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“Presidenti, fermate la fuga dei giovani italiani all’estero!” – Lettera-Appello da “La Fuga dei Talenti”

In Fuga dei giovani on 4 dicembre 2009 at 06:59

Sedici giovani professionisti italiani espatriati hanno scritto una lettera-appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e ai quattro Presidenti emeriti. Denunciano lo stato di grave difficoltà in cui si trovano l’Italia e i suoi giovani. Spiegano perché se ne sono andati. E mettono nero su bianco a quali condizioni potrebbero tornare.

I sedici giovani fanno parte del progetto blog/libro “La Fuga dei Talenti”. Questo è il testo della lettera:

Illustrissimi Presidenti

Giorgio Napolitano,

Carlo Azeglio Ciampi,

Oscar Luigi Scalfaro,

Francesco Cossiga

p.c.

Presidente del Senato On. Renato Schifani

Presidente della Camera dei Deputati On. Gianfranco Fini

Ministro della Gioventù On. Giorgia Meloni,

Milano, 4 dicembre 2009

negli ultimi anni centinaia di migliaia di giovani italiani sono emigrati all’estero, per fuggire dal Paese più immobile d’Europa. Un concentrato di immeritocrazia, nepotismo e gerontocrazia che ha pochi pari nel Vecchio Continente. Un Paese che, dati alla mano, preferisce parcheggiare i propri giovani le forze più creative e innovative della società , relegandoli in angoli spesso scomodi, tra lavori precari e un welfare state a quasi totale carico della famiglia di origine, anche per questo l’Italia non è Europa. I protagonisti del progetto “La Fuga dei Talenti” Vi scrivono la seguente lettera, per chiedervi aiuto. Avviate voi per primi, con l’autorità morale di cui godete, il cambiamento. Rendete questo Paese un luogo dove i giovani possano vivere e affermarsi solamente sulla base del proprio merito, senza bisogno di  parentele e cooptazioni. Rendete l’Italia una democrazia finalmente compiuta.

SIGNORI PRESIDENTI, NOI NON TORNIAMO PERCHÈ…:

Oscar Bianchi, compositore di musica classica contemporanea, 34 anni, Stati Uniti/Germania: “Non torno, semplicemente poiché non potrei mai esistere nel mio Paese in quanto compositore. Non esistono più investimenti (pubblici e privati), né di conseguenza un mercato che conceda alla mia ‘categoria’ il diritto di esistere, professionalmente e socialmente. Gli italiani come me hanno bisogno di poter credere: l’Italia che ho conosciuto nell’ambiente accademico e professionale ha corrotto fino al decesso quella fede nell’uomo, nelle sue risorse e nella sua capacità di realizzazione, che renderebbe un cittadino come me fiero del proprio Paese e dei valori che esso veicola”.

Luca Candeago, ricercatore, 28 anni, Spagna: “Non tornerò in Italia, non per adesso almeno. Questi anni di soggiorno “obbligato” all’estero sono stati decisivi per comprendere che il valore della meritocrazia non è più rispettato in un Paese come il nostro. Un Paese che rimane tuttora un immenso serbatoio di cervelli, ma che investe davvero poco sui giovani e sulle loro potenzialità”.

Damiano Migliori, ingegnere, 31 anni, Francia: “Non torno perché nonostante senta l’Italia come il mio Paese lo vedo in declino. E se guardo al futuro, non vedo le leve per migliorare le cose. Non riesco ad immaginarmi come attore della mia crescita, nonché del miglioramento del mio Paese”.

Michele Lanzinger, manager e imprenditore, 35 anni, Spagna: “Non torno, perché non vedo reali opportunità per giovani intraprendenti e volonterosi in questa Italia che di giorno in giorno si allontana da quell’ideale di eccellenza che fino a qualche decennio fa ci aveva portato ad essere una nazione invidiata e rispettata in Europa e nel mondo. Oggi non rappresentiamo più un esempio da seguire, se non in pochi settori di nicchia, in cui stiamo vivendo di rendita”.

Giuliano Gasparini, consulente, 33 anni, Spagna: “Non torno perché, dopo anni di vita all’estero, mi rendo conto che il sistema-Italia non mi si addice più. Non riesco a capire perché le motivazioni alla base di decisioni importanti non vengano prese rispettando parametri meritocratici, ma piuttosto parametri che rispondono a interessi specifici. Tutto ciò mi genera conflitti e frustrazioni interne, che non sono più disposto ad accettare”.

Francesco Dellisanti, consulente, 33 anni, Gran Bretagna: “Non torno, perché a Londra il mio dottorato è valorizzato in azienda, e non solo in università. Il mercato del lavoro è più flessibile che in Italia, per cui qui ho più opportunità. Infine, perché i progetti di consulenza aziendale su cui lavoro sono di respiro internazionale, nonché molto formativi”.

Dario Pompili, professore universitario, 32 anni, Stati Uniti: “Sono andato via dall’Italia per l’incertezza del futuro nel campo della ricerca, e per la bassissima correlazione fra impegno e premio, dovuta a logiche non meritocratiche e spesso clientelari”.

Paolo Besana, ricercatore, 35 anni, Gran Bretagna: “Non torno, perché dopo cinque anni in Scozia mi trovo bene e mi sento a casa – cosa che non riesco più a sentire in Italia. Non è solo un problema di fondi per la ricerca… ma di mentalità. In Gran Bretagna so che quello che mi spetta (dalla posizione in coda all’ufficio postale fino ai riconoscimenti in università) lo ottengo senza dover combattere continuamente con chi cerca di passarmi avanti”.

Cristina Cammarano, professoressa universitaria, 36 anni, Stati Uniti: “Non torno perché, come insegnante di filosofia al Liceo, non potevo neanche pagare l’affitto. Se pure avessi conseguito un dottorato in Italia, data l’impossibilità di trovare un lavoro adeguato al mio titolo di studio, avrei insegnato alle scuole superiori, oppure avrei agonizzato per anni, in attesa della morte del mio “barone”, per poterne prendere il posto”.

Teresa Fiore, docente universitaria, 39 anni, Stati Uniti: “Non torno perché, dopo tanti anni, la mia vita è qui, e il mio percorso professionale è legato al contesto americano. Ma a differenza di tanti miei colleghi inglesi o francesi (per esempio) questa non è solo una scelta personale. Mentre loro possono prendere in considerazione l’ipotesi di un ritorno (e quindi una reintegrazione nel sistema, con pieno riconoscimento dell’esperienza accumulata), noi italiani non percepiamo di potere contare sul sistema che ci ha formati per anni. Un sistema che non sembra interessato a instaurare o a riprendere una collaborazione di tipo professionale, in maniera sistematica o garantita”.

Patrizia Iacino, designer, 38 anni, Stati Uniti: “Non torno in Italia, perché non esistono possibilità e strutture per poter sviluppare concretamente il mio lavoro. L’Italia è un Paese fermo nei suoi squilibri, in cui l’interesse principale non è investire sul futuro, ma lasciare intatti i privilegi di alcune categorie sociali”.

Paola Oliveri, Senior Lecturer (Professore), 40 anni, Gran Bretagna: “Non torno, perché la situazione della ricerca italiana è assolutamente disastrosa. Le risorse economiche dedicate sono praticamente inesistenti, e i pochi finanziamenti accessibili non sono distribuiti in base a criteri meritocratici, ma sulla base di politiche provinciali, miopi e clientelari. Tutto ciò rende impossibile esercitare in modo professionale e competitivo a livello internazionale gli studi che svolgo nel campo della biologia dello sviluppo. Per di più, questa gestione personalistica del denaro pubblico porta ad una grande perdita economica e soprattutto culturale per lo Stato Italiano. Due settori ne sono particolarmente penalizzati: la ricerca di base ed i giovani”.

Simonetta Camandola, ricercatrice, 41 anni, Stati Uniti. “Non torno perché in dieci anni da quando ho lasciato l’Italia non è cambiato nulla. Intelligenza, entusiasmo e amore per la Scienza non contano niente”.

Marco Fantini, economista, 44 anni, Belgio: “Non torno, perché l’Italia è un Paese rivolto al passato. Un Paese dove ciò che è stato è sempre più importante di ciò che sarà. Dove i ‘diritti acquisiti’… sono acquisiti sempre dalle stesse persone”.

Veronica Manfredi, funzionaria della Commissione Europea, 39 anni, Belgio: “Non torno, perché ho trovato a Bruxelles e nel mio lavoro quotidiano per l’Europa un senso profondo ai miei studi a carattere internazionale, e perché so che mi sarebbe ancora difficile in Italia valorizzarli in maniera adeguata. O, quantomeno, in grossa parte del territorio nazionale”.

Elisabetta Montaguti, funzionaria presso un’importante istituzione internazionale, 44 anni, Belgio: “Non torno perché, nelle circostanze descritte sopra, e di fronte alla cultura dell’illegalità da troppi condivisa o tollerata nel mio Paese, non avrei la possibilità di fare qualcosa di utile, o di fare la differenza con le mie energie intellettuali ed operative, né tanto meno di riceverne riconoscimento”.

…MA POTREMMO TORNARE SE:

Oscar Bianchi, compositore di musica classica contemporanea, 34 anni, Stati Uniti/Germania: “Tornerei se cominciassi a ravvisare chiari segnali di investimento nel campo dell’arte e della ricerca, e se esistessero condizioni di merito e standard di trasparenza al pari di altre democrazie occidentali. Tutto ciò potrà avvenire solo attraverso un vero e proprio rinascimento morale del sistema politico e dirigenziale di questo Paese. È un sogno, il mio: auspico che diventi realtà. Se non per me, almeno per le generazioni future… e sarei pure felice di poter contribuire a questa utopia”.

Luca Candeago, ricercatore, 28 anni, Spagna: “Questa è la nostra patria, e ancor più che lasciare i propri cari, è davvero doloroso consegnare a realtà straniere il grande potenziale che noi giovani rappresentiamo. Se l’Italia vuole davvero proteggere il proprio patrimonio, cominci da noi, giovani emigranti, che tanto possiamo apportare alla culla della civiltà”.

Damiano Migliori, ingegnere, 31 anni, Francia: “Potrei tornare se, pensando al mio futuro in Italia, riuscissi a sentire che c’è un terreno fertile e uno spazio per quelli che non stanno “a guardare”, ma hanno voglia di rendere migliore la propria vita e quella di chi li circonda. Potrei tornare se ci fosse più meritocrazia, senso di giustizia e uguaglianza sociale”.

Michele Lanzinger, manager e imprenditore, 35 anni, Spagna: “Potrei tornare, se il mondo politico e quello imprenditoriale si facessero seri promotori di una nuova epoca di eccellenza per il nostro Paese, in cui i giovani talenti rappresentassero un asset strategico su cui investire… più che manodopera a basso costo”.

Giuliano Gasparini, consulente, 33 anni, Spagna: “Potrei tornare, se il mio Paese si trasformasse in una “Meritocrazia”, dove le persone con capacità e volontà venissero sempre più coinvolte nel sistema, aiutandolo a migliorarsi di volta in volta. Un processo che in ultima istanza si potrebbe definire “Progresso Paese”, dove i benefici vengono trasmessi alle generazioni future, al fine di garantire un futuro migliore e più equo”.

Francesco Dellisanti, consulente, 33 anni, Gran Bretagna: “Potrei tornare, se il mio rientro fosse incentivato mediante una riduzione temporanea dell’aliquota fiscale, per compensare la tassazione più elevata e la minore retribuzione in Italia. Potrei tornare se il sistema formativo secondario migliorasse per davvero. Questo per le generazioni future, inclusi forse i miei figli”.

Dario Pompili, professore universitario, 32 anni, Stati Uniti: “Non torno in Italia, perché nulla è stato fatto negli ultimi anni per offrire opportunità a chi è meritevole. Inoltre, le scelte della vita sono spesso irreversibili. Ed è proprio per questo che bisogna rapidamente introdurre la meritocrazia nella società italiana, dando più spazio a quei giovani di valore che non hanno ancora lasciato il nostro Paese. Proprio perché viviamo nell’era della globalizzazione, l’Italia non può più permettersi di non intervenire efficacemente per fermare l’emorragia di giovani capaci”.

Paolo Besana, ricercatore, 35 anni, Gran Bretagna: “Potrei tornare, se la gente smettesse di pensare che trovare la via più furba per raggiungere i propri obiettivi (danneggiando quindi gli altri) sia qualcosa di meritevole”.

Cristina Cammarano, professoressa universitaria, 36 anni, Stati Uniti: “Potrei tornare, se l’università italiana diventasse un sistema aperto; se ci fossero per me reali possibilità di lavoro; se la ricerca non solo quella scientifica, ma anche quella legata alla grande tradizione umanistica per cui siamo tanto apprezzati all’estero venisse trattata come una cosa seria”.

Teresa Fiore, docente universitaria, 39 anni, Stati Uniti: “Potrei tornare se si sviluppassero possibilità di lavoro flessibile, attraverso progetti di collaborazione internazionale a tempo determinato, volti a incorporare l’esperienza e il punto di vista degli italiani residenti all’estero: non solo per condividere con loro le conoscenze acquisite, ma per pensare l’Italia in un quadro più concretamente internazionale, in cui l’apporto di chi se ne è andato non venga dimenticato, né resti marginale o secondario. Ma risulti integralmente inserito in una serie di progetti, in sinergia con le nostre istituzioni di riferimento all’estero”.

Patrizia Iacino, designer, 38 anni, Stati Uniti: “Tornerei se l’Italia diventasse un Paese aperto, economicamente dinamico. Se si cominciasse ad investire sulla ricerca e sul futuro”.

Paola Oliveri, Senior Lecturer (Professore), 40 anni, Gran Bretagna: “Potrei tornare se più soldi venissero dedicati alla ricerca, e soprattutto se questo denaro venisse distribuito in base alla validità e al grado di innovazione dei progetti, (previa valutazione di esperti internazionali). Esattamente come avviene in tutti i posti del mondo in cui l’avanzamento della conoscenza umana è considerato parte importante della società. Potrei tornare, se una fetta dei finanziamenti fosse dedicata ai giovani, con una particolare attenzione a sviluppare la loro indipendenza. Infine, se si instaurassero o si privilegiassero dei meccanismi di mobilità, con la duplice finalità di rompere le logiche clientelari e di creare una classe di ricercatori internazionali… e non provinciali”.

Simonetta Camandola, ricercatrice, 41 anni, Stati Uniti: “No, grazie. Ho abbandonato ogni speranza di poter fare ciò che amo in Italia (senza morire di fame o dover accettare umiliazioni, prevaricazioni e compromessi) ben prima del luglio 1998, quando sono salita sull’aereo che mi ha portato negli States”.

Marco Fantini, economista, 44 anni, Belgio: “Potrei tornare, se per una volta vedessi che alle parole si sostituiscono i fatti. Se qualche barone o qualche dinosauro venisse sostituito da un giovane di talento”.

Veronica Manfredi, funzionaria della Commissione Europea, 39 anni, Belgio: “Potrei tornare, se mi si convincesse che la mia esperienza può essere veramente utile al mio Paese. Che potrei contribuire a trasformarlo in un luogo di rispetto dei valori di onestà, legalità, seria attenzione alle classi meno privilegiate, promozione meritocratica delle intelligenze. E con ciò non intendo certo dire che, per contro, tutto funzioni sempre a meraviglia “in Europa”. Ma gli errori degli altri non dovrebbero impedirci di sperare il meglio per la nostra, straordinaria, nazione”.

Elisabetta Montaguti, funzionaria presso un’importante istituzione internazionale, 44 anni, Belgio: “Potrei tornare, se i cittadini avessero la possibilità di verificare in modo trasparente che almeno le strutture pubbliche ad ogni livello, come negli altri Paesi europei, funzionano nell’interesse comune. E se si potesse verificare che chi opera correttamente all’interno di queste strutture venga tutelato da clientelismi e soprusi”.

Illustrissimi Presidenti, siamo pienamente consapevoli – noi più di chiunque altro – delle enormi difficoltà da affrontare per invertire questo processo emorragico, e allo stesso tempo riteniamo sia necessario dare segnali concreti e muovere dei primi passi verso il cambiamento, per impedire che la situazione – già critica – diventi irreversibile. Affidiamo quindi alle Vostre mani questa lettera, nella speranza che venga accolta e diventi possibile – con l’aiuto delle istituzioni, fino a oggi sorde al nostro messaggio immaginare un futuro meno nomade per i giovani talenti italiani.

Oscar Bianchi, Luca Candeago, Damiano Migliori, Michele Lanzinger, Giuliano Gasparini, Francesco Dellisanti, Dario Pompili, Paolo Besana, Cristina Cammarano, Teresa Fiore, Patrizia Iacino, Paola Oliveri, Simonetta Camandola, Marco Fantini, Veronica Manfredi, Elisabetta Montaguti

Sergio Nava, giornalista, blogger e ideatore del blog: https://fugadeitalenti.wordpress.com/