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Il “lato oscuro” dell’emigrazione

In Lettere e Proposte on 26 novembre 2014 at 09:00

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Oggi pubblichiamo un’opinione “controcorrente”. Per essere precisi, parzialmente controcorrente. Ce la invia Iara dalla Norvegia, che invita ad allargare le ricerche e l’approfondimento sulla fuga dei talenti al lato “oscuro” dell’emigrazione.

Quando insomma le cose non vanno come dovrebbero, quando si torna a casa sconfitti. Quando si resta all’estero, ma ci si deve adattare a vivere con il peso di una difficile integrazione sociale.

Uno spunto assolutamente condivisibile, ora che l’emigrazione è in aumento e non è più solo qualificata (con tutti i rischi che ne conseguono), ora che l’Europa zoppica, economicamente… anche se l’Italia, dati alla mano, più che zoppicare, ha le gambe quasi amputate.

Il problema però è un altro: quanta voglia e disponibilità ci sono a parlare di questo “lato oscuro” dell’emigrazione? Diteci la vostra, a fugadeitalenti@gmail.com !

La lettera di Iara:

“Mi chiamo Iara, ho 33 anni e vivo da 5 mesi a Oslo, in Norvegia. Nata e cresciuta a Milano (tranne per un periodo di 4 anni in Brasile, all’età di 17 anni).
Seguo il tuo blog perché, da espatriata all’estero, sono curiosa di sapere le motivazioni e i numeri collegati alla scelta di espatriare da parte di moltissimi italiani.
Ho anche un piccolo blog personale, sulle cose più curiose che ho riscontrato qui in Norvegia.
Vorrei solo aggiungere alle numerose discussioni che vedo online che non è sempre e solo positivo il fatto di trasferirsi all’estero, ci sono molti elementi “difficili” legate alla scelta di espatriare:
1) Non è sempre legato ad una scelta di carriera (conosco molte donne italiane espatriate con mariti, fidanzati e figli… e che hanno “dovuto” rinunciare ad una propria carriera). Io credo che in Italia, almeno in alcuni settori, ci sia ancora spazio di assunzioni, non credo che la situazione sia davvero così nera.
2) Non è sempre oro quello che si trova fuori (molti Paesi, come la Norvegia, sono promossi in modo molto più positivo di come di fatto siano. Avevo letto da fonti istituzionali Norvegesi che qui la disoccupazione è sotto il 3%, ma i dati considerano solamente la disoccupazione dei norvegesi, senza includere nei dati il tasso per gli espatriati, per fare un esempio). Non è difficile trovare italiani in Norvegia che sono qui da mesi (a volte anche da anni) senza un impiego fisso, senza diritti ne tutele.
3) La decisione di trasferirsi all’estero implica reazioni positive, ma anche molto negative dentro di sé. Spesso inciampiamo in disillusioni per aspettative troppo grandi e ciò crea tensione emotiva.
Chiariamoci, io sono abituata per educazione, formazione e genetica (sono mezza brasiliana) a vivere all’estero. Trovo che viaggiare e vivere in un altro Paese sia una delle esperienze più belle che si possano vivere. Essere immersi in un’altra cultura ti apre la mente come nessuna università, corso di formazione o libro può fare!
Al momento sto molto bene in Norvegia, ma ho avuto una certa delusione dalle aspettative troppo alte che avevo di questo Paese.
Mi aspettavo una nazione molto più aperta, una città Oslo più cosmopolita e internazionale, un mondo del lavoro molto più accogliente e ricco di opportunità. La realtà è molto distante dal sogno o dalle aspettative.
A mio parere sarebbe opportuno far testimoniare le persone con le loro esperienze in TUTTI gli aspetti. Anzi, caricando d’importanza gli aspetti negativi di trasferirsi in un altro Paese. Non per indurre le persone a non partire, ma per renderle davvero coscienti della scelta, delle VERE possibilità all’estero, delle VERE potenzialità rispetto all’Italia. Senza indurre a falsi miti.
Si è mai parlato di quanti tornano in Italia con un pugno di mosche in mano? Si è mai approfondito il tema di quanti italiani rimangono delusi e disillusi e all’estero si devono accontentare di un lavoro mediocre perché non ci sono alternative (…senza prima cercare una soluzione possibile in Italia)?
Insomma, la mia richiesta è di un’inchiesta giornalistica che prenda in considerazione i numerosi risvolti della vita da espatriato perché non si faccia una mistificazione del fenomeno.
Per me è solo una considerazione che spero aiuti ad un dibattito più dinamico.
Grazie del tempo e della tua attenzione”,
IARA

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