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Spigolature – 120,1%

In Declino Italia on 7 marzo 2012 at 09:00

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120,1%: è il livello raggiunto dal debito italiano nel 2011, secondo Bankitalia. Il certificato, l’attestato definitivo, di vent’anni di gestione fallimentare del sistema-Paese. E’ un dato da cui ripartire.

Quella che viviamo in questi mesi è probabilmente l’ultima chance, offerta da un mondo sempre più globalizzato a un Paese, l’Italia, che ha saputo estrarre dal cilindro l’uomo giusto (Monti) al momento giusto (novembre 2011). O meglio, all’ultimo secondo utile. Ma senza un vero cambiamento il ritorno agli inferi potrebbe essere molto più rapido del previsto.

I segnali restano allarmanti: il 31,1% dei giovani -a gennaio- era ancora senza lavoro, in leggera ascesa rispetto alla rilevazione precedente. Eppure c’è un settore, quello dell’innovazione e della tecnologia più avanzata, che presenta un grande potenziale di opportunità per il rilancio. Soprattutto dell’Italia. Lo hanno messo nero su bianco anche i leader europei, nell’ultimo vertice a Bruxelles: come sottolinea la Commissione UE, “l’Europa deve migliorare la sua capacità di trasformare la buona ricerca in prodotti innovativi e servizi che soddisfino la domanda del mercato“.

Unire una ricerca innovativa con un tessuto industriale che guarda al futuro e ai nuovi settori tecnologici, ferma restando la capacità di innovare i prodotti manifatturieri più tradizionali e valorizzare al meglio i simboli del “made in Italy” (in primis l’agroalimentare), è la strada per riportare l’Italia sui binari. Almeno da un punto di vista produttivo.

Una precondizione necessaria ad altre trasformazioni, utili ad abbattere quel numerino di cui sopra (120,1%), cancellando il fallimento cosmico della “classe dirigente” (uso le virgolette non a caso…) che ha governato questo Paese negli ultimi 20 anni. Ne abbiamo parlato spesso: nessuna remora a liberalizzare, abbattendo ogni tipo di benefici corporativi degli ordini (e su questo il Governo Monti ha fatto davvero troppo poco), nessuna remora a ridisegnare il sistema di welfare e mercato del lavoro (still waiting…), nessuna remora a forzare la mano a una cultura troppo anti-giovanile, troppo familistica, troppo poco orientata al merito anche sul luogo di lavoro. Persino le multinazionali, qui, devono assumere la dovuta quota di “raccomandati”, per sopravvivere in questa cultura conservatrice da Terzo Mondo.

Perché scrivo questo? Perché sta cominciando ad emergere un messaggio che reputo molto giusto, che condivido al 100%, ma che salta un passaggio fondamentale. Questo messaggio l’ho visto ben delineato nel recente articolo di Federico Rampini “Partire non è per sempre – Lavorare all’estero allarga l’orizzonte e aumenta le possibilità. Anche quella di tornare“. Il messaggio è: partite, acquisite competenze e professionalità all’estero, tornate e restituite al vostro Paese quanto appreso.

Bene, ottimo: noi intanto lavoriamo però per rendere questo Paese un Paese in grado di accogliere questi giovani “esploratori”. Quando tornano devono sentirsi valorizzati, non respinti. Devono trovare canali di ingresso trasparenti, non devono sentirsi tagliati fuori, solo perché manca loro la “raccomandazione”. Se non azzeriamo i presupposti vergognosi che impediscono il rientro, non potremo passare alla “fase 2”.

Questi giovani hanno tra le mani la chiave per cancellare dai libri di storia quella vergognosa cifra di cui sopra (120,1%). Lavoriamo per garantire loro un terreno di gioco moderno ed europeo. A costo di fare tabula rasa di (quasi) tutto.

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