sergionava

Ricostruire. Ora.

In Declino Italia on 9 novembre 2011 at 09:00

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Scrivo queste poche righe -come di consuetudine- all’inizio di una settimana difficile per l’Italia. L’ennesima. Al di là di ciò che accade, è accaduto o accadrà sul fronte politico, bisogna solamente annotare che siamo arrivati alla fine di questo 2011 nel peggior modo possibile.

Privi di ogni credibilità sul fronte internazionale, commissariati da Ue ed Fmi, addirittura a rischio bancarotta. Quando ho scritto “La Fuga dei Talenti“, due anni e mezzo fa, avevo messo in guardia da un’Italia in declino, che stava scivolando verso un crinale pericoloso, mentre -in quelle settimane- un allegro ultrasettantenne andava in giro a ripetere col sorriso sulle labbra che la crisi non esisteva, che eravamo il miglior Paese al mondo, e che occorreva spendere soldi che non avevamo per alimentare l’economia.

A distanza di due anni e mezzo, non sono certo felice di aver avuto ragione. Avrei voluto avere torto. Ma sapevo già di avere ragione. Era tutto scritto nei dati e nelle statistiche che -già all’epoca- occupavano l’intera introduzione del libro. Dati ora superati… in peggio, ovviamente. Devo però ammettere che gli eventi succedutisi da questa estate hanno superato persino le mie peggiori previsioni. Mai avrei pensato di vedere l’Italia da sola sulla linea del fuoco, dopo che persino la Grecia è riuscita -almeno per un po’- a sfilarsi dalla trincea, prendendo fiato. Complimenti sentiti a questa classe dirigente, un capovaloro di inettitudine, mediocrità e disonestà intellettuale che ha superato persino i modesti greci, peraltro campioni mondiali del “tengo famiglia”. Abbiamo vinto. E la pagheremo cara, per questo.

Ora ricostruiamo, premesso che chi ci ha portati fin qui deve pagare per tutto questo. Penalmente, intendo. Nella civilissima Islanda i politici responsabili della bancarotta sono finiti alla sbarra. Che dire di questa classe dirigente (tutta, non si comanda mai da soli), che ci sta imponendo una tassa giornaliera sui mercati, a causa dei suoi fallimenti? Tassa che paghiamo noi contribuenti?

Ricostruiamo, dicevo. Facciamolo tenendo conto delle macerie lasciateci in eredità. Il demografo Alessandro Rosina ha calcolato che -nel rapporto inattivi/occupati- facciamo peggio solo di Ungheria e Turchia, col nostro 110,5%, oltre trenta punti in più rispetto alla media Ocse. Sono più quelli che non lavorano, rispetto agli occupati, in Italia. Ditemelo: dove va un Paese così? Quali speranze ha? Come può mai pensare di crescere, quando i primi ad essere senza lavoro sono i giovani, il suo futuro?

Le misure anticrisi del Governo (imposte, non dimentichiamolo mai, dall’Europa, non liberamente scelte) sono semplicemente riassumibili in un “too little, too late“. Andavano prese dieci anni fa.

Le ricette degli economisti si sprecano, anche se alla fine si assomigliano un po’ tutte: riformare il mercato del lavoro, flessibilizzandolo a fronte di maggiore tutele (una flexsecurity vera…) per favorire i giovani; liberalizzazioni al cubo; interventi sulle pensioni in un’ottica di solidarietà intergenerazionale; diminuzione del cuneo fiscale; ripensamento della politica industriale, in un’ottica di maggiore innovazione; migliore gestione delle politiche migratorie, in modo da attrarre “cervelli”, anziché considerarli alla stregua di potenziali criminali. Politiche coraggiose e lungimiranti, non le caricature impaurite e xenofobe che abbiamo visto finora. Giocare all’attacco, insomma, non in difesa: la Penisola è troppo piccola per giocare all’autarchia.

Basterebbe poco: basterebbe investire seriamente su quei giovani lasciati per troppo tempo ai margini, al punto che -come informa Datagiovani- degli oltre 262mila lavoratori che hanno perso un’occupazione nel primo trimestre del 2011, quasi la metà ha meno di 35 anni. Oltre 50mila di loro non cerca più attivamente lavoro. L’85% di chi ha perso l’impiego aveva un contratto da dipendente, il 9% era collaboratore, il 6,4% a progetto. La situazione è talmente drammatica che l’ennesimo sondaggio sui giovani in fuga, questa volta commissionato da Famiglia Cristiana, vede il 41% degli intervistati consigliare ai giovani laureati l’espatrio, per trovare lavoro.

Ricostruire, dicevamo. Una base c’è. Come dimostra la ricerca presentata alla “Mind The Bridge Competition”, sta nascendo una nuova classe di giovani imprenditori. Aperta all’innovazione e a un modo diverso di fare impresa. Chiedono denaro ai venture capitalists, tanto per cominciare, nel 69% dei casi. Il profilo dell’imprenditore medio del settore è: 32 anni, residente al Centronord, laureato – se non in possesso di un Master o di un Dottorato. Uno su tre ha lavorato all’estero. E se non ci sbrighiamo a trattenerli, ci torneranno: la stessa ricerca sottolinea come uno su dieci abbia già deciso di costituire la propria azienda Oltralpe. Perché l’Italia non risulta attrattiva. Sono il futuro della nostra imprenditoria: innovazione, ricerca e sviluppo, attrazione di cervelli. Investiamoci: a cascata daranno lavoro anche a tanti giovani di talento, che vedranno ampliarsi le occasioni di crescita professionale. Qui, non altrove.

Soprattutto, dovremo imparare anche a valorizzare i talenti che qui non arrivano: lo sapete che, insieme a Malta e Portogallo (le solite compagnie di giro di prestigio… con tutto il rispetto) siamo l’unico Paese a non aver dato alcun segnale a Bruxelles sull’implementazione della Direttiva sulla Carta Blu? Una normativa fondamentale per attrarre in Europa “cervelli” qualificati, di cui soprattutto il nostro Paese avrebbe enorme bisogno. La Commissione Europea ha aperto una procedura. Che dimostra la totale mancanza di volontà da parte del Governo -e del sistema-Italia, che non pare essersene interessato- all’attrazione di “cervelli”. Il paradosso è che, se la memoria non mi inganna, a lavorare su questo dossier fu l’allora Commissario Europeo Franco Frattini. Il nome vi suggerisce qualcosa?

Tre piste: giovani, innovazione, attrazione di talenti. Un buon punto di partenza per ricostruire.

Good luck, Italia!

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  1. Ciao a tutti,
    sono Riccardo, dopo aver passato gli ultimi 7 anni della mia vita all’estero, in diversi paesi europei e non solo, l’anno scorso ho preso la sofferta decisione di tornare in Italia. All’estero ho frequentato importanti università per specializzarmi nel campo dell’ingegneria dei materiali e da li ho iniziato la mia “gavetta” fino ad arrivare a ricoprire importanti posizioni o incarichi in diverse rinomate aziende.
    Ancora oggi, a quasi un anno di distanza da questa scelta, mi chiedo se sia stata la più giusta. Non mi riferisco a questioni personali, d’altra parte ognuno ha le proprie e non credo che interessi a nessuno, quanto piuttosto al panorama, piuttosto desolante, di aiuti, incentivi e sostegni all’iniziativa privata che le amministrazioni potrebbero mettere in campo.
    Penso di non essere il solo a vivere questa situazione e concordo pienamente con il titolo di questo post: ricostruire. ora. ma come?
    quali possono essere le proposte, le iniziative o gli interventi da pretendere da parte dei nostri governanti per sostenere e stimolare chi dopo anni di esperienza e formazione all’estero ha deciso di rimettersi in discussione per il proprio paese, il proprio territorio?

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