarsi online. Ma sono i dati a far paura: secondo il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, “la riduzione occupazionale, registrata nel secondo trimestre (556 mila), è dovuta soprattutto ai “figli” e ha interessato 404 mila persone. A confronto con loro, rischiano di sembrare pochi persino i 152 mila posti perduti dai genitori“. Il tasso di dispccupazione nel segmento 15-24 anni ha toccato il 24%! (oltre tre volte la media nazionale). “Emarginati e relegati a ruoli eternamente precari anche nella ricerca universitaria, non sorprende che i laureati italiani – come confermano i recentissimi risultati dell’indagine europea realizzata da un istituto di ricerca di Berlino – siano purtroppo quelli che in tutta Europa credono meno alla possibilità di realizzare se stessi nel mondo del lavoro“, chiude amaro l’articolo. Per dirla con Federico, laureato in Scienze Biologiche, che mi ha scritto un’e-mail amareggiata attraverso l’indirizzo del blog fugadeitalenti@gmail.com (dopo aver letto un articolo a suo avviso -e anche mio- ben poco aderente alla realtà), “come è possibile che dicano che in Italia la laurea è molto apprezzata?Che Paese hanno analizzato? Quello dei figli di papà raccomandati, che autoperpetuano la loro casta, o quello dei migliaia di laureati senza nessun “aggancio” che, come me, dopo la laurea vanno a lavorare nei call center a 600 euro al mese, e dopo 10 anni vanno avanti di lavoretti e sono ancora costretti a vivere con i genitori?”

 

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Storie di Talenti/3

In Storie di Talenti on 29 ottobre 2009 at 09:00

“La Fuga dei Talenti” prosegue nella sua iniziativa per dar voce alle migliaia di giovani italiani espatriati: raccontaci la tua storia, spiegaci perché te ne sei andato, perché hai lasciato l’Italia e come vivi oggi. Soprattutto, come vedi e percepisci l’Italia dall’estero? Quali sono le maggiori differenze -in termini lavorativi e di qualità della vita- tra il Paese dove risiedi e il nostro?

Invia la tua storia (20-30 righe) a storietalenti@gmail.com: sarà pubblicata su questo blog.

OGGI OSPITIAMO LA STORIA DI VALIA, EMIGRATA NEGLI STATI UNITI

“Mi chiamo Valia, sono sempre stata appassionata di scienza e filosofia. Dopo un minimo di indecisione se studiare Fisica o Filosofia all’università (come si fa a risponedere alle domande filosofiche sul mondo se non si studia come le nostre teorie ci dicono che e’ fatto?), mi sono iscritta a Fisica. Mi sono laureata all’universita’ di Milano: non contenta, sono andata a Genova per il dottorato. Gia’ all’inizio del dottorato ho capito che aria tirava, ma ai tempi avevo ancora la testa tra le nuvole e volevo solo studiare. Poi però la dura realta’ mi ha fatto tornare coi piedi per terra: un dottorato in mano che vale meno della carta straccia, la solita fila “immeritocratica” in università che dura da millenni, e le ditte che storcono il naso perche’ non ti possono assumere in formazione lavoro…
Alla fine, un po’ alla disperata, ho fatto domanda all’universita’ (ai tempi) numero uno in America per filosofia della scienza, la Rutgers, nel New Jersey (o la va o la spacca!)… e mi hanno preso! Mi sono dottorata due anni fa, e prima ancora di discutere la tesi ho trovato lavoro come assistant professor alla Northern Illinois University, che possiede  uno dei master in filosofia piu’ prestigiosi degli Stati Uniti.
Che dire? Che in Italia non posso neanche insegnare alle medie…”

P.S. Ieri il Governo ha approvato la riforma dell’università: non mi considero un esperto in materia, ma mi sembrava interessante linkarlo alla storia di Valia, se non altro per contiguità tematica. A una prima occhiata il Ddl pare interessante in diversi punti, quali la valutazione dei professori da parte degli studenti; la nuova formula di reclutamento e contratto dei ricercatori; il limite all’elezione dei rettori. E altro ancora. Questa riforma, quando sarà legge, dovrà essere valutata alla prova dei fatti. Ma è quantomeno un passo nella giusta direzione. Il Governo però non dovrà cercare di fare “furbate” sui finanziamenti: l’Ocse ci rimprovera di essere agli ultimi posti nelle sue classifiche, per i finanziamenti all’educazione superiore. Che questa riforma non diventi dunque una scusa per tagliare altri fondi al sistema educativo.

Ritorno a Bruxelles

In Fuga dei giovani on 28 ottobre 2009 at 09:46

A qualche giorno di distanza voglio ricordare la presentazione de “La Fuga dei Talenti” a Bruxelles. Un doppio appuntamento, lo scorso 23 ottobre, prima alla libreria “La Piola”, poi con l’associazione dei laureati in Bocconi Alub, che mi ha permesso un contatto diretto con decine di giovani di talento che hanno dovuto lasciare l’Italia. Ho raccolto rabbie, frustrazioni, ma soprattutto tanta voglia di cambiamento. Come ha ben sintetizzato una dei protagonisti del libro in una e-mail speditami la sera stessa, “quello che mi premeva di più è stato in sostanza detto – ossia, evitare di piangerci addosso e  parlare di cio’ che va fatto, di come avere una “ricaduta”  sull’Italia anche se lontani (si tratti di aiutare un giovane meritevole ma senza pedigree, o di portare le proprie conoscenze ed esperienze alla propria comunità di origine, o di qualsiasi altra forma di impegno civile, quando non anche specificamente politico, che ciascuno si senta di dare)”.

Alla libreria “La Piola”, sotto l’abile regia e moderazione del giornalista Lorenzo Consoli, nonché grazie agli interventi in presa diretta di due protagonisti del libro,  Marco Fantini e Veronica Manfredi (che hanno raccontato le loro esperienze), siamo partiti tracciando il perché i giovani in Italia non contano e sono emarginati, prima di tuffarci -con gli interventi del pubblico (in prevalenza “under 40”)- sul “cosa fare ora”. E’ questa domanda che -noto con piacere- assilla ormai i più: è vero, viviamo in un Paese gerontocratico, immeritocratico e profondamente ipocrita. E cosa possiamo fare? Per cominciare ho invitato tutti i presenti a costruire ponti con la madrepatria, a non lasciare sole le tante realtà positive che operano qui. Solo costruendo ponti -ho insistito- tra i giovani italiani che credono in un’Italia diversa, qualcosa può cambiare. Dal tipo di interventi, di volti e di parole che sono circolate quella sera, ho avuto la netta impressione che -sì- esiste una speranza. Voglio anche segnalare il bel concerto che ci ha regalato Gaspare, in arte “Gappa”: si definisce uno sciamano metropolitano, e per cominciare si è autoprodotto uno splendido cd, “Cervello in Fuga”, una efficace denuncia in musica dei mali che affliggono l’Italia. Ascoltate il brano che dà il titolo al cd e vedrete…

Né voglio infine tralasciare l’interessante discussione con i laureati Bocconi residenti a Bruxelles: con loro abbiamo toccato molti aspetti e temi del libro analizzati anche a “La Piola”. Pure con loro abbiamo affrontato il dolente tasto del “cosa fare ora”. E, da buoni economisti, non hanno mancato di sollevare con grande interesse il problema dei numeri: quanti giovani italiani espatriano ogni anno? Dati ufficiali, ahinoi, non esistono. E’ forse troppo chiedere al Ministero degli Esteri di avviare un osservatorio dedicato?

Scrivi insieme a noi il “Manifesto dei Giovani Italiani”: manifestodeigiovani@gmail.com

Raccontaci la tua storia: storietalenti@gmail.com

“La Fuga dei Talenti” a Bruxelles

In Fuga dei giovani on 21 ottobre 2009 at 09:00

Venerdì 23 ottobre “La Fuga dei Talenti” sbarca a Bruxelles, con due presentazioni:

-ore 18.30, alla libreria “La Piola” (66-68 rue Franklin): modera Lorenzo Consoli, presidente della Federazione dei Corrispondenti Europei a Bruxelles (Api)

-ore 21, presso la sezione di Bruxelles dell’Alub, l’associazione dei laureati dell’Università Bocconi.

Vi aspetto 😉 !!!

bruxelles


Storie di Talenti/2

In Storie di Talenti on 20 ottobre 2009 at 09:00

“La Fuga dei Talenti” prosegue nella sua iniziativa per dar voce alle migliaia di giovani italiani espatriati: raccontaci la tua storia, spiegaci perché te ne sei andato, perché hai lasciato l’Italia e come vivi oggi. Soprattutto, come vedi e percepisci l’Italia dall’estero? Quali sono le maggiori differenze -in termini lavorativi e di qualità della vita- tra il Paese dove risiedi e il nostro?

Invia la tua storia (20-30 righe) a storietalenti@gmail.com: sarà pubblicata su questo blog.

OGGI OSPITIAMO LA STORIA DI MARCO, EMIGRATO IN GERMANIA

“Mi sono laureato in Filosofia, ma non ho mai utilizzato il mio pezzo di carta. Essendomi precedentemente diplomato in Informatica, ed avendo vissuto il periodo di maggior “boom” dell’informatica in Italia – nonostante abbia iniziato a fare il giornalista praticante e qualche lavoretto in radio, senza alcuna garanzia per il futuro: beh… con queste premesse, resistere alla tentazione di lavorare nell’informatica ed avere quanto meno uno stipendio sicuro era difficile.

Inizio quindi una “carriera” che si dovrebbe in realtà definire come: “10 anni di gavetta” da “consulente”, ovvero lavoratore usa e getta affittato a trimestri o semestri, con contratti ridicoli, spesso a partita IVA o a progetto (quando sono stati così geniali da inventarli, in Francia hanno giustamente messo a soqquadro il Paese… in Italia ce li beviamo supinamente). Fino al top della creatività raggiunta negli ultimi anni, pagato in percentuale a partita IVA e in percentuale a progetto, per “spremere” il meglio possibile dal contratto di sub-sub-appalto. Quello che succede -in pratica- è che una
grande società (a puro titolo di esempio Microsoft, IBM, HP, e così via) prende in gestione progetti da altre grandi società, sempre a titolo di esempio Telecom, o Wind, H3G, e così via, erogando questi progetti come consulenza. Il personale non è mai “assunto” dalla società di consulenza, ma “affittato” da altre società minori, che a volte “recruitano” pure da una terza società. In tutti questi passaggi la tariffa pagata dal cliente finale è di oltre 800/1000 € al giorno per un consulente, il quale però -alla fine- a malapena sbarca il lunario e riesce a pagarsi il treno e l’appartamento/residence che gli servono per spostarsi nella zona d’Italia dove viene inviato (ho vissuto sei anni a Milano, due ad Ivrea, uno e mezzo a Roma, uno e mezzo a Torino, e frammenti a Padova e Piacenza… e sono di Firenze!).

Dopo svariati anni riesci forse a “risalire” e lavorare con meno  “passaggi”. Anche lavorare per la società “top” di consulenza non vuol dire però e necessariamente rose e fiori. Ci sono società famose per il loro lavaggio del cervello, famose per riempire di pendolari i treni Milano-Torino (infatti per i primi due anni i neo-laureati che hanno la fortuna di lavorare per loro se sono di Torino vengono mandati a lavorare a Milano, e viceversa). Ovviamente per nessun altro motivo, se non per creare una mentalità “succube”, in cui il neofita viene “addestrato” ad accettare qualsiasi condizione lavorativa.

Nella mia ultima consulenza sono stato spedito addirittura all’estero. Lavoravo per una società di telecomunicazioni in Ivrea (ovviamente sempre per una società in sub-sub-appalto) e mi chiedono se voglio lavorare come consulente a Düsseldorf, in Germania. Per l’occasione riesco persino a saltare una società di sub-appalto ed essere assunto direttamente dalla prima appaltatrice.

Iniziano subito le prime magagne, con la società che si “dimentica” di pagare l’hotel e “chiede gentilmente” di anticipare i costi, cosa che viene fatta la prima volta, viene fatta la seconda, ma rifiuto di fare la terza. Veniamo (siamo adesso in due e diventiamo piano piano sempre di più…) mandati in appartamento – anche qua, grosse discussioni circa i bugigattoli dove dovremmo abitare, cui aggiungere la totale disorganizzazione della società di consulenza, che non ha alcuna base logistica in Germania né intende investire nel crearne una (lo farà soltanto dopo tre anni buoni…).

Nel frattempo, il cliente (tedesco) non perde tempo, e dopo nemmeno tre mesi che io e l’altro collega italiano lavoriamo presso di lui, ci chiede se vogliamo essere assunti. Il posto di lavoro è normalissimo, ma a noi pare fantastico, visto quello che abbiamo visto fino ad allora. La città è pulita e ben organizzata: la qualità di vita immensamente superiore a qualsiasi (qualsiasi!) città italiana in cui abbia mai vissuto.

Io adesso vivo in una casa di 100mq, che pago un terzo di uno stanzino di venti a Milano, sto in campagna ma arrivo in città in 16 minuti con l’U-bahn (treno-metropolitana) che mi passa a 600 metri da casa – oppure mi faccio 18 Km in bicicletta (quasi tutti su pista ciclabile, non rischio di essere ucciso come a Milano), che sono sempre salutari. Riesco a fare sport ed avere persino una vita privata (incredibile!) e dal grasso e debole obeso che mangiava sempre fuori casa che ero a 30 anni… ora cucino biologico e ho perso oltre 20 kg.

Dopo due anni ho cambiato posizione e da tecnico sono diventato “medium management”, guadagno il doppio (doppio! il lordo è il doppio) che in Italia, più i benefit/bonus eccetera.

Credo di aver esaurito le righe ma ce ne sarebbero da raccontare… sono stato ad una job fair ad Amsterdam recentemente, per curiosità (e turismo): ho trovato un sacco di italiani che sperano di combinare qualcosa”.

Il mito del “Posto Fisso”

In Giovani Italians on 19 ottobre 2009 at 16:11

Indovinate chi ha colpito maggiormente la crisi, in Italia?… ça va sans dire, i giovani! L’ha messo nero su bianco l’Istat la scorsa settimana, denunciando come (riporto i dati pubblicati su Il Sole 24 Ore) “per 404mila unità di lavoro perdute da parte dei giovani, il calo occupazionale dei genitori si è limitato a 152mila unità, nel secondo trimestre 2009”. Bene, ottimo: in un Paese che va al contrario e arriva a garantire -al massimo- gli ammortizzatori sociali in deroga alle fasce più deboli (i giovani), rifiutando di fare una vera e propria organica riforma degli ammortizzatori sociali, i primi ad essere sbalzati fuori dal treno in corsa della recessione sono proprio i cosiddetti “under 35”. Forse perché non hanno il “posto fisso“? Probabilmente -o quasi certamente- sì: nell’oscurità del Medioevo italiano l’unica ancora di salvezza è diventata quella, come ha ben intuito nelle ultime ore persino l’ex-“American boy”, nonché Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Nell’Italia del 2009 il “posto fisso” è dunque diventato un valore: salvo smentita tra cinque anni, ovviamente, in base al variare della situazione economica. E’ ovvio che in un Paese feudale come il nostro il “posto fisso” costituisca l’unica chance di ottenere una prospettiva di vita, dato che poggiamo su tanti micromercati del lavoro asfittici, dove non serve avere un buon curriculum. Nè Tantomeno aver viaggiato o sapere le lingue. COnta l'”entratura” giusta, il più delle volte, che ti porti al tanto agognato “posto fisso”.

Ma un vero modernizzatore dovrebbe puntare ad aprire il mercato del lavoro, dovrebbe implementare liberalizzazioni a dosi massicce, sciogliendo i troppi potentati e le troppe caste che decidono -in troppi settori della nostra economia- chi entra e chi resta fuori. Glorificare il “posto fisso” può rappresentare una soluzione sul breve termine (ma a che pro?, Ora le aziende si metteranno ad offrire contratti a tempo indeterminato a tutti solo perché l’ha detto un Ministro?), ma sul medio-lungo periodo occorre seguire una strada “nordica”: mercato del lavoro aperto, lotta senza quartiere a raccomandazione e nepotismo, riforma degli ammortizzatori sociali in senso “giovane”, offrendo agli “under 35” una rete di protezione solida, soprattutto nei primi anni di carriera.

Detto questo, vi racconto del mio weekend, passato nel freezer di un’Italia vittima del cambio climatico: ne ho approfittato per fare un paio di letture. Una positiva, l’altra demoralizzante. Partiamo da quella positiva:

i giovani dottori commercialisti (pare) si sono ribellati. Un bel giorno hanno scoperto che nella loro “casta” (una delle tante) comandano gli anziani. Ma va?!? Per farla breve, se sui 110mila commercialisti italiani ben il 65% ha meno di 43 anni, a dettar legge è il 35% che ne ha di più. Come? Beh, basta osservare i limiti di anzianità -anche professionale- necessari per accedere alle cariche dell’ordine. Sotto i 50 anni, denunciano i “giovani dottori”, è dura occupare un qualsiasi posto di potere. “E’ necessario, in questa fase, avere il coraggio di riformarci. Un ordinamento ingessato non è in linea con un mondo che va sempre più veloce”, afferma il presidente di categoria, Luigi Carunchio. Meglio tardi che mai, cari. Ma ora combattete la vostra battaglia, per favore.

-la cattiva notizia. Ho ridato un’occhiata al rapporto “URG! Urge Ricambio Generazionale“, promosso dal Forum Nazionale dei Giovani. Da quel rapporto, sette mesi fa, fu tratto un bell’articolo uscito sul Corriere della Sera, di cui anche questo blog parlò diffusamente. I dati sono sinceramente deprimenti: “L’Italia è un Paese vecchio”, denuncia il rapporto, spiegandone anche il perché (per smentire i soliti facili luoghi comuni demografici). “Il sistema di potere lascia poco spazio alle nuove generazioni. I meccanismi di formazione e di selezione delle elité sono caratterizzati da una bassa capacità di ricambio e da una pronunciata longevità, grazie alla pervicacia con la quale la classe dirigente nostrana difende le posizioni acquisite”. Qualche dato, per essere più preciso: oltre un collaboratore su due ha meno di 35 anni, in Italia (anno 2007). Solo un giovane su dieci (!) riesce poi a trasformare in contratto a tempo indeterminato questo contratto di collaborazione, nell’arco di 365 giorni. Ulteriore handicap: in Italia si prema l’anzianità lavorativa ai fini della carriera, al di là di meriti e produttività. E’ una regola che permette poche eccezioni. Sorge dunque spontanea la domanda: quando mai questi giovani precari potranno sognare di far carriera, se non hanno raccomandazioni o spintarelle? Se passano il loro tempo a migrare da un contratto all’altro, non metteranno mai radici sufficienti per salire la scala sociale… La ricerca evidenzia infatti un calo drastico degli “under 35” nelle posizioni dirigenziali: il tutto nell’arco di un solo decennio. Sarà un caso? Altro dato: la politica. Lo sapete che i 25-35enni in Italia costituiscono il 18,7% della popolazione maggiorenne, ma nell’ultimo Parlamento rappresentano solo il 5,6% dei deputati? Chi la fa da padrone, allora, nelle Camere? Al Senato gli over-60 (33,2% sul totale), alla Camera i 46-55enni (41%). PdL e PD non ci hanno fatto una gran figura, in fatto di giovani candidature, alle ultime elezioni: in particolare la maggioranza di Governo, comandata da un 73enne, ha candidato solo un misero 13,6% di 25-35enni, sul totale dei futuri parlamentari. Altri dati ancora: l’università. Per alcuni -a ragione- è l’emblema del disastro gerontocratico di questo Paese: l’età media dei professori ordinari è di 59 anni! Il 7,6% sono over-70!!! Su 61.929 docenti e ricercatori, gli under-35 sono solo il 7,6%. E quasi tutti occupano ovviamente la fascia più bassa della gerarchia accademica: quasi il 100% di loro sono infatti ricercatori. E così via, passando alle libere professioni: l’età media dei giornalisti professionisti è 54 anni; i medici con meno di 35 anni sono sotto il 12% (anche perché al diploma di specializzazione ci arrivi in media dopo i 30 anni…); i giovani avvocati (pur tanti numericamente, ben il 27,8% del totale) denunciano condizioni di lavoro di semi-schiavitù; infine -come già riportato tempo fa- il 17,5% dei notai è “figlio di” (nel nome del “tengo famiglia”).

La domanda, alla fine, è sempre la stessa: … E state ancora a chiedervi perchè migliaia e migliaia di giovani laureati italiani espatrino ogni anno, lasciando senza rimorsi questa terra di Vecchi?

“La Fuga dei Talenti” continuerà a porla, anche nei prossimi mesi…

Scrivi insieme a noi il “Manifesto dei Giovani Italiani”: manifestodeigiovani@gmail.com

Raccontaci la tua storia: storietalenti@gmail.com

Storie di Talenti/1

In Storie di Talenti on 13 ottobre 2009 at 09:00

“La Fuga dei Talenti” prosegue nella sua iniziativa per dar voce alle migliaia di giovani italiani espatriati: raccontaci la tua storia, spiegaci perché te ne sei andato, perché hai lasciato l’Italia e come vivi oggi. Soprattutto, come vedi e percepisci l’Italia dall’estero? Quali sono le maggiori differenze -in termini lavorativi e di qualità della vita- tra il Paese dove risiedi e il nostro?

Invia la tua storia (20-30 righe) a storietalenti@gmail.com: sarà pubblicata su questo blog.

OGGI OSPITIAMO LA STORIA DI ANTONIO, EMIGRATO IN BRASILE

Caro Sergio,

mi chiamo Antonio, sono nato nel 1964, laureato in Economia Politica in Bocconi con 107/110. Ho lavorato in aziende come Coopers&Librand ed Ernst&Young, e partecipato ad alcuni start-up come Sky e H3g.

Sono nato a Messina, mio nonno era bigliettaio del tram. Mi sono laureato come studente lavoratore: con un grande sforzo mi sono pagato autonomamente l’università privata, nonché tutti i costi in una città cara come Milano. Avevo un ideale che risale alle mie origini: una bella famiglia numerosa. Mi sono riuscito a sposare solo a 34 anni, dopo aver raggiunto la dirigenza per potermi pagare le spese di una famiglia. Che tristezza la legislazione tributaria in Italia. Dopo aver passato una vita a pagarsi gli studi, dopo aver accettato lavori faticosi per  arrivare alla dirigenza, lo Stato ti mangia oltre il 50% dello stipendio in tasse (dai miei calcoli sono arrivato al 70%, sommando ticket sanitari, Ici, rifiuti, Iva, Rai, ed altro)… dove il padre di famiglia con 3 o più figli é visto come un super ricco. Senza nessun aiuto per lasciare la moglie a casa per educare i figli, e cercare di guadagnare di più con un unico salario. Senza nessun aiuto per pagare un asilo nido. Senza nessun aiuto per comprare o affittare un appartamento maggiore per il numero dei figli. Perché ero considerato ricco e vivevo povero…

Sono un uomo internazionale: a mio parere  l’Italia, senza ricchezze naturali, sta perdendo il suo valore principale. Il made in Italy. L’Italia sta diventando un paese di vecchi. Senza più quella classe attiva nelle aziende, che con l’innovazione l’ha fatta prosperare a lungo, creando per l’appunto il made in Italy.

Ho quindi pianificato e realizzato l’abbandono definitivo dell’Italia, trasferendomi in Brasile. Sono arrivato nel 2006, ho preso il passaporto brasiliano nel 2007. Qui ci sono circa 30 milioni di persone di origine italiana, che si trovano benissimo. Io ho anche fondato un gruppo in LinkedIn “Italians Making Business in Brazil”, che in un anno è arrivato a 180 managers. La pensano tutti come me. Qui pago il 27% di IRPEF: se sommo tutte le tasse, arrivo a poco più del 36% del salario totale. È un Paese molto differente dagli stereotipi che circolano in Italia. È la decima economia del mondo: nel 2016 sarà la quinta. Ricca di petrolio, agricoltura, minerali, biocombustibili, spiagge e soprattutto famiglie numerose.

È un Paese altamente multirazziale ed allo stesso tempo orgoglioso della sua identità brasiliana, ossia con un cammino esattamente opposto all’Italia. Un Paese che, nonostante i politici siano ancora più corrotti di quelli italiani (forse), ha trovato un suo equilibrio. Un Paese che ha creato una crescita sostenibile (PIL 6% nel 2008, 1% nel 2009 e 5% nel 2010). Un Paese che adesso forse è più povero dell’Italia, ma per poco.

Come è bello stare in una famiglia numerosa di 4 figli (almeno fino ad oggi..), in un Paese giovane ed allegro, nonché in crescita, quale è il Brasile. Come è triste vivere a stento, con uno stipendio da dirigente, in un Paese in decadenza culturale, economica e sociale come è l’Italia.

Ciao,

Antonio

Money? Yes. Research in Italy? No, thanks.

In Fuga dei giovani on 12 ottobre 2009 at 09:00

Ci risiamo… con la scoperta dell’acqua calda. Parlando di ricerca, veniamo a sapere che nell’ultimo bando lanciato dallo European Research Council, che ha messo a disposizione la bellezza di 325 milioni di euro per la causa, ben 1625 richieste di finanziamento sono giunte dall’Italia. Non ci mancano dunque né i ricercatori, né le menti creative, verrebbe da concludere… anzi! Magari però ci mancano i soldi per finanziarli, ma questo è un discorso arcinoto. Fa però impressione (benché già si sapesse) osservare come -sebbene condividiamo con la Germania il primo posto per numero di finanziamenti vinti, in tutto 32- di quelle borse ne vedremo neppure la metà: ben 18 di queste prenderanno la via di Gran Bretagna (otto), Francia (quattro), Spagna (tre), Germania (due) e Svizzera (uno). Magari potessimo parlare di “brain circulation”…: come informa un bell’articolo del Corriere della Sera, su 18 progetti in uscita, ne avremo solo due (due!) in entrata. Una romena a Milano e un olandese a Padova. Per contro, la Gran Bretagna, che di finanziamenti “autoctoni” ne porta a casa solo diciotto, riceve ben 25 ricercatori immigrati (otto italiani e diciassette di altra nazionalità europea) che intendono far ricerca Oltremanica. “Chi possiede qualità per competere nella ricerca, spesso non abita più qui. E dall’estero, non li rimpiazza nessuno”, conclude l’autrice dell’articolo. “Mancanza di fiducia nella nostra ricerca”, sentenzia invece Salvatore Settis, membro italiano dello European Research Council, che punta il dito contro un sistema-Paese scarsamente affidabile, che non offre garanzie di carriera ragionevolmente rapida, nonché livelli retributivi dignitosi. Per non parlare dei concorsi per cattedra – bloccati da quattro anni, caso praticamente unico in Europa. Settis, con Bordignon (l’altro membro italiano dell’Erc), accusa: “Nel nostro Paese ci sono i soldi per il Ponte sullo Stretto e per la Tav, non per la ricerca. L’unica priorità in tempi di crisi”.

“E’ cambiato qualcosa in Italia, a dieci anni di distanza?”, si chiedeva venerdì sera Antonio Iavarone, ricercatore la cui storia di nepotismo e di espatrio negli Usa è tornata di attualità due mesi fa, grazie a una importante scoperta scientifica. Il palcoscenico mediatico questa volta era Ndp di Antonello Piroso, su La7: “Qui lavoriamo in un ambiente di ricerca sano”, insisteva Iavarone, la cui galanteria gli impediva di scagliarsi come avrebbe desiderato contro questa palude putrida italiana. Ma le sue (ben meditate e accuratamente selezionate) parole pasavano come macigni: un ambiente di ricerca sano, sottolineava lui, implicitamente contrapponendolo a quello “malato” della Penisola. In studio, l’imprenditore Nerio Alessandri (Tecnogym), sibilava una frase terribile, ma vera: “Il successo in Italia è una colpa”. E’ vero, in un Paese antimeritocratico, familista e relazionale, la bravura è un handicap. Sconvolge schemi precostituiti e preordinati, dove l’idiota -pur idiota- deve per forza occupare una certa posizione, in virtù di parentele, cooptazioni o peggio. Il “bravo”, o il “talento”, che ambisce alla medesima posizione rappresenta solo un ostacolo al mantenimento dello status quo.

Quando affonderemo definitivamente? Resta questa la domanda fondamentale. Il declino c’è ed è sotto gli occhi di tutti: la Commissione Europea, aprendo la recente procedura per deficit eccessivo contro l’Italia, non ha mancato di sottolineare “le debolezze strutturali” della nostra economia. Sale il deficit, esplode il debito, la spesa pubblica appare fuori controllo, appesantita com’è dalle uscite destinate alle pensioni. Il presidente della Bce Jean-Claude Trichet ci invita a fare le riforme strutturali. Trichet si sofferma sui nostri prezzi e le nostre tariffe (particolarmente rigidi), e sul nostro mercato del lavoro (particolarmente ingessato). Serve “un ambizioso piano di modernizzazione”, conclude. Intanto non c’è una sola università italiana (una che sia una) tra i primi 150 atenei del mondo, secondo la classifica del Times Higher Education Supplement. La prima, l’Alma Mater di Bologna, è 174esima (!!!). “E’ essenziale prendere atto che siamo indietro”, commenta amaro Enrico Decleva, presidente della Crui.

Sono dati troppo disomogenei, quelli che ho presentato sopra? Forse, ma testimoniano un lento e inesorabile declino, che ben si accompagna a una situazione politica che ci ha reso gli zimbelli della comunità internazionale. Da pochi giorni 73enne (auguri…), il capo del Governo non sembra proprio intenzionato a rinnovare la leadership nel suo partito, facendo finalmente largo a un quarantenne. Quello sì che sarebbe un bel segnale di cambiamento…

Restiamo un Paese vecchio, gerontocratico, ingessato, bisognoso di riforme, dove si fa poca ricerca, e dal quale i giovani fuggono. In misura sempre maggiore. Auguri, Italia!

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Perché l’Italia non è un Paese per giovani

In Giovani Italians on 6 ottobre 2009 at 09:00

Oggi La Fuga dei Talenti è lieta di ospitare il “guest post” a firma di Giovanni Campagnoli, responsabile della noprofit Vedogiovane, dove si occupa di politiche giovanili attraverso attività di informazione, formazione, ricerca e consulenza ad enti pubblici e organizzazioni del Terzo settore. Il suo è un punto di osservazione privilegiato per parlare dei problemi delle nuove generazioni italiane:

“Porto qui il punto di vista di uno che lavora “per e con i giovani”, a volte direttamente, a volte invece come ricercatore, consulente, formatore, ecc. In ogni caso sempre cercando di metterci professionalità e passione. Non posso che confermare la situazione che molti altri più autorevoli di me hanno già segnalato in questi anni e cioè una reale difficoltà di “accessi” del mondo giovanile a quello adulto (rispetto a lavoro, reddito, credito, casa, formazione, studio, carriera, professioni), unita alle preoccupanti novità inerenti povertà e disoccupazione giovanile (25% a giugno 2009, la più alta in Europa). Ma in Italia questo non solo non diventa “allarme sociale”, ma non è assolutamente né argomento da agenda politica, né tematica di senso comune. A giugno 2009 la Commissione europea ha diffuso il documento “Risposte europee all’attuale crisi socio-economica”: leggendola emerge un dato interessante. Di fronte all’attuale crisi, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, inseriscono provvedimenti per facilitare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e per agevolare lo start up di imprese giovanili. Invece in Italia si aumenta l’età pensionabile e si parla solo di ammortizzatori sociali, garantiti con risorse sottratte alla formazione professionale ed alla formazione continua dei lavoratori. In altre parole, da noi si privilegia la spesa pubblica a fondo perduto, invece che l’investimento sulle risorse umane, giovani o adulte che siano… La situazione quindi è davvero quella descritta nei tanti post già pubblicati e cioè quella di Paese con al potere un ancien régime che tende ad escludere i giovani non solo dai “luoghi che contano”, ma anche, più semplicemente, dal lavoro, privando così loro di opportunità, attenzioni e risorse. Quelle che vengono chiamate “politiche giovanili” sono prassi e linee d’azione consolidate da quarant’anni in Europa, mentre da noi il Ministero è stato istituito per la prima volta solo nel 2006… I Comuni spendono per i giovani lo 0,1% delle uscite correnti dei loro bilanci! In altre parole, il costo che un Comune italiano di medie dimensioni spende per una rotatoria stradale equivale alla cifra che stanzia per dieci anni per le politiche giovanili! Se non c’è un minimo di quantità di risorse investite, non si può pretendere che ci sia qualità di intervento. Esclusione sociale, (im)pari opportunità, politiche pubbliche per i giovani come “optional istituzionali”, sono questioni negate da un ancien régime che sembra poco propenso ad occuparsi di futuro, più interessato a produrre quasi esclusivamente immobilismo sociale. Per questo obiettivo, le prassi sono raccomandazioni, familismo, provincialismo relazionale, ecc., tutto ciò che garantisce il controllo effettivo delle situazioni (proprio ad esempio rispetto alla fedeltà al capo), blocca il cambiamento, finisce per diffondere più mediocrità nei vertici di molti settori, lasciando andare i talenti all’estero… Una classe dirigente che comunque riesce ad apparire giovane essa stessa (e quindi con meno bisogno di giovani veri…), con un potente controllo dei media che invece, funzionalmente allo status quo, danno dei giovani una sottorappesentazione (quanti e qualitativa). Di loro viene infatti riflessa un’immagine stretta tra violenza e consumo, schiacciata tra articoli e reportages giornalistici riguardanti dolorosi fatti di cronaca e la luminosa ribalta di programmi televisivi e spot pubblicitari. Quindi il giovanilismo come modello vincente da usare negli spot, ma per quasi tutto il resto delle tv generaliste, solo un ruolo da comprimari, da “minus”, se non da “utili idioti” a prevalente beneficio di un pubblico adulto sempre più appassionato di reality e talent show. Eppure si sa che si vive in un sistema in cui vige la regola che “Qui non esisti più, se non appari mai in TV…!” [Vasco Rossi]. Vero è che se i giovani non sono in tv, sono invece sui social network a discutere dei loro temi e questo blog ne è un bell’esempio!!! Da tutto quanto detto si crea un deficit di cittadinanza, rispetto al quale si potrebbe addirittura ipotizzare uno status di riconoscimento dei diritti dei giovani, così come già avviene per quelli dell’infanzia. Sarebbe però una battaglia in cui i giovani, tra le altre tantissime difficoltà, si troverebbero di fronte – per la prima volta – quella dell’essere la nuova minoranza sociale del Paese che ha il più alto indice di invecchiamento al mondo…. È in atto infatti un “declino demografico delle giovani generazioni”, una vera e propria “scomparsa dei giovani”: oggi compiono vent’anni meno di 600.000 giovani, ma erano 900.000 nel 1990. In Italia gli under 25 sono il 23,6%, in Francia il 31,2%: una differenza di oltre 6milioni di persone… Difficile introdurre queste tematiche nell’agenda politica nazionale: ma è anche vero che la riforma della Costituzione ha dato alle Regioni ampi poteri, in generale, come sullo specifico di tutte queste tematiche. Il 21 marzo 2010 ci saranno le elezioni regionali: bisognerà portare queste tematiche nei programmi elettorali degli schieramenti, facendone finalmente materia di discussione tra i candidati alle presidenze, molto più di quanto è stato fatto fino ad oggi. In uno Stato regionalista come oggi è il nostro, è a questo livello che può avvenire il cambiamento. Ispirato sempre dall’Europa. Addirittura le Regioni potrebbero introdurre il reddito di cittadinanza giovanile! Ma arriviamo da un passato disastroso sull’attenzione alle tematiche giovanili, in queste elezioni: i risultati della ricerca condotta dall’Osservatorio Media Research di Pavia durante la campagna delle ultime regionali del 2005 sono eclatanti. Infatti, nell’analisi delle corrispondenze lessicali emerse nel confronto televisivo tra i leader del Centro Destra e Centro Sinistra (Berlusconi e Fassino a Porta a porta del 30 e31 marzo ‘05), il termine giovani è al 100° posto tra le parole più utilizzate nel confronto politico, citato solo 10 volte… Io però sono convinto che chi non pensa al futuro non ha nulla di significativo da dire nemmeno sul presente…

Crisi o opportunità: il new deal delle politiche giovanili

La crisi finanziaria del 2009 sembra aggravare ancora di più gli esiti di una situazione già così compromessa. O potrebbe, paradossalmente, segnare una svolta positiva, con la fine di una serie di paradigmi e l’introduzione di nuovi. I segnali già ci sono, tre in particolare. In primis l’istituzione del nuovo Ministero per gioventù che, da giugno 2009, sta cominciando a destinare risorse (e tante) per i giovani: mezzo miliardo di euro in tre anni a disposizione di Comuni, Province, Regioni, Privato sociale e Ministero. Non a pioggia, ma sulla base di progetti, ai quali i giovani stessi possono partecipare. Un fatto mai successo nella storia della Repubblica! E che può contribuire all’uscita dalla crisi del Paese. Novità nazionali, regionali (visto, come detto, il nuovo modello e poteri delle Regioni nelle materie inerenti i giovani) e contemporaneamente europee. Infatti c’è un nuovo Libro Bianco per la gioventù, una nuova Carta Europea della partecipazione dei giovani: lo scorso 29 aprile 2009, a Bruxelles, la Commissione ha adottato per il prossimo decennio una nuova strategia per le politiche europee a favore della gioventù, intitolata “Investire nei giovani e conferire loro maggiori responsabilità”. Dalla U.E. sono stati potenziati anche gli storici programmi Gioventù in Azione (con 885 milioni di euro) ed Erasmus (con 950 milioni)! Con un’attenzione a sviluppare Programmi che permettano ai giovani l’acquisizione (e certificazione!) di nuove capacità utili a competere nell’attuale situazione di mercato. Inoltre in Europa viene definito lo youth worker, quale operatore in grado di lavorare con adolescenti e giovani, in ambito extrascolastico, negli spazi giovanili, Informagiovani, nell’associazionismo. Mai come ora c’è anche un risveglio delle istituzioni nazionali su questi temi: ben l’85% dei Comuni italiani ed il 72% delle Province hanno un responsabile alle politiche giovanili, pronti a presentare nuove proposte per i giovani. Infatti 7.433 sono quelle già arrivate al nuovo Ministero per i suoi primi bandi! Rispetto ai giovani, oggi non vi è più solo un interesse degli addetti ai lavori. A livello generale si contano già 16 pubblicazioni su tematiche di politiche giovanili, negli ultimi due anni e mezzo: un vero record. E sono riprese le ricerche, si leggono articoli sulle prime pagine di quotidiani e periodici nazionali, riprende anche l’attività di convegni e meeting. Nuovi scenari quindi, che si combinano virtuosamente con una nuova generazione di Millennials, molto propositiva e positiva, che ha ripreso a farsi sentire (ad es. le manifestazioni studentesche dell’Onda). Così come vi è una “generazione di mezzo” che sente una responsabilità sociale su questi temi, a partire dalla consapevolezza con cui sta esercitando il ruolo di nuovi genitori, intenzionata a superare i limiti del modello della famiglia amicale/orizzontale. Infine oggi, grazie a tutto ciò, le politiche per i giovani hanno ottenuto dignità autonoma rispetto alle azioni per il contrasto alla devianza, al disagio, alla marginalità, agli interventi sociali in generale. Si definiscono programmi rivolti a giovani dai 15 ai 30 anni, in situazioni di normalità e che mirano a facilitare il loro accesso alla vita adulta, così come all’acquisizione di competenze nell’ambito dell’educazione non formale. Sono quindi interventi al di fuori dei circuito scolastico (oggi in una crisi confermata annualmente dai test PISA), attivati in quei contesti ed esperienze dove avviene ormai il 70% dell’apprendimento di un individuo (gruppi informali, organizzazioni giovanili, famiglia, tempo libero). Competenze spendibili sia su un mercato del lavoro sempre più flessibile, dinamico ed imprenditivo, che in ambito sociale rispetto alla formazione di una cittadinanza attiva. Sembra allora ci siano tutte le condizioni per poter innovare ed uscire dalla crisi, con i giovani stessi. Le ipotesi fin qui prospettate, possono allora essere utili a quanti vorranno cogliere questa sfida, con competenza e passione, professionalità ed entusiasmo, ciascuno rispetto al proprio ruolo. I giovani, da cittadini attivi, organizzandosi e pretendendo l’attuazione dei programmi di politiche giovanili (e quindi dei propri diritti!) dalle proprie Regioni e Comuni. Ma una maggior conoscenza della “questione giovanile” potrà essere utile soprattutto a quanti vogliano essere coinvolti e disponibili nell’aumentare il livello di riflessione sul tema dei giovani, richiedendo che ciò faccia parte del prossimo dibattito elettorale regionale, visto le risorse ed il ruolo di policy maker che queste istituzioni ora hanno in materia. Mai come ora, il pensiero va tutti quei giovani che sentono che “il momento è propizio” ed hanno voglia, così come dice il Libro Bianco, di essere coinvolti nelle scelte che li riguardano…”

Invia la tua Storia a “La Fuga dei Talenti”!

In Fuga dei giovani on 5 ottobre 2009 at 09:00

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“La Fuga dei Talenti” lancia un’iniziativa che vuole dar voce alle migliaia di giovani italiani espatriati: raccontaci la tua storia, spiegaci perché te ne sei andato, perché hai lasciato l’Italia e come vivi oggi. Soprattutto, come vedi e percepisci l’Italia dall’estero? Quali sono le maggiori differenze -in termini lavorativi e di qualità della vita- tra il Paese dove risiedi e il nostro?

Invia la tua storia (20-30 righe) a storietalenti@gmail.com: sarà pubblicata su questo blog. “La Fuga dei Talenti” vuole trasformarsi nel diario corale dei giovani italiani di talento espatriati. Raccogliendo sia le loro critiche, ma anche le loro proposte su come migliorare l’Italia.

E-mail: storietalenti@gmail.com

E spargi voce 😉 !

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