sergionava

Missione Compiuta: Italia Retrocessa – #zerotitoli

In Declino Italia on 30 ottobre 2013 at 09:00

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Vorrei personalmente congratularmi con l’intera classe dirigente italiana per lo straordinario risultato ottenuto nel 2013.

Dopo 20 anni di duro lavoro, è riuscita nell’obiettivo: far retrocedere l’Italia dal G8… al G20.

Come riportava qualche giorno fa il quotidiano “La Repubblica”, questa classe dirigente che -per dirla con il buon Josè Mourinho- è a tutti gli effetti #zerotitoli, ci ha fatto scivolare in nona posizione nel ranking mondiale dell’Fmi, dietro a Usa, Cina, Giappone, Germania, Francia, UK, Brasile e Russia. Lontani, lontanissimi i fasti del 1986, quando sorpassavamo la Gran Bretagna e ci piazzavamo al quinto posto. 27 anni dopo, abbiamo perso ben quattro posizioni. Fuori dal G8, retrocessi.

Rispetto al 1986, gli Usa sono sempre primi, Giappone, Germania e Francia hanno perso una sola posizione, la Gran Bretagna addirittura ha tenuto botta. Quindi non ci vengano a raccontare favole, sulla crisi del mondo occidentale. La crisi è nostra, strutturale. figlia di una classe dirigente inetta, ignorante e incapace di comprendere la globalizzazione.

E parlo dell’intera classe dirigente: quella politica, quella imprenditoriale, quella universitaria, quella culturale. Un devastante mix di cultura del “piccolo è bello” (con modello famiglia ricca-azienda povera-sussidi da chiedere a questo o quel politico, impastato di buone idee iniziali… ma scarsissima cultura manageriale), a braccetto con i simpatici compari post- pre- o ultrarivoluzionari del ’68, abilissimi ad abbandonare gli ideali di gioventù e a fare network, prendersi le poltrone che contano e sedercisi sopra, tenendole belle calde per figli e amici… fino alla devastazione culturale degli ultimi anni, figlia di televisione trash, ignoranza diffusa e promozione sociale del furbo, dell’evasore fiscale e del delinquente. Che bel mix, nevvero!

In Serie A c’è l’esonero per gli allenatori incapaci… e in Italia, Paese tanto bravo ad applicare la meritocrazia solo nel calcio? (copyright -questo- di Fabrizio Capobianco, imprenditore italiano modello in Silicon Valley).

Andatevi a leggere una delle ultime relazioni del Governatore di Bankitalia Ignazio Visco, persona intellettualmente onesta, una delle poche “mosche bianche” che in Italia appartengono ancora a quella che possiamo definire “classe dirigente”: CLICCA A QUESTO LINK PER LEGGERE LA RELAZIONE “INVESTIRE IN CONOSCENZA, CAMBIARE IL FUTURO”

Ecco uno dei passaggi più significativi della relazione di Ignazio Visco:

Alle carenze nella dotazione di capitale umano, si contrappone il basso livello di domanda di lavoro qualificato espressa dal nostro sistema produttivo. Si genera così quello che ho in più occasioni definito “un paradosso”. Dal punto di vista della teoria economica, a un basso livello di istruzione dovrebbe corrispondere, ceteris paribus, un rendimento della stessa elevato, trattandosi di un fattore relativamente scarso. È questa una regolarità che si osserva per i paesi OCSE, quando si confronti il rapporto tra il reddito da lavoro dei laureati e quello dei diplomati tra 30 e 44 anni con la quota di popolazione in possesso della laurea. In Italia, invece, a un basso livello di istruzione si associa una remunerazione relativamente bassa.

Vi è il rischio che questo paradosso segnali una perversa interazione tra la domanda e l’offerta di capitale umano che ne amplifica le rispettive carenze. Da studi condotti in Banca d’Italia emerge chiaramente che la propensione a investire in nuove tecnologie è ridotta dalla difficoltà che le imprese incontrano nel trovare competenze adeguate nel mercato del lavoro; ne discende un minore rendimento dell’investimento in capitale umano adeguato alle nuove tecnologie e quindi una minore offerta, che acuisce le difficoltà delle imprese e ne frena ulteriormente la domanda. Quasi metà del divario nella quota di laureati tra Italia e Germania è attribuibile a questo tipo di interazioni.

Per sradicare questo circolo vizioso occorre rimuovere gli ostacoli all’incontro efficiente di domanda e offerta di competenze. Da un lato, vi possono essere problemi informativi. Consapevoli della bassa qualità media del capitale umano e incapaci di valutare se un candidato disponga o meno delle competenze necessarie, le imprese potrebbero rispondere offrendo retribuzioni mediamente basse e uniformi e limitando gli investimenti in nuove tecnologie. I giovani, a fronte delle nuove competenze richieste dal mercato, trovano nel sistema scolastico un’offerta formativa spesso inadeguata e ancora tradizionale, pagando con bassi salari e condizioni di lavoro precarie l’incompatibilità tra ciò che sanno e ciò che viene loro richiesto.

Dall’altro lato, non aiutano le condizioni del mercato del lavoro italiano: scarsa mobilità geografica, ridotta dimensione aziendale e conseguente difficoltà ad adottare adeguati schemi di selezione e reclutamento del personale, carenze delle politiche attive del lavoro. I margini ottenuti con la maggiore flessibilità del mercato del lavoro introdotta dalla metà degli anni novanta, e la contestuale riduzione dei salari reali, sono stati troppo poco utilizzati dalle imprese per realizzare gli investimenti in ricerca e sviluppo e in nuove tecnologie necessari per affrontare con efficacia le sfide poste dai grandi cambiamenti degli ultimi decenni. La sopravvivenza delle imprese che non hanno intrapreso il necessario aggiustamento strutturale ha avuto luogo al costo di mantenere bassa la qualità del capitale umano mediamente richiesto, comprimendone la dotazione complessiva e con essa anche il suo rendimento.

Queste considerazioni aiutano a chiarire come la capacità di puntare su una crescita dell’economia, e della società, basata su innovazione e competenze, richieda, nel nostro paese, una pluralità di azioni e il coinvolgimento di più attori, in grado di rompere questo circolo vizioso”.

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  1. Ciao Sergio, da tempo sostengo questa posizione e a volte mi sento dire che sono solo capace a dare giudizi (guarda caso proprio da quelli di quella generazione).
    Credo fortemente che, soprattutto nel mondo delle imprese, si sia verificato questo fenomeno, siamo figli di una classe imprenditoriale che è nata, cresciuta ed affermata in un periodo storico dove tutto quello che toccavi si trasformava in oro senza particolari meriti o bravure di qualsiasi genere, ed invece di accogliere questo ben di dio e capirne il motivo per prepararsi al momento in cui, inevitabilmente, sarebbe andate peggio, hanno pensato di essere delle specie di “supermen” invincibili ed in grado di fare tutto da soli, trovandosi fortemente impreparati in momenti come gli ultimi 20 anni.
    Ed è per questo che ti viene voglia di andartene perchè molto spesso mi domando, vale la pena rimanere qui a combattere per cambiare qualcosa che apparentemente nessuno vuole cambiare?

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