sergionava

Il cuore del Problema

In Declino Italia on 26 settembre 2012 at 09:00

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Outrageous, direbbero gli inglesi. Vergognoso, tradurremmo noi. Il rapporto Cnel sul mercato del lavoro in Italia, pubblicato la scorsa settimana, fa capire molte cose. Fornisce conferme importanti, ma allo stesso tempo certifica l’immobilismo di un Paese che pare pericolosamente giocare al gambero. Mentre gli altri corrono nel Terzo Millennio, l’Italietta “modello 1960” ha deciso che va bene così. Che lo schema del “miracolo italiano” resta la ricetta vincente. Come se non fossero caduti Muri, come se non si fosse accentuata la globalizzazione, come se non fosse arrivata la peggiore crisi economico-finanziaria dagli anni ’30.

Il modello dell'”Italietta anni ’60”, che trova tanti cantori anche nel mondo giornalistico, si struttura più o meno così: capitale umano sottoqualificato, non specializzato, aziende piccole o microscopiche, posti di lavoro con scarsa richiesta di manodopera qualificata, salari bassi e ipertassati.

Stiamo generalizzando, ma il quadro a livello generale è questo. Un vero e proprio suicidio, per quella che fu un tempo -neppure lontano- una potenza industriale. Continuare a vantare una potenza manifatturiera, senza innovare e modernizzare questa “potenza”, senza ingrandirla nelle dimensioni, appare molto simile a quanto fa una certa “classe dirigente” politica, che rievoca i fasti dell’antica Roma, dimenticando la decadenza e il declino successivi. Un po’ come il vecchio campione di calcio, ora a far passeggiare il cane ai giardinetti, mentre sui campi di gioco che contanno ci vanno gli altri.

Arriviamo al rapporto del Cnel:

-in Italia solo il 10% dei giovani under 25 associa allo studio una qualche esperienza lavorativa, contro il 60% della Danimarca e il quasi 50% della Germania e UK.

-in Italia per trovare il primo impiego occorrono 25,5 mesi. In Germania 18, in Danimarca 14,6, in UK 19,4. Peggio di noi solo la Spagna (34,6 mesi). Se guardiamo al tempo necessario per trovare il primo lavoro a tempo indeterminato la musica non cambia: 44,8 mesi in Italia, 21,3 mesi in Danimarca, 33,8 mesi in Germania.

-un quarto dei lavoratori italiani risulta sottoinquadrato, rispetto al livello di partenza di istruzione. Tra i giovani, uno su tre.

-il rapporto evidenzia una volta di più l’incredibile paradosso italiano: “siamo sempre più un’economia che perde lavoratori qualificati ed attrae dall’estero lavoratori con qualifiche basse, esattamente il contrario di quanto stanno facendo i nostri maggiori concorrenti“.

-Paradossale, no? Abbiamo una media di laureati che è la metà della media Ocse, ma riusciamo a farla emigrare in massa: stando al rapporto Cnel, se tra il 1992 e il 2000 erano circa 100mila gli italiani che sceglievano ogni anno di emigrare, nell’ultimo decennio la media è raddoppiata a circa 200mila. I numeri reali, denuncia il rapporto, sono sicuramente superiori. Tanti di questi nuovi emigranti hanno meno di 40 anni, la maggior parte di loro sono laureati.

Attenzione ora a questo ultimo paragrafo, che voglio ben sottolineare, declinandolo in maiuscolo: IL RISCHIO DI DEPAUPERAMENTO DEL CAPITALE UMANO IN ITALIA E’ QUINDI ELEVATO, E COMPORTA UNA PERDITA NETTA PER LO SVILUPPO ECONOMICO DEL PAESE.

E’ questa dunque la reale sfida dell’Italia: riformare radicalmente la politica industriale, spingendola verso una produzione maggiormente innovativa, che incentivi l’assunzione di capitale umano. Questo porterebbe -a cascata- a una spinta verso una maggiore specializzazione e formazione della popolazione attiva, con benefici effetti sulla società nel suo complesso. Una società maggiormente educata è, che lo si voglia o no, una società migliore.

A questo proposito è interessante segnalare anche la ricerca “Fondazione Rocca-Associazione Treellle“, che ci apre un ulteriore spaccato: quello dello spread tra Italia e Germania in materia di education e lavoro. Perché non abbiamo solo un gap di istruzione accademica. Ci manca anche l’istruzione post-secondaria specializzante, che migliora il capitale umano di chi preferisce una professione manuale, rispetto a quella intellettuale. In Italia rappresenta solo lo 0,5%, contro il 14% della Germania.

E’ davvero un quadro allarmante, quello che emerge: il quadro di un Paese dove la popolazione -pur restando indietro rispetto alla media europea- si rivela comunque più progredita rispetto al tessuto produttivo. In entrambi i casi, comunque, si tratta di ritardi che rischiano di condannare l’Italia alla Serie C delle potenze mondiali. Un vero paradosso, per un Paese ricco di talenti e potenzialità.

Il problema è che questi talenti stanno cominciando a scappare tutti.

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