sergionava

Rischio Estinzione

In Fuga dei giovani on 14 settembre 2011 at 09:00

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Oggi mi faccio da parte. Il tradizionale “post” di riflessioni del mercoledì lo lascio a un articolo che ho trovato due giorni fa sul settimanale “Affari & Finanza”. “Cervelli in fuga – L’azienda è a caccia di laureati qualificati“, a firma di Andrea Rustichelli, sintetizza alla perfezione molti degli studi, delle ricerche, delle considerazioni e delle storie fin qui raccolte. Un utile “bigino”, per spiegare anche ai più scettici perché questo è un Paese dal quale fuggono i giovani migliori.

Fuori intanto i mercati continuano a martellare pesantemente una nazione che ha perso ormai ogni credibilità (soprattutto politica), mentre le principali organizzazioni internazionali tagliano ulteriormente le previsioni di crescita per il Belpaese (Ocse: per il 2011 solo +0,5%…; Fmi +0,8% – se non sono briciole queste). Qualche altro dato:

nella classifica sulla competitività stilata dal World Economic Forum l’Italia è 43esima su 142 Paesi, sempre ultima tra i Paesi del G7. Mercato del lavoro troppo rigido, elevato livello di corruzione e crimine, percepita mancanza di indipendenza del sistema giudiziario: questi alcuni dei fattori che minano la nostra competitività.

-dalla crescita alla formazione: nel Qs World University Ranking 2011 figura una sola università italiana, ma solo prendendo in considerazione le prime 200 (duecento!) posizioni. Si tratta dell’Alma Mater di Bologna. Ovviamente è 183esima, ben lontana dalle prime posizioni.

-infine gli stipendi, per i giovani professionisti del Belpaese: secondo l’indagine del Trendence Institute, un neolaureato italiano in uscita dalla Facoltà di Economia si aspetta un salario di 19.837 euro (contro i 43.100 euro di un collega tedesco!), un neolaureato in uscita da Ingegneria punta a una paga di 20.864 euro (il tedesco : 44.343!) Se andiamo a vedere le tabelle, i nostri neolaureati hanno attese salariali migliori -in Europa- solamente rispetto ai colleghi bulgari, cechi, greci, ungheresi, polacchi, portoghesi, rumeni, slovacchi, spagnoli e turchi. Peccato solo che -se gli stipendi per i giovani italiani sono paragonabili a quelli dei colleghi mediterranei e dell’Est Europa- il costo della vita nel Belpaese sia molto più simile a quello dei Paesi del Nord Europa!

Alla luce di tutto questo ben si comprende l’articolo che alleghiamo. Prima però una riflessione veloce: ma non è che -per dirla con il regista Davide Ferrario- l’Italia, e gli italiani, si stanno estinguendo?

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CERVELLI IN FUGA – L’AZIENDA E’ A CACCIA DI LAUREATI QUALIFICATI

di Andrea Rustichelli, “Affari & Finanza”, 12/9/2011

«L’Italia? Ci torno molto volentieri, ma solo in vacanza». C’è un fondo di ironia nella voce di Roberto M., 38 anni, architetto romano trapiantato negli Usa. La sua è una storia come tante: di italiano il professionista ha praticamente soltanto la formazione universitaria (apprezzata). Dopo qualche anno a Barcellona, dal 2003 Roberto lavora a New York, rinunciando a un posto sicuro nella piccola e avviata azienda di famiglia. «Qui è dura, nessuno ti regala niente: non ci sono ferie lunghe o ponti. La crisi si sente. Ma chi vuole intraprendere, in qualsiasi campo, trova spazio: se non altro per tentare di raggiungere i propri obbiettivi».
È esattamente quello che all’Italia manca e che spinge i talenti migliori a cercare altrove. Non solo nella ricerca scientifica, ambito che è spesso sotto i riflettori, ma pure nelle professioni economiche e gestionali. E così c’è una corposa emorragia verso l’estero anche da parte di manager e professionisti d’azienda, al punto che le imprese nostrane spesso faticano a trovare le risorse migliori. Come Valerio Bruno, classe 1973 e laurea in giurisprudenza. Fa il giurista d’impresa in Lussemburgo, per Amazon. Anche per lui vale il motto: formazione (e relativi costi) italiana, professionalità internazionale. «Faccio il senior corporate counsel – spiega e mi occupo dell’acquisto dei contenuti digitali per Kindle, il nostro lettore di ebook. Perché restare all’estero? Maggiori potenzialità di carriera, guadagni più elevati, più meritocrazia e meno lottizzazioni».
Il paradosso è qui: coltiviamo cervelli eccellenti, ma poi li lasciamo andare via. È un problema di sfiducia. «Perché un laureato del Politecnico dovrebbe restare, quando all’estero guadagna il doppio o il triplo? E poi ci sono altri due fattori fondamentali che le aziende in altri paesi offrono: formazione e merito», osserva Filippo Abramo, presidente dell’Associazione Italiana Direttori del Personale (è stato eletto anche alla guida dell’omologa organizzazione europea, EAPM). «Un laureato italiano in ingegneria – dice Abramo è un capitale enorme: per formarlo, il sistema nel suo complesso spende 1 milione di euro. Ma spesso ce lo lasciamo sfuggire. Qualcuno ha calcolato che i nostri giovani laureati all’estero siano circa 50 mila: è un esercito in fortissima crescita, in cui sono preponderanti le professioni dell’economia e dell’industria».
Punto cruciale e sintesi dei rapporti tra imprese e professionisti d’eccellenza è il fattore merito. Il quadro che emerge dell’Italia, a corollario del famigerato familismo, è quello della paura del talento: chi è bravo è anche temuto dall’establishment e spesso viene emarginato. Lo racconta bene il libro di un manager noto, Pier Luigi Celli (ora direttore generale della Luiss), “La generazione tradita”. Gli adulti contro i giovani (e si potrebbero citare anche altri libri recenti, che sono pure dei blog: “La fuga dei talenti” di Sergio Nava o “La repubblica degli stagisti” di Eleonora Voltolina).
«I datori di lavoro, anche quelli solidi, non riescono a fidelizzare sufficientemente i talenti, a farli restare», dice Gilberto Marchi, presidente di Assores, l’Associazione Italiana delle società di ricerca e selezione. «La lacuna più sentita tra i neolaureati è la mancanza di un ambiente ricettivo per le loro proposte. C’è una sorta di barriera di ingresso: i più anziani, ma spesso anche i quarantacinquenni, sono diffidenti. È colpa di una prevalente cultura aziendale: e la crisi ha accentuato questa forma di egoismo».
La strettoia che respinge i talenti d’impresa è un tema particolarmente sentito dall’associazione dei manager del settore privato. «In Italia il panorama prevalente è quello delle piccole e medie imprese. Spesso questo contesto non appaga la ricerca di sfide che anima i più ambiziosi», afferma Giorgio Ambrogioni, presidente di Federmanager. Ma la propensione verso l’estero non riguarda soltanto i giovani. C’è infatti un fenomeno speculare, più silente e aggravato dalla crisi. Così, pure molti professionisti senior, superato lo spartiacque dei 50 anni, sono costretti a fare le valige.
«La tendenza – spiega Ambrogioni è in aumento: l’età e l’esperienza sono spesso considerate un peso. E allora, senza barriere di protezione e con maggiori sacrifici rispetto a un ventenne, questi manager rifiutano la logica della rottamazione e scelgono la via dell’estero. E non di rado si affermano, specie nei paesi dove il settore manifatturiero è in via di sviluppo».

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