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Italia 2.0. La “Riconnessione”

In Declino Italia on 25 aprile 2012 at 09:00

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Trecentomila sono gli italiani altamente qualificati residenti nei Paesi Ocse: questa la stima fatta da un gruppo di ricercatori e professori italiani all’estero, presentata la scorsa settimana all’Aspen Institute (la ricerca è consultabile, cliccando su questo link).

Il 40% di loro vive in Europa, il 32% negli Usa, sempre secondo la stessa ricerca. Commenta il fisico Antonio Ereditato: “è come se l’Italia avesse un capitale e si fosse dimenticata di dove ha messo le azioni“.

Fa impressione vedere come le idee sostenute su questo blog, e portate avanti da qualche mese anche dall’associazione ITalents, siano ora al centro dell’azione di Governo: il premier Mario Monti ha recentemente dichiarato, anzi, “invocato”, l’incremento della connessione tra i cervelli italiani e quelli all’estero.

Dal brain drain alla brain circulation: abbiamo cominciato a dirlo, nel silenzio generale, tre anni fa. Nel frattempo altri tre anni sono andati bruciati, con un’Italia che si ostinava a ripetere, come un mantra, che la crisi era solo psicologica, che noi stavamo meglio degli altri, che come fanno le cose gli italiani non le fa nessuno, che gli altri erano stati cretini e incapaci nel modo di provocare  poi gestire la crisi. Ma poichè noi siamo più intelligenti, non ne avremmo sofferto. Balle.

Tre anni dopo, le imprese soffrono pesantemente gli effetti della crisi “psicologica” (Berlusconi, ti ricordi?), i giovani non sanno più dove sbattere la testa per trovare un lavoro qualsiasi, e stanno venendo al pettine tutti i nodi irrisolti di un Paese strutturalmente incapace di riformarsi.

Questo Governo ha mosso i primi passi su linee d’azione giuste, almeno nella teoria. Nella pratica, però, senza troppa decisione, senza capire che -proprio attraverso questa riconnessione con i migliori talenti all’estero- passa il rilancio dell’Italia.

E’ giusto e interessante porre le basi teoriche di questa riconnessione, è sicuramente interessante creare quello che è già stato definito il “social network” dei cervelli in fuga (lanciato otto giorni fa al Ministero degli Esteri), ancor più interessante avviare Digitalia e la “task force” delle start-up, come ha cominciato a fare il Ministro Passera. Ma marciamo alla velocità giusta? No.

Questo passo da lumache in gita scolastica ce lo potevamo permettere dieci anni fa. Ora non bisogna camminare e filosofeggiare. Bisogna correre.

Non serve un “social network” dei ricercatori in fuga: serve uno sforzo immane di riconnessione con tutti i migliori professionisti che questo Paese ha messo alla porta. E non per invitarli a darci qualche bella idea: ma per consegnare loro le chiavi della “stanza dei bottoni”. Piantiamola di vedere il problema del “brain drain” come un problema meramente relativo alla ricerca (su questo il Ministro degli Esteri Terzi deve ancora chiarirsi un po’ le idee).

La classe dirigente all’estero è composta da professionisti appartenenti a tutte le classi professionali: richiamiamo i giovani imprenditori, richiamiamo i manager, richiamiamo gli architetti e gli ingegneri, richiamiamo i medici, i registi, i giornalisti, gli avvocati che hanno lasciato questo Paese, schifati da quella melassa corporativa, corrotta e avversa al merito che l’ha azzoppato. Diciamo loro: “ragazzi, abbiamo fatto un casino. Scusateci. Ora avete carta bianca per azzerare tutto e ripartire. Ovviamente avete anche carta bianca per sbattere fuori gli incompetenti e i raccomandati che abbiamo messo nelle leve di comando“. Tabula rasa, insomma. I “social network” ce li potevamo permettere 10-15 anni fa (così li avremmo inventati noi, quantomeno…)

Sulle start-up: un articolo dell’Ap ha -col solito stile anglosassone, poco incline ai giri di parole- spiegato perché qui hanno vita difficile: “la cultura delle start-up si scontra con blocchi pesanti in società, quali quella italiana, tradizionali e avverse al rischio“. Quindi vanno bene le “task force”, ma intanto vogliamo lavorare per eliminare una volta per tutte questi ostacoli da Italia autarchica e provinciale, che pensa che sia giocando in difesa il segreto per vincere? Il contropiede funziona ormai solo nel calcio. Il “catenaccio”, nel mondo globale, è perdente. Riformiamo e liberalizziamo, pesantemente. Semplifichiamo, soprattutto per avviare le imprese giovani. Hanno bisogno di strada libera, non di un asfalto da anni ’60.

Intanto -se guardiamo alla Penisola- tre milioni di persone sono a casa, inattive. Il dato rivela la grande bugia della disoccupazione italiana. Non è inferiore alla media europea. E’ ampiamente superiore: se a livello Ue il nostro tasso di disoccupazione è sotto di circa un punto percentuale, a livello di inattivi la nostra percentuale sul totale della popolazione è del’11,6%, oltre tre volte (tre) la media europea. Non sono a tutti gli effetti disoccupati? Due volte disoccupati: il lavoro non ce l’hanno, e questo Paese li ha talmente fatti rassegnare, che neanche lo cercano. Tra gli “under 25” la quota di inattivi è salita al 33,9%: +3% in un anno. Un giovane su tre. Ormai hanno perso le speranza. Allarme rosso fuoco.

Chiudo con una nota positiva: il Politecnico di Milano ha annunciato che dal 2014 i corsi per gli studenti dell’ultimo biennio di specializzazione e dei dottorati saranno tenuti esclusivamente in inglese. Una preghiera: fatelo davvero.

Ovviamente sono saltati fuori i soliti “Signor No”, tra cui qualche linguista. A loro dico: “tornate nel Medioevo. L’Italia del futuro non fa per voi. Lasciateci progredire, di tempo ne abbiamo perso fin troppo”.

Adelante, internazionalizziamoci. Altrimenti continuerà a succedere quel che già accade da dieci-quindici anni: che saranno i nostri giovani migliori ad “internazionalizzarsi”. Ma autonomamemte. Fuggendo a gambe levate da questo Paese.

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