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Sessantasettesima puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 30 aprile 2011 at 09:00

Sessantasettesima puntata di “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che vi racconta -ogni settimana- la nuova emigrazione professionale italiana.

Torniamo ad occuparci di università, con una storia di successo: quella di una docente accademica, emigrata dalla sua Sicilia fino a Londra, dove ha successivamente scalato tutti i gradini di carriera presso un importante ateneo della capitale inglese. Ora -a soli 35 anni- è Direttore Associato presso un centro di ricerca. Possiamo immaginare qualcosa di anche solo vagamente simile in Italia? Attenzione pure all’ospite della settimana: vi faremo conoscere uno dei pochi casi di “giovani” accademici di alto profilo al lavoro in Italia!

Prosegue pure oggi la rubrica “Job Abroad”, interna al notiziario, attraverso la quale vi segnaliamo -settimanalmente- alcune delle migliori opportunità professionali all’estero.

Appuntamento -per saperne di più- alle 13.30 (CET) su Radio 24!

Intanto siete tutti invitati a dibattere sul “tema della settimana”: Voglia di emigrare – pur con un lavoro: il desiderio di lasciare l’Italia per andare all’estero contagia ormai anche chi un contratto già ce l’ha? E perché? Raccontateci la vostra storia!”

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In fuga dal lavoro (italiano…)

In Fuga dei giovani on 27 aprile 2011 at 09:00

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Va assolutamente segnalata l’ultima ricerca dell’agenzia di selezione Kelly Services: 89 intervistati su 100, tra chi in Italia un lavoro già ce l’ha, sarebbero disposto a trasferirsi lontano dalla propria città di residenza o nascita, per svolgere il loro lavoro “ideale”. Siamo dodici punti sopra la media mondiale, dietro solo ad Indonesia, Messico, Malesia e Thailandia. Davanti addirittura al Portogallo e all’Irlanda.

Il combinato di chi vuole cambiare Stato e/o Continente registra un 33% tra i lavoratori italiani intervistati: oltre la metà di loro si trasferirebbe in Europa (54%), il 24% in Nord America. Uno su tre si trasferirebbe per meno di un anno, il 31% fino a tre anni.

Sul perché si va via, il 38% degli intervistati italiani  (secondi in Europa solo alla Polonia…) definiscono la propria condizione di lavoro come “non canonica“. Ben riassume il Direttore Generale di Kelly Services Italia, Stefano Giorgetti: “tra i dati più significativi emersi dall’indagine c’è sicuramente l’alta percentuale di lavoratori di età compresa tra i 30 e i 47 anni, e pertanto con posizioni, responsabilità e competenze ben sviluppate, che si dichiarano possibilisti rispetto all’eventualità di un trasferimento all’estero. Ben tre professionisti su dieci, infatti, sarebbero pronti a rinunciare al Belpaese per cogliere migliori opportunità di carriera. Un dato che dovrebbe far riflettere imprenditori e responsabili HR, soprattutto in relazione al rischio di un impoverimento delle competenze manageriali disponibili nel nostro Paese e di un conseguente ritardo nella ripresa e nello sviluppo sia a livello di singole aziende, sia a livello di sistema-Italia“.

Parole da soppesare con attenzione, quelle di Giorgetti: l’impoverimento di capitale umano è sotto gli occhi di tutti, mentre si sta facendo strada una pericolosissima cultura del “ritorno al lavoro manuale”, contrapposto all’educazione e alla formazione superiore, viste ora come inutili perditempo. Una cultura che -dalle colonne di questo blog- è già stata più volte denunciata.

Non sarà dunque un caso, se -maltrattato in patria- questo “capitale umano” si trasferisce sempre più all’estero. Negli ultimi giorni il declino italiano è stato più volte sottolineato da una molteplicità di angolature: l’ex-Commissario Europeo Mario Monti ha parlato di una politica per la crescita “carente”. “I problemi della crescita in Italia sono molto seri, e non possono essere trascurati“, ha sottolineato. Di qui l’affondo sul Piano di Riforme governativo: contiene riforme eterogenee e poco coerenti.

Aggiunge il Governatore di Bankitalia Mario Draghi: l’Italia sta uscendo lentamente dalla recessione, il ritorno del Pil ai livelli pre-crisi avverrà solo nel 2014… e ancora più in là per il prodotto pro-capite. Strana ironia della sorte: a detta di Draghi, nel corso della crisi l’Italia aveva visto contrarre il proprio Pil più degli altri (-6,5% nel biennio 2008-2009, a fronte di un calo del 3,5% nell’Eurozona). E in uscita dalla recessione, cresce meno degli altri. Se non è declino questo… D’accordo con le preoccupazioni di Draghi anche la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che definisce “troppo tardi” aspettare il 2014 per tornare ai livelli di Pil del 2007: “dobbiamo crescere di più, altrimenti non assorbiamo la disoccupazione, non teniamo in piedi il sistema delle imprese e non riusciamo a dare un futuro ai giovani“, afferma. Già nei giorni precedenti Confindustria aveva criticato il Documento di Economia e Finanza, insieme al Piano Nazionale di Riforme del Governo: “deludente, per quanto attiene alle azioni concrete per crescita e competitività“.

Che dire? L’impressione è che questo Paese stia finalmente cominciando ad analizzare le cause dei propri mali. Ma il livello di implementazione delle soluzioni è ancora pari a zero.

Un buon esempio è rappresentato dal cosiddetto “Club dei Creativi”: presentato prima di Pasqua con nobili propositi (fare rete tra aziende italiane e talenti all’estero), ha tradito presto la sua sostanziale inutilità. A causa di alcuni problemi di partenza. In primis i promotori, “facce nuove” quali Alain Elkann e Santo Versace; in secundis le dichiarazioni dello stesso Versace (“oggi i ragazzi non vogliono lavorare, vogliono solo il posto fisso, aspettano il 27 del mese. Abbiamo più posti di lavoro che lavoratori: ai giovani ricordo che, come diceva mio padre, l’unico posto fisso è al cimitero“); infine l’idea che questi giovani espatriati non debbano tornare, ma fare rete dall’estero con le nostre aziende e contribuire così alla crescita.

Idea assolutamente non male quest’ultima, di per sè: ma che sorvola completamente sui mali strutturali, a causa dei quali questi giovani talenti se ne vanno (o meglio, se ne scappano) dall’Italia… anzi, sembra quasi volerli nascondere, come ben dimostrano le dichiarazioni di Versace. Dichiarazioni che stimolano ulteriormente i già fin troppo presenti (dati Kelly Services alla mano) propositi di fuga.

L’Imprenditore che guarda al Giappone

In Storie di Talenti on 25 aprile 2011 at 09:00

Dopo anni di lavoro in Italia e sogni infranti ho avuto l’occasione di andare negli Stati Uniti, il Paese in cui le cose di cui si parla accadono“: inizia così la storia di espatrio di Luca Escoffier, 36enne imprenditore innovativo, specializzato nel trasferimento tecnologico. Un vero e proprio “cittadino del mondo”, Luca. Che ora ha deciso di varcare un’altra frontiera, trasferendosi in Giappone. Una nazione devastata da tre diverse catastrofi. Che resta -parole sue- “un Paese dove esistono tante regole, ma dove la professionalità delle persone è altissima, e c’è una grande considerazione dell’onore”.

Luca inizia la sua carriera con una Laurea in Giurisprudenza, seguita da un Master in Diritto Industriale. I primi anni professionali trascorrono tranquilli, tra studi legali e aziende biotech in Italia. La routine della normalità si interrompe improvvisamente solo tre anni fa, con un trasferimento a Seattle, dove Luca ottiene l’incarico di “Visiting Lecturer” presso la University of Washington. Gradualmente, comincia a specializzarsi in diritto industriale e nanotecnologie, ma la sua vera passione diviene il trasferimento tecnologico. Nel 2009 viene selezionato come Fellow per l’Istituto di Diritto Industriale dell’Ufficio Brevetti giapponese.

Nel 2010 l’anno di svolta: Luca apre una start-up con base a Seattle, la “Usque ad Sidera”, che si occupa di consulenza strategica sul trasferimento tecnologico e sui brevetti. Ma -soprattutto- trascorre l’estate presso la Singularity University, nella base della Nasa in Silicon Valley, dopo essere stato selezionato insieme a un ristrettissimo gruppo di italiani.

Alla fine di quell’esperienza Luca crea un programma di assistenza per le start-up italiane a Seattle, e inizia le pratiche per trasferire la sua azienda in Giappone. Guardando all’Italia, ora nutre un atteggiamento ambivalente: da un lato non intende abbandonarla – anzi, afferma l’importanza di arricchirsi all’estero, per poi tornarvi, “importandovi” le competenze acquisite fuori. Dall’altro, però, vede nel Belpaese “molta inerzia, e soprattutto la tendenza a fare il furbo. Fino a quando adotteremo questo approccio l’Italia sarà destinata all’oblio“.

Ospite della trasmissione è Chiara Giovenzana, giovane amministratrice delegata di un’azienda biotech con sede a Basilea, in Svizzera. Anche Chiara ha frequentato -insieme a Luca- la Singularity University. Il suo sogno è quello di poter trasferire la sua azienda -un giorno- in Italia. Con lei affrontiamo il tema della necessità -per il Belpaese- di riconnettersi con i suoi giovani imprenditori innovativi dispersi all’estero.

Nella rubrica “Spazio Emigranti” proseguiamo la nostra inchiesta tra i Consolati italiani presenti nelle nuove città di espatrio dei giovani professionisti. Oggi facciamo tappa nel mondo “down under”, indagando sui numeri dell’emigrazione dei nostri talenti a Sydney. Lo facciamo con Benedetto Latteri, Console Generale a Sydney.

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La discussione di questa settimana: Investimenti  sull’innovazione, ritorno al rispetto delle regole, promozione del valore della professionalità quali antidoti al declino? Sono questi i tre ingredienti-base per evitare la fuga dei giovani professionisti dall’Italia? Qual è la vostra ricetta?

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Alla prossima puntata: sabato 30 aprile, dalle 13.30 alle 13.55 (CET), su Radio 24. Vi aspetto!

Lettura di Pasqua

In Giovani Italians on 24 aprile 2011 at 09:00

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Pubblichiamo l’articolo di Alessandro Rosina, comparso questa settimana su “Il Fatto Quotidiano”: in questo articolo Rosina smonta un luogo comune, relativo ai giovani italiani “colpevoli” di essere disoccupati. Un mito totalmente inventato da una certa e supposta “classe dirigente”, che cerca così -disperatamente- di sfuggire alle proprie colpe. E ai propri fallimenti.

Grazie a Blue M per la segnalazione. Buona Pasqua a tutti!

Per chi usa il cervello qui non c’è posto

Le fregature per le nuove generazioni italiane vanno a stagioni. C’è stata quella dell’enorme debito pubblico creato nel corso degli anni Ottanta fino ai primi anni Novanta. É seguita la stagione della riforma generazionalmente squilibrata delle pensioni. Poi la riforma del mercato del lavoro senza adeguamento del sistema di welfare pubblico, che anziché flessibilità ha introdotto precarietà.
Siamo diventati uno dei paesi industrializzati che meno crescono e meno offrono spazio e opportunità per i giovani.

Il dato Eurostat più fresco ci vede fanalino di coda in Europa in termini di occupazione degli under 30. Colpa dei giovani o di scelte pubbliche sbagliate? Ecco allora che oggi avanza il nuovo inganno. Si fa sempre più strada nella nostra (matura) classe dirigente la convinzione che il problema risieda in una distorsione di fondo propria delle nuove generazioni. Che a sostenerlo sia chi nel governo ha responsabilità sui temi dell’economia e del lavoro non meraviglia. È evidente da tempo che la principale preoccupazione di costoro è tutelare l’esistente. Ma l’idea che siano i giovani ad avere ambizioni e attese mal calibrate va ben oltre il governo e i suoi sostenitori. Cosa dovrebbero allora fare le nuove generazioni secondo questa sempre più diffusa linea di pensiero? Accontentarsi di quello che trovano, compresi i lavori più umili che sinora si son lasciati fessamente sfilare sotto il naso dagli immigrati.

E se il problema vero, invece, fosse questa classe dirigente e i limiti del modello di sviluppo che ha imposto al Paese? Possiamo pensare alla condizione dei giovani come a quella di chi entra in un ristorante ritenuto almeno di media qualità e si trova invece con un’offerta di cibo mediocre. Ecco però che con incredibile faccia tosta il cuoco, anziché chieder scusa e impegnarsi a rimediare, si mette ad accusare i clienti di essere troppo schizzinosi ed esigenti. Il problema, insomma, starebbe nel fatto che i clienti vogliono mangiar bene. Ma i giovani non sono fessi e la controprova la trovano quando vanno all’estero. Cambiando ristorante capiscono che il problema non sono loro e che, anzi, altrove i loro gusti sono tanto più apprezzati quanto più sono raffinati. Come mai qui in Italia il capitale umano delle nuove generazioni non vale nulla e nelle altre economie avanzate è invece valorizzato? E’ questa la domanda cruciale.

I dati sono impietosi. Da fonte Eurostat apprendiamo che l’Italia risulta essere uno dei Paesi con minor crescita delle professioni più qualificate, intellettuali e dirigenziali. Secondo l’Istat, poi, sono oltre un milione gli under 30 che svolgono un lavoro sottoinquadrato, accontentandosi di una occupazione che richiede un titolo di studio inferiore a quello acquisito.

Come mai ci troviamo in questa situazione? I motivi sono molti. Ma una delle maggiori conferme dell’incapacità italiana di riorientare l’uso delle risorse a favore di un maggiore e migliore contributo dei giovani alla crescita del paese, la si può trovare nel basso investimento in ricerca e sviluppo. A questa voce noi destiniamo il 50 per cento in meno rispetto alla media europea. Siamo lontani anni luce dalla Germania che pur è attenta anche alla formazione tecnica.

L’innovazione è parte essenziale di quel circolo virtuoso che spinge al rialzo sviluppo economico e lavoro. Ed è soprattutto l’occupazione dei giovani a essere legata alle opportunità che si creano nei settori più dinamici e innovativi. Qui le nuove generazioni possono diventare una risorsa strategica per la crescita. Negli ultimi anni persino il Rwanda ci ha superati nella classifica globale sulla facilità di fare impresa stilata dalla Banca Mondiale. Eppure l’Italia le potenzialità le ha. Non mancano certo i talenti, quello di cui difettiamo strutturalmente è la loro valorizzazione.

Dato però che chi guida il Paese non sa come valorizzarli allora basta con l’uso dei cervelli, concentriamoci su quello che si può fare con le mani. L’alternativa, forse, è cambiare chi guida. Nel frattempo chi vuole usare il cervello vada all’estero, per gli altri qui ancora c’è posto.

ALESSANDRO ROSINA

*professore Associato di Demografia all’Università Cattolica di Milano


Sessantaseiesima puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 23 aprile 2011 at 09:00

Sessantaseiesima puntata di “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che vi racconta -ogni settimana- la nuova emigrazione professionale italiana.

Oggi vi proponiamo un’altra puntata che ci proietta nel futuro: lo facciamo con un giovane imprenditore innovativo, che dopo un’esperienza negli Stati Uniti, ha optato per trasferirsi in Giappone. Una storia di successo, la sua, tutta incentrata sul trasferimento tecnologico. Insieme a lui ospitiamo una giovane amministratrice delegata di un’azienda biotech in Svizzera: anche lei ha condiviso un percorso di formazione presso un’importante campus americano. Entrambi sognano un’Italia più aperta al talento, alla modernità, e all’innovazione. Riusciranno, a vederla? Per ora, ci indicano la strada da seguire…

Prosegue pure oggi la rubrica “Job Abroad”, interna al notiziario, attraverso la quale vi segnaliamo -settimanalmente- alcune delle migliori opportunità professionali all’estero.

Appuntamento -per saperne di più- alle 13.30 (CET) su Radio 24!

Intanto siete tutti invitati a dibattere sul “tema della settimana”: Investimenti  sull’innovazione, ritorno al rispetto delle regole, promozione del valore della professionalità quali antidoti al declino? Sono questi i tre ingredienti-base per evitare la fuga dei giovani professionisti dall’Italia? Qual è la vostra ricetta?

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Quando conta la Verità

In Declino Italia on 20 aprile 2011 at 09:00

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Grazie al Ministro dell’Economia Giulio Tremonti abbiamo scoperto che in Italia esiste la piena occupazione. “Tutti i quattro milioni di immigrati arrivati da noi negli ultimi anni sono occupati“, ha riferito in sostanza da Washington Tremonti nel weekend. La conclusione del Ministro è logica: alla domanda se occorra chiudere le porte all’immigrazione, o se siano i giovani italiani a doversi adeguare al nostro mercato del lavoro, Tremonti ha escluso la prima ipotesi. Ergo: i giovani si devono adeguare.

Sinceramente non mi aspettavo affermazioni del genere, da Tremonti. Peraltro smentite il giorno dopo dal suo collega Roberto Maroni: “Non sono d’accordo che tutti i cittadini extracomunitari in Italia lavorano“, ha affermato. Ancora più realisticamente, Maroni ha aggiunto: non si può semplificare o generalizzare, affermando che gli extracomunitari fanno lavori che i giovani italiani non vogliono fare.

Tra l’altro, a smentire ulteriormente le affermazioni di Tremonti, c’è un recente rapporto della Fondazione Leone Moressa, secondo cui la crisi ha colpito soprattutto i lavoratori stranieri (ultimo trimestre 2009): +44% i disoccupati tra di loro, rispetto al +9,7% degli italiani. Il fenomeno -ironia della sorte- è particolarmente accentuato nelle regioni del nord, da cui Tremonti proviene. E che si suppone conosca bene.

Questa lunga introduzione per dire una cosa molto semplice: la favola dei giovani italiani snob, che non si rendono ancora conto di vivere nel Paese delle opportunità, dove basta mettere il piede fuori dalla porta per essere inondati da offerte di lavoro, deve pur finire. Il refrain è sempre il solito: smettetela di sognare un posto da manager, da designer, da scienziato… accontentatevi di un lavoro manuale, e sarete felici. Con un lavoro, una famiglia, e un radioso avvenire davanti.

Beh… a parte che invitare un’intera generazione ad abbandonare l’ambizione di fare il salto di qualità (facendolo fare indirettamente anche al proprio Paese), puntando sull’economia della conoscenza e dell’innovazione, equivale -nei fatti- a dare una spinta decisiva al declino dell’Italia. In proiezione, significa infatti far tornare questo Paese a vivere di manifattura e lavori manuali, settori nei quali sarà presto seppellito dalle economie emergenti. Altra cosa è investire su un’economia innovativa e di qualità, con produzioni ad alto valore aggiunto. Chi l’ha capito, ne sta già traendo beneficio.

In secondo luogo significa prendere in giro un’intera generazione, facendo ricadere su di essa l’onere di una supposta colpa. Quando colpa, in realtà, non c’è. Non è colpa di un giovane inseguire delle legittime ambizioni. Legittime per un suo qualsiasi coetaneo centro-nord europeo. La colpa è piuttosto di chi non lavora al rinnovamento della politica industriale del Paese, tirando a campare con tagli di spesa di corto periodo, ma senza una visione complessiva di trasformazione dell’Italia in una nazione ad economia finalmente innovativa, con liberalizzazioni anticorporative e investimenti nei settori del futuro. Serve coraggio, ma serve anche una “Visione”… che questa classe politica -figlia di ragionieri e tributaristi- semplicemente non ha.

La Banca d’Italia, uno degli organi più indipendenti del Paese, guidata da un uomo che la visione internazionale ce l’ha per davvero, è tornata a ripeterlo: l’occupazione non riparte, i precari sono sempre di più e aumentano i giovani senza lavoro. Sono tornate a crescere le assunzioni a tempo parziale, ed è proseguita la contrazione delle posizioni permanenti. Possiamo far finta che sia tutta colpa di questi giovani snob, con la puzza sotto il naso. Qualcuno se ne convincerà pure. Ma il giudizio della storia sarà diverso. Qualche politico o Ministro ne uscità ampiamente ridicolizzato, sulle pagine dei libri che racconteranno -un giorno- l’Italia di oggi.

“L’Italia è un Paese per giovani?”, ha chiesto “Avvenire” ad uno dei due candidati alla presidenza dei Giovani Imprenditori: Jacopo Morelli, 35enne fiorentino che -della valorizzazione dei giovani talenti- ha fatto la sua bandiera programmatica. “Purtroppo no. […] Una pervasiva gerontocrazia blocca l’innovazione e rappresenta l’antitesi della meritocrazia. Dobbiamo ribaltare questa situazione. Con un welfare che guardi alle donne e alle famiglie. Con politiche per i giovani e le imprese: un giovane talento deve poter contare su un contesto sociale e normativo che lo valorizzi. […] Un adagio ricorda che la terra non la ereditiamo dai nostri padri, ma la prendiamo in prestito dai nostri figli. E’ stato fatto l’opposto“.

Perfettamente condivisibile, come analisi: in un Paese dove, come ricorda Massimo Gramellini su “La Stampa”, il bastone del comando è in mano a Berlusconi (75 anni) e Bossi (70), e dove appena un sindaco su sedici ha meno di 35 anni, nessuno si può permettere di dare lezioni ai giovani, considerandoli alla stregua di saputelli. Oltre al danno la beffa…

Tutta la classe dirigente italiana è organizzata in un sistema di compatte oligarchie di anziani, che per conservare e accrescere i propri privilegi sono decisi a sbarrare l’ingresso a chiunque. A cominciare dal capitalismo industriale-finanziario il quale, almeno in teoria, dovrebbe essere il settore più dinamico e innovativo della società, ma dove i Consigli di Amministrazione assomigliano quasi sempre a un club esclusivo di maschi anziani. Anche il sistema politico e i partiti non scherzano“: testuali parole di Ernesto Galli della Loggi su “Il Corriere della Sera”. Che aggiunge: “la muraglia invalicabile dietro la quale prospera la gerontocrazia italiana ha un nome preciso. Ostracismo alla competizione e al merito. In Italia il sapere e il saper fare contano pochissimo. Moltissimo invece contano le amicizie, il tessuto di relazioni, l’onnipresente famiglia, e soprattutto l’assicurazione impilicita di non dar fastidio, di aspettare il proprio turno, di rispettare gli equilibri consolidati. Vale a dire, ciò che fanno o decidono i vecchi“.

Galli Della Loggia lancia una proposta più volte ribadita anche da questo blog: poiché decine di migliaia di giovani di talento hanno lasciato il Paese, stufi di questa “Italia che sta mandando al macero una generazione dopo l’altra“, perché non richiamarli in patria e inserirli nelle posizioni di comando? Ma per farlo, annota lui con amarezza, “ci vorrebbe un Governo“.

L’attuale Governo per il momento si è limitato a partorire un ddl costituzionale che abbassa l’eleggibilità dei deputati a 18 anni e quella dei senatori a 25 anni. Lodevole proposta: peccato che con questa legge elettorale di cooptazione dei parlamentari, entreranno in Parlamento sempre i soliti “raccomandati”. Forse un po’ più giovani, ma sempre pronti ad obbedire agli ordini dei “vecchi”, che hanno loro generosamente regalato il lasciapassare verso la prosperità. Senza contare le ex-escort, libere finalmente di non esercitare più il mestiere più antico al mondo.

Il 2 marzo, nel “post” “Endstation“, avevamo profetizzato l’uscita di scena di Cesare Geronzi, uno dei simboli di questa Italia di vecchi, comandata da vecchi col telefono sempre in mano, capaci solo di rinsaldare questo sistema marcio di relazioni. Poco più di un mese dopo, tra la sorpresa generale, Geronzi è effettivamente uscito di scena. Che questa Endstation sia destinata a diventare il capolinea generale di questa Italia da operetta, votata al declino?

Lo speriamo. Altrimenti la fuga dei migliori talenti dall’Italia sarà sempre più cospicua e inevitabile.

Un Geologo Strutturale a Vienna

In Storie di Talenti on 18 aprile 2011 at 09:00

Delle 11 persone del mio gruppo di ricerca all’università oggi ne restano in Italia due. Gli altri sono sparsi per il mondo. Due in Australia, uno in Scozia, gli altri fanno tutt’altro. Le due persone rimaste sono ancora lì con lavori precari, spesso mal pagati e discontinui. Tutto ciò è un peccato, perché il mio Paese ha speso milioni di euro per la nostra formazione, e di questi investimenti ne beneficiano altre nazioni. Una mancanza di pianificazione totale“: è una denuncia tagliente e amara quella di Nicola Levi, 38enne geologo al lavoro in Austria per una multinazionale americana.

Nicola vi arriva dopo una laurea in Geologia Strutturale all’università di Pisa e un dottorato di ricerca sempre nella stessa città. Nei tre anni successivi al titolo di “Dottore”, si apre per lui la “via crucis” dei “post-doc”, con fondi di ricerca ridotti al lumicino e lavori sempre meno “scientifici”, anche per la necessità di dover costantemente cercare convenzioni. Nicola rinuncia addirittura a sottoporsi ai concorsi da ricercatore, considerata la lunga fila di aspiranti che lo precede.

Fondamentale è per lui un convegno di geologi strutturali a Glasgow: lì comprende l’enorme differenza, lavorativa e retributiva, tra i colleghi italiani e quelli stranieri. “Cosa ho in meno di loro?“, si chiede Nicola. Al ritorno la decisione: rifiuta l’ennesimo rinnovo di contratto, e si butta sul mercato del lavoro. Tanti curricula inviati, una sola risposta dall’Italia (molte di più quelle dall’estero), fino al colloquio decisivo con una multinazionale americana in Austria.

La sorpresa più grande? Se in Italia le compagnie petrolifere non contemplano neppure il dottorato tra i titoli di studio richiesti, all’estero Nicola si vede addirittura aumentare lo stipendio, non appena il suo futuro datore di lavoro lo viene a sapere. “Tre giorni dopo il colloquio mi hanno richiamato per farmi un’offerta sensibilmente più alta, dopo aver scoperto di essersi sbagliati nel valutare il mio profilo“. Qualcosa di anche solo immaginabile in Italia?

Ospite della trasmissione è Gianvito Graziano, presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi: con lui affrontiamo il tema delle opportunità professionali in Italia, per i giovani che intendono dedicarsi alla professione. Ha senso restare, oppure è d’obbligo l’espatrio?

Nella rubrica “Spazio Emigranti” parliamo di come la musica tratta il tema della “fuga dei talenti”. Lo facciamo con un’intervista a Caparezza, autore di “Goodbye Malinconia”, singolo che da diverse settimane sta portando il tema sulle frequenze delle principali radio italiane.

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La discussione di questa settimana: Al cinema si attaccano i raccomandati, nei testi delle canzoni si denunciano la fuga dei cervelli e la precarietà. A vostro parere, il settore culturale italiano ha aperto definitivamente gli occhi sul dramma dei giovani, facendosi “traino” di un movimento di sensibilizzazione sui problemi che spingono alla fuga all’estero di decine di migliaia di “under 40″ italiani?

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Alla prossima puntata: sabato 23 aprile, dalle 13.30 alle 13.55 (CET), su Radio 24. Vi aspetto!

Sessantacinquesima puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 16 aprile 2011 at 09:00

Sessantacinquesima puntata di “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che vi racconta -ogni settimana- la nuova emigrazione professionale italiana.

Anche i geologi scappano dall’Italia. E’ il tema della puntata di oggi, con la storia di un geologo strutturale “under 40” attualmente al lavoro in Austria, dopo contratti di ricerca e post-doc vari in Italia. Sempre temporanei, rinnovabili, mai una prospettiva di stabilità, anche per i fondi sempre in bilico… Poi l’incontro che cambia la vita: quello con i suoi colleghi stranieri, nel corso di un convegno a Glasgow. E la domanda -fondamentale- che ne scaturisce: “perché loro stanno bene, lavorano e sono felici. E io no?” Al ritorno la vita cambia: rifilato un cortese “no, grazie”, all’ennesima proposta di rinnovo del contratto, prende il via la ricerca di un lavoro all’estero. Che porterà il protagonista della storia odierna in Austria.

Non perdetevi la puntata di oggi: toccheremo anche il tema di come la musica e il cinema affrontano i mali endemici della raccomandazione e della fuga all’estero. Ospiti Caparezza, interprete di “Goodbye Malinconia”, e i protagonisti del film “C’è chi dice no”.

Prosegue pure oggi la rubrica “Job Abroad”, interna al notiziario, attraverso la quale vi segnaliamo -settimanalmente- alcune delle migliori opportunità professionali all’estero.

Appuntamento -per saperne di più- alle 13.30 (CET) su Radio 24!

Intanto siete tutti invitati a dibattere sul “tema della settimana”: Al cinema si attaccano i raccomandati, nei testi delle canzoni si denunciano la fuga dei cervelli e la precarietà. A vostro parere, il settore culturale italiano ha aperto definitivamente gli occhi sul dramma dei giovani, facendosi “traino” di un movimento di sensibilizzazione sui problemi che spingono alla fuga all’estero di decine di migliaia di “under 40” italiani?”

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“La Fuga dei Talenti” al Festival del Giornalismo!

In Fuga dei giovani on 15 aprile 2011 at 09:00

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ARRIVEDERCI ITALIA?

Perugia, 15 aprile 2011

Nella totale incapacità del Paese di valorizzare i talenti e investire sui giovani nasce il Manifesto degli espatriati, per rendere l’Italia un paese per giovani. Un Manifesto di denuncia di tutto ciò che in Italia non funziona, impedendo ai giovani di emergere: dai processi selettivi carenti alla gerontocrazia e raccomandazione imperanti, dal Welfare State inesistente per i giovani al ricambio generazionale mancato. Il “Manifesto” mette nero su bianco le cause dell’espatrio di centinaia di migliaia di giovani italiani. Brillanti, ma senza gli “agganci” giusti.

Marco Alfieri La Stampa
Claudia Cucchiarato
freelance L’UnitàLa Repubblica
Stephan Faris Time Magazine
Stefano Feltri Il Fatto Quotidiano
Sergio Nava Radio 24
Claudio Riccio


Biglietto per l’estero

In Giovani Italians on 13 aprile 2011 at 09:00

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Alla fine sono scesi in piazza. In tante città d’Italia, ma anche all’estero. Per reclamare un futuro scippato, nella più totale apatia generale. La manifestazione dei giovani precari di sabato lascerà un segno tangibile? Difficile dirlo, in un Paese dove non appena si tenta un salto in avanti “costruttivo”, si torna -dopo due giorni- alle solite paludi pontine di vicende che in altri Paesi avrebbero già fatto scattare un rinnovo immediato della classe dirigente.

Anche le ultime settimane sono state un diluvio di notizie poco rassicuranti: la disoccupazione giovanile resta al 29,8%. Ccosì distribuita: 22,9% nel ricco Nord, 29,5% al Centro, 39,5% al Sud.

Si assottiglia intanto il “tesoretto” della famiglie italiane, l’unico che negli ultimi anni ha evitato di lasciare i giovani sulla strada: secondo la Confcommercio, le famiglie tricolori riescono a mettere da parte il 60% in meno rispetto a vent’anni fa. Nel 1990 si risparmiavano 4000 euro… oggi 1700. Viene da chiedersi chi manterrà la prossima generazione, visto che i padri attuali faticano a stento a galleggiare. Infatti non è un caso se Bankitalia puntualizzi come crescano i prestiti al settore privato (+5,1% il credito alle famiglie).

Ritratto di un Paese che non investe nel futuro: nell’ultimo rapporto Luiss “Generare classe dirigente” (citato da “Il Sole 24 Ore”) è stato giustamente messo il dito nella piaga della carenza -molto italiana- di investimenti in capitale immateriale, uno dei motori della produttività in tutte le principali economie avanzate. In Italia conta per lo 0,09%. Eppure è dimostrato che i territori che investono in Ict crescono più velocemente degli altri in termini di reddito pro-capite.

Ma non è solo un problema di tecnologie: è anche un problema di “skilled population”. Come notava giustamente Tito Boeri su “La Repubblica” di fine marzo, “nel periodo di crisi le iscrizioni ai corsi universitari aumentano, perché il tempo dedicato allo studio non viene sottratto ad attività remunerative, dato che non si trova comunque lavoro. […] Ovunque, tranne che da noi“. Infatti negli ultimi mesi sono calate le immatricolazioni alle università (!) Questo a fronte di un incremento dei diplomati. E nonostante le opportunità occupazionali restino più alte tra i laureati (certo, se paragoniamo le opportunità offerte ai laureati italiani e ai loro coetanei del centro-nord Europa, c’è comunque da disperarsi…).

“Si può fare molto per evitare che il nostro Paese continui a disinvestire nel proprio futuro”, annota Boeri. “Tanto per cominciare, il Ministro del Lavoro dovrebbe smetterla di invitare i giovani a fare lavori socialmente umili, anziché proseguire gli studi e ambire a lavori qualificati” (appello ancora una volta non accolto, il Ministro Sacconi continua a ripetere questo ritornello come un disco rotto, l’ultima volta lo ha fatto il 7 aprile in un ‘intervista, ndr). Poi Boeri elenca altre possibili soluzioni: modifica delle regole di ingresso nel mercato del lavoro, l’introduzione di prestiti agli studenti meritevoli, ecc..

Per capire comunque come -dalla politica- possa venire poco o nulla, basta leggere la sconfortante intervista al vicepresidente della commissione Lavoro della Camera Giuliano Cazzola, pubblicata su “Il Fatto Quotidiano”. Grazie come sempre a “Blue M” per la segnalazione:

“I giovani, i precari e chi sabato sarà in piazza a manifestare non chiedono l’impossibile, solo poter vivere una vita dignitosa.
Ci sono diritti del lavoro che devono essere ridistribuiti, ma le risorse che oggi il governo ha a disposizione sono insufficienti a rispondere a certe emergenze. E anche quando i fondi ci sono c’è un problema di sistema, si hanno difficoltà a spendere i soldi in modo adeguato. In una crisi lavorativa come quella italiana il welfare ha preferito spostare il tiro cercando di garantire reddito ai nuclei familiari già costituiti e i giovani ne pagano il prezzo più alto.
Allora qual è il consiglio, andare all’estero?
Certo se si sa ha l’opportunità di fare esperienze fuori è un modo per investire su se stessi. Nell’immediato si deve crescere e trovare forme che agevolino l’inserimento al lavoro.
Il governo dunque fa poco?
Fa quello che può con le risorse a disposizione. Anche se non si può dire che in questa fase si investa molto in politiche a favore dei giovani.

…Se questo non è un invito a scappare!