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Etica e accesso al pubblico impiego

In Meritocrazia on 21 luglio 2011 at 09:00

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Manuele, lettore del blog “La Fuga dei Talenti”, che ci invia un articolo molto interessante sulle “worst practices” nel settore dell’amministrazione pubblica. Dal quale emerge chiaramente come un Paese medioevale come il nostro sia riuscito a bloccare l’ascensore sociale anche nel settore pubblico.

L’articolo è consultabile a questo indirizzo: CLICCA QUI PER COLLEGARTI

Di seguito il testo integrale. Buona lettura!

Etica e accesso al pubblico impiego

di Manuele Bellonzi

La questione etica in merito alle modalità di accesso al pubblico impiego sembrerebbe esaurirsi nell’enunciazione del comma secondo all’articolo 97 della Costituzione repubblicana: agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso (…). L’ambito di analisi dovrebbe quindi svolgersi su di un piano squisitamente giuridico se, una
miriade di sentenze amministrative e penali, le cronache quasi quotidiane dei giornali e una quantità immane di pubblicazioni su baronìe, nepotismi e caste, non ci imponesse ai nostri giorni, vigorosamente, un approfondimento ed una riflessione sui profili squisitamente etici. Partendo da un dato pubblicato dalla Banca d’Italia (Indagine su redditi e la ricchezza delle famiglie italiane – 1998-2004) non possiamo non domandarci le ragioni per le quali a parità di istruzione,
genere, età, stato civile, area geografica e altri parametri, la probabilità di entrare nella pubblica amministrazione aumenta del 44 per cento per gli individui il cui padre lavora nel settore pubblico. Sembra quindi che circa il 53% della popolazione resti oggi “imprigionata”nel ceto (e quindi nelle possibilità occupazionali da cui proviene. Questo ne ha comportato, in Italia, il blocco di ciò che i sociologi chiamano “ascensore sociale”. Quando l’economia è in fase di espansione si riattiva una sorta di “giustizia sociale”, permettendo un’opportunità per i principi meritocratici.
Ma nella fase attuale di stallo o di recessione, se non si attivano politiche ad hoc di riduzione delle disuguaglianze, il Paese rischia di non uscire da un circolo vizioso dove il clan e la conservazione familiare uccidono il merito, l’innovazione ed anche parte dell’economia e delle possibilità di ripresa. I profili etici sono quindi duplici: individuali; in merito al corretto esplicarsi del principio di eguaglianza e non discriminazione e collettivi; relativamente alle conseguenze che ricadono
sull’efficienza soprattutto della p.a. e sulla sua capacità di innovazione e di produrre servizi di qualità.
Non è ovviamente possibile quantificare il danno creato da un sistema dove il familismo amorale (termine coniato da E. Banfield nel 1958) sembra essere una sorta di ordinamento giuridico parallelo e sottostante indubbiamente contra legem e contrario ad un’etica universale di giustizia e non discriminazione. Le oramai note “fughe dei cervelli” sono state, parzialmente, quantificate anche in ambito prettamente economico. Nel 2007 ben 11.700 laureati sembra che siano andati a cercar fortuna all’estero (nella maggior parte dei casi per non tornare più indietro, come invece fecero i nostri
avi fra ‘800 e ‘900). Allo Stato uno studente laureato costa, per tutto il suo percorso di studi (dalle elementari alla laurea) circa 101.000 euro. Anche non valutando le ricadute sull’economia in prospettiva, il solo costo della diaspora del 2007 si è attestato a euro 1.184.999.400. Una cifra impressionante che non può non far riflettere soprattutto l’economista e lo studioso di management pubblico. Si afferma spesso che, per l’accesso alla pubblica amministrazione, il modello del concorso pubblico è superato. Benissimo, posso essere d’accordo. Ma non posso non ricordare che anche quei (pochi) strumenti che in passato sono stati attribuiti ai manager per “scegliersi” la squadra non sempre hanno optato per criteri meritocratici e operato superando la ben conosciuta logica del clan. Come riusciremo ad uscire dal lungo tunnel del Pleistocene?

T’accorgerai che il mondo è mal messo.
Dio l’aveva creato preciso, aveva fatto gli uomini tutti poveri e tutti ignoranti.
Gli uomini invece, non si sa come,
si sono accordati per tirar su qualche decina di persone molto ricche e molto istruite
e lasciar tutti gli altri come Dio li aveva creati.

don Lorenzo Milani

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