sergionava

Il mio appello

In Declino Italia on 20 luglio 2011 at 09:00

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Fa sorridere, il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che usa l’immagine del “Titanic” per giustificare l’importanza della manovra. Un Titanic “europeo”, non più solo italiano. Forse perché quello italiano è già mezzo affondato…

Qualche dato a riprova:

-anche il Cnel conferma l’allarme disoccupazione. Nella fascia d’età 25-30 anni non lavora né studia il 28,8% dei giovani, in crescita di quasi cinque punti rispetto alla fase pre-crisi. Oltre uno su quattro. Troppo debole l’economia, anemica al punto tale da risultare incapace di imprimere una seria svolta alla domanda di lavoro. Calano anche i contratti a tempo indeterminato: prima della crisi, secondo lo studio, quasi il 31% dei giovani con contratto temporaneo otteneva nel giro di un anno un contratto permanente. Ora siamo scesi al 22%. Quel che è peggio, i pochi laureati di cui dispone questo Paese devono sempre più accettare lavori inferiori alle loro qualifiche. Questo lo facciamo presente anche al Ministro Sacconi, sempre tanto solerte nel ricordare ai giovani che occorre prendere quello che passa il convento. Certo, poi occorrerebbe indagare se -per i posti da Ministro- non accada l’esatto contrario. Che cioè vengano ricoperti da persone “underqualified”.

-secondo un’indagine Od&M Consulting, un giovane appena uscito dall’università riceve in media uno stipendio di 24mila euro lordi l’anno. Poca cosa, occorre dire: pensate che in un anno, il loro stipendio è cresciuto solo dello 0,2% (!). Peggio è addirittura andata ai giovani con un’esperienza in azienda tra i 3 e i 5 anni: tra il 2009 e il 2010 il loro stipendio si è persino abbassato del 2,1%! Sempre secondo la stessa indagine, la beffa sta nel fatto che i giovani diplomati hanno addirittura visto crescere la propria retribuzione. Se un neolaureato percepisce 24mila euro lordi l’anno, un neodiplomato ha raggiunto quota 22mila euro. Un incentivo davvero “incredibile” ad investire, anche a costo di sacrifici, nella propria istruzione. Fosse solo per dotare il Paese di capitale umano qualificato, in grado di far avanzare la macchina.

cresce, in Italia, la povertà: il 13,8% della popolazione vive una condizione di povertà relativa (Istat). Colpisce vedere come le maggiormente colpite siano le famiglie con i figli più piccoli. Parliamo dunque di famiglie giovani. Quasi una famiglia su tre, con figli minori, vive in condizioni di disagio economico.

-in tutto questo, la vergogna delle difese di casta, con le norme sugli ordini professionali spudoratamente difese in Parlamento dai rappresentanti di quegli stessi ordini, decisi a mantenere i propri privilegi fino all’affondamento della barca. Notai ed avvocati hanno fatto una tale barricata, che quei commi -frettolosamente inseriti nella manovra- altrettanto frettolosamente sono stati rinviati a interventi legislativi successivi. Semplicemente  vergognoso, anche perché tutto ciò è avvenuto alla luce del sole, con la sfacciataggine tipica di chi si sente impunito a vita.

Unico segnale di speranza, in questa situazione: la norma della manovra che prevede un regime fiscale superagevolato al 5% per i giovani “under 35” che apriranno un’attività. L’idea è buona, può da sola non bastare, forse -come accusa l’opposizione- è persino priva di copertura finanziaria. Ma rappresenta comunque un piccolo punto di partenza.

Ma non è qui che voglio fermarmi: anche questa “lista della spesa” di ingiustizie, l’ennesima pubblicata su questo blog, da sola non serve, se non a denunciare una situazione insostenibile. Finora abbiamo denunciato, ci siamo arrabbiati, abbiamo detto che le cose così come sono non vanno. Che decine di migliaia di giovani professionisti qualificati scappano da questo Paese, stufi marci di una situazione senza speranza.

Ma non ha più senso fermarsi a questo. L’invito, l’appello che lancio ai lettori del blog, è quello di non tollerare più alcuna ingiustizia. Nel grande, come nel piccolo. Nel quadro macro, come in quello micro. Gli strumenti esistono, fortunatamente ci troviamo ancora in uno stato di diritto. L’appello è molto semplice: facciamo valere da oggi i nostri diritti, di cittadini, di lavoratori, di professionisti. E perché no, anche di giovani.

Non servono rivoluzioni, non servono folle oceaniche in piazza. Basta intestardirsi, giorno dopo giorno, nella pretesa del rispetto di un’Italia meritocratica, giusta, nuova. Onesta. Se una maggioranza silenziosa comincerà a farlo, senza più accettare squallidi compromessi o contentini, o aiutini dall’alto… questo Paese cambierà. Io per primo mi impegno a farlo, nel mio piccolo. E conto di parlarne, prima o poi.

Come cambierà? Leggete il bell’articolo di Alessandro Rosina, che potete trovare a questo link, e ve ne farete un’idea precisa.

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  1. “Basta intestardirsi, giorno dopo giorno, nella pretesa del rispetto di un’Italia meritocratica, giusta, nuova. Onesta.”

    bel pensiero. a volte mi chiedo se pero’ in Italia manchi la volonta’ dei piu’ di seguire questa strada…

    “Io per primo mi impegno a farlo, nel mio piccolo. E conto di parlarne, prima o poi.”

    Questo pensiero mi piace ancora piu’ del primo. Come e dove ne parliamo?

  2. Concordo in pieno! Tre anni fa ho messo in pratica la mia lotta contro il sistema italiano (dicendo NO a tutte le proposte di sfruttamente vero sotto forma di stage/contratti atipici), sono stati mesi lunghi e dolorosi ma alla fine ha dato i suoi frutti; purtroppo siamo ancora in pochi a farlo.

  3. Ancora non posso parlarne, perché si tratta di situazioni personali. Diciamo che ho deciso che non ha senso combattere solo battaglie macro, ma anche micro. Risolvendo i problemi e le ingiustizie nel tuo contesto, puoi trarre sempre più forza per combattere battaglie più allargate. Sono solo all’inizio, mi scuserete se per un po’ tacerò. Ma mi impegnerò a fondo.

  4. Sono d’accordo con l’appello, ma credo che l’accento sia ancora un po’ troppo sui “diritti” e troppo poco sui “doveri”. Credo che le cose cambieranno davvero quando parecchie persone (inclusi molti giovani) avranno uno scatto d’orgoglio e smetteranno di lasciarsi imbeccare, di “farsi sistemare” da altri (dal papà al prevosto, dal politico locale al professore), di accettare le scorciatoie e le soluzioni facili. Credo che le cose cambieranno quando più persone capiranno che vincere un concorso pilotato è una cosa davvero triste, e allo stesso modo è triste che l’azienda di famiglia cada loro in grembo come una pera matura senza essersi sforzati per acquisire le competenze necessarie a farla funzionare. E’ triste trovare un lavoro in Comune perchè mamma e papà sono già noti all’amministrazione, è triste accodarsi al tema di ricerca del proprio professore, quando altrove si fanno cose più innovative e interessanti.
    Di chiedere diritti, tutto sommato, siamo capaci tutti. Per dire: “no, grazie, ce la voglio fare da solo/a”, ci vuole un po’ più di coraggio.

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