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Emergenza continua…

In Fuga dei giovani on 4 luglio 2012 at 09:00

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Follow the data“: dopo “follow the money”, potrebbe essere questa la nuova chiave di lettura per comprendere la portata del fenomeno della fuga dei talenti, che in questo momento sta investendo il nostro Paese. Gli ultimi dati e le ultime iniziative sono eloquenti:

-un innovativo studio del Max Planck Institut for Demographic Research di Rostock, Germania, coordinato dall’italiano Emilio Zagheni (che coincidenza, eh?), ha provato a studiare i nuovi flussi migratori sulla base delle e-mail che i migranti inviano ai propri Paesi di origine. Dallo studio è emerso come il fenomeno dell’emigrazione dall’Italia sia in vertiginoso aumento. Per Zagheni, la mobilità dall’Italia è cresciuta nel periodo 2009-2011, soprattutto per quanto riguarda le donne (questo fenomeno ha riguardato anche Irlanda e Romania, in Europa);

-in un recente incontro dei Giovani Veneti nel Mondo, è emerso come nel Veneto sia ripreso il fenomeno dell’emigrazione all’estero, che riguarda soprattutto giovani e “cervelli” altamente scolarizzati. Situazione ancora non quantificabile numericamente, ma ormai chiaramente percepita dalle “antenne” associative in Brasile, Argentina, Australia e Svizzera. Non più masse compatte, questi nuovi emigranti, ma singoli dalla scolarità elevata e con professionalità spiccate. Non solo lavoratori, ma anche imprenditori, alla ricerca di condizioni ideali per avviare un’impresa.

-in questo contesto, anche gli enti locali stanno ormai percependo in modo chiaro il problema: dopo il Comune di Milano, anche la Regione Piemonte ha annunciato il lancio di un’iniziativa ad hoc per il rientro dei talenti, con l’apertura di uno sportello virtuale e un budget da un milione di euro. L’idea è quella di aiutare tra i 100 e i 150 giovani a tornare nella regione. Pietra miliare di questa iniziativa, realizzata in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano e l’associazione ITalents, è un questionario sui talenti all’estero e i talenti rientrati – CLICCA QUI PER ACCEDERE AL QUESTIONARIO

-ancora più significativo, per paradosso, il rapporto Ocse 2012 sull’immigrazione: non solo i nostri talenti fuggono, ma ormai anche gli stranieri girano alla larga dall’Italia. L’immigrazione, segnala il rapporto, è tornata a crescere nel 2011 nella maggior parte dei Paesi europei, Italia esclusa. Lo stesso rapporto segnala come l’emigrazione dei talenti da Italia, Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna sia in crescita – per l’Italia si parla di 5 persone ogni 1000. Una tenaglia potenzialmente micidiale, per il Belpaese, quella della crescita dell’emigrazione e del calo dell’immigrazione: “se si continua così, entro il 2015 gli attuali livelli di immigrazione non saranno sufficienti a garantire le necessità del mercato del lavoro con una popolazione che invecchia“, ha sottolineato il segretario generale Ocse Angel Gurria. Che ha aggiunto: “se i Paesi Ocse vogliono mantenere gli stessi flussi devono mantenere e migliorare l’attrattività dei lavori offerti“.

Sullo sfondo restano non solo gli ultimi impietosi dati sulla disoccupazione giovanile (36,2%), ma il recente allarme di Bankitalia: “il peso della crisi provoca il peggioramento delle opportunità di lavoro per i giovani in tutte le regioni del Paese. Le opportunità di lavoro per le fasce di età più giovani continuano a deteriorarsi. Nel Mezzogiorno il tasso di disoccupazione delle persone con meno di 30 anni è oltre il doppio di quello complessivo. Nel 2011 la quota di occupati sul totale della popolazione con meno di 35 anni è calata di un punto al Nord e 1,8 punti al Centro“.

L’Isfol attacca: capitale umano e competenze sono una risorsa chiave per la crescita economica, ma l’Italia rischia una contrazione del suo livello di competitività, perché non riesce ad investire efficacemente su questo fronte. L’atto d’accusa dell’Isfol è chiaro: la Penisola, contrariamente ad altri Paesi europei, ha disinvestito nei lavori ad alta specializzazione e tecnici, incrementando invece l’occupazione nelle professioni elementari. Più chiaro di così…

Last but not least, il Centro Studi Confindustria chiosa: “non siamo in guerra, ma i danni economici fin qui provocati dalla crisi sono equivalenti a quelli di un conflitto. Ad essere colpite sono state le parti più vitali e preziose del sistema-Italia: l’industria manifatturiera e le giovani generazioni“.

Non resta che rimboccarsi le maniche: la sfida è enorme, e per vincerla serve l’apporto di tutti, anche di chi ha lasciato l’Italia, e vuole lottare per il suo Paese. Certo: occorrerebbe anche cominciare a fare a meno di tutte quelle forze parassitarie e lobbistiche (nel senso più deteriore del termine), che hanno affossato il Paese. E questa è la seconda sfida da vincere.

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