sergionava

“Disarmo multilaterale”

In Declino Italia on 11 gennaio 2012 at 09:00

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Mi è piaciuta, nella sua raffinatezza, l’espressione utilizzata domenica dal premier Mario Monti sul “disarmo multilaterale di tutte le corporazioni“. Il messaggio giusto, al momento giusto: andrebbe meglio tradotto nel “disarmo multilaterale” di tutte le caste e i privilegi che -in questi ultimi anni- hanno reso possibile, statistiche alla mano, l’impoverimento progressivo di una fetta sempre più ampia della popolazione, in particolare dei giovani. A vantaggio di una minoranza del 10%, che detiene circa la metà della ricchezza nazionale.

Quest’Italia delle lobby ha prodotto un cortocircuito insostenibile, che sta spingendo il nostro Paese fuori dai binari della globalizzazione e della modernizzazione.

Ricevo sempre più lettere di giovani che cercano un modo di andarsene. Alcuni hanno anche figli piccoli. Non vedono -in questo Paese- una speranza di futuro. I dati, ancora una volta impietosi, danno loro ragione:

-secondo Eurostat, in Italia oltre due persone su tre in cerca di lavoro si affidano a intermediari (parenti, amici o sindacati). Parliamo del 76,9% dei casi, otto punti sopra la media dell’Eurozona, quasi il doppio rispetto alla Germania. Ci battono solo Grecia, Irlanda e Spagna. Gli annunci di lavoro risultano quasi sconosciuti nel Belpaese: meglio i contatti informali. Ora capiamo da dove arriva la nostra classe dirigente…

-quando anche il lavoro si trova, non serve aver studiato: secondo l’indagine Excelsior, ripresa in grande evidenza dal “Corriere della Sera”, nel 2011 le aziende italiane hanno assunto 208mila “under 30”. Di questi, solo 14,8% erano laureati. In quasi la metà dei casi il diploma è stato più che sufficiente. Quasi due su tre hanno avuto un contratto a tempo determinato. Si cercano insomma operai specializzati e commessi, in Italia. Studiare non serve: l’investimento in capitale umano resta un miraggio, per un Paese che si sta autocondannando al declino…

-sarà anche colpa della poca presenza di multinazionali, in Italia? Lo denuncia pure Confindustria. Di fatto, l’autarchia italiana del “piccolo è bello”, insieme a una giungla burocratica degna di Tarzan, ha allontanato gli investimenti esteri nel nostro Paese. Le 14mila aziende a controllo straniero offrono occupazione a 1,3 milioni di persone, con 500 miliardi di ricavi. Hanno performance migliori per valore aggiunto, redditività, investimenti e spese per ricerca. Ma, con appena 337 miliardi di stock, presentano un peso troppo marginale: la metà di Spagna e Germania, un terzo rispetto a Francia e UK. Nell’ultimo biennio, i flussi in entrata sono calati del 53% (!), contro il -7% appena registrato dai partner europei. Troppa autarchia fa male a concorrenza e merito…

un italiano su due è disposto a trasferirsi all’estero, per migliorare la propria condizione professionale, secondo l’indagine “Work Monitor Randstad”. La stragrande maggioranza (53%) per motivi di retribuzione, ma quasi uno su tre (32%) anche solo per poter svolgere un lavoro più in linea con le proprie aspettative.

E allora avanti: servono le liberalizzazioni, che devono distruggere le posizioni di rendita precostituite di lobby ed Ordini.

Serve una riforma del mercato del lavoro, orientata -per davvero- ai giovani. Via la selva di 46 contratti e contrattini (stime della Cgil). Via libera a un contratto unico, accompagnato da un reddito minimo, in grado di garantire la sussistenza a chi perde il lavoro. E -attraverso un potenziamento dei centri per l’impiego- aiuti una ricollocazione professionale.

Incentiviamo l’investimento in formazione, portando le imprese a puntare maggiormente sull’innovazione, per allargare la platea di lavoratori ad alto tasso formativo aggiunto. L’Italia deve modernizzarsi, tagliando i rami secchi produttivi ormai fuori mercato, per aprire ai comparti più innovativi ed in linea con la globalizzazione.

Infine, permettetemelo: caccia senza quartieri agli evasori fiscali. Anche loro hanno affossato questo Paese, rubando ricchezza agli altri, agli onesti. Finiscano in carcere. O scappino all’estero. Per loro qui non ci deve essere più posto. Sono solo parassiti. Delinquenti.

Propongo uno scambio: mandiamo gli evasori in esilio. E riprendiamoci i tanti giovani professionisti di talento e onesti che stanno facendo grande l’Italia all’estero. Giovani che avrebbero tanto da dire -e da fare- per la ricostruzione dell’Italia.

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  1. un ottimo articolo quello di oggi! Il dramma é che purtroppo noi giovani non abbiamo tempo di aspettare che l’Italia si rimetta in carreggiata con i suoi soliti tempi, o le cose cambiano tutte assieme e in fretta, o la battaglia é comunque persa e non resta purtroppo altro che la fuga (come é successo a me). Studiare oggi in Italia non serve a molto, e chi lo fa viene quasi punito con condizioni lavorative pessime e, in certi casi, con l’nica alternativa dell’esilio volontario. Davvero un gran brutto paese…

  2. Grazie Italicus!

  3. E’ tristissimo rendersi conto che diverse generazioni in Italia sono ormai “bruciate” da questa combinazione di crisi internazionale e crisi del “sistema” italiano. Se e quando l’Italia diventera’ un posto migliore dove vivere, ormai sara’ troppo tardi per loro per realizzare i propri sogni. Che spreco!!!

  4. Ciao Sergio, leggo sempre con grande interesse il tuo blog.
    Sono uno dei giovani in fuga (prima 5 anni in Irlanda, e da una settimana in Canada alla ricerca di lavoro).

    Mi trovo quasi sempre d’accordo con quanto scrivi: la tua amarezza per le condizioni dell’Italia è la mia amarezza.
    Permettimi però una presa di posizione sull’evasione fiscale.
    Oggi va tanto di moda dare addosso agli evasori, additati come causa di tutti i mali.
    Secondo me è necessario fare distinzioni. Evasore non è solo il gioielliere che denuncia 18mila euro all’anno, ma anche l’imprenditore che evade qualche tassa per sopravvivere.
    Ci sono molti, troppi imprenditori che, se pagassero tutte le tasse dovute, dovrebbereo chiudere bottega.

    Ora ti faccio questo esempio. Io sono un imprenditore. Evado le tasse sì, ma produco lavoro, ricchezza. Vendo beni e servizi che altri acquistano, assicuro uno stipendio ai miei dipendenti, che così potranno comprarsi casa. Insomma, nel mio piccolo faccio girare l’economia.
    Lo Stato mi chiede una quota della mia ricchezza, con la forza (se non pago minaccia di punirmi). Quello stesso Stato che spreca miliardi di euro in opere pubbliche inutili, in carceri completate e mai inaugurate, in ospedali ultimati e ora da demolire perché mai utilizzati, in enti pubblici inutili che sono tenuti in piedi solo per assicurare stipendi a qualche clientela elettorale.
    Domanda. Chi è il parassita? Io imprenditore che creo ricchezza e lavoro, o lo Stato che mi estorce denaro per sprecarla in spese improduttive?

    Allora mi sta bene pagare le tasse, ma lo Stato cominci a fare buon uso del denaro dei contribuenti, prima di fare prediche ipocrite con tanto di spot televisivi contro gli evasori fiscali.

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