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Le nuove “Modest Proposals”

In Meritocrazia on 8 febbraio 2012 at 09:00

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459.000: è il numero di giovani disoccupati italiani, secondo il rapporto che il presidente della Commissione Europea José Barroso ha presentato ai 27 leader UE, nel corso dell’ultimo summit a Bruxelles. Si tratta di un numero ovviamente al ribasso. In primo luogo, perché tiene conto solo degli under 25, mentre ormai -come ben sappiamo- la nozione di “giovane” in Italia si estende almeno fino a dieci anni oltre. In secondo luogo, perché temo non tenga conto neppure degli inattivi, di chi cioè il lavoro ha smesso proprio di cercarlo. E sono tanti.

Siamo certamente monitorati da vicino da Bruxelles: fortunatamente l’Europa, seppure con un po’ di ritardo, ha compreso la portata della crisi giovanile nel Continente. Proprio la Commissione Ue invierà nei Paesi più colpiti (quali l’Italia) una task force sull’impiego giovanile, per progettare -insieme al Governo- l’utilizzo in questa chiave degli otto miliardi di fondi strutturali non spesi (cui aggiungere la quota di co-finanziamento nazionale, che di fatto raddoppia la cifra a 15-16 miliardi). Soldi nuovi, soldi “dimenticati” da chi avrebbe dovuto occuparsi di investirli nella crescita delle aree più arretrate… soldi ora maledettamente utili per contrastare questa “piaga”, come l’ha definita lo stesso premier Mario Monti.

Per dare l’idea di come ci siamo ridotti, per dare l’idea di quanto ormai apparteniamo alla “Serie B” dell’Europa (con rischio di retrocessione nella “Serie C”), elenchiamo i Paesi con i quali condividiamo la task force: Grecia, Spagna, Slovacchia, Lituania, Portogallo, Lettonia e Irlanda. Se politicamente siamo tornati a guidare l’Europa, grazie anche a un esecutivo credibile (un velo pietoso su chi l’ha precedeuto), “strutturalmente” stiamo prendendo finalmente coscienza del crescente gap che ci separa dal Continente.

Che fare? Queste settimane ci hano fatto girare la testa, con polemiche che stanno rasentando il ridicolo. Dopo aver pubblicato per mesi e mesi dati sulla vergognosa situazione dei giovani in questo Paese, e sui motivi che li spingono ad emigrare, proviamo ad azzardare qualche nuova “Modest Proposals“. Consideratele una versione rivista e aggiornata di quelle pubblicate tre anni fa nel libro “La Fuga dei Talenti“.

Partiamo da un assunto: finalmente di certi problemi si parla, inquadrandoli per quello che sono. Prima parlavamo solo di intercettazioni telefoniche, come se fossero l’unico grande problema del Paese. Ricordiamoci da dove veniamo, per cominciare. In quale “bolla” eravamo finiti…

1) Una riforma del mercato del lavoro è necessaria. Lo status attuale, con 46 tipi di contratti diversi, riflette un’anarchia da Paese del Terzo Mondo.

2) Articolo 18. Non può essere considerato un tabù. Il mondo in quarant’anni è cambiato. Un Paese moderno si sa aggiornare, adeguandosi alla globalizzazione. Che poi l’articolo 18 sia l’origine di tutti i mali pare oggettivamente un po’ esagerato… Ma va modernizzato.

3) Contratto unico. E’ a tutti gli effetti l’unica vera soluzione, in questo momento. Sgretolerebbe un po’ di questo vergognoso dualismo, tra gli “straprotetti” e gli “esclusi”. L’Europa lo apprezza e ci loda quotidianamente per questa proposta (finora declinata in tre modi diversi, ma con un unico denominatore). Da bravi italiani, facciamo ovviamente l’impossibile per non applicarla.

4) Welfare. Riformando l’articolo 18, non si può non introdurre una vera rete di protezione sociale, che comprenda un reddito minimo garantito, un serio programma di riaccompagnamento, riqualificazione e riorientamento al lavoro per chi lo perde. Sul modello danese (o tedesco), perché no? Va rovesciata la percentuale di chi utilizza i centri per l’impiego pubblici: attualmente parliamo solo del 3% di chi cerca lavoro, occorre almeno decuplicarla.

5) Selezione. Riprendo una vecchia proposta del libro: allora proponevo di prevedere premi economici per le aziende che introducono una selezione strutturata quale unico canale di reclutamento. Ora, sulla scia dei risultati ottenuti con la tecnica di contrasto all’evasione, rilancio: obbligare per legge a rendere pubblico e contendibile qualsiasi nuovo posto di lavoro, pubblicizzandolo su almeno tre quotidiani, una radio, cinque siti web, oltre che sul sito dell’azienda. Poi vediamo se l’85% delle offerte di lavoro continua a restare nascosta, in Italia…

6) Raccomandazione. Resto fermo nell’idea di renderla un reato, a fronte di prove incontrovertibili. Chi raccomanda un incapace, soprattutto nel settore pubblico, usando questa raccomandazione come merce di scambio, deve risponderne penalmente. Poi vediamo se non aumenta anche il livello della nostra classe dirigente. Attenzione: distinguiamo tra segnalazione all’anglosassone (da incentivare) e raccomandazione all’italiana (da reprimere).

7) Incentivi. Introdurre regole per slegare gli incentivi e gli adeguamenti salariali dal solo parametro dell’anzianità. Rendere obbligatoria l’assegnazione di premi e incentivi aziendali sulla base di risultati oggettivamente misurabili. Chi produce di più deve essere premiato di più, anche se ha solo 26 anni. Un 55enne che scalda la poltrona, senza produrre uno spillo, può vedersi ridurre -al contrario- lo stipendio, a fronte di una produttività oggettivamente inesistente. Ciò può finalmente portare ad avere top manager di 35 anni, perché estremamente produttivi. Insomma, nel settore pubblico e in azienda -per legge- deve avanzare chi merita, non chi è più anziano. Il datore di lavoro deve poter derogare a contratti collettivi, per premiare chi produce di più.

8) Resto infine fermo sull’idea di introdurre periodi obbligatori di studio e/o lavoro all’estero per tutti i giovani italiani, co-finanziati dallo Stato e dall’UE, con l’obiettivo di aprire la mente e gli orizzonti di tutti. Vedrete se non tornano cambiati, pronti a guidare il Paese con una visione internazionale.

Le polemiche di questi giorni contrappongono -come sempre- due Italie. Perché esistono due Italie. C’è un’Italia immobile, che spera di conservare all’infinito privilegi morti e sepolti, solo perché sono appartenuti ai genitori. E c’è un’Italia moderna, che vive fuori dai nostri confini e dentro i nostri confini. La prima è composta dalla “classe dirigente” (che eufemismo!), che ci ha governato sinora, insieme a quella grande fetta di Paese colluso con questa mentalità da do ut des quotidiana.

La seconda, aperta alla globalizzazione, è la classe dirigente del futuro. Sa che occorre modernizzare questo Paese, intaccando certi privilegi ormai superati, per compensarli con forme più moderne di incentivazione e protezione sociale.

E’ soprattutto una battaglia culturale: non basta una legge o una riforma per vincerla. La legge o la riforma sono la base. Poi serve il grande contributo delle aziende (che devono introdurre logiche nuove di selezione, salari, progressioni di carriera, ecc.), dei sindacati (che devono capire che il mondo è cambiato) e soprattutto della gente di questo Paese.

Che deve capire che l’Italia del Mulino Bianco non esiste più. L’Italia “buonista”, familista, conservatrice al massimo grado, dove si uccidevano le generazioni future nel nome del “volemmose bene“… è finita. Ora deve nascere l’Italia del merito. Dove a tutti vengono fornite uguali condizioni di partenza. Ma non di arrivo. Chi è più bravo e merita di più vince. Chi pensa che basti una “spintarella” di papà perde. Ed è fuori. Per sempre.

 

 

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