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Pensiero del Weekend 16 – Gerontocrazia

In Declino Italia on 30 maggio 2009 at 09:51

Gerontocrazia: “Governo o potere esercitato dagli anziani” (da dizionari.corriere.it). Questo fine settimana “La fuga dei Talenti” vi racconta una fiaba. Come tutte le fiabe ha un lieto fine. E -come tutte le fiabe- ha il suo bel momento di crisi in mezzo. E’ vera? Beh, diciamo che ha molte probabilità di esserlo. Prima una veloce premessa statistica: la sempre puntuale Facoltà di Economia “Giorgio Fuà” di Ancona (ripresa da Carlo Carboni su Il Sole 24 Ore), sostiene che in Italia il 64% dei leader sono anziani… siamo quasi al top dell’Europa. In cima alle professioni a prevalente conduzione gerontocratica: il professore universitario. Ed è proprio con un “professorone” universitario, con già oltre sette decadi alle spalle, che il giornalista-scrittore autore di un libro sulla fuga dei giovani professionisti dall’Italia si trova a sedere un bel giorno in un convegno, organizzato in una ridente città del sud Italia. Il giovane giornalista-scrittore è stato chiamato a parlare per esporre il risultato della sua ricerca e spiegare perché sempre più giovani lascino questo Paese. Ed è quello che intende fare: nei primi minuti del suo intervento prende la parola e legge alcuni “messaggi in bottiglia” di professionisti fuggiti dal Paese più immeritocratico e -per l’appunto- gerontocratico d’Europa. Lui -impegnato com’è nella discussione- non lo nota, ma il professorone pochi metri più a sinistra scalpita, contiene a stento l’irritazione, fino a quando -all’improvviso- esplode: “Ma siamo qui a parlare del mio o del suo libro? No, mi dica, di quale libro siamo qui a parlare?” Facciamo a questo punto un passo indietro, e diciamo che il professorone era venuto pure lui a parlare di un libro (ovviamente il suo), su un presunto (molto presunto) “nuovo” che lui pretenderebbe persino di incarnare. Il professorone parla di giovani, senza sapere neppure come siano fatti. E’ evidente che li schifa. Lui, che gravita per i soliti interessi nell’area di centrosinistra (poi uno si chiede perché il Pd non vinca mai…), aggredisce il giovane giornalista-scrittore: “Ha letto il mio libro? No, non l’ha letto… e dunque di cosa vuole parlare?” Il giovane giornalista-scrittore, attonito ed esterrefatto quanto il pubblico per l’incredibile mancanza di stile, non crede ai suoi occhi. Il moderatore nel frattempo annaspa, non ha il coraggio di dire che forse nessuno -nell’organizzazione- ha coordinato il tipo di interventi, facendo credere a entrambi che si sarebbe parlato dei rispettivi libri. Con la differenza che il professorone pensava che si sarebbe parlato solo ed esclusivamente del suo. Il giornalista-scrittore, scocciato, fa presente la cosa, annota che forse è stato messo nel “panel” di discussione sbagliato, ma non certo per colpa sua. Vede nell’arrogante atteggiamento del professorone gerontocratico la classica postura di chi all’esame universitario si diverte nel coglierti in castagna senza aver studiato il tal libro. Non ci sta… e conclude: “Beh, allora parli del suo libro, signor professorone!” E’ a quel punto che accade l’imprevedibile: dal pubblico (scarso, per la verità, poco più di venti persone), due partecipanti si arrabbiano, e urlano che no, loro vogliono ascoltare quello che il giovane giornalista-scrittore ha da dire. A loro interessa quello. I cinque minuti di introduzione, poi interrotti dal professorone, li avevano colpiti molto. Il tema piace. Il professorone si infuria, borbotta qualcosa e lascia la sala per protesta. Sconfitto da un pubblico in rivolta. Il giovane giornalista-scrittore prosegue per un altro quarto d’ora, in solitudine, portando la sua testimonianza e i tanti “messaggi in bottiglia” dei ragazzi che sono stati costretti a fuggire dall’Italia anche a causa di gerontocrati universitari come colui che ha appena fornito un esempio estremo di prevaricazione. Il professorone dopo dieci minuti torna, giusto in tempo per ascoltare la fine del discorso. E figuriamoci se poteva rinunciare a pontificare! Alla fine del discorso del giovane giornalista-scrittore ovviamente il gerontocrata riprende la parola, insieme a un altro professore amico suo, per sproloquiare sulle magnifiche e progressive sorti del Mezzogiorno d’Italia, così come le intende lui. Dopo cinque minuti i pochi partecipanti piombano in un sonno profondo, uccisi da tante pippe senza capo né coda. Una di loro rivelerà più tardi al giovane giornalista-scrittore: “Ho provato ad ascoltarlo, ma dopo poco mi si sono spenti i neuroni nel cervello…”. Il nostro giovane giornalista-scrittore viene infine salvato dalla richiesta di incontro al bar di un partecipante, che lo tira provvidenzialmente fuori da quella palude di noia dopo soli venti minuti. Prima di andarsene, passa dai due signori del pubblico che avevano protestato a suo favore: stringe loro la mano e li saluta, grato per aver avuto il coraggio di urlare contro questo gerontocrata. Mentre esce non manca di lanciare uno sguardo alla piccola bancarella, dove sono esposti entrambi i libri: nota, non senza un’implicita soddisfazione, che quello del professorone è sostanzialmente invenduto, schifato da tutti, mentre il suo è sfogliato e acquistato dai presenti. Seconda, pesante sconfitta del gerontocrata. All’esterno gli organizzatori del convegno, mortificati, chiedono scusa per tanta cafonaggine, dando la colpa all’età avanzata. “Sai, sembrava la classica scena del vecchio professore che aggredisce il giovane, impedendogli di parlare”, gli dicono. Per il giovane giornalista-scrittore ormai però è tutto alle spalle. Ha dimostrato quello che doveva dimostrare: certi fatti parlano da soli. Prova solo un moto di compassione per i pochi partecipanti rimasti all’interno della sala per dovere di presenza, ostaggi di tanto vano sproloquiamento narcisistico. Parole vuote, che non portano da nessuna parte. “Que aproveche!”, pensa, mentre si incammina vero il bar con una persona interessata a parlare con lui del libro e discuterne i contenuti. Come ultimo atto, però, estrae dalla tasca della giacca il biglietto da visita del professorone e lo fa a pezzettini. Poi lo butta nel cestino dell’immondizia.

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“Generazione Nonostante”

In Giovani Italians on 29 maggio 2009 at 09:00

Oggi “La Fuga dei Talenti” sbarca a Lecce, per “Una giornata atipica”, convegno promosso dalla Commissione provinciale per l’emersione del lavoro non regolare. Insomma, del cosiddetto “sommerso”. Preparandomi al convegno, mi ha molto colpito leggere un passaggio della relazione “Sprigionare il lavoro dei giovani”, frutto di una ricerca svolta dalla Commissione provinciale tra il marzo e il maggio del 2009. Un lavoro recentissimo, dunque. Ventidue storie hanno offerto la base di partenza: ventidue storie di lavori temporanei, lavori spesso presi e subito “mollati” (in senso attivo ma anche passivo) a tempo di record. “Il lavoro irregolare è una condizione di non pieno utilizzo e non compiuta liberazione di risorse ed energie che tendono a restare intrappolate”, recita il rapporto. Che centra perfettamente il problema, laddove parla di “energie intrappolate”. Sono energie che hanno volti e nomi ben definiti: giovani che vanno incontro a frustrazioni, rischiando di vedere annichilito il proprio potenziale. La ricerca costituisce pure una raccolta di “storie di giovani neolaureati e di laureati nei primi anni di confronto con il mercato del lavoro. Affamati di esperienza, pronti a tutto pur di lavorare, anche a rapporti di lavoro sottopagati e non regolarizzati; in bilico tra il desiderio di restare e quello che appare sempre più come un necessario destino, ossia trasferirsi altrove; continuamente sul baratro di ripiegare su un lavoro che avrebbero potuto svolgere anche senza anni e anni di formazione […]”. Storie che arrivano dal sud del Paese, ma che spesso trovano facili equivalenti anche al Centro, come al Nord. E l’outlook del 2009, per dirla con gli economisti, non appare consolante: Unioncamere stima per quest’anno una perdita di posti di lavoro pari a quasi 220mila unità, per effetto della crisi. Centro e Sud le aree più colpite. A rischio soprattutto i precari (giovani), mentre chiuderanno i rubinetti occupazionali soprattutto le aziende con meno di dieci dipendenti. Che in Italia, secondo L’Ice, rappresentano il 95% delle imprese… guarda caso. Per concludere, mi piace citare il giornalista esperto di lavoro Walter Passerini, che -parlando dei giovani italiani- mette in soffitta definizioni antiquate quali “generazione bamboccioni” o “generazione mille euro”. Per lui ora occorre parlare di “Generazione Nonostante”: nonostante la cooptazione, nonostante il provincialismo all’italiana, nonostante un sistema produttivo che non avvantaggia chi ha investito nella propria formazione… beh, loro continuano a crederci. Lo fanno pur osservando un Paese che -privo di spinte innovative- sta gradualmente divenendo (rubo l’espressione allo storico della scienza Enrico Bellone) “un’appendice turistica dei Paesi civili”. Chi non intende rassegnarsi a questo inevitabile destino ovviamente emigra, verso Paesi più moderni e civilizzati.

Mediocre Università

In Giovani Italians on 28 maggio 2009 at 09:00

Mi ha molto incuriosito l’ultima indagine realizzata da Almalaurea sui laureati e le loro possibilità occupazionali. Lo studio, reso noto ieri, fornisce motivi di consolazione, ma anche molti altri di disperazione. Sostiene Almalaurea che -pur essendo più che quadruplicati gli studenti che si laureano entro il primo anno fuori corso- solo una minima quota dei nostri universitari raggiunge il titolo nei tempi previsti, su un’intera generazione che si iscrive in ateneo. A questo aggiungiamo pure un tasso di abbandoni che nel primo anno sfiora il 20%… Cresce la frequenza alle lezioni, aumentano (fattore importante) le conoscenze linguistiche e quelle informatiche, ma -nota Almalaurea- si abbassa la qualità della preparazione, soprattutto tra i laureati di primo livello. E poi… i voti di laurea: alti in modo sospetto, con una media che sfiora i 109/110 nei corsi specialistici. Dati che fanno venire alla mente una bella considerazione di Giuliano Gasparini, consulente turistico di stanza a Madrid, la cui storia è raccontata nel libro “La Fuga dei Talenti”: “A scuola sono tutti bravi, mancano dei veri processi di selezione che facciano emergere fin da subito i migliori. Come è possibile, mi chiedo, che tutti (anche i mediocri) riescano a concludere l’università e a ottenere pure un master? All’estero non è così. La scuola è un tassello fondamentale della società: è il primo gradino sulla strada verso la  meritocrazia. Se non fai della vera selezione fin dall’inizio, come puoi sperare di valorizzare i migliori?” Passiamo oltre, menzionando un dato estremamente interessante. Dice infatti Almalaurea che aumenta il numero dei nostri connazionali che decidono di studiare all’estero. Come più volte ripetuto anche da questo blog, non solo fatichiamo maledettamente ad attrarre “cervelli”, ma ormai la fuga dei nostri giovani inizia persino dall’università…! Ci sono altri dati positivi: la riforma del “3+2”, che ha forse un po’ “annacquato” la preparazione, ha quantomeno incrementato il numero dei laureati in un Paese che presenta al riguardo una delle più basse percentuali in Europa (nel 2008 sono stati “sfornati” 293mila Dottori, molti dei quali provenienti da famiglie dove non erano presenti altri laureati). Anche l’età media di laurea è scesa (seppur di poco) a 27 anni, rimanendo in ogni caso una delle più alte nell’Europa moderna e civilizzata. Insomma, il rapporto Almalaurea pare fotografare un Paese che lentamente -con i suoi stanchi ritmi- cerca di riguadagnare terreno in un modo che corre. E mentre il Ministro Mariastella Gelmini annuncia l’ennesimo rinvio dell’approdo in Consiglio dei Ministri del ddl di riforma dell’università (questa volta fissato a dopo le elezioni), noi ci troviamo ad osservare -un po’ scettici- un sistema educativo italiano che appare ancora in mezzo al guado. Soprattutto quando si va a guardare gli sbocchi occupazionali, inclusi gli stipendi dei “Dottori” classe 2007 (contenuti nello studio di Almalaurea): tra i 1010 e i 1140 euro mensili a un anno dalla laurea, con una predominanza dei lavori atipici su quelli stabili. No, ancora non ci siamo. La strada è davvero lunga. Qualcuno (diciamo pure qualche decina di migliaia di giovani…) -per non sbagliare- imbocca sempre più frequentemente la via che porta all’estero.

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Questionario per i “Talenti in Fuga”

In Fuga dei giovani on 27 maggio 2009 at 09:00

“La Fuga dei Talenti” segnala oggi un’interessante iniziativa avviata all’inizio del mese dal sito “Area Networking”. Sul web si definiscono “una associazione di persone che condividono interessi ed obiettivi e che, nel corso degli anni, è diventata a pieno titolo uno dei maggiori punti di riferimento nazionali online per quanto concerne il settore dell’Information & Communication Technology, con una particolare predilezione per il settore della formazione correlata al business”. Ebbene, questi giovani “innovatori” hanno avuto una bella idea: avviare un’indagine -all’interno del loro blog- tra gli italiani emigrati all’estero per lavorare nel settore dell’Information Technology. Loro stessi, nel descrivere l’iniziativa, giustificano “la coraggiosa scelta di scappare fuori dai confini” come il risultato di “un’economia e di un mondo lavorativo/professionale che funzionano a rilento e sicuramente non con la stessa efficienza degli altri principali Paesi”. Per questo chiedono aiuto a “volontari” che intervistino i nostri espatriati, ponendo loro una ventina di domande relative sia all’impatto socio-culturale, che a quello economico-professionale, al momento del loro arrivo all’estero. Il questionario si pone anche l’obiettivo di offrire, attraverso le risposte dei nostri emigrati, informazioni utili per chiunque sia interessato ad espatriare. Personalmente lo ritengo un esperimento interessante, che presenta alcuni significativi tratti in comune con l’indagine contenuta nel libro “La Fuga dei Talenti”.

Potete leggere il “post” relativo al questionario cliccando qui. Buona indagine a tutti!

Innovazione: Italia in Zona Retrocessione

In Declino Italia on 26 maggio 2009 at 09:00

“European Innovation Scoreboard 2008”: l’Italia è nel quarto gruppo dei Paesi Ue. Quasi -per dirla in termini calcistici- in zona retrocessione. L’EIS, precisiamo subito, è uno studio comparativo sulle performance dei Paesi europei, nell’ambito della strategia di Lisbona. L’Italia viene classificata tra le nazioni Ue a innovazione “moderata”, con una performance sotto la media. La cosa più divertente è che tra i Paesi del gruppo dei “moderati” domina Cipro (avete letto bene, quell’isola sperduta nel Mediterraneo, a poche miglia marine dalla Turchia…). Davanti a noi ci sono altre superpotenze quali l’Estonia, la Slovenia, la Repubblica Ceca e tutti i principali Paesi del “Club Med”: Spagna, Portogallo, Grecia. Poi arriva l’Italia. Mah… E pensate che nel nostro gruppo di “fenomeni” riusciamo persino a rientrare nel sottogruppo dei “slow growers”, quei Paesi cioè che crescono a fatica. Lentamente, coi loro tempi, insomma. Spiega il rapporto (clicca qui per scaricarlo) che la performance dell’Italia è sotto la media Ue sia per quanto riguarda la media generale, sia per il tasso di miglioramento. Intanto il G8 dell’Università, organizzato una settimana fa proprio nel Belpaese, parlava di “ricerca scientifica come una delle chiavi per superare l’attuale crisi economica”. Investire in ricerca, attrarre talenti, puntare sull’innovazione: parole vuote che riempiono le bocche di politici e professori ormai da anni. Mentre il sistema-Paese scivola lentamente lungo il crinale del declino, mi permetto di aggiungere una semplice considerazione: perché non cominciamo a sostenere start-up innovative, realizzate da giovani di belle speranze? Perché le istituzioni, le banche, le università non cominciano a puntare su quei centri di eccellenza presenti nel nostro Paese (il Corriere Economia dello scorso 18 maggio ne riportava una bella mappa a pag.14), per fare in modo che non solo sviluppino ricerca d’avanguardia, ma la riversino sul contesto esterno, sia in tandem con le PMI locali, sia adottando il cosiddetto “modello americano”? Che -in sé- è molto semplice: sei un giovane, hai un’idea innovativa e potenzialmente commerciabile, vuoi avviare una tua start-up? Ti aiutiamo, mettendoti nella condizione di produrre innovazione reale. E’ il modello del “garage-laboratorio” made in Usa, che ha fatto nascere case-histories di successo come quella di Google. Questa è una della strade da seguire. Altrimenti i nostri giovani ricercatori, frustrati da un sistema universitario dove poco o nulla è cambiato, nonostante tante chiacchiere, di strada ne prenderanno un’altra. Che li porterà dritti al confine di Stato.

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Lettera dall’Australia

In Lettere e Proposte on 25 maggio 2009 at 09:00

Oggi “La Fuga dei Talenti” vi porta in Australia, da dove ci arriva la bella lettera di Aldo Mencaraglia, autore del blog “Italians in Fuga”. Toccante, ma allo stesso tempo inquietante, la citazione delle “due generazioni sprecate”. Buona lettura!

L’Australia è lontana ed io ci sono arrivato facendo una tappa di dieci anni in Inghilterra. Dopo aver completato gli studi universitari decisi di rimanere in Inghilterra perchè mi trovavo a mio agio con la mentalità inglese e con la dinamicità della società britannica. Provenendo da Borgo San Dalmazzo, un bello ma piccolo paese del Cuneese, Londra offriva opportunità ad un ventitreenne alle quali era difficile dire di no. Non era tutto oro colato, anzi. Nel 1993 stavamo uscendo da una recessione simile a quella odierna e feci fatica a trovare un lavoro ‘consono al livello di studio universitario’. Lavorai per quasi un anno in negozio di vini ed imparai che non importa quanto sei bravo a scuola o all’università. Nel mondo del lavoro hai bisogno di tante altre qualità che non si imparano sui libri. Pian piano riuscii a costruirmi una ‘carriera’ ed una vita in Inghilterra che mi soddisfaceva personalmente e finanziariamente, soprattutto confrontando la mia realtà a quella dei miei coetanei in tutta Italia. Poi, dopo alcuni anni, io e mia moglie, inglese, decidemmo che l’Inghilterra non era la nazione adatta a costruire famiglia. Condizioni metereologiche, attitudini verso l’alcol, società con estremi economici e la lista continua… Decidemmo di emigrare in Australia, visto che la conoscevamo già (io sono mezzo Australiano), ed offriva ad entrambi opportunità lavorative che l’Italia non offriva. Siamo quì dal 2002: si è rivelata la migliore decisione che abbiamo preso nella nostra vita. Non è un paradiso, ma ci sembra molto meglio di quello che l’Italia offre alla nostra generazione. Tramite il mio blog, italiansinfuga.com, sono entrato in contatto con tanti giovani Italiani che vogliono fuggire dall’Italia. L’impressione è di una o due generazioni ‘sprecate’. Il talento che una nazione come l’Italia sviluppa, viene poi mal utilizzato per i motivi che tutti conosciamo. Io trovo molto difficile spiegare agli anglo-sassoni che un Italiano non finisce l’università fino a quando loro lavorano e sono indipendenti già da cinque anni. Senza poi parlare del fatto che tanti giovani Italiani lavorano gratis per anni, nella speranza di essere pagati in futuro. Sono cose che io stesso stento a capire, avendo vissuto in società dove la meritocrazia è viva e vegeta, se sei bravo e lavori, ottieni risultati. Altrimenti fatichi, ma almeno dipende da te. In Australia confronto anche l’emigrazione italiana di una volta, del Dopoguerra, con le apprensioni di chi vuole emigrare oggi. Mi sorprende la cautela e la paura che tanti hanno oggi, volendo assicurarsi un lavoro prima di partire per l’estero e rinunciando alla partenza in caso negativo. Bisognerebbe imparare dagli emigranti di due o tre generazioni fa, che partivano in nave per andare in capo al mondo, verso una nazione ostica come l’Australia. Senza parlare la lingua. Arrivati quì si spaccarono la schiena, facendo lavori che gli Australiani non volevano più fare e si sono guadagnati il rispetto di una nazione. Oggi purtroppo le notizie che gli Australiani leggono dell’Italia riguardano i politici… e loro, la bella figura, proprio non ce la fanno fare. Io inviterei tutti gli Italiani insoddisfatti ad emigrare. Aspettatevi periodi difficili, ma credete veramente in voi stessi e ce la farete!

In bocca al lupo,
Aldo Mencaraglia

Pensiero del Weekend 15

In Fuga dei giovani on 23 maggio 2009 at 09:00

Ve le ricordate le due domande sulla fuga dei giovani dall’Italia e il bisogno di maggiore meritocrazia in questo Paese, poste esattamente due settimane fa al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano? Oggi “La Fuga dei Talenti” vi mostra il video della manifestazione (la “Festa dell’Europa”). C’è anche una piccola sorpresa: la citazione proprio del libro “La Fuga dei Talenti” (ediz. San Paolo), come fonte da cui sono stati attinti i dati utilizzati per porre le domande. Buon weekend a tutti… e buona visione!

CLICCA QUI PER VEDERE IL VIDEO CON LE DOMANDE AL PRESIDENTE NAPOLITANO SU FUGA DEI GIOVANI (“E’ EMERGENZA SOCIALE?”) E NECESSITA’ DI MAGGIORE MERITOCRAZIA (NON DOVREBBE PARTIRE DALLA POLITICA?)

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Il Tarlo

In Fuga dei giovani on 22 maggio 2009 at 11:10

Il commento migliore alla presentazione de “La Fuga dei Talenti” ieri a Trieste, all’interno dell’iniziativa “Controesodo” (iniziativa parlamentare bipartisan per il rientro in Italia dei giovani professionisti, grazie a uno scudo fiscale) l’ha fatto -alla fine dell’incontro- uno dei partecipanti. Che ha commentato: “Mentre parlavi mi sono chiesto se anch’io, nella mia vita professionale, ho sempre anteposto il parametro della meritocrazia nelle scelte che ho intrapreso”. Da lì ho capito che “il tarlo del dubbio” potrebbe divenire lo strumento vincente per cambiare realmente le cose e favorire il rientro in Italia di chi la meritocrazia la sperimenta -tutti i giorni della sua vita- all’estero. E potrebbe quindi -gradatamente- trovare un milieu favorevole anche a queste latitudini. Aggiungo solo che la persona che ha fatto questo commento mi è parsa qualcuno che probabilmente quella domanda non aveva alcun bisogno di porsela (la risposta sarebbe stata comunque -con ogni probabilità- un “sì”), ma questa affermazione mi ha dato lo spunto per iniziare questo “post”, interamente dedicato all’iniziativa di ieri a Trieste. Città che -io personalmente non lo sapevo- costituisce il terzo polo di attrazione nazionale per i ricercatori stranieri. Nel capoluogo giuliano l’8,3% degli iscritti in università non è italiano, contro una media nazionale fema al 2%. Davanti ci sono solo il Politecnico di Torino e l’Università Bocconi di Milano. Alla luce dei dati da poco pubblicati dalla Fondazione Debenedetti (con l’Italia che fa peggio persino della Turchia nella capacità di attrazione di “cervelli”) quella triestina è una realtà da tenere in assoluta considerazione. Introdotto da Luca Visentini, responsabile dell’associazione “Società Futura” (che ha spiegato come questa associazione sia nata proprio per promuovere un nuovo tipo di società, fondata sulla valorizzazione del merito, e per combattere l’attuale “ammorbamento” della voglia di fare delle giovani generazioni), l’incontro è proseguito con la presentazione del libro “La Fuga dei Talenti” e -successivamente- con l’intervento di Guglielmo Vaccaro, deputato del Pd e ideatore di Controesodo, che ha annunciato come ci si stia avviando verso l’iter di approvazione del primo disegno di legge, relativo allo scudo fiscale per il rientro dei talenti. Per quanto riguarda le altre quattro proposte di legge, Vaccaro ha aggiunto che la prospettiva è di farle arrivare in porto nel giro di due anni. “Il nostro vantaggio è quello di aver avviato il progetto a inizio legislatura, il che ci può consentire di farlo arrivare in porto entro i cinque anni canonici”, ha spiegato Vaccaro. Francesco Russo, giovane (per gli standard italiani) professore universitario e vicepresidente di “Area Science” (uno dei principali parchi scientifici in Italia), ha aggiunto due osservazioni molto interessanti: citando uno studio di Bankitalia ha rivelato come nel nostro Paese la migliore garanzia per la futura iscrizione all’università non sia tanto il censo, quanto il titolo di studio della madre (!); sulla realtà giuliana invece ha osservato -non senza un pizzico di amarezza- come l’importanto bacino di “cervelli” provenienti dai Balcani (area di riferimento per Trieste) non sia minimamente “sfruttato” dall’Italia: su 80mila giovani ricercatori o dottorandi che lasciano ogni anno quell’area, solo 1500 (!) approdano in Italia. Un Paese che, con le sue leggi migratorie assolutamente incapaci di distinguere un futuro Einstein da un ladro di merendine, rende la vita semi-impossibile a chiunque coltivi un minimo desiderio di studiare e fare ricerca nel Belpaese. E’ anche per questo che, quando mi viene obiettato come parlare di “fuga” dei talenti sia sbagliato, io obietto sempre due cose: la prima è che occorre innanzitutto chiedersi quanto sia realmente “libera” la scelta di lasciare l’Italia da parte dei nostri giovani (e quanto non incida piuttosto l’insofferenza verso questo nostro microcosmo mafioso); la seconda è che se avessimo un saldo positivo in entrata di “cervelli” o professionisti di livello dall’estero, allora potremmo anche dormire sonni tranquilli. Ma così, come decine di ricerche mostrano, purtroppo non è. Mi piacerebbe che anche di questo si parli, a Palazzo Chigi… oltre che di processi, veline e quant’altro ancora.

Oggi vi lascio con l’intervista audio che “La Fuga dei Talenti” ha realizzato a Trieste con il deputato Guglielmo Vaccaro, che di Controesodo (iniziativa bipartisan Pdl-Pd) è l’ideatore: clicca qui per ascoltare.

Italy? No, merci! – Intervista a Tito Boeri

In Declino Italia on 21 maggio 2009 at 09:58

Altro che inversione di tendenza: la situazione è catastrofica! Ovviamente mi riferisco all’attrazione dei cervelli stranieri esercitata dalla superpotenza-G8 Italia. I dati della ricerca sul Brain Drain e Brain Gain, anticipati ieri dal Corriere della Sera e oggetto di un convegno sabato prossimo a Pisa, lasciano senza parole: in Italia ogni cento laureati nazionali ce ne sono 2,3 stranieri, contro una media Ocse al 10,45%. Anche perché -dato interessante- i laureati italiani che se ne sono andati a lavorare nei 30 Paesi Ocse sono 395mila 229. E sapete a fronte di quanti stranieri entrati? 57mila 515. Solo sette “cervelli” Ocse su mille hanno scelto l’Italia come destinazione, conclude il Rapporto: parlando di circolazione dei talenti (circolazione, non fuga…) il saldo è impressionante. Siamo un Paese del terzo mondo. Persino la Turchia fa meglio di noi. Insomma, con un sistema di quote di ingresso che è  il medesimo, sia che l’aspirante immigrato si chiami Einstein, sia che si palesi nelle sembianze di un signor Nessuno senza arte né parte, la battaglia col resto del mondo è ovviamente persa in partenza. Per dirla con il geniale Gian Antonio Stella, “quanto ai poli di attrazione, fanno invidia il Canada, l’Australia e gli Stati Uniti, capaci di attrarre complessivamente quasi dieci milioni di “dottori” stranieri. Una forza d’urto intellettuale, scientifica, professionale impressionante. Che straccia ogni confronto. E che proprio in momenti di crisi quale questo rischia di pesare come l’enome differenza tra loro e noi. Con le nostre università piene di mogli, figli e cognati. I nostri istituti di ricerca asfissiati da continui tagli al bilancio. Le nostre aziende familiari dove il padre preferisce passare al figlio, magari un po’ “mona”, piuttosto che affidarsi a “forestieri”. I nostri Ordini sbarrati con i catenacci verso i giovani intrusi”. Bravo Stella, ritratto perfetto. Questa è l’Italia, facciamocene una ragione. “La Fuga dei Talenti” ha incontrato ieri il direttore della Fondazione Rodolfo De Benedetti, l’economista Tito Boeri. Che mi ha -per prima cosa- ribadito la ben nota condizione dei “cervelli” stranieri innamorati del Belpaese. I pochi dottorandi e post-doc che l’Italia riesce ad attrarre, ha sottolineato Boeri, hanno vita tutt’altro che semplice nei nostri atenei, costretti come sono a fare slalom improbabili tra i paletti e i costi della burocrazia. “Perché siamo messi peggio della Turchia?”, mi sono limitato a chiedergli: “In primo luogo per colpa del sistema universitario e delle forme di reclutamento dei docenti“, mi ha risposto Boeri. “Esistono meccanismi che premiano la cooptazione all’interno dell’università. In alcune sedi -per fortuna- le cose negli ultimi anni sono cambiate, ma il meccanismo di fondo resta purtroppo lo stesso. Tuttavia, il problema non risiede solo nei meccanismi di reclutamento concorsuale: innanzitutto occorrerebbe finanziare le università e gli atenei che fanno maggiore ricerca. La riforma Gelmini va in questa direzione, ma occorre capire la quota percentuale esatta di finanziamenti che saranno destinati allo scopo”. Altri motivi per questo declassamento dell’Italia? “Storicamente, nel nostro Paese, osserviamo come alcune istituzioni del mercato del lavoro mantengano atteggiamenti negativi nei confronti dell’arrivo dei cervelli. Insisto sul finanziamento alla ricerca: in Italia ne esistono poche forme. Le stesse fondazioni bancarie devono uscire da un concetto di finanziamento legato all’ottica “localistica”. Tra gli altri problemi, mi limito ad aggiungere il regime di protezione dell’impiego, le strutture salariali complesse, che premiano poco il talento, e una politica dell’immigrazione che tratta allo stesso modo i futuri dottorandi stranieri e persone che non hanno alcun grado di cultura. Vorrei solo ricordare come esista ormai una gara su scala planetaria per accaparrarsi i migliori cervelli”. Già, aggiungo io: una gara cui l’Italia concorre con le mani e i piedi legati, gli occhi bendati e una palla da 50 kg. saldamente ancorata alle gambe. Conclude sconsolato Boeri: “Abbiamo perso anche la storica occasione dell’allargamento Ue per accaparrarci i cervelli di quell’area geografica…”

Ballando sul “Titanic Italia”

In Declino Italia on 20 maggio 2009 at 08:00

“Il rischio apocalisse è stato superato”, dichiarava con sollievo pochi giorni fa il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Lo vorrebbero poter dire anche le giovani generazioni di questo Paese malato e incancrenito, signor Ministro. Le quali, come giustamente titolava venerdì “Il Sole 24 Ore”, stanno “ballando” insieme alla loro patria “sull’orlo del debito pubblico”. In un bell’articolo a firma di Carlo Bastasin, si faceva presente come entro 20 mesi (nemmeno due anni) il nostro debito pubblico potrebbe toccare quota 120%, livello analogo a quello degli anni ’90, quando l’Italia danzava pericolosamente sull’orlo del collasso finanziario. Bastasin giustamente aggiungeva come sia in Germania che in Francia il tema si trovi già al centro del dibattito politico, che sta studiando percorsi di soluzione o quantomeno di arginamento del problema. Un problema ovviamente generale: la crisi sta infatti gonfiando notevolmente i debiti di tutti i principali Paesi, Stati Uniti inclusi. Ma stupisce che in Italia, il Paese con il più alto debito pubblico dell’Eurozona, la questione resti quasi nascosta. Siamo come un nobile decaduto, vissuto per anni ben al di sopra dei propri mezzi, e indebitatosi fino al collo in spese folli per mantenere e foraggiare un certo standard di vita. Un vecchio nobile, che tra poco potrebbe tornare nuovamente a sperimentare l’adrenalinica emozione di rischiare di ritrovarsi in mezzo a una strada. Solo che a finirci, in mezzo a una strada (se già non ci sono), saranno soprattutto quelle giovani generazioni che nulla hanno a che vedere con coloro che si sono resi responsabili di questo abnorme debito. Stupisce dunque il “geniale” (parole di Berlusconi) Tremonti, quando al Corriere della Sera dichiara: “Il nostro debito pubblico sommato a quello privato, e abbiamo visto che c’è osmosi tra i due, è pari a quello francese e tedesco. […] Per la prima volta il deficit e il debito corrono meno rispetto all’Europa”. Beh… peccato che il debito pubblico sia un fardello che pesa sulle spalle di tutti, anche di chi non ha contributo a produrlo con politiche e scelte economiche disastrose, fondate sul clientelarismo e sulle “relazioni” della peggior specie. In secondo luogo, quando Tremonti cita i vicini francese e tedesco, gli si può obiettare -citando Bastasin- che “la Germania punta decisamente a migliorare l’istruzione dei suoi lavoratori e il contenuto di tecnologia delle sue produzioni; la Francia punta a rendere più efficiente il ruolo pubblico, coerentemente con un’economia in cui i trasferimenti sociali e gli stipendi pagati ai dipendenti del settore pubblico sono pari al 56% del reddito disponibile contro il 43% di quello tedesco”. E L’Italia, che pensa di fare? Boh. Fino a pochi anni fa i vari Governi succedutisi annunciavano trionfali manovre di rientro del debito sotto il 100% del Pil. Ora schizza al 120% (!). Il Pil intanto cala del 5,9%, secondo peggior risultato in Europa dopo la Germania. Esiste un progetto di riforma strutturale (a parte le pensioni), uno qualsiasi, per far ripartire il “triciclo Italia”? Cosa sta facendo il Governo per liberalizzare gli Ordini, ad esempio, che come ribadiva tempo fa Giuseppe Sarcina sul Corriere Economia, sono chiusi e ben poco competitivi? Soffocando miliardi (miliardi!) di euro, che potrebbero essere sprigionati per far ripartire l’economia? E creando soprattutto nuova occupazione, in particolar modo tra i giovani, che da queste “caste professionali” sono spesso e volentieri esclusi, se non sono già “figli di”? O forse non è il caso di dire, per tornare a Bastasin, che “toccare [una certa] intelaiatura d’interessi economici e politici che copre l’intero territorio significa andare a recidere, da Ragusa a Bolzano, la nervatura del consenso territoriale dei partiti?” Intanto il Titanic affonda, trascinando nelle gelide acque dell’oceano del debito pubblico le sue generazioni più giovani, incolpevoli di tanto scempio. Quelle stesse generazioni che avrebbero probabilmente le carte in regola per far ripartire il Paese, sostituendosi a due generazioni (ormai gerontocratiche) di classe dirigente, che hanno fatto di tutto e di più per affondarlo. E poi ci stupiamo ancora se questi giovani fuggono -ogni anno e a migliaia- dal “Titanic Italia”? Ministro Tremonti, è a loro che deve fornire spiegazioni. Lo farà?

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