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La “responsabilità sociale” di un Paese

In Meritocrazia on 30 aprile 2009 at 09:00

Un mio caro amico, che si occupa di risorse umane per una importante multinazionale, mi ha esposto una teoria interessante, relativa alla cosiddetta “responsabilità sociale” di un Paese. Lui partiva da un assunto, che contraddice molte (false – sostengo anch’io) teorie, secondo le quali una società “relazionale” presenterebbe un’alta responsabilità sociale. Assioma che si basa sulla supposta evidenza che questo modello di società -alla fin fine- aiuterebbe tutti, grazie a una rete di protezioni (spesso, purtroppo, clientelari). “Protezioni” che poco incentivano l’impegno personale a migliorarsi e a proporsi attivamente, anche sul mercato del lavoro. Invece, secondo lui, è proprio questo tipo di società (il tipico modello italiano, basato su una bassa mobilità, una rete di collocamento relazionale e una tutela del dipendente a tratti eccessiva) a presentare una “bassa responsabilità”. Poiché, disincentivando il lavoratore a migliorarsi e a formarsi continuamente, lo svuota di ogni motivazione, deresponsabilizzandolo. Col risultato che al primo soffio di vento, chiunque perde il posto di lavoro, resta di fatto senza speranze. Al contrario, sostiene lui, una società meritocratica, che sprona il singolo a dare il massimo, a competere e a migliorarsi continuamente, presenta un’”alta responsabilità sociale”. Magari, all’apparenza, offre una minore rete protettiva: ma all’atto pratico, qualora le cose volgessero al peggio, il lavoratore si troverebbe con un bagaglio di esperienze e di know-how capaci di portarlo a reinserirsi più agevolmente nel mercato del lavoro. Ovviamente occorre una maggiore flessibilità anche da parte delle aziende, con una (necessaria) maggiore propensione alla selezione effettiva dei cv come unico (!) canale di ingresso nel mondo del lavoro. Lasciando perdere gli “amici degli amici”. Il mio interlocutore, un po’ sconsolato, mi ha confidato di aver esposto la teoria di fronte a un gruppo di studenti universitari, in uno dei maggiori atenei italiani. Riscontrando, nella maggior parte dei casi, un certo scetticismo. Eh no, ragazzi, così non va. Riflettete ancora sul concetto, please.

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Sostiene Pereira

In Giovani Italians on 29 aprile 2009 at 09:19

Sostiene Pereira… che in Italia solo il 19% dei giovani tra i 25 e i 34 anni sono laureati. In Europa fa come noi solo l’Austria, peggio di noi (nell’ordine) la Slovacchia, la Romania e la Repubblica Ceca. La media europea è -precisiamolo- al 30%. Risultiamo ben al di sotto delle maggiori economie Ue. Sostiene Pereira che -nella fascia d’età tra i 35 e i 44 anni- solo il 14% degli italiani presenta un titolo di studio superiore (almeno la laurea), contro una media europea al 25%. Sostiene poi Pereira che in Italia, se nasci in una famiglia con un basso tasso di educazione parentale, difficilmente arriverai alla laurea o ti iscriverai mai all’università: solo il 9,1% dei giovani provenienti da questa fascia arriva infatti a ricevere l’ambito “bacio accademico”, ben al di sotto della media europea (23%). Però… però… l’Italia torna perfettamente in media Ue quando parliamo di figli di laureati che a loro volta ottengono una laurea: 60,2% la media del Belpaese, contro una media al 60,9%. Sostiene dunque Pereira che pure questo è un inquietante indicatore di scarsa mobilità sociale. Una mobilità sociale nei fatti nulla, come sostiene Roger Abravanel, autore di “Meritocrazia”. Un Paese a caste, che riproducono sé stesse, alla faccia di qualsiasi globalizzazione.  Beh… comunque, a dirla tutta, queste cose non le sostiene realmente Pereira, ma Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea (su dati del 2007). Che ci fotografa, ancora una volta, come uno dei Paesi più feudali nel cuore dell’Europa postmoderna e allargata. Benvenuti nel Medioevo Italia.

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I giovani dell’Abruzzo

In Declino Italia on 28 aprile 2009 at 10:08

Vorrei tornare, a mente fredda, su un episodio drammatico quale quello del terremoto de L’Aquila. Al di là di tutto quanto è stato scritto e detto, l’episodio ha rappresentato pure un’amara summa di come la mediocrità imperante in Italia abbia potuto contribuire a provocare una simile tragedia. Sfoglio velocemente pagine di giornali, che parlano di una Casa dello Studente venuta giù manco fosse un castello di sabbia (e in effetti di sabbia di mare ce n’era parecchia, in certi piloni…); di altre Case dello Studente nuove, antisismiche e mai messe in funzione; di un sindaco che chiese aiuto -inascoltato- al Governo, pochi giorni prima del sisma definitivo; di un altro allarme, questa volta della Protezione Civile e datato 2005, che individuava già una serie di edifici a rischio crollo; di un vertice (31 marzo) della Commissione Grandi Rischi, che si concludeva con un invito alla popolazione a restare tranquilla (!); di norme antisismiche che improvvisamente appaiono nel piano casa (finora sempre rinviate, ma perché???); di 22mila edifici irregolari (!); di un ospedale (ospedale!) nuovo e già dichiarato inagibile in quanto abusivo. Quando parlo degli effetti perversi della immeritocrazia all’italiana, che predilige l’utilizzo di mediocri al servizio del diffuso clientelismo imperante in questo Paese mafioso, anziché di giovani meritevoli… beh, intendo proprio questo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Lo sfascio, il disastro. E’ successo a L’Aquila, ma poteva succedere in centinaia di altri posti, ne sono certo. C’è stato un solo politico che ha chiesto scusa? No. Una lettrice di “Fuga dei Talenti” mi scrive: Ho vari colleghi ingegneri, e sai cosa mi dicono? Se sei troppo preciso non lavori più, un direttore lavori non ce la fa a stare in cantiere perché ha molti altri incarichi, se fai una parcella un po’ più alta della media c’è subito un altro che è pronto a chiedere un po’ meno di te, ma se chiedi poco, non puoi lavorare molto per quell’incarico. Nei cantieri a volte sono i muratori che decidono da soli di mettere più acqua nel cemento, perché così è meno faticoso da lavorare…” Il segretario del Pd Dario Franceschini ieri ha lanciato una proposta per 100mila giovani del Sud: 450 milioni di euro da investire in formazione e bonus alle aziende che assumono diplomati e neolaureati. Interessante: perché non cominciare -rilancio io- dai giovani dell’Abruzzo? Allargando la prospettiva, però: affidiamo i progetti di ricostruzione ai giovani architetti e ingegneri della regione, selezionati sulla base di idee e parametri meritocratici veri. Puntiamo sulle forze fresche, innovative e non compromesse con l’incuria del passato, per rilanciare una regione ora in ginocchio. Senza cooptazioni e raccomandazioni: semplicemente valorizzando (e finanziando) chi è più bravo e ha delle idee per avviare la ricostruzione.

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Blog, libri e siti che parlano di giovani ed emigrazione

In Fuga dei giovani on 27 aprile 2009 at 09:00

Oggi vorrei fare un po’ di segnalazioni di siti, libri e film che trattano il tema dell’emigrazione e dei giovani. Per far comprendere come questo terreno sia studiato, analizzato e passato ai raggi X, sebbene i cambiamenti reali nella società italiana tardino purtroppo ad arrivare. La prima segnalazione riguarda il blog Italianidifrontiera, di Roberto Bonzio, “un percorso fra avventure, scoperte e idee che hanno generato imprese di talento”. Bonzio, giornalista come me, indica all’Italia la strada dell’innovazione come fonte di reale cambiamento. Lo fa partendo da incontri veri, avvenuti nella Silicon Valley durante un semestre sabbatico. Bonzio porta avanti riflessioni utili per far capire più a fondo il nostro Paese, soprattutto quanto sia prezioso e competitivo il patrimonio intellettuale italiano per il progresso in campo globale.  Un blog da non perdere, che si collega perfettamente al mio progetto, laddove descrive le esperienze di successo nei nostri (spesso giovani) espatriati, che proprio negli Usa hanno trovato l’humus ideale per incanalare idee vincenti. “E perché non qui?”, verrebbe da commentare.

Ai giovani sono dedicati pure due libri interessanti. Il primo, di Concetto Vecchio, “Giovani e belli” (ed. Chiarelettere): “Un libro terribile, perché le storie di trentenni italiani raccolte in un anno di inchiesta narrativa delineano una frattura insanabile fra le generazioni. Sentimento dominante: la delusione. Soluzione prospettata: la fuga. Vecchio parla con giovani avvocati pagati 350 euro al mese e con giornaliste stralaureate che arrivano a 500. Indaga, trovando amarezza e rinuncia, tranne che negli espatriati”. Così scrive una bella recensione. Che conferma -ahimé- molte delle mie tesi. Interessante anche il libro del napoletano Peppe Fiore (“La futura classe dirigente”, ed. Minimum Fax), romanzo ironico su una futura elite che mai sarà tale, travolta com’è dall’insostenibile leggerezza dell’essere… precari!

Infine un film -da vedere- appena uscito nelle sale: “Generazione mille euro”, di Massimo Venier. Guardatelo, e poi capirete perché tanti giovani italiani scappano all’estero.

Pensiero del Weekend 11

In Fuga dei giovani on 25 aprile 2009 at 09:00

Questo fine settimana vi segnalo una delle più belle recensioni scritte su “La Fuga dei Talenti”. Evito, se possibile, di “sbrodolare” troppo sul libro che accompagna il blog. Ma condivido e sottoscrivo ogni riga e pensiero dell’articolo a firma di Giuseppe Ceretti.

“Paese mio, ti lascio e vado via. La fuga dei talenti è una raccolta di storie di ordinaria follia. All’ultima pagina del denso racconto di Sergio Nava il lettore viene colto da un senso di frustrazione: davvero tutto ciò sta accadendo nella Repubblica che i nostri padri costituenti vollero fondata sul lavoro?

Ordinaria follia: non si trova espressione più efficace per definire la macchina infernale che getta al vento giovani risorse mentre procede in larga parte per raccomandazione, con carriere trasmesse per via ereditaria da padre in figlio, per anzianità. Assistiamo inerti nell’avvio del Terzo Millennio a una lenta marcia all’indietro che non concede spazio ai giovani bravi e tenaci.

L’Italia è un Paese per vecchi, ripete in più pagine l’autore del libro. La frase viene ribadita dai tanti io-narranti. L’assioma, preso a prestito da un recente film di successo, fotografa come meglio non si potrebbe la stagnante realtà nella quale viviamo.
Giovani: quand’è che un essere umano smette di essere tale? Nava scioglie l’interrogativo con lo spirito d’osservazione del cronista e nota quanto in breve volgere di tempo sia mutata la definizione temporale e anagrafica. Accade così che un 36enne venga definito “uomo”sui giornali di qualche tempo fa e “giovane” sulle pagine degli stessi quotidiani d’oggi. Un segno della mutata qualità della vita, del prolungamento del nostro stato felice? Purtroppo no. Piuttosto un segnale dell’indipendenza non raggiunta, della mancata affermazione sociale di individui costretti a una condizione d’adolescenza senza fine.

Nava lascia sullo sfondo quest’Italia frustrata e ci narra storie di successo, di tenacia, di voglia di farcela, ma con un retrogusto amarissimo. Eccoli, sono i giovani nati negli anni Settanta e Ottanta che, dopo avere invano cercato di far valere i tanti atout conquistati negli studi, hanno trovato fortuna all’estero. Fuggiti: mai participio fu più azzeccato per ricercatori, ingegneri, medici, imprenditori, artisti…”

Continua a leggere sul sito de “Il Sole 24 Ore.com

Ricercatori di ritorno… ma pure a rischio partenza!

In Fuga dei giovani on 24 aprile 2009 at 09:00

Bella notizia davvero, quella annunciata pochi giorni fa dal Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, che ha “donato” a Rita Levi Montalcini un finanziamento di 500mila euro per il suo centro, raddoppiando al contempo le risorse per il rientro dei cervelli in Italia, per finanziare il ritorno di 30 ricercatori. Bene, ottimo: un articolo de Il Sole 24 Ore, però, datato 16 aprile (quindi non secoli fa…) riportava come a cinque mesi dal varo del decreto Gelmini (non è un’omonimia) sull’università non siano ancora pervenute le regole per valutare titoli e pubblicazioni nei concorsi da ricercatore. Col risultato, denuncia l’Associazione dei Precari della Ricerca, che “i posti da ricercatore rimangono bloccati, e il decreto legge 180 rimane una bella promessa, non mantenuta”. Per i precari sarebbero fermi anche altri 1050 posti, quelli pronti per essere banditi nella seconda tranche del reclutamento straordinario del 2007. L’articolo denuncia come le università italiane, anche per effetto delle nuove regole relative al contenimento delle spese (che implicano necessariamente tagli all’istruzione superiore) stiano frenando sulle assunzioni. Il tutto mentre la Commissione Europea e il Comitato delle Regioni, solo pochi giorni fa, invitavano i Paesi membri a investire in ricerca e formazione, come ricetta per trovare delle opportunità anche in questo periodo di crisi economica. Rita Levi Montalcini, alla vigilia del suo compleanno, esortava i giovani ad “essere felici della loro italianità”. Lo ha detto con tutta la sua inesauribile forza di vivere e il suo invincibile ottimismo. Lei è la punta di diamante di un’Italia vincente nel mondo. Speriamo solo che il Governo, con un’incomprensibile inerzia, non finisca sì col far rientrare -magari- 30 ricercatori, causandone però al contempo la fuoriuscita di altre centinaia, se non addirittura migliaia.

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Rischio Europarlamento

In Giovani Italians on 23 aprile 2009 at 10:18

C’è veramente di che stare attenti, ora che arrivano le elezioni europee. Il rischio dell’ennesima presa per i fondelli per i giovani del Belpaese è dietro l’angolo. Da sempre sostengo che all’Europarlamento occorra inviare una classe politica giovane, poliglotta e dall’apertura internazionale, che faccia “sistema”, promuovendo gli interessi italiani ed europei a Strasburgo e a Bruxelles. Ma anche stavolta temo resterò deluso. Mi limiterò nella  mia analisi ai due maggiori partiti, Pdl e Pd, ma ovviamente occorrerà restare vigili pure su tutti gli altri. Ieri il quotidiano La Repubblica riportava in bella evidenza i malumori dei giovani del Pd, esclusi per buona parte dai posti di capolista nelle cinque circoscrizioni. Si nota per la sua sua giovane età solamente Debora Serracchiani, inserita a furor di popolo (quello della generazione You Tube), dopo un discorso cult all’assemblea nazionale dei circoli. L’ex segretario Walter Veltroni, nel presentarla, ha detto: “Il Pd deve creare una nuova generazione di dirigenti politici, dando posti di primissima responsabilità a una generazione che non è ex di niente”. Dichiarazione sacrosanta, ma che mi convince a metà, considerato da che pulpito proviene. A onore del Pd, è lodevole l’iniziativa del “Treno per l’Europa”, partito ieri da Torino, che porterà quattrocento giovani in giro per il Vecchio Continente, insegnando loro cos’è l’Ue. Il segnale è senz’altro incoraggiante. Non così, se le premesse saranno mantenute, si può dire del Pdl, che pare fermamente intenzionato a proseguire sulla strada della cooptazione politica del “giovane decerebrato”, modello assolutamente innocuo ma di grande impatto mediatico, ultima moda lanciata da una politica postmoderna basata sul carisma dell’uomo solo al comando. Le ultime notizie danno in lista, a centrodestra, ex concorrenti del Grande Fratello, ex annunciatrici e ballerine, ex oggetti femminili al centro di intercettazioni poco confortanti, attrici e attricette varie. Tutte supreme rappresentanti di quella cultura al femminile per le quali le suffragette si sono battute un secolo fa… Il prossimo passo sarà certamente quello di nominare, mediante televoto, queste belle e prosperose giovani brave, di talento e assolutamente non raccomandate (…) nelle liste Pdl. Così in Europa ci manderemo finalmente dei rappresentanti di livello. Speriamo almeno che sappiano rispondere alla seguente domanda: “Strasburgo si trova in Francia o in Turchia?”

La “prima” de La Fuga dei Talenti

In Fuga dei giovani on 22 aprile 2009 at 09:31

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Un’immagine della presentazione a Milano

Prima assoluta ieri alla Rappresentanza in Italia della Commissione Europea di Milano per “La Fuga dei Talenti” (ed. San Paolo), libro-inchiesta e “fratello maggiore” del blog omonimo. Insieme a me, Carlo Corazza (direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione Ue) e Marco Albonico, capufficio stampa della San Paolo. La presentazione è stata vivace e ricca di contributi: dopo un’introduzione iniziale di Corazza, che ha portato la sua esperienza personale di ex espatriato e ha concluso dicendo “incoraggerei un giovane, se è ambizioso, a lasciare l’Italia”, ho preso la parola io, per spiegare i motivi che mi hanno spinto a scrivere questo libro. Ho portato una serie di dati a sostegno della tesi di fondo (l’emarginazione dei giovani nella società italiana) e ho raccontato le storie di molti dei protagonisti del libro, italiani e italiane di talento fuggiti dal Paese più gerontocatico e immeritocratico d’Europa. La presentazione è stata arricchita dalle testimonianze di due espatriati raccontati nel volume: Mattia Tomba, consulente finanziario di stanza in Qatar, che ha fotografato la condizione di un Paese, il nostro, in fase discendente, ma ancora con la presunzione di essere al centro del mondo; e Vincenzo Melilli, l’unico dei 27 protagonisti del libro tornato nel Belpaese. Melilli ha raccontato la sua esperienza di lawyer negli Usa, un’esperienza fatta di duro lavoro, apprezzato però e ripagato dal proprio capo, anche se a prezzo di ritmi molto stressanti. “Chi comanda in Italia è tendenzialmente vecchio, ragiona con logiche da anni ’70 o ’80”, ha detto Vincenzo. Molto interessante e apprezzato anche l’intervento di Salvatore Corradi, presidente di Bachelor, agenzia di riferimento nel reclutamento dei neolaureati in Italia. Corradi ha messo in evidenza la rigidità del sistema universitario, che spesso rende difficile il lavoro di placement alle agenzie come la sua. Ha sollevato il velo su una zona, quelle delle grandi imprese multinazionali o delle medie imprese a vocazione innovativa, che fa reale selezione anche in Italia (purtroppo ciò ancora non avviene nel settore pubblico e nelle piccole imprese), e ha chiuso  con una nota di ottimismo. “La crisi attuale, col ricambio in corso, aprirà spazi per chi ha 30 anni”. Lo speriamo tutti, anche se in Italia le resistenze sono forti. Ma lo speriamo tutti.

“Cervelli” in entrata? Magari…

In Declino Italia on 21 aprile 2009 at 09:21

Il “Corriere della Sera” domenica ha anticipato i risultati di una ricerca all’apparenza clamorosa: nel bienno 2004-2006 il numero di studenti stranieri in entrata nelle nostre università ha superato quello degli studenti italiani in uscita. Il titolo, “Università, l’Italia importa cervelli”, era di sicuro impatto. Ma va preso, ancora una volta, con le molle. Diro di più: alla fine della lettura completa dell’articolo, il mio tasso di ottimismo iniziale si è ridotto al lumicino. Vediamo perché, partendo dal dato grezzo emerso dalla ricerca: nel 2006 il saldo “studenti stranieri in entrata – studenti italiani in uscita” ha registrato un saldo attivo a nostro favore pari a 8501 unità. Università di Bologna e La Sapienza di Roma in cima (per numero di arrivi) alla classifica delle mete preferite dagli stranieri. Fin qui le buone notizie, ora passiamo a quelle meno buone: tra i Paesi occidentali e industrializzati, siamo ancora lontani anni luce dal gigante statunitense (saldo attivo: +535mila), come pure da UK (+305mila), Germania (+183mila), Francia (+181mila), Belgio (+35mila) e persino Spagna (+24mila). I nostri ottomila sono ben poca cosa, alla fin fine. In secondo luogo, da dove arrivano, questi studenti stranieri? Da Paesi strategicamente importanti per le nostre relazioni politiche e commerciali? Potranno quindi aiutare a costruire un “ponte” con queste nazioni, una volta rientrati in patria? La risposta in molti casi è no, purtroppo. La maggior parte di loro arriva dal bacino del Mediterraneo: 8500 di loro sono albanesi, rispetto agli 850 francesi e ai 400 spagnoli. In questo momento storico, per dirla tutta, avremmo più bisogno di allacciare interscambi culturali con le future elites americane, dell’Europa continentale, di India e Cina. Non è razzismo, è pura “strategia”… Infine, la stessa indagine di riferimento, ristretta al solo Politecnico di Torino, ha mostrato come burocrazia all’italiana e normativa sugli immigrati rendano la vita difficile a questi “cervelli di importazione”: di cui avremmo enorme bisogno, insieme a quelli nostrani “di ritorno”. Considerazione finale, questa volta su scala storica: mentre i nostri diretti competitor, sul fronte dell’attrazione dei cervelli stranieri, si trovano già in piena era moderna o contemporanea, l’Italia appare finalmente uscire dalla preistoria. Per approdare… all’Impero Romano!

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I costi dell’immeritocrazia all’italiana

In Meritocrazia on 20 aprile 2009 at 07:30

A volte mi viene voglia di chiuderli subito, i giornali, una volta aperti. Il terzo rapporto dell’università Luiss “Generare Classe Dirigente” ha un merito e un demerito. Il merito è quello di mettere nero su bianco quanto costi, ai suoi cittadini, il sistema feudale italiano. Fino a 2671 euro pro-capite, con una perdita del Pil compresa tra il 3 e il 7,5%. Il demerito è quello di scoprire l’acqua calda. Che in Italia il sistema formativo non funzioni e non incentivi la ricerca, che la pubblica amministrazione non differenzi tra bravi e mediocri, che il mondo delle professioni tenda a proteggersi anziché promuovere i migliori lo sappiamo da anni. Certo, da qualche tempo le denunce si moltiplicano. Ma vi risulta, onestamente, che sia cambiato qualcosa? A livello sostanziale, intendo… non “cosmetico”. Luca Cordero di Montezemolo fa un bell’esempio: Sergio Marchionne. “Non è stato scelto perché è figlio di qualcuno”. E’ vero, e lo sta dimostrando. Poi dice un’altra cosa giusta: “Occorre una leadership generale del Paese, non solo politica, forte, moderna”. E’ vero, come è vero che tra la gente (e soprattutto tra i giovani) la voglia di cambiamento è forte, salvo poi non trovare un vero sbocco sottoforma di gruppo di pressione strutturato ed efficace. In pubblico tutti ci scagliamo contro il sistema dei privilegi e delle corporazioni. In privato, non rinunciamo a beneficiarne. Siamo un Paese ipocrita, facciamocene una ragione. Siamo mafiosi nell’animo. Non resta che sperare che i “molti segnali” individuati nel rapporto, relativi alla maturazione di una “cultura collettiva del merito”, si trasformino in azione e -oserei dire- “rivoluzione”. Ha ragione il rapporto a parlare di “resistenze molto forti” al cambiamento. Interessante la considerazione sulla nostra scuola, che promuove tutti o quasi agli esami di maturità, abdicando alla sua funzione selettiva. E ha ragione a parlare di una “net elite” (molto diffusa tra politici, giornalisti, dirigenti pubblici e professori universitari), che privilegia le relazioni alle capacità effettive del singolo. Tutto vero. Io però aspetto: aspetto di vedere statistiche sui giovani che li indichino come i nuovi protagonisti della ripresa italiana. Giovani di talento e brillanti, dalla vocazione internazionale, finalmente alla guida di strutture pubbliche o private, pronti a immettevi tutta la loro carica innovativa. Giovani “figli di nessuno”, senza cognomi importanti o relazioni importanti, armati solo delle proprie capacità. Allora brinderò. Per il momento assisto schifato all’ennesima dimostrazione di corporativismo (questa volta politico), col solito balletto di nomi per i vertici della Rai, la maggiore azienda radiotelevisiva pubblica. Bene che vada, arriveranno i solidi “in quota di”, meri mediocri esecutori di ordini dall’alto (di Palazzo Grazioli, non di Palazzo Chigi…). Male che vada, arriverà il solito giovane insipido e innocuo, ultima moda lanciata da un premier 72enne cui non piacciono i giovani di talento. Preferisce quelli fotogenici, che non dicono mai di “no”.