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Un Ingegnere in Silicon Valley

In Storie di Talenti on 31 gennaio 2011 at 09:00

+++”GIOVANI TALENTI” CAMBIA ORARIO: ALLE 13.30 (CET) SU RADIO 24+++

In California ho trovato un sacco di gente entusiasta del proprio lavoro: nessuno ha problemi a lavorare anche 10 ore al giorno, perché qua si fanno cose interessanti, dove uno vede il suo contributo diretto al successo dell’azienda… e l’azienda ti ricompensa pure! Anche se l’impresa è grossa, il feeling è sempre quello di una piccola azienda, dove la singola persona può fare la differenza. E si è valorizzati per quello“: così Simone Morellato, 34 anni, ingegnere al lavoro per la multinazionale Cisco in Silicon Valley, descrive l’ambiente di lavoro sulla costa del Pacifico. Lontano, e non solo geograficamente, dall’Italia.

Simone è arrivato negli Stati Uniti poco dopo la fine dell’università, forte di una laurea in Ingegneria Elettronica. In Italia gli si era presentata solamente l’occasione di uno stage -ovviamente non retribuito- presso un’azienda informatica di Treviso. Poi però è prevalsa la voglia di fare un’esperienza all’estero, sostenuta da un docente universitario, che aiuta Simone a trovare una internship presso Cisco: “quando ho visto che per fare uno stage mi retribuivano pure, che avevo una casa pagata, e che andavo a lavorare nell’azienda più importante al mondo per quanto riguarda le reti… beh, allora è stata una decisione facile“, chiosa Simone.

Il protagonista della puntata odierna scala rapidamente -nel corso dell’ultimo decennio- le posizioni professionali al’interno del colosso americano, arrivando a ricoprire la carica di Senior Technical Marketing Engineer, per la quale si occupa di training e test di laboratorio. Contemporaneamente, grazie agli stimoli che provengono dal contesto californiano, si getta nell’avventura imprenditoriale, aprendo una propria azienda di produzione di applicazioni per IPhone, la “JustApps”.

Qui ho trovato davvero l’America“, afferma soddisfatto Simone: “mi posso permettere praticamente tutto quello che voglio, posso svolgere qualsiasi attività con facilità, posso viaggiare, ho la possibilità di conoscere ogni giorno gente nuova e da tutte le parti del mondo. Insomma, mi è proprio cambiata la vita“.

Ospiti della trasmissione sono Silvano Gai, top manager (italiano) di Cisco, con cui affrontiamo il tema delle opportunità per i giovani italiani in Silicon Valley, e Roberto Mari, Product Manager sempre per Cisco. Roberto ha provato a rientrare nelle Penisola, alcuni anni fa – ma ha resistito solo pochi mesi: “ho ritrovato una società italiana ad anni luce da quella che ricordavo, ma soprattutto diversa dal mio standard di vita negli Usa. Stipendio ridotto, costo della vita altissima, tante tasse da pagare e pessimi servizi“. Aggiunge Roberto: “ho osservato una società con poche opportunità, dove la conquista di un posto al sole passa per le scorciatoie, i compromessi e la giustificazione di ogni mezzo, anche se viola le regole. Guardando mio figlio, ho capito che il nostro futuro non poteva essere in questo Paese“.

Nella rubrica “Spazio Emigranti” torniamo ad aprire la consueta finestra di fine mese sulle sezioni locali di “Italiansonline”, la più grande comunità -virtuale e non- di expats italiani: oggi andiamo in Turchia. Stefano Donzelli ci presenta IOL Istanbul.

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La discussione di questa settimana: Quanto l’ambiente motivazionale incide sulla produttività? Perché in Silicon Valley la sensazione di poter fare la differenza stimola entusiasmo e passione per il lavoro che si svolge? E in Italia? Riscontrate le stesse motivazioni? Oppure si fugge all’estero anche per questo?

Scrivi la tua a: giovanitalenti@radio24.it

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Alla prossima puntata: sabato 5 febbraio, dalle 13.30 alle 13.55 (CET), su Radio 24. Vi aspetto!

L’Identikit del Nuovo Emigrante: il Web risponde!

In Fuga dei giovani on 30 gennaio 2011 at 09:00

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Ritornano le discussioni de “La Fuga dei Talenti” sul portale professionale LinkedIn. Nelle scorse settimane abbiamo proposto agli internauti del network il seguente quesito, strettamente collegato all’indagine ISTAT-“Giovani Talenti” sulla nuova emigrazione, resa nota all’inizio dell’anno (clicca qui per leggere l’articolo): “Giovane, laureato, del Centronord Italia. Vi stupisce l’identikit del nuovo emigrante italiano? E’ in atto, secondo voi, una mutazione significativa dei nostri talenti in fuga, sempre più concentrati nelle classi più produttive? E se sì, quale effetto avrà questo per l’Italia?

Queste le vostre risposte:

Francesco: Un sistema come quello italiano sta inevitabilmente perdendo risorse e potenzialità con la fuga verso l’estero: le conseguenze non sono ancora visibili da parte di una classe dirigente miope ed incapace (e non sto parlando di destra o sinistra, il problema è indipendente dall’idea politica, ma connaturato alla “italianità” della leadership). Quello che sta avvenendo in questi ultimi anni, non è che la naturale conseguenza di decenni di gestione errata dell’università e delle connessioni (inesistenti o rarissime) tra ricerca-industria: sono sinceramente pessimista e credo che sia ormai troppo tardi per porvi rimedio.Il ricorso a talenti esteri sarebbe la soluzione, ma stiamo perdendo anche su questo fronte, perché le altre nazioni europee nostre competitrici su questo fronte offrono salari più alti, progetti di ricerca più interessanti e qualificati e soprattutto hanno iniziato questo percorso molti anni prima di noi. E questo mi riaggancia al tema di Sergio: perdiamo persone potenzialmente strategiche per il futuro dei settori produttivi, processo che inevitabilmente condurrà ad un declassamento del nostro unico emblema di qualità: il “made in Italy”. Continueremo ad avere le nostre bellezze storico/naturali (a parte non avere nessuno per descrivere e spiegare i contenuti dei musei…) e sopravviveremo con il turismo…

Filippo: Non sono un catastrofista e nemmeno un esterofilo, ma basta leggere i dati europei per rendersi conto. Uno per tutti. L’anno scorso solo dall’Irlanda sono emigrate 36.000 persone sotto i 40 anni per ragioni di lavoro. Tra le mie conoscenze un ragazzo su 2 di quelli all’università sta facendo /ha fatto l’Erasmus o comunque un programma di scambio con l’estero, con l’intenzione di trascorrere almeno i primi cinque anni dopo la laurea in un sito fuori Italia. Il dopo te lo lascio immaginare. Tra i miei clienti (industria) è in corso una delocalizzazione da paura verso la Cina/Est europa/America latina, che porterà ad una riduzione dei volumi prodotti pari al 36% nei prossimi 3-5 anni a seconda delle branche interessate. Ciò provocherà, sempre sulla base delle mie esperienze dirette, deindustrializzazione soprattutto in molte aree del nord della Lombardia, del piacentino e delle Marche. Questo fenomeno colpirà evidentemente subito la manodopera, che però potrà beneficiare di ammortizzatori sociali fino al 2014, ma i “cervelli” e soprattutto quelli più giovani saranno costretti ad allargare l’orizzonte delle loro ricerche, anche verso altri Paesi, anche molto lontani se sono ambiziosi e desiderano retribuzioni comparabili a quelle degli anni scorsi. In sostanza, sempre a mia esperienza e conoscenza diretta, è prevedibile che un mercato trainato prevalentemente da domanda interna possa determinare la “fuga” di circa un terzo dei cervelli.

Fulvio: Un recente articolo inglese rappresenta una competizione nel mercato del lavoro italiano viziata da nepotismi, favoritismi, affiliazioni e raccomandazioni, che promuovono chi ha “maniglie” sopra chi ha merito. E’ naturale che questi ultimi cerchino un ambiente più meritocratico, in cui il loro valore sarà riconosciuto, iniziando così una selezione perversa per cui “chi vale, va via” e un identikit del nuovo emigrante ricco di qualità che l’Italia dovrebbe invece trattenere. In questa ottica, che ha peraltro le sue limitazioni, la cura e’ più competizione, che gli Italiani caldeggiano a parole, ma sono culturalmente restii ad accettare in pratica. Le conseguenze per l’Italia sono ovvie: un sistema che vizia la competizione interna perde competitività’ verso l’esterno. Però l’emigrazione dei talenti e’ solo una faccia della medaglia, naturale e accettabile se compensata da una immigrazione di talenti. Pare che in Italia, questa immigrazione di qualità manchi, e le ragioni possono essere le stesse che fanno fuggire gli Italiani o piùspecifici disincentivi per gli stranieri. Per cui rilancio la discussione chiedendo: perché l’Italia non attira maggiori flussi migratori da parte dei giovani talenti di altri paesi?

Vittorio: Una certa emigrazione di alto livello non può e non deve sorprendere: in un mondo sempre più globalizzato, che un medico possa andare a far esperienza nel Regno Unito, un informatico possa essere attratto dalla California o similari, son vicende normali. Semmai il problema che evidenzia l’articolo è un altro: sono pochissimi i laureati che vengono in Italia. Non esiste, per esempio, un flusso di ingegneri che vengano in Fiat, o in Finmeccanica, o altri flussi del genere.

Marcello: I numeri espressi nell’articolo sono drammatici, soprattutto perché non esiste un flusso di eguale quantità, e -scusate non voglio essere razzista- di eguale qualità in entrata. Se vi fosse un sostanziale equilibrio la cosa potrebbe essere relativamente importante. In realtà il fenomeno è equiparabile, anzi è più importante, della fuga di denaro o del trasferimento delle aziende. Una azienda può rinascere se esistono le persone capaci per farla rinascere. Di fronte a questo il dato relativo all’investimento finanziario che viene fatto su ciascuna persona per portarla dalla scuola elementare fino alla laurea appare irrilevante, a confronto col danno della perdita di una persona capace e di quello che può dare all’economia e alla società civile. Purtroppo di questo si parla poco, purtroppo questo elemento non è nei primi posti delle agende dei governi e tra i motivi di discussione delle persone. Il tutto produce un risultato inevitabile: l’impoverimento culturale ed economico del nostro paese.

Andrea: Non stupisce affatto. Le aziende italiane non comprano ne’ creano nuova tecnologia e pertanto non generano occasioni di lavoro per giovani laureati, sia di materie scientifiche sia di economia o legge. Perche’ mai un giovane ingegnere vorrebbe andare a lavorare alla Bialetti? Per progettare ancora un’altra caffettiera? L’effetto per l’Italia e’ il terzomondismo e -in successione- la povertà.

Daniele: Più che di Centronord parlerei di Centro, visto che il Nord ancora tiene – eccetto per ruoli di eccellenza. D’altra parte un’università come Pisa forma laureati in modo impeccabile, con il piccolo particolare che, soprattutto in ambito industriale, ha il vuoto intorno. L’effetto sarà che l’Italia, come Paese, preparerà risorse notevoli per nazioni straniere, che saranno ben liete di sfruttare i nostri investimenti. In chiave nazionale, lo stesso vale per città come Milano e Torino, che qualcosa hanno ancora da offrire al resto del Paese, che si troverà impoverito.

Diego: Per rispondere al quesito di Sergio, la parte dell’identikit che mi supisce è “del Centronord”. Non so cosa si intenda per “Centronord” e non ho nemmeno dati alla mano per una veloce statistica, e nemmeno non so su quali dati tale identikit sia basato. Secondo me, il vero problema delle “energie in fuga” ( http://www.energieinfuga.net ) dall’Italia è che, una volta presa la laurea, le possibilità di crescita professionale e personale nel nostro Paese sono: limitate, limitanti e sembrano non abbiano nulla a che fare con la meritocrazia. Probabilmente la parola “meritocrazia” verrà cancellata dal dizionario della lingua italiana molto presto… L’effetto è che l’Italia perde molti dei suoi laureati e non riesce, sempre a mio personale giudizio basato sulla mia personale esperienza, a dare le stesse possibilità formative, che si avrebbero all’estero, ai laureati che rimangono.

Paolo: Il nuovo emigrante è una persona che cerca nuove opportunità e ha voglia di imparare e mettersi in discussione. Rischia, ma sa che ha solo da guadagnarci nell’affrontare questa sfida… L’errore dell’università è quello di non aver mai cambiato la propria offerta formativa, anche in funzione delle mutate esigenze del mercato. Il mercato è globale, limitarsi all’Italia è una strategia errata…

Adriano: Io preferirei chiamarli “I NUOVI EMIGRANTI” senza distinzioni di professione, di cultura e di terra natale… il nocciolo della questione è che comunque se ne vanno…no?!?!

Valeria: Più che fuga a me sembra anche che ai talenti di oggi il singolo Paese vada un po’ stretto… il problema è che il flusso è a senso unico, per via di una miopia squisitamente italiana. Escono intellettuali ed entra manodopera, al massimo. Bisognerebbe confrontare questi numeri con quelli di altri Paesi, per capire se è vera fuga o semplice osmosi stimolata dai cambiamenti in atto nella società. Un fenomeno, secondo me, anche per sua natura diverso dalla “fuga dei cervelli” causata dagli investimenti al lumicino fatti qui in R&S. Sarà che l’unica persona che conosco che è andata a lavorare all’estero aveva il posto fisso e l’ha mollato perché voleva cambiare aria… certo, poi l’Italia per come sta messa non invita neanche troppo a restare.

Alessandro: io sto seriamente pensando di espatriare. 3 anni fa non ci pensavo neppure.

Paolo: la costruzione economica è come una piramide. Ai vertici ci sono i capi e alla base i poveri, al centro, nell’insieme, la società. Prova a pensare, se si continua ad ignorare i bisogni dei più bassi nella scala gerarchica: crolla tutto.

Marco: Io sono andato via dall’Italia circa 13 anni fa, ma non credo proprio di poter essere classificato tra i cervelli in fuga. Nel mio caso figlio di emigranti, lode in ingegneria ed inglese da autodidatta… non ce la facevo proprio a farmi raccomandare per un posto in qualche sottoscala. Così me ne sono andato. E sì, ci vuole un bel colpo di reni… non mi pento ed in Italia ci torno, anzi ci torniamo, volentieri per le ferie.

Cinquantaquattresima puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 29 gennaio 2011 at 09:00

+++”GIOVANI TALENTI” CAMBIA ORARIO: ALLE 13.30 (CET) SU RADIO 24+++

Cinquantaquattresima puntata di “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che vi racconta -ogni settimana- la nuova emigrazione professionale italiana.

Oggi torniamo nella Silicon Valley, il luogo dove si progetta il futuro e si disegnano le nuove tecnologie. Lo faremo, raccontandovi la storia di un giovane ingegnere, approdato in California per lavorare all’interno di una grande multinazionale americana. Già che c’era, ha ben pensato di avviare una sua impresa di applicazioni per la telefonia. Lanciandosi nell’avventura imprenditoriale: qualcosa di impensabile, in Italia. Una storia da “sogno americano”, che ci riproietta in un ambiente dove le idee nascono, si sviluppano e trovano un’affermazione concreta. Perché in Italia questo non avviene, o avviene molto più di rado?

Prosegue pure oggi la rubrica “Job Abroad”, interna al notiziario, attraverso la quale vi segnaliamo -settimanalmente- alcune delle migliori opportunità professionali all’estero.

Appuntamento -per saperne di più- alle 13.30 (CET) su Radio 24!

Intanto siete tutti invitati a dibattere sul “tema della settimana”: “Quanto l’ambiente motivazionale incide sulla produttività? Perché in Silicon Valley la sensazione di poter fare la differenza stimola entusiasmo e passione per il lavoro che si svolge? E in Italia? Riscontrate le stesse motivazioni? Oppure si fugge all’estero anche per questo?

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Gli Antitaliani

In Declino Italia on 26 gennaio 2011 at 09:00

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Mi ha molto colpito leggere la presentazione del nuovo libro di Simone Perotti, il guru dei cosiddetti “downshifter”: “Avanti tutta”, si chiama il volume, che traccia un interessante profilo dei downshifter italiani. Tra le varie categorie proposte, c’è anche quella degli Antitaliani: “un gruppo un po’ anomalo, ma va citato. Non sono omogenei per provenienza geografica o caratteristiche socio-culturali, ma condividono un comune sentire: rabbia contro il nostro Paese. Sono stufi, stanchi, demotivati, dichiarano di voler scappare all’estero il prima possibile, per allontanarsi da un sistema, un clima generale, che li esaspera“.

“Un contesto che li esaspera”: sarà forse lo stesso che ha denunciato persino il presidente dell’Abi Giuseppe Mussari, quando ha affermato che la protesta dei giovani è giustificata, e presto rischia di arrivare nel salotto di casa nostra? Dichiarazioni forti, vero? Leggiamo oltre. Afferma Mussari: “ai giovani abbiamo lasciato un furto, che è il debito pubblico, e una truffa, disegnando un futuro con aspettative non realizzabili, che creano frustrazione“. Conclude Mussari, a sorpresa: “la prossima protesta arriverà nel salotto di casa nostra. I giovani verranno a tirare giù le televisioni dalla finestra del quinto piano, e io li andrei ad aiutare“.

Affermazioni forti, anche se -afferma il detto- “prevenire è meglio che curare”. Se il sistema bancario, che Mussari rappresenta, cominciasse a erogare crediti ai giovani, anziché sempre e solo ai soliti noti… forse uno scenario da “rivoluzione di strada”, come quello che lui profila, potrebbe venire un minimo attenuato. Tuttavia, le affermazoni del presidente dell’Abi segnalano che il livello di allarme è ormai molto alto. I focolai di protesta in Europa si allargano: le parole di Mussari suonano come un ultimo, disperato tentativo di chiedere un’inversione di rotta alla classe dirigente italiana.

Il riferimento alle televisioni che volano dalle finestre è pure interessante: distruggere l’apparecchio tv, che da anni disegna un’Italia molto diversa da quella reale (al punto da essere decisamente finta, quasi una proiezione orwelliana), appare come una sorta di “catarsi”. Praticamente… un ritorno all’Italia vera. Non so se il riferimento del presidente dell’Abi sia stato voluto o casuale, ma il messaggio è -a mio avviso- più profondo di quello che può apparire a una prima lettura. Stupisce che arrivi da un banchiere: vuol dire che la situazione è davvero grave.

Domenica lo ha ricordato anche la presdidente di Confindustria Emma Marcegalia, e prima ancora di lei è stata la Commissione Europea, che nel rapporto mensile dell’Osservatorio Occupazione avvertiva: “in Italia la disoccupazione giovanile è significativamente più elevata della media comunitaria. 7,9 punti percentuali in più, attestandosi al 28,9% nel novembre 2010, due punti e mezzo in più rispetto a un anno prima“.

A corredo, anche per rendere il più oggettivo possibile questo “post”, allego gli ultimi dati di Istat e Bankitalia. Inquietanti…

ISTAT: Nel rapporto “Noi Italia”, l’ente statistico denuncia come più di un ragazzo su cinque, nel Belpaese, non lavora né studia. Nel 2009 il 10,8% delle famiglie viveva in condizioni di povertà relativa. Nello stesso periodo, il Pil pro-capite è diminuito del 5,7% in termini reali. Le imprese italiane restano micro: la dimensione media, soli quattro addetti per impresa, è superiore solamente a quella di Portogallo e Grecia. Con un livello di reddivitità-competitività più basso di quello registrato nel 2001! L’Italia è il secondo Paese più vecchio d’Europa (dopo la Germania), con 144 anziani ogni 100 giovani. Fa cadere le braccia il livello di istruzione: ben il 46% degli over-24 può vantare come titolo più elevato la licenza media (!) – siamo quasi venti punti sopra la media europea… E i giovani muniti della sola licenza media sono ben il 19,2%, cinque punti sopra la media Ue. Solo il 19% dei 30-34enni possiede una laurea: l’obiettivo “Europa 2020” fissa l’asticella minima al 40%, entro i prossimi nove anni. Ci arriveremo mai? Dulcis in fundo, l’Italia spende poco per l’istruzione: solo il 4,6% del Pil.

BANKITALIA: il Pil italiano si manterrà sia nel 2011 che nel 2012 inchiodato intorno all’1%, lontano dalla media europea e -soprattutto- dalla Germania. L’occupazione -afferma Via Nazionale- ancora non riparte, e mostra una riduzione più marcata per i giovani. Le imprese, anzhe a causa dello scenario economico, privilegiano forme contrattuali più flessibili, rispetto a impieghi permanenti a tempo pieno. Infine, il tasso di disoccupazione reale, tenuto conto della Cig e dei cosiddetti “inattivi”, sfiora l’11%, quasi tre punti sopra quello “ufficiale”.

E per non farci mancare proprio nulla, un ultimo dato: secondo la Banca Centrale Europea, l’Italia -con la Germania- è il Paese dove le retribuzioni contrattuali hanno frenato di più nell’ultimo periodo. Ora, posto che i salari tedeschi noi manco ce li sogniamo, e i nostri invece restano decisamente bassi e “in frenata”… chi sta peggio?

Giovani italiani “bungati”

In Lettere e Proposte on 25 gennaio 2011 at 09:00

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera che Blue M, lettore di questo blog, ci ha inviato qualche giorno fa. Normalmente evito di entrare su scandali dell’attualità che poco hanno a che vedere con il tema del blog. Ma la chiave di lettura dell’intera -squallida- vicenda di prostituzione minorile (e non), fornita da questo lettore, invita a riflettere. In democrazia, la prima opportunità di impiego fornita a una giovane laureata, magari molto carina, non dovrebbe essere quella di prostituirsi con il ricco di turno. Altrimenti vanno a farsi fottere tutti i modelli etici e sociali che i padri fondatori (tutti) di questa Italia post-fascista hanno cercato -con il loro esempio- di trasmetterci.

“Salve,

scrivo una riflessione.

Sono soltanto io che vedo anche in queste intercettazioni del caso Ruby, la totale mancanza di un progetto per i giovani all’interno di questo Paese, ed in quanto tale avvertita consapevolmente da queste giovani donne?

“Cash! Eh, un cristiano normale lavora sette mesi per prendere quello che ho preso io, mi sa che è un po’ tanto…”. Ma d’altra parte, “se non m’aiuta lui chi m’aiuta? Io qua a Milano non c’ho voglia di andare a cercarmi un lavoro da 1.000 euro. Perché poi, coi titoli di studio che ho, se ne guadagno 800 son già tanti!”

E questo: “Basta! Poi sì, per l’amor del cielo, [Berlusconi, ndr] ci sta costruendo una carriera, però bisogna vedere se poi va in porto ’sta carriera! E se non va in porto? Rimango con la laurea e un calcio nel sedere come tanti altri ragazzi…”.

Cordialmente”


Funzionaria Europea a Bruxelles

In Storie di Talenti on 24 gennaio 2011 at 09:00

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La storia di questa settimana prende il via una mattina, agli inizi degli anni ’90, in una piccola classe di liceo della provincia catanese. Il professore di matematica fa la domanda di rito ai suoi studenti: “cosa farete da grandi?”. Tra un ventaglio di professioni scontate e plausibili (il medico, l’avvocato, l’architetto), si alza anche la mano di Carmela Asero. “Io vorrei lavorare in ambito internazionale”, dice Carmela di fronte a una classe incredula. Molti la prendono in giro, per quella affermazione. Quindici anni dopo, la scommessa è stata vinta.

Per arrivarci, però Carmela sarà obbligata a percorrere una strada tutta in salita: prima il negoziato con i genitori, che preferirebbero per lei una laurea più sicura in “Ingegneria”. Lei concorda -con una mediazione- l’iscrizione alla Facoltà di Economia a Catania. Approfitta però, durante gli studi, di un periodo di Erasmus a Liegi, che la convince ulteriormente a inseguire la sua vocazione internazionale.

Si laurea pochi mesi prima dell’11 settembre 2001, finendo nelle fauci della crisi economica che ne consegue: nell’anno successivo i suoi colloqui in giro per l’Italia si risolvono nel nulla. Fino a quando partecipa a una jobfair a Catania: lì viene a sapere dell’opportunità di partecipare a programmi di stage negli Stati Uniti. Detto fatto: pochi mesi dopo eccola al lavoro, cone trainee, in un’agenzia web di Atlanta.

I problemi maggiori iniziano al suo rientro in Sicilia: le agenzie interinali e le aziende definiscono “strano” il suo profilo, facendole chiaramente capire che la laurea non serve. Sarebbe stato stato molto meglio -per lei- un diploma in ragioneria.

Carmela non si perde d’animo: si iscrive in sequenza a due Master (in Studi Diplomatici e in eBusiness), utilizzando anche delle borse di studio, fino a quando una multinazionale europea attiva nel settore delle telecomunicazioni satellitari non le offre uno stage a Parigi, per lavorare a un progetto europeo. E’ l’occasione del la vita: conclusa l’esperienza, Carmela si sposta a Bruxelles, come stagista della Commissione Europea, prima di uscirne per lavorare in un’importante multinazionale giapponese. Infine, vince due concorsi per agenti contrattuali nelle istituzioni europee: prima approda al Comitato delle Regioni, poi alla Commissione Europea, come Project Officer alla Direzione Società dell’Informazione e Media. “Quando torno in Italia vedo desolazione: i miei amici di Catania mi consigliano di restare dove sono“, conclude amara Carmela. Il cui contratto con l’Ue scade alla fine di quest’anno. Ma non ha paura: la precarietà, nel centronord Europa, ha un sapore diverso. Vive e si regge su un mercato del lavoro più mobile e aperto.

Ospite della puntata è il professor Andrea Pierucci, per molti anni funzionario della Commissione Europea e del Comitato Economico Sociale Europeo a Bruxelles, nonché docente universitario a Napoli. Con lui parliamo delle opportunità che l’Europa offre ai giovani talenti italiani dal profilo e dalla vocazione internazionale. Sia attraverso i suoi programmi di esperienze all’estero, sia come datore di lavoro diretto.

Nella rubrica “Spazio Emigranti” ospitiamo Paolo Strino, presidente di Alma, l’associazione che riunisce i nostri avvocati e professionisti del settore legale, al lavoro o in esperienza di studio negli Stati Uniti.

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La discussione di questa settimana: Europa e Unione Europea quali ancore di salvezza per i giovani italiani che rifuggono il provincialismo e la mentalità relazionale/familistica del Belpaese. Siete d’accordo? Avete esperienze personali da raccontare, al riguardo?

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Alla prossima puntata: sabato 29 gennaio, dalle 13.30 alle 13.55 (CET), su Radio 24. Vi aspetto!

 


Frattini a Radio 24: “La Fuga dei Talenti esiste”

In Fuga dei giovani on 23 gennaio 2011 at 09:00

Comunicato della trasmissione “Giovani Talenti” – Radio 24

CERVELLI IN FUGA. FRATTINI A RADIO 24: “ITALIA IN RITARDO: PIU’ “CERVELLI” IN USCITA CHE IN ENTRATA. GOVERNO PREOCCUPATO”

Il flusso dei giovani che lasciano l’Italia continua ad essere negativo. Sono più quelli che partono che quelli che rientrano“: così il Ministro degli Esteri Franco Frattini commenta il fenomeno del crescente esodo dei giovani professionisti dall’Italia. Frattini è stato intervistato dalla trasmissione di Radio 24 “Giovani Talenti”, condotta da Sergio Nava, in onda sabato 22 gennaio alle ore 13.30.

Di fronte ai dati resi noti nelle scorse settimane dal programma di Radio 24, che segnalavano un forte incremento -negli anni 2000- dell’emigrazione dei laureati, originari del Centronord Italia, appartenenti alle classi più giovani e produttive, Frattini ha dichiarato: “Questi dati mi hanno fatto un effetto di tristezza, per l’incapacità di un grande Paese come l’Italia di trattenere i suoi giovani migliori. Viaggiando molto per il mondo, quella tristezza si trasforma però in orgoglio, quando incontro giovani connazionali che occupano posizioni di prestigio in laboratori di ricerca o in istituti tecnologici all’avanguardia“.

Frattini ha quindi ammesso: “Siamo certamente in ritardo, ma stiamo recuperando il tempo perduto nella capacità di attrarre o di mantenere l’eccellenza italiana, i nostri giovani talenti. Stiamo investendo sulla nuova università, sulle nuove prospettive per i giovani al Sud, e sulla ricerca. Dobbiamo dare delle prospettive di sviluppo per i giovani che escono dall’università“.

Il Ministro degli Esteri ha infine riconosciuto: “Non esiste un censimento ufficiale del Governo italiano sul flusso dei giovani talenti in uscita, ma i dati che abbiamo a disposizione li riteniamo credibili. E sono dati che ci preoccupano“. Per chiudere, un invito all’istituto di statistica nazionale: “L’Istat potrebbe pensare a un rapporto ufficiale sui giovani talenti che lasciano il Paese, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, per fare il punto sui nostri talenti all’estero“.

Cinquantatreesima puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 22 gennaio 2011 at 09:00

+++”GIOVANI TALENTI” CAMBIA ORARIO: ALLE 13.30 (CET) SU RADIO 24+++

Cinquantatreesima puntata di “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che vi racconta -ogni settimana- la nuova emigrazione professionale italiana.

Oggi vi portiamo nel cuore delle istituzioni comunitarie: a Bruxelles, con la storia di una giovane siciliana che vi è approdata, al termine di un lungo peregrinare tra l’Italia e l’estero. Storia davvero interessante la sua: già da adolescente, si era ripromessa di lavorare in ambito internazionale, attirandosi l’ironia dei compagni di classe. Quindici anni dopo la scommessa è stata vinta. Ma quanta fatica in mezzo. Quanto “provincialismo” italiano, da cui fuggire… La puntata odierna ci fornirà anche lo spunto per parlare delle opportunità che l’Unione Europea offre ai giovani connazionali, da sfruttare quali “uscite di emergenza” da un Paese che non riconosce il merito. Non perdetevela!

—>IMPORTANTE: Oggi intervista esclusiva al Ministro degli Esteri Franco Frattini sul fenomeno del “brain drain” italiano—

Appuntamento -per saperne di più- alle 13.30 (CET) su Radio 24!

Intanto siete tutti invitati a dibattere sul “tema della settimana”: “Europa e Unione Europea quali ancore di salvezza per i giovani italiani che rifuggono il provincialismo e la mentalità relazionale/familistica del Belpaese. Siete d’accordo? Avete esperienze personali da raccontare, al riguardo?

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Letture Imprescindibili

In Fuga dei giovani on 19 gennaio 2011 at 09:00

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La “fuga dei talenti” sbarca con prepotenza sulle pagine dei quotidiani internazionali. Negli ultimi mesi ben tre quotidiani e settimanali internazionali sono tornati sul tema, a dimostrazione che -nonostante i nostri media continuino a ignorare la realtà- chi ci osserva da fuori ce l’ha ben presente. Ma andiamo con ordine:

-l’Economist, in un articolo dal titolo “Italy’s Brain Drain“, ha centrato il problema. Come al solito, in perfetto stile british/anglosassone: citando la storia di un fotografo 37enne emigrato, spiega senza giri di parole perché se ne è andato. “Le citazioni sulle riviste mostrano che i fotografi che possono vantare legami famigliari o di altro tipo lavorano regiolarmente, in Italia. Chi non ce li ha, non può“, spiega Alessandro Wandael.  L’Economist spiega pure come -secondo le statistiche 2005 dell’Ocse- ben 300mila italiani dall’alto profilo abbiano lasciato il Paese. E ricorda come nel 2002 un sottosegretario del Governo arrivò addirittura a smentire che il problema del “brain drain” esistesse. Poi cita un non meglio identificato Ministro dell’attuale Governo, che riconosce -in privato- l’esistenza della questione, ma la contestualizza solo al limitato recinto dei ricercatori e scienziati. “Tuttavia, nessuna delle due affermazioni regge“, attacca l’Economist: “uno studio del 2004 sostiene che -tra tutti gli emigranti italiani- la percentuale di coloro che erano in possesso di una laurea è quadruplicata tra il 1990 e il 1998. Nel 1999, secondo un altro studio, 4000 laureati si sono trasferiti all’estero. E solo il 17% dei laureati italiani negli Stati Uniti si occupano di ricerca e sviluppo, secondo la National Science Foundation. La fetta più grossa di emigrati è costituita da managers”. Infine, l’affondo più duro: “ciò che distingue l’Italia dagli altri grandi Paesi non è il numero assoluto dei suoi laureati in esilio -nel 2005 un numero maggiore di laureati britannici, francesi e tedeschi ha lasciato il proprio Paese- ma il fatto che possiede un saldo netto nel “brain drain” tipico di una economia in via di sviluppo. Il numero di italiani con laurea che lasciano il Paese supera quello dei laureati stranieri in ingresso“.

-il New York Times, nell’articolo “Europe’s Young grow Agitated over future prospects“, analizza invece il problema più generale dei giovani dell’Europa meridionale. Anche qui -però- il punto di partenza è l’Italia, con la storia di Francesca Esposito, 29enne leccese, poliglotta (cinque lingue parlate), ma ridotta al rango di stagista non retribuita… nientemeno che per l’amministrazione pubblica. “Non solo lavorava gratis per gli anziani della nazione, che hanno generalmente escluso i più giovani dal mercato lavorativo, ma gli sforzi che produceva lì non riuscivano nemmeno a garantirle la pensione“, annota con incredulità la giornalista Rachel Donadio. Che cita anche il messaggio di Capodanno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L’articolo allinea i problemi dei giovani italiani a quelli dei coetanei greci, portoghesi e spagnoli.

-“La Nacion“, quotidiano argentino, dipinge in un altro bell’articolo i nuovi emigranti del Sud Europa: “un secolo fa erano contadini che se ne andavano in nave, con valigie di cartone e il sogno di un futuro in America. Oggi sono giovani cosmopoliti e laureati, che se ne vanno con i loro computer e voli low-cost, a cercar fortuna dovunque“. Nel capitolo dedicato all’Italia, l’articolo ripete il vecchio refrain: “l’Italia non è un Paese per giovani“, pronunciato questa volta da un giovane emigrato in Australia, attualmente professore all’Università di Adelaide. “La verità è che in Italia, senza un contatto personale o una raccomandazione, è molto difficile entrare nel mercato del lavoro“, afferma il protagonista dell’articolo, Domenico Dentoni.

Solo lacrime di coccodrillo, dopo averli massacrati“, titolava la scorsa settimana “Famiglia Cristiana”, riferendosi alla legge Controesodo. “I migliori fuggono all’estero. E ora si spera di farli tornare con facilitazioni di piccolo cabotaggio“, denuncia il settimanale. Sono totalmente d’accordo: le lacrime della politica italiana sono finte, hanno solo paura che questa frustrazione sfoci in un qualcosa che possa mettere a repentaglio il destino di questa inetta classe dirigente. E cercano di tenere sotto controllo le fiamme. Dissento però su Controesodo: conoscendo la storia di questo ddl, posso affermare che è nato veramente con uno spirito “outsider”. I “big” della politica italiana (mi riferisco ai leader di partito) lo hanno notato solo a percorso avanzato, senza prestarci peraltro neppure grande attenzione. Avrebbero potuto prendersene i meriti, ma sono -ormai- talmente isolati dal contesto sociale che neppure capiscono di cosa si tratti. Se ben utilizzato, e inserito in un contesto di modernizzazione più ampio, può realmente costituire un “cavallo di Troia”, per far rientrare chi ci può salvare dal disastro. Facendosi nuova classe dirigente.

Chiudo segnalando due riflessioni: la prima di Alessandro Rosina, professore universitario che ha fatto della denuncia della condizione giovanile in Italia la bandiera del suo operato. Anche lui parla di “lacrime di coccodrillo” e “ipocrisia”, quando denuncia i falsi mea culpa dell’attuale classe dirigente sulla condizione giovanile. E cita come esempio l’imbarazzante classifica del quotidiano “La Repubblica”, sui libri relativi ai giovani. Solo due su dieci erano scritti da “under 40”. Siamo il Paese dove i vecchi non solo soffocano i giovani, ma pretendono pure di disaminare sulle loro difficoltà. Bullshit, verrebbe da dire. Perdonate il “francesismo”…

La seconda riflessione è di Irene Tinagli, pubblicata su “La Stampa”: definisce “incredibili” le affermazioni del Ministro del Lavoro Sacconi, che addebita la colpa della disoccupazione giovanile ai cattivi genitori, che spingono i figli a studiare e laurearsi, quando invece potrebbero imparare un mestiere e adattarsi meglio alle esigenze del mercato. La Tinagli centra il problema, quando afferma: “chissà se è venuto in mente al Ministro che il mercato del lavoro è anche frutto delle politiche economiche e sociali che un Paese persegue. E che è il Governo di un Paese che dovrebbe mirare ad adattare il proprio sistema economico e sociale alle dinamiche internazionali in modo da tenerlo competitivo, non i giovani che devono adattarsi al declino del Paese, e all’incapacità dei politici di rimetterlo in moto“. Per favore, leggetevi il resto dell’articolo: è illuminante. Smaschera il “metodo Sacconi”, già brillantemente adottato con il tema della sicurezza sul lavoro: il messaggio è sempre lo stesso. “Il cretino sei sempre e solo tu. Che non ti proteggi sul luogo di lavoro. O che non accetti il primo impiego che ti capita“. La colpa, insomma, non è mai della politica. Ma del cittadino. La storia darà il suo giudizio sull’operato di questo Ministro, che potremmo anche regalare a qualche altro Paese non appena riapre il “calciomercato”. In cambio di un panettiere danese.

Un Analista Finanziario in Cambogia

In Storie di Talenti on 17 gennaio 2011 at 09:00

+++”GIOVANI TALENTI” CAMBIA ORARIO. NUOVO ORARIO: 13.30 (CET) SU RADIO 24+++

Aveva un sogno Matteo Marinelli, giovane trentenne marchigiano: lavorare nell’ambito delle organizzazioni internazionali. In Italia quella prospettiva gli si è presto preclusa: per questo ha preso letteralmente il volo, al termine del percorso universitario a Milano.

A Roma tante porte sbattute in faccia, senza la giusta raccomandazione“: questo l’amaro bilancio di Matteo, quando ricorda gli inizi della carriera. Lui si rivolge allora al settore delle organizzazioni internazionali e delle Ong, per le quali comincia a viaggiare e a lavorare in Paesi remoti quali Bangladesh, Thailandia, Tanzania e Afghanistan. Apprende in poco tempo le basi del microcredito, imparando il mestiere di consulente: poi opta per abbandonare il settore delle organizzazioni internazionali e approda a Blue Orchard, leader mondiale nella gestione dei fondi della microfinanza. A Ginevra lo attende una serie di colloqui di selezione, al termine dei quali viene assunto.

Quattro anni di gavetta in Svizzera, poi l’assegnazione che dà la svolta alla sua vita: Phnom Penh, Cambogia, dove apre il primo ufficio dell’organizzazione nel sudest asiatico. A soli 30 anni Matteo si trova a gestire un portafoglio di 140 milioni di dollari, viaggiando per i principali Paesi dell’area (India, Sri Lanka, Pakistan, Indonesia, Filippine, Laos, ecc.).

Guardando all’Italia, Matteo prova un misto di nostalgia e tristezza: “Sono sempre stato affascinato e formato dalla scuola di pensiero che ti getta nella mischia all’estero, a fare gavetta – e se sei bravo te la cavi ed emergi, altrimenti “pollice basso”. Come può un Paese come il nostro attrarre talenti, se l’unica business school italiana si trova tra le prime 40 del mondo? Se i salari non sono competitivi? Se non c’è meritocrazia? Se la politica è quella del chiacchiericcio, invece del fare?” Matteo guarda pure con un pizzico di invidia ai giovani cinesi e indiani: “Sono tornati nel loro Paese a cercare di fare e creare qualcosa. Io non ce l’ho mai avuta, questa possibilità“.

Ospite della puntata è Fabio Malanchini, Executive Director di Microfinanza, società di consulenza leader del settore in Italia. Con lui affrontiamo il tema delle possibilità lavorative -per i giovani italiani- all’interno del campo del microcredito e della microfinanza nel Belpaese.

Nella rubrica “Spazio Emigranti” torniamo ad analizzare nel dettaglio la nuova legge per il rientro dei giovani professionisti “under 40” in Italia, già nota come “Ddl Controesodo”. Lo facciamo con il suo ideatore, il deputato del Pd Guglielmo Vaccaro, che ci spiega punto per punto beneficiari, benefici e dove poter trovare punti di assistenza.

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La discussione di questa settimana, che prende spunto dalla recente ricerca Istat per “Giovani Talenti” sul profilo degli espatriati: “Giovane, laureato, del Centronord Italia. Vi stupisce l’identikit del nuovo emigrante italiano? E’ in atto, secondo voi, una mutazione significativa dei nostri talenti in fuga, sempre più concentrati nelle classi più produttive? E se sì, quale effetto avrà questo per l’Italia?

Scrivi la tua a: giovanitalenti@radio24.it

SEI UN GIOVANE “UNDER 40″ ESPATRIATO ALL’ESTERO? VUOI RACCONTARCI LA TUA STORIA? Per contattare la trasmissione: giovanitalenti@radio24.it

Alla prossima puntata: sabato 22 gennaio, dalle 13.30 alle 13.55 (CET), su Radio 24. Vi aspetto!