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Wind of change?

In Giovani Italians on 31 maggio 2011 at 09:56

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Al di là dei risultati elettorali, al di là di chi ha vinto o di chi ha perso, al di là degli schieramenti politici, soffia per l’Italia un vento nuovo. Da Milano a Napoli, qualcosa sta cambiando. E’ una vera sorpresa. Visivamente, è un vento che ha le facce dei giovani di questo Paese. Giovani che stanno affollando le piazze. Giovani che non si rassegnano al declino preparato loro da una classe dirigente incapace, vecchia e gerontocratica.

Sta arrivando anche qui la “primavera”? Giovani italiani all’estero, alzate le antenne. Forse -tra poco- ci sarà ancora bisogno di voi. Pronti a tornare? Pronti a farvi classe dirigente, bonificando la palude in cui siamo immersi?

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Una Anestesista a Barcellona

In Storie di Talenti on 30 maggio 2011 at 09:00

Con la mia esperienza vorrei solo dimostrare che il merito è quello che mi ha fatto arrivare dove sono, sicuramente nessun politico“: è una denuncia netta e tagliente, quella di Brigida Di Salvatore, 37 anni, anestesista al lavoro a Barcellona, capitale catalana.

Storia un po’ diversa dalle altre, quella di Brigida: lei infatti un lavoro in Italia ce l’aveva, in un ospedale della Basilicata. Ma ha preferito andarsene, stanca di certi meccanismi tipici della nostra sanità. Una laurea in Medicina a Napoli (dove era entrata, superando un maxi-test di ingresso da 1300 candidati), Brigida si trova presto immersa in un ambiente di “figli di” (…medici), che le rende la vita non semplicissima, soprattutto dal punto di vista delle aspettative di mobilità sociale. Concluso il ciclo di studi universitario, opta per il Nord, come approdo per la Scuola di Specializzazione. Trova un posto in Toscana, tra Siena ed Arezzo, dove trascorre un periodo finalmente tranquillo e proficuo. La mancanza di concorsi per lavorare nella sanità toscana, però, la obbliga a cercare in giro per l’Italia un posto di lavoro, al termine della Specializzazione. Ottiene alla fine un impego in un ospedale della Basilicata, dove lavorerà per circa tre anni. A quel punto comincia seriamente a pensare a un trasferimento, anche sull’onda del fatto che -in quel piccolo ospedale provinciale- aveva dovuto seriamente ridimensionare qualsiasi ambizione professionale: “in Italia feci mille tentativi, che mi hanno sfiduciata“, spiega. A quel punto prova il sistema più semplice: inserisce il proprio curriculum nel database per la mobilità professionale europea Eures. Online le arrivano 15 offerte di lavoro in poche settimane: il primario di un ospedale vicino a Barcellona la chiama addirittura per spiegarle come fare per omologare i propri titoli…

Lei ovviamente non resiste alle “sirene” catalane: a fine 2009 prende il volo verso Barcellona. Nella “Ciudad Condal” ottiene prima un lavoro in una clinica privata, poi diviene freelance, arrivando a lavorare -unica italiana- in équipe di anestesisti famose e rinomate. Brigida ora si definisce una “autoesiliata”: una giovane donna che, pur con un posto a tempo indeterminato in Italia, ha preferito mettere in discussione la sua vita professionale. E ne comprendiamo bene i motivi.

Ospite della trasmissione è il professor Vincenzo Carpino, presidente dell’Aaroi, l’associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani. Con lui commentiamo le prospettive per i giovani anestesisti -e più in generale, per i giovani medici- in Italia. E del perché certi meccanismi prettamente “italiani” invoglino alla fuga all’estero… anche chi un lavoro già ce l’ha.

Nella rubrica “Spazio Emigranti” apriamo come di consueto la nostra finestra sul mondo di Italiansonline.net, la più grande comunità -virtuale e non- di nuovi espatriati. Oggi vi portiamo a conoscere la più vecchia sezione IOL nel mondo, quella di Parigi. Ce la presenta Gianfranco Cancemi, responsabile di Iol Parigi.

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La discussione di questa settimana: Raccomandazione, politica e familismo: quanto questi tre fattori combinati stanno rovinando le prospettive di un’intera generazione di 20-30enni, obbligandoli a fuggire in Paesi meritocratici? Anche nei settori dove un posto di lavoro non è un’utopia? Raccontateci le vostre esperienze!

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Alla prossima puntata: sabato 4 giugno, dalle 13.30 alle 13.55 (CET), su Radio 24. Vi aspetto!

Settantunesima puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 28 maggio 2011 at 09:00

Settantunesima puntata di “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che vi racconta -ogni settimana- la nuova emigrazione professionale italiana.

Anche i giovani medici lasciano l’Italia, stanchi di una sanità troppo spesso infiltrata da politica e parentele, dove emergere, fare bene e migliorare la propria condizione può rivelarsi molto difficile. La storia che vi raccontiamo oggi è la storia di una giovane anestesista che -a un certo punto- non ce l’ha fatta più, ad accettare i meccanismi della sanità italiana, quando -come ha notato- all’estero basta far circolare il proprio curriculum, per vedersi sommersa da proposte di lavoro. Anche in Paesi dove la crisi ha colpito duramente. Ora lei vive a Barcellona, dove ha imparato ad apprezzare la “Meritocrazia” (… quella con la “M” maiuscola). Un lavoro nella Penisola in realtà ce l’aveva, ma ha preferito fare le valigie e andarsene.

Prosegue pure oggi la rubrica “Job Abroad”, interna al notiziario, attraverso la quale vi segnaliamo -settimanalmente- alcune delle migliori opportunità professionali all’estero.

Appuntamento -per saperne di più- alle 13.30 (CET) su Radio 24!

Intanto siete tutti invitati a dibattere sul “tema della settimana”: Raccomandazione, politica e familismo: quanto questi tre fattori combinati stanno rovinando le prospettive di un’intera generazione di 20-30enni, obbligandoli a fuggire in Paesi meritocratici? Anche nei settori dove un posto di lavoro non è un’utopia? Raccontateci le vostre esperienze!”

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¿¿¿Porqué???

In Declino Italia on 25 maggio 2011 at 09:00

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I numeri sono da emergenza sociale. Ne abbiamo dato conto in presa diretta la scorsa settimana. Ora non resta che chiedersi… PORQUE’???

Perché l’Italia ha perso due milioni di giovani in dieci anni (dati Censis), senza che scattasse un allarme politico e sociale?

Perché, come afferma il Censis, “i pochi giovani che ci sono preferiscono emigrare“?

Perché i nostri laureati lavorano meno di chi ha un diploma? E perché la situazione va peggiorando?

Perché solo il 66,9% dei nostri laureati 25-34enni lavora, contro la media europea dell’84%?

Perché l’Italia ha il triplo dei ragazzi che non studiano, né lavorano, rispetto alla media europea? “Giovani persi”, li definisce il Censis?

Perché solo il 20,7% dei giovani italiani ha una laurea, a fronte di una media europea del 33%, del 40,7% in UK e del 42,9% in Francia?

Perché solo il 56% dei nostri giovani sono attirati dalla possibilità di ottenere una laurea (dati Eurobarometro), contro una media europea al 76%?

Perché, come rileva il “Corriere della Sera”, l’anomalia nell’occupazionale giovanile si riscontra soprattutto nel settore dei “servizi”? Perché i giovani più qualificati non riescono ad inserirsi in banche, assicurazioni, informazione e comunicazione, cultura, servizi alle persone? E quando riescono a farlo, perché ottengono perlopiù impieghi precari?

Perché, secondo l’Eurispes, il 20% degli italiani è troppo qualificato per per il lavoro che svolge a tre anni dal completamento degli studi?

Perché, sempre secondo l’Eurispes, la laurea non è sinonimo di stabilità lavorativa, e non è sempre necessaria per trovare un’occupazione? Perché solo la metà dei laureati dichiara coerenza tra titolo di studio e lavoro svolto?

Perché i disoccupati da oltre 12 mesi con meno di 35 anni -in Italia- sono 523mila (fonte Datagiovani, per “Il Sole 24 Ore”)? Perché il 45% di chi cerca lavoro è senza impiego da più di un anno?

Perché, a parte i cronici alti tassi di disoccupazione nel Sud, il fenomeno sta ormai esplodendo anche nel Nordest? Perché in quell’area geografica, tradizionalmente associata a lavoro e produttività, la quota di ragazzi tra i 15 e i 24 anni  disoccupati da più di un anno è sostanzialmente raddoppiata?

Perché nei dieci anni successivi alla conclusione degli studi il 35% dei 25-34enni italiani non ha ancora raggiunto la piena autonomia?

Perché i giovani italiani faticano sempre più a rendersi indipendenti? Perché l’età media degli sposi è salita a 33 anni per gli uomini e a 30 anni per le donne, sei anni in più rispetto al 1975?

Perché nessuno fa nulla per migliorare questa situazione devastante, che obbliga i nostri migliori talenti -i pochi giovani rimasti e più qualificati- ad andare all’estero? Dov’è la classe dirigente di questo Paese? E’ troppo vecchia per occuparsi di questi problemi?

Non è forse vero, come afferma il “Financial Times”, che l’Italia ha bisogno di “una nuova generazione di classe dirigente, che porti nella Penisola il rinnovamento politico ed economico di cui ha tano bisogno?”

+++Diffondete e fate girare questi dati, è giusto che tutti sappiano perchè i nostri talenti fuggono+++

Ricercatore Biomedico all’ombra del Big Ben

In Storie di Talenti on 23 maggio 2011 at 09:00

Dopo trent’anni vissuti a Genova mi mancano i colori, gli odori e i sapori del Mediterraneo, ma in Gran Bretagna ho la certezza che il mio futuro e la mia carriera sono diretta conseguenza del mio impegno e dei miei sacrifici“: conclusione logica quella di Massimo Mentasti, 33enne ricercatore biomedico al Centre for Infections di Londra, il punto di riferimento sulle infezioni per Inghilterra e Galles.

Una laurea con lode in Biologia alle spalle, seguita da una Specializzazione medica in Microbiologia e Virologia all’Università di Genova, Massimo ottiene un co.co.co presso l’ospedale Gaslini, per la “diagnostica delle infezioni polmonari nei pazienti affetti da fibrosi cistica”. Per due anni prova a dare una svolta alla sua carriera: tenta concorsi in altre regioni, ma vede passarsi davanti “chi doveva passare”. A quel punto, la consapevolezza di avere di fronte a sé un futuro da “precario a tempo indeterminato” lo spinge a tentare il grande salto. Il primario lo “consola” con una frase che resterà indelebile nella sua memoria: “Bravo! Avessi la tua età farei lo stesso, qui non c’è niente!“. E lui riflette: “dopo nove anni di studi universitari e anni di esperienza sul campo, svegliarmi un giorno a 40 anni con un co.co.co. sarebbe stato un fallimento, per me e per la società“.

Lui oltrepassa lo Stretto della Manica: si lancia all’avventura “senza alcuna raccomandazione“, ci tiene a precisare. Si registra come Biomedical Scientist presso l’HPC, l’albo professionale britannico per le professioni sanitarie non-mediche. Poi comincia a lavorare,l passando le necessarie selezioni: prima presso un ospedale, poi come Project Scientist presso il Centre for Infections, dove è titolare di un contratto finanziato da un’agenzia europea, per l’assistenza e il training nell’ambito della diagnostica causata dalle infezioni della Legionella Pneumophila. Dallo scorso settembre, grazie alla sanità pubblica inglese (che gli copre tre quarti della retta), frequenta un Master presso la Westminster University a Londra. Dalla capitale britannica Massimo osserva l’Italia con naturale disincanto, auspicando un profondo cambiamento culturale.

Ospite della trasmissione è Giovanna Riccardi, docente di Microbiologia all’Università di Pavia e Presidente della Società Italiana di Microbiologia Generale. Con la professoressa Riccardi, già docente di Massimo, analizziamo il fenomeno del brain drain nel mondo della ricerca, sulla base della sua esperienza personale. Di chi ha visto espatriare molti propri ex-studenti. C’è un antidoto alla fuga? E  se sì, quale?

Nella rubrica “Spazio Emigranti” continuiamo la nostra indagine sulle città della “Nuova Emigrazione” professionale dei giovani italiani. Facciamo tappa a Boston, dove scopriamo -insieme al console generale Giuseppe Pastorelli– un’emigrazione di élite, fatta di professionisti (soprattutto accademici) di altissimo livello.

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La discussione di questa settimana: Giovani e co.co.co: questo contratto italiano rischia di trasformare la condizione dei nostri professionisti “under 40″ in quella di “precari a tempo indeterminato? E quali maggiori garanzie offre -normalmente- un contratto all’estero, anche se a tempo determinato, in termini salariali… ma non solo?

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Settantesima puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 21 maggio 2011 at 09:00

Settantesima puntata di “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che vi racconta -ogni settimana- la nuova emigrazione professionale italiana.

Oggi torniamo a parlare di ricerca e -soprattutto- di contratti precari. Lo facciamo con la bella storia di un ricercatore biomedico, trasferitosi nel 2008 in Gran Bretagna, dopo anni di lavoro senza garanzie in Liguria. Nella sua regione -pur con una laurea e una specializzazione all’attivo- non era riuscito ad andare oltre un co.co.co.. Con una prospettiva da “precario a tempo indeterminato”, il protagonista della puntata odierna opta -alla soglia dei 30 anni- per la scelta più logica, già compiuta da decine -se non centinaia- di migliaia di suoi coetanei: un trasferimento in Gran Bretagna. Nel giro di pochi mesi ottiene un contratto presso il centro di riferimento per le malattie infettive di Inghilterra e Galles. La sanità pubblica inglese gli copre pure tre quarti dei costi per un Master alla Westminster University. Sogno? No, la realtà di come vengono valorizzati i nostri giovani ricercatori all’estero.

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Capitalismo Oligopolista

In Giovani Italians on 18 maggio 2011 at 09:00

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Le buone notizie, per cominciare: un articolo de Il Sole 24 Ore uscito lo scorso sabato ci informa che la tanto attesa legge Controesodo, per il rientro dei cervelli, è -per davvero- in dirittura d’arrivo. Con un paio di mesi di ritardo sul previsto… ma dovrebbe essere fatta. Approvata a fine dicembre in via definitiva dal Parlamento, la legge ha ottenuto finalmente il suo decreto attuativo, firmato dal Ministero dell’Economia, d’intesa con quello dell’Istruzione. Il Decreto, a quanto afferma l’articolo, è attualmente all’esame della Ragioneria Generale dello Stato per l’ok finale. Permetterà ai giovani italiani residenti da almeno due anni all’estero di tornare -se lo vogliono e lo ritengono opportuno- nel Belpaese, con crediti di imposta importanti. Vi terremo aggiornati 😉 .

Oggi vorrei però parlarvi di un termine che mi ha molto colpito, quando ho moderato, lo scorso venerdì, la “Brain Calling Fair di Milano“. Uno dei relatori al convegno del pomeriggio ha dipinto l’Italia come un “capitalismo oligopolista“. Un Paese, insomma, dove ogni istanza di cambiamento è la negazione della ragion d’essere del sistema. Si tratta della tipologia peggiore, tra le quattro forme di capitalismo possibili, tutte elencate dallo stesso relatore nel corso del convegno. Perché è un sistema che non cambia mai. Che non si adatta alle novità. Che vive la novità come uno sconvolgimento. E che per questo non riesce ad agganciare il treno del futuro e della modernità.

Bene ha sintetizzato James Murdoch, amministratore delegato di News Corporation, la scorsa settimana al convegno “Crescere tra le righe” di Bagnaia. “Sfortunatamente, una parte di questo Paese fa resistenza al successo su base meritocratica, fa resistenza alla creazione di opportunità per i giovani di talento che non appartengono all’establishment tradizionale, fa resistenza a qualsiasi cosa che sappia di cambiamento“. Un’istantanea che non fa una piega, scattata da uno straniero che da anni sta cercando di penetrare il mercato più oligopolista d’Italia, quello televisivo. Talmente oligopolista da apparire quasi un residuo della Guerra Fredda, con due grossi blocchi (Rai-Mediaset) impegnati a difendere alla strenuo lo status quo. E’ una considerazione che fa riflettere.

Giovedì scorso sono stato invece ospite alla Scuola di Alta Formazione al Management (SAFM) di Torino: realmente una bella esperienza, con giovani di altissimo profilo, molto ben selezionati (tutti economisti o ingegneri), che hanno posto domande sostanziali sulle aspettative professionali in Italia e all’estero, sui meccanismi di selezione, sui salari, ma anche e soprattutto sulle differenze tra il nostro Paese e quelli di nuova emigrazione. Ne è nata una discussione vivace, interessante, ricca di spunti, con una platea di giovani desiderosi di capire come poter cambiare -in positivo- l’Italia. Su come non divenire vittime di un Paese per Vecchi. Ma modificarlo dall’interno.

Cosa potrà accadere, se non ce la facessero? Già ora i sondaggi lo mostrano con chiarezza. Sondaggio GfK Eurisko, citato al convegno “Crescere tra le righe” di Bagnaia: il 58% dei giovani intervistati vuole lasciare l’Italia per studiare all’estero; il 59% vorrebbe fare la stessa cosa per lavoro. Il 43% di loro sogna di lasciare questo Paese definitivamente.

Così proprio non va. Serve una sterzata. Serve un profondo rinnovamento. Non di facciata, però. Un rinnovamento guidato dai giovani, animati da volontà di reale innovazione e con un background internazionale. In grado di trasformare questo “capitalismo oligopolista” in un “capitalismo moderno e basato sulla concorrenza reale”.

+++ BREAKING NEWS +++

In Giovani Italians on 17 maggio 2011 at 15:49

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+++ IN TEMPO REALE LE DICHIARAZIONI DI GIUSEPPE ROMA, DIRETTORE GENERALE DEL CENSIS+++

FONTE ANSA: ”I giovani sono in via di estinzione. Negli ultimi 10 anni, dal 2000 al 2010, abbiamo perso piu’ di 2 milioni di cittadini di eta’ compresa tra i 15 e i 34 anni”. Lo ha affermato il direttore del Censis, Giuseppe Roma.

”Sono una merce rara”, ha aggiunto Roma, spiegando che i dati italiani sono i peggiori insieme a quelli tedeschi. In contrapposizione nello stesso periodo sono aumentati di 1 milione 896 mila unita’ gli italiani over-65.

Disastroso anche il quadro formativo: ”abbiamo il maggior numero di ragazzi di 15-24 anni impegnati nella formazione, il 60,4%, eppure pochissimi laureati”. Ha un laurea, infatti, solo il 3,1% dei 15-24enni (la media europea e’ del 7,8%) e il 20,7% dei 25-34enni (a fronte di una media europea del 33%).

L’Italia ha il record di ”inattivita’ volontaria”. Definisce cosi’ la condizione dell’11,2% dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni che ”non sono interessati a lavorare o studiare” il direttore generale del Censis, Giovanni Roma, nella sua audizione presso la Commissione Lavoro della Camera. Nella classifica dei giovani Neet (dall’inglese Not in education, employment or training) il dato italiano e’ superiore di oltre tre volte alla media europee (3,4%) e molto peggiore di quello tedesco (3,6%), francese (3,5%) o inglese (1,7%). La Spagna e’ invece il paese con meno giovani ”nullafacenti”, sono appena lo 0,5%.

LEGGI IL COMUNICATO STAMPA DEL CENSIS: IN ITALIA LA LAUREA NON PAGA


Comunicazione Pubblicitaria a Francoforte

In Storie di Talenti on 16 maggio 2011 at 09:00

Nel corso di questi anni ho incontrato una quantità impressionante di Talenti italiani (con la “T” maiuscola) espatriati: scienziati con pubblicazioni internazionali, manager con idee imprenditoriali eccellenti… Tutti con il mio stesso dilemma, che ridotto ai minimi termini è: in Italia si vive meglio che in altri Paesi, ma se poi torniamo, che facciamo?

Amara considerazione, quella di Francesca Masia, 30 anni, Account Manager per Havas, multinazionale pubblicitaria della comunicazione, per la quale gestisce campagne in 65 Paesi del mondo. In Italia le avevano detto, quando aveva provato a rientrare: “ma cosa pensi? Di venire qui a lavorare con il Ceo, come facevi a New York? Se ti prendiamo devi spalare fango…” Lei cosi ha detto “Auf Wiedersehen“, ed è partita per la Germania.

Una laurea in Scienze della Comunicazione alle spalle (il suo sogno iniziale era quello di fare la giornalista, poi ha prevalso la passione per pubblicità e marketing), arricchita da un Erasmus a Parigi, Francesca si laurea nel 2004 con una tesi sulla gestione dei talenti aziendali. Conclusa la quale affronta un paio di lavori e stage a Roma, prima di trasferirsi a New York per un Mba in Marketing Management. Nel 2007 conclude l’Mba, ma -proprio in quella estate- esplode la crisi, che la obbliga a ripiegare su di uno stage. Negli Stati Uniti impara comunque l’arte del networking all’americana… ben diverso dalla “raccomandazione” all’italiana.

Concluso lo stage negli Usa, Francesca ritorna in Italia, dove trova ad attenderla solo desolazione: contratti precari, posizioni ridicole rispetto agli studi compiuti, il continuo rimprovero di essere troppo qualificata. Alla fine, a salvarla, arriva la chiamata dell’agenzia pubblicitaria newyorchese, che la assume nella filiale tedesca.

Ospite della trasmissione è Marco Muraglia, amministratore delegato di Starcom Italia, nonché membro del Consiglio Direttivo di Assocomunicazione: con lui analizziamo le opportunità lavorative per i giovani nel settore della comunicazione e della pubblicità in Italia, e di come fare per trattenere -o far rientrare- i talenti nel Belpaese.

Nella rubrica “Spazio Emigranti” vi portiamo nel Granducato di Lussemburgo, a conoscere la comunità di emigranti italiani nel piccolo Paese centro-europeo. Lo facciamo parlando del sito web che è il punto di riferimento online dei nostri “expats” lussemburghesi: Italiani.lu. Ai nostri microfoni il redattore Guglielmo Sessa.

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La discussione di questa settimana: Giovani professionisti e mondo della comunicazione: ci sono margini di inserimento e crescita in Italia, oppure è d’obbligo emigrare? Il mercato del lavoro è trasparente, i salari commisurati, la progressione di carriera chiara? Oppure no? Raccontateci la vostra esperienza!

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Lettura – “L’Italia dei Cervelli in Fuga”

In Fuga dei giovani on 15 maggio 2011 at 09:00

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Pubblichiamo a beneficio di tutti i lettori del nostro blog l’articolo di “Famiglia Cristiana” sul fenomeno dei cervelli in fuga, che ha raccontato l’esperienza del “Centro Studi Fuga dei Talenti“, avviato quest’anno online.

IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE

Buona lettura!

L’Italia dei cervelli in fuga

L’Italia ha centinaia di migliaia di laureati all’estero, in 20 anni ha perso 4 miliardi di euro per quanto hanno realizzato all’estero. Ma c’è chi non si arrende a questa deriva.

Tutto sui “cervelli in fuga”

12/05/2011

Un neolaureato, all’estero guadagna almeno il 30 per cento in più che in Italia.

Si stima che 60 mila giovani lascino l’Italia ogni anno, e il 70% di loro sono laureati. Ancora: negli ultimi vent’anni, i nostri “cervelli” all’estero hanno prodotto brevetti per un valore di 4 miliardi di euro, dopo che il sistema educativo italiano aveva speso fior di soldi per la loro formazione. Ma l’Italia può ringraziare solo sè stessa per queste perdite, perché nel resto d’Europa e negli Stati Uniti i nostri talenti trovano porte spalancate. Da noi no.

Sergio Nava, giovane giornalista e scrittore, due anni fa ha dedicato a questo argomento il libro La fuga dei talenti, pubblicato dalla casa editrice San Paolo, e con lo stesso nome ha aperto un blog che ha raccolto finora oltre 140 mila contatti. Quest’anno ha aggiunto alla pagina web un “centro studi” on line, nel quale immette quasi ogni giorno dati e analisi raccolti da più fonti, su quanto e perchè l’Italia lasci scappare molti dei suoi giovani migliori, i più preparati, i più intraprendenti (https://fugadeitalenti.wordpress.com/centro-studi-fdt/).

Il “Centro studi fuga dei talenti” offre uno sguardo documentato e impietoso sul “sistema Italia”, gerontocratico, non meritocratico, miope nello sbarrare le porte alle nuove leve non solo verso un lavoro stabile, ma anche verso i posti di responsabilità. Apprendiamo, per esempio, che un neolaureato da noi guadagna in media 1.054 euro al mese, all’estero 1.568. Oppure che nel 2004 il 20% dei laureati entrava in azienda con un contratto a tempo determinato, mentre nel 2010 è successo solo al 6% di loro. Non solo: se nel 1990 l’età media delle élite in Italia era di 51 anni, nel 2005 era salita a 62. Mentre dal 2000 al 2010 si è quasi dimezzato il numero di amministratori “under 30” nelle imprese.

    Sergio Nava, negli anni Duemila i laureati espatriati sono raddoppiati. Come si spiega?
    “E’ un dato dell’Istat, la quale dice che tra il 2002 e il 2008 la percentuale di laureati che si sono trasferiti all’estero è passata dal 9,7% al 16,6%, quasi un raddoppio. E’ vero che in Italia chi ha una laurea conserva ancora qualche possibilità in più di trovare lavoro e guadagna un po’ più di un diplomato, però esiste un trend per il quale il capitale umano viene sempre meno valorizzato. D’altronde, quando ministri ed esponenti varii affermano che bisogna tornare al lavoro manuale, il messaggio subliminale è che la laurea non serve a nulla. Il risultato è che i laureati iniziano a capire che fuori d’Italia, per lo meno nei Paesi più a Nord, il titolo di laurea viene valorizzato maggiormente: i salari che trova lì, la trasparenza del mercato del lavoro, la valorizzazione del capitale umano  in Italia non ci sono”.

    Un dato nel suo sito afferma che solo il 9,1% di giovani italiani di origini umili arriva alla laurea, contro una media europea del 23%…
    “Sì, gli ascensori sociali in Italia sono bloccati. Lo dicono vari studi e indagini, la casa editrice Il Mulino ha dedicato un libro a questo fenomeno, Immobilità diffusa. Un’analisi ha provato che da noi lo stipendio di un figlio è quasi tarato su quello del padre: tanto guadagna il padre, altrettanto guadagna il figlio. Proprio perché il nostro è un Paese bloccato, che funziona per corporazioni e ordini, e dove il ricambio generazionale è più basso che all’estero, per tutta questa serie di motivi il figlio di un operaio ha meno possibilità di salire la scala sociale rispetto al figlio di un impiegato o di un dirigente”.

    La legge sul “Controesodo” del dicembre 2010 può far rientrare in Italia giovani talenti?
    “E’ un buon ponte tra l’Italia e il resto del mondo, perché se qualcuno pensa di tornare, ha la possibilità per tre anni di pagare un’aliquota di tasse ridotta. Intacca il problema dello stipendio, che da noi, per chi è qualificato, è molto più basso rispetto ad altri Paesi. Però rimangono altri problemi. Per esempio, quello molto grave della selezione, perché nessuno risponde ai curricula inviati dai giovani; o quello del ricambio generazionale, perché a 30 anni in Germania magari sono manager, mentre qui devono ridursi stipendio, qualifica e aspettative di carriera. Sì, la legge detta “Controesodo” unisce il resto d’Europa con l’Italia, però se tornano trovano lo stesso Paese che avevano lasciato. Pagano meno tasse, ma il Paese va modernizzato rispetto a tutto il resto”.

Rosanna Biffi