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Giù al Nord

In Fuga dei giovani on 11 luglio 2012 at 09:00

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Una settimana al Nord, per “La Fuga dei Talenti”: nei prossimi due giorni vi segnaleremo iniziative ed eventi nel Nord Ovest. Ma per cominciare, oggi, ci caliamo soprattutto nel Nord Est della Penisola. E non solo…

-Per cominciare, mi ha molto colpito un recente articolo de “Il Gazzettino”, testata storica del Veneto, che ha reso pubblico un sondaggio di Demos: il 57,5% dei giovani intervistati nel Nord Est pensa sia molto o moltissimo importante andare all’estero, per avere una prospettiva lavorativa e di carriera soddisfacente.  Di fatto, ammette il giornale, ormai anche i giovani del Nord Est si sono allineati ai coetanei del resto del Paese, in questa loro voglia di fuga.

Ancora più preoccupante l’analisi delle fasce d’età degli aspiranti espatriandi: il 78% (settantotto percento) degli under 25 del Nord Est vuole lasciare il Paese, percentuale che scende -si fa per dire- al 65% tra i 25-44enni. Ancora più sorprendente: sono le donne a voler lasciare maggiormente l’Italia: così ha risposto il 90% delle under 24. Curiosamente, nella fascia 35-44 anni, la bilancia torna a pendere verso gli uomini: segno forse che siamo di fronte a un crescente “stacco” generazionale. Le ventenni di oggi sono molto più mobili delle trentenni. Potenzialmente, ulteriore capitale umano in partenza: un vero pericolo per il futuro del Paese.

Infine, ça va sans dire, sono chiaramente i diplomati o i laureati i più propensi alla fuga: ben il 65%. Tra le professioni, attenzione alla quota di imprenditori, ora al 70%.

-l’altro dato inquietante, che molto ha a che vedere proprio con il percorso di studi, arriva da un’indagine di Datagiovani per “Il Sole 24 Ore”: il 26,8% dei giovani laureati italiani è “over educated”, vale a dire ha una qualifica di studi superiore alle mansioni che svolge. Più le donne (30,4%) degli uomini (21,6%), ma soprattutto più al Nord Est (28,9%) e al Centro (30, 4%) che in altre aree. Ancora una volta ritorna dunque il Nord Est, zona considerata tra le più produttive del Paese, ma in evidente crisi di identità, con l’avvento della globalizzazione. E un’area in crisi di identità offre inevitabilmente poco ai propri giovani: un dato su cui riflettere, per ripartire immediatamente con una nuova politica industriale.

Guardando al tipo di laurea, come è logico attendersi, sono purtroppo i “dottori” in discipline umanistiche e in scienze sociali a presentare i maggiori tassi di “over education” rispetto al lavoro svolto. Meglio va a medici e ingegneri.

Vi risparmio i dati sul cosiddetto “mismatch“, relativi ai giovani laureati occupati non in attività lavorative poco qualificate, ma in attività che nulla hanno a che vedere col proprio percorso di studi. Basti dire che qui la percentuale è tonda tonda: 25% sul totale: brutte notizie ancora per il Nord Est… qui è addirittura primo, col 29,1% dei suoi laureati, staccando anche il Centro Italia.

I dati sono eloquenti: fotografano alla perfezione un Paese che non sa minimamente valorizzare il proprio capitale umano, giovane e qualificato. O meglio, quel poco che è rimasto.

A questo aggiungo un personale appello, stavolta al Governo: suona davvero paradossale tagliare i fondi all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, da giorni sotto i riflettori per aver attivamente contribuito alla storica scoperta del Bosone di Higgs. Una spending review è necessaria in questo Paese: sicuramente gli sprechi hanno rovinato la struttura produttiva della Penisola e hanno contribuito a porre una seria ipoteca sul futuro dei suoi giovani.

Ma a volte la comunicazione è fatta di segnali. E mai come in questo momento occorre dare il segnale che il futuro dell’Italia si gioca su ricerca, sviluppo e innovazione.

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