sergionava

Miserable Expectations…

In Declino Italia on 31 agosto 2011 at 09:00

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E’ un cumulo di detriti, colmo di incertezze, quello che ci ha consegnato l’estate appena trascorsa. Il “fortino Italia” è stato sfondato con una facilità impressionante dai venti della crisi, mettendo a nudo tutti i limiti e le debolezze strutturali di una nazione che non cresce più da vent’anni. Unico Paese del G8 a venire -de facto- commissariato da istituzioni esterne, l’Italia rischia seriamente di fare la fine che avevamo pronosticato due anni fa, quando pubblicammo “La Fuga dei Talenti” e lanciammo online questo blog.

All’epoca si negava ancora la crisi e si spandeva ottimismo, affermando che quel venticello di depressione avrebbe -al più- solleticato le solidissime fondamenta del Belpaese. Anzi, saremmo usciti da questo periodo con molto più slancio di altri. Due anni dopo, i catastrofici risultati di una classe dirigente inetta sono sotto gli occhi di tutti. Mai viste tante manovre finanziarie tutte insieme, una dopo l’altra, in un lasso di tempo limitatissimo, mentre l’Europa ci dettava le linee guida e i nostri -presunti- leader smentivano il giorno dopo quello che avevano affermato solo 24 ore prima.

La perfetta fotografia di una leadership gerontocratica, immeritocratica, corporativa e provinciale. Chiusa al mondo, con un paio di potenti paraocchi. Il tutto mentre la leadership che invochiamo da due anni, fatta di giovani innovativi e dal profilo internazionale, vive ancora sprangata fuori dai nostri confini (non basta purtroppo una legge a farli tornare…), oppure resta -abilmente repressa, nascosta e umiliata- all’interno dei confini stessi. La dimostrazione che le chiacchiere non servono. Servono fatti concreti. Togliete “Trote”, “figli di”, “nipoti di”, “raccomandati da”… e mettete al timone di quel che resta della nave capitani coraggiosi, abituati a solcare i mari della globalizzazione. Innovatori veri. Giovani, di provato merito.

Il tempo perso (gli ultimi due anni) non si recupera più, il treno della modernità è già partito, ma -quantomeno- possiamo tamponare qualche falla e cominciare a costruire una nuova nave, magari più modesta, con cui riprendere a solcare i mari.

Piccolo riassunto di un’altra estate da dimenticare, per l’Italia:

-secondo la Confartigianato, sono un milione e 138mila i disoccupati “under 35” in Italia. Il record negativo nell’Eurozona. Per i giovani fino ai 24 anni, il tasso tocca il 29,1%, contro una media-Ue al 21%. In Sicilia il record negativo di giovani disoccupati.

-secondo uno studio Censis-Unipol, solo il 28,6% delle famiglie con un capofamiglia under 35 riesce a risparmiare. La maggioranza ha invece speso tutto il proprio reddito, rinunciando a comprarsi una casa per vivere in affitto (il 40%). Oltre il il 10% ha dovuto indebitarsi o intaccare i propri risparmi. Anche l’argine della famiglia-ammortizzatore sociale comincia a mostrare le prime crepe.

-per Datagiovani, nel 2010 oltre 427mila giovani hanno perso il proprio posto di lavoro. Quasi il 20% dei disoccupati nel 2010 lavorava nel 2009, e circa il 60% è disoccupato da più di un anno. Le regioni del Mezzogiorno hanno reagito meglio alle dinamiche di involuzione, creando più posti di lavoro rispetto alla media nazionale, con una minore probabilità di perderli nel corso di un anno. Ma l’indice di evoluzione globale mostra come le regioni del centro e di parte del nord, dopo un 2009 pessimo, stiano recuperando parte del terreno perso, mentre il Sud non dà -al contrario- segni di ripresa. Intanto, secondo Unioncamere, il 2011 si chuderà con un saldo negativo tra assunzioni e licenziamenti pari a quasi 88mila posti. Guarda caso, l’unico settore in crescita appare quello dei servizi avanzati. Eccolo qui, il “futuro”, se solo qualcuno fosse in grado di comprenderlo…

-sempre per Datagiovani, tra il 2006 e il 2011 il numero di giovani imprenditori si e’ ridotto di circa 64mila unita’, 7.800 in meno solo nell’ultimo anno. L’area piu’ colpita dalla “moria” di imprenditori under 30 e’ il Nordest. Commercio, costruzioni, alberghi e ristoranti sono le attivita’ a maggiore vocazione giovanile, mentre nell’industria si registra una vera e propria fuga.

Cito, per chiudere, un bell’articolo di Ilvo Diamanti, comparso all’inizio di agosto. Condivido innanzitutto la tesi di fondo, enunciata fin nel titolo: “L’arte di arrangiarsi non ci salverà“. Scrive Diamanti: “Gli italiani, nel Dopoguerra, hanno sempre reagito alle emergenze, interne ed esterne. Basti pensare alla Ricostruzione degli anni Cinquanta e Sessanta. Quando l’Italia divenne uno dei Paesi più industrializzati al mondo. Gli italiani conquistarono il benessere, l’accesso all’istruzione di massa e ai diritti di cittadinanza sociale. […] Oggi dubito seriamente che riusciremmo nella stessa impresa. […] Ci ostacola, anzitutto, la nostra identità sociale. Il nostro “costume nazionale”. Gli italiani, infatti, si sentono uniti dalle differenze, locali e sociali. Sono – siamo – un Paese di paesi: città, villaggi, regioni. L’Italia è, al tempo stesso, un collage, una “casa comune”, dove coabitano molte famiglie. Appunto. Perché gli italiani si vedono diversi e distinti da ogni altro popolo proprio dall’attaccamento alla famiglia. E ancora, dall’arte di arrangiarsi. Cioè, dalla capacità di adattarsi ai cambiamenti e di rispondere alle difficoltà. E, ancora, dalla creatività e dall’innovazione. Un popolo di creativi, flessibili, attaccati alla propria famiglia, al proprio contesto locale. E, puntualmente, lontano dallo Stato, dalle istituzioni, dalla politica, dal governo. Una società familista, in grado di affrontare le difficoltà “esterne” di ogni genere. In grado di crescere “nonostante” lo Stato e la Politica. Si tratta di una cornice condivisa, come ha dimostrato il consenso ottenuto dalle celebrazioni del 150enario. Ma è ancora in grado di “funzionare” come in passato? Penso di no. Il localismo, la struttura familiare e quasi “clanica” della nostra società: sono limiti alla costruzione di una società aperta, equa, fondata sul merito. Ostacoli a ogni tentativo di liberalizzare. Gran parte degli italiani, d’altronde, sono d’accordo sulle liberalizzazioni. Ma tutti, o quasi, pensano di trasmettere ai figli non solo la casa e il patrimonio, ma anche la professione, l’impresa e la bottega. E molti (soprattutto quelli che non hanno un lavoro dipendente) vedono nell’elusione e nell’evasione fiscale una legittima difesa dallo Stato inefficiente, esoso e iniquo. Il quale, da parte sua, non fa molto per allontanare da sé questo ri-sentimento. […] Così dubito che gli italiani siano davvero in grado di affrontare la sfida di questo momento critico. Al di là delle colpe altrui, anche per propri limiti. Perché non hanno – non abbiamo – più il fisico e lo spirito di una volta. Perché oggi essere familisti, localisti, individualisti – e furbi – non costituisce una risorsa, ma un limite. Perché la sfiducia nello Stato e nelle istituzioni, oltre che nella politica e nei partiti: è un limite. (E non basta la fiducia nel Presidente della Repubblica a compensarlo.) Perché l’abbondanza di senso cinico e la povertà di senso civico: è un limite”.

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