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Suicidio di un Paese

In Declino Italia on 15 giugno 2011 at 09:00

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Sarebbe interessante discutere i motivi del brain drain, non i risultati! Sono Ingegnere, laureato all’Università tecnica di Monaco di Baviera e con un MBA, in Inghilterra. Sto vivendo gli ostacoli, vedo ogni giorno le differenze fra l’Italia e i Paesi dove ho lavorato prima (US, UK, Germania). Come mai non esiste una meritocrazia qui, e perché non vengono supportate le migliori idee, ma le idee dei capi, in un Paese così intelletualmente ricco? Perché -in Italia- ognuno lotta per sé e la sua tribù, e non per l’azienda… o magari per il Paese ? Usando il titolo di un film forte: “Italy is no country for pensioners, women and young people”. Ma chi ha l’interesse che l’Italia rimanga come è oggi?

Ho trovato questo commento di Oliver, ingegnere tedesco, nonché uno dei pochi coraggiosi stranieri qualificati a scegliere il nostro Paese, all’interno di una discussione che avevo lanciato tempo fa sul social network LinkedIn. Oliver, con una semplicità che solo gli stranieri conoscono e ricordano, ancora immuni da un Paese dove “ogni rapporto si complica” (per dirla con Caparezza), mette nero su bianco -sorpreso- due domande: perché in Italia contano solo le idee di chi comanda, anche se queste persone -magari- non hanno più idee da 40 anni? Perché non si guarda invece alle idee dei Migliori? E perché questo Paese funziona solo a “cordate”? Io sostengo te, che sostieni me… manco fosse una tribù indiana???

Lo scorso fine settimana abbiamo assistito a un duro j’accuse sulle politiche giovanili in Italia, di cui abbiamo dato conto -negli ultimi giorni- anche su questo blog. L’occasione è stato il convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria: gli interventi più significativi, al riguardo, sono stati quelli del presidente dei Giovani Imprenditori, Jacopo Morelli, del presidente dell’Istat Enrico Giovannini, e del direttore generale di Bankitalia Fabrizio Saccomanni.

-“L’Italia non è un Paese per giovani, è CONTRO i giovani”

-“Due milioni di giovani sono in panchina”

-“Salari di ingresso nel mondo del lavoro fermi da oltre un decennio, al di sotto del livello degli anni Ottanta, quasi il 40% dei trentenni ora vive a casa dei genitori”…

Ma la “Storia” si sta lentamente prendendo la rivincita su un Paese che ha deciso di uccidere il proprio futuro. I nodi stanno venendo al pettine. Dei ridicoli tassi di crescita italiani sappiamo da mesi, se non da anni. L’ultimo afferma come -nel primo trimestre del 2011- siamo cresciuti dello 0,1%. Cioè, non siamo cresciuti proprio. Siamo entrati nella Grande Crisi peggio degli altri. Ne usciamo –un bel deja vù– peggio degli altri. Alla faccia di chi ci governa, che ha venduto per mesi la favola del Paese che reggeva meglio degli altri. Fantasie. Senza fondamento. Abbiamo retto solo grazie ai risparmi delle famiglie. Che ora sono finiti. Il ceto medio si sta estinguendo.

Ma fa pure impressione leggere come -dati del Csc Confindustria alla mano- siamo precipitati, tra il 2007 e il 2010, al settimo posto nella produzione mondiale manifatturiera, alle spalle di India e Corea del Sud. Già, proprio il manifatturiero, il nostro orgoglio nazionale, uno dei pochi argomenti ancora nel carniere di chi sostiene che “tutto va bene, se non trovano lavoro è colpa loro, sono i giovani che non si sanno adattare“. Già… Pensate solo che -rispetto al periodo pre-crisi- la nostra produzione industriale è ancora sotto del 17,5% (!!!). La prima provincia italiana per “forza industriale”, Lecco, è 61° (sessantunesima) in Europa. Milano, sedicesima in Italia, su scala continentale occupa la posizione numero 203. E via dicendo.

Perché ciò avviene? Perché siamo vecchi, nel modo di agire e pensare. Basterebbe ridare un’attenta lettura alla relazione di Saccomanni. Dove si mettono nero su bianco alcuni concetti fondamentali: le nostre aziende sono a gestione familiare non solo nella proprietà, ma -a differenza dell’Europa- familiare è pure il management. Un management più vecchio, rispetto alla media continentale. Intanto i giovani, quelli col maggior potenziale innovativo, restano -per dirla con l’Istat- “in panchina”. Le loro imprese ad alto tasso innovativo sono marginali nel contesto italiano, incapaci di incidere per davvero sulla produzione industriale. Eppure, fa notare Saccomanni, un incremento del 10% nella quota di lavoratori laureati, porterebbe a un incremento della produttività pari allo 0,7%.

Siamo talmente antistorici che –come si legge in questo articolo– continuiamo a far sopravvivere dei veri e propri reperti archeologici, quali l’ereditarietà del posto di lavoro, di padre in figlio. E ciò avviene persino nelle grandi aziende, che dovrebbero essere la punta di diamante della modernità. Ben riassume l’economista Tito Boeri: “Chi ha il genitore bancario, anche se è capra, campa. Senza bancario in famiglia, anche se non è capra, crepa“.

Last but not least, dati Istat alla mano, il calo dell’occupazione nel biennio 2009-2010 ha riguardato per il 90% (novantapercento) la fascia d’età dei 18-29 anni. Se non è suicidio questo

Goodbye Italia!

Le cifre di un fallimento

In Giovani Italians on 14 giugno 2011 at 09:00

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La Banca d’Italia mette nero su bianco il fallimento delle politiche giovanili in Italia. Con un intervento assai lucido, all’ultima assise dei Giovani Imprenditori di Confindustria, il direttore generale Fabrizio Saccomanni ha riepilogato il naufragio della nave Italia, in termini di salari, tassi di occupazione, tipologia dei contratti, ammortizzatori sociali, valorizzazione dei laureati e cultura di “impresa giovane”. Un quadro impietoso, che pone in modo altrettanto impietoso l’interrogativo… ha ancora senso restare in un Paese fallito?

LEGGI L’INTERVENTO INTEGRALE DI FABRIZIO SACCOMANNI – CLICCA QUI PER IL LINK

I PASSAGGI FONDAMENTALI DELL’INTERVENTO DI FABRIZIO SACCOMANNI:

-In termini reali, i salari di ingresso dei giovani sul mercato del lavoro sono fermi da oltre un decennio al di sotto dei livelli degli anni Ottanta, senza che nel frattempo siano migliorati gli itinerari retributivi nel corso della carriera lavorativa.

-“In seguito alla crisi – dice Saccomanni – tra il 2008 e il 2010 l’occupazione in Italia è diminuita del 2,2 per cento; più che in Francia e in Germania, dove la flessione è stata pari, rispettivamente, allo 0,8 e allo 0,4 per cento. Le differenze si accentuano con riferimento alla sola occupazione giovanile. Nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni la riduzione è stata in Italia del 13,2 per cento, assai più pronunciata che in Francia (-2,7) e in Germania (-3,1 per cento).

-Nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni il tasso di disoccupazione nel 2010 è stato del 20,2 per cento , quasi 4 punti in più della media europea, 11 punti in più che in Germania. Solo il 35 per cento di coloro che si trovavano nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni risultava occupato: erano poco meno della metà nell’Unione Europea, il 57 per cento in Germania.

-Poco più di un quinto dei giovani occupati con lavoro dipendente tra i 15 e i 34 anni hanno contratti a termine, più che negli altri paesi europei, con l’eccezione della Spagna.

-Anche i percorsi di carriera e i salari dei giovani lavoratori autonomi – pari nel 2010 a circa il 20 per cento dei giovani occupati – si caratterizzano per una elevata incertezza: in molti casi si tratta di rapporti indistinguibili nelle mansioni da quelli di lavoro dipendente. Con la diffusione dei contratti atipici si è sostenuta l’occupazione, ma al costo di rendere il mercato del lavoro sempre più dualistico; accanto a una fascia di lavoratori tutelati, per lo più anziani, è sorta un’ampia area di lavoratori precari, per lo più giovani. Oggi un giovane che si affacci per la prima volta sul mercato del lavoro in Italia ha il 55 per cento di probabilità di vedersi offrire soltanto un lavoro in qualche modo precario.

-Sebbene l’estensione degli ammortizzatori sociali abbia significativamente contribuito a limitare gli effetti della crisi sull’occupazione e sui redditi, l’assenza di un sistema universale di protezione sociale ha penalizzato molti giovani, che sono più esposti alla perdita del lavoro e che hanno meno requisiti per accedere agli strumenti di welfare disponibili.

-La percentuale di laureati nella fascia di età tra i 30 e i 34 anni è del 19 per cento in Italia contro il 32 della media europea. Lo scarto è solo parzialmente riconducibile a fattori di domanda, ovvero alla minore dimensione delle imprese e alla specializzazione settoriale tradizionale, che incidono negativamente sulla propensione ad assumere lavoratori con elevati livelli di istruzione. Alcune recenti analisi empiriche mostrano che un miglioramento qualitativo dell’offerta di lavoro influenzerebbe la produttività delle imprese: un aumento del 10 per cento della quota dei lavoratori laureati porterebbe a un aumento della produttività totale dei fattori dello 0,7 per cento.

-Nel 2009 quasi il quaranta per cento dei trentenni convivevano con i genitori; erano il 16 per cento agli inizi degli anni Ottanta. Le difficoltà nel raggiungimento della piena indipendenza economica perpetuano l’ineguaglianza delle condizioni iniziali, rafforzano la bassa mobilità sociale che caratterizza il nostro paese, frenano le aspirazioni delle nuove generazioni, ne riducono il contributo allo sviluppo.

-Gli imprenditori a capo di imprese che hanno almeno 3 anni e mezzo di vita sono meno giovani che negli altri paesi; solo il 2 per cento si colloca nella classe di età tra i 18 e i 24 anni. In Italia le imprese appena nate mostrano prospettive di crescita più basse, ancora minori se il proprietario ne è anche il manager.

Secondo i risultati di un’indagine campionaria su imprese manifatturiere con almeno dieci addetti il management delle imprese italiane è relativamente anziano: oltre la metà dei dirigenti ha più di 55 anni; è il 40 per cento circa nella media europea. Quelli giovani sono pochi; in quattro casi su cinque appartengono alla famiglia proprietaria. È perciò meno diffusa in Italia quell’attitudine alla capacità innovativa che caratterizza in genere i giovani imprenditori.

-Le imprese italiane a proprietà familiare sono oltre l’80 per cento del totale, sostanzialmente come negli altri principali paesi europei. Le cose cambiano se consideriamo, anziché la proprietà, la gestione. In due terzi delle imprese familiari italiane, l’alta direzione è espressione diretta della famiglia proprietaria; è un terzo in Spagna, un quarto in Francia e in Germania, un decimo nel Regno Unito. In queste imprese la scarsa propensione a reperire risorse manageriali sul mercato, anche quando difettino all’interno della famiglia, può incidere negativamente sulla gestione dell’impresa e sulla disponibilità a intraprendere progetti ad alto rischio e rendimento.

-Nel nostro paese affermarsi come imprenditori dipende molto anche da meccanismi relazionali, in primo luogo familiari. Le prospettive di un giovane imprenditore sono inoltre limitate da un sistema finanziario ancora troppo incentrato sull’attività bancaria tradizionale. Un maggiore sviluppo degli intermediari finanziari specializzati nell’investimento in capitale di rischio aumenterebbe le possibilità di finanziamento delle attività ad alto contenuto innovativo, favorirebbe il consolidamento patrimoniale delle imprese, fondamentale per una loro crescita dimensionale.

—> Vanno creati i presupposti per favorire la nascita di nuove aziende e per far crescere quelle esistenti, superando ove occorra una visione restrittiva della gestione familiare. Non è compito facile, perché riguarda la stessa cultura imprenditoriale del nostro paese. Si creerebbero le condizioni per consolidare la fiducia delle imprese, stimolare la capacità innovativa degli imprenditori, favorire il contributo dei giovani alla crescita dell’economia.

Direttrice Finanziaria in Germania

In Storie di Talenti on 13 giugno 2011 at 09:00

Prima della laurea: “Mi sembri molto brava e attiva, ma non volare troppo alto, perché la gente in stage qui fa soprattutto fotocopie“. Dopo la laurea e svariati anni di top management negli Stati Uniti: “Lascia perdere, resta in Germania, sei troppo qualificata e troppo remunerata per una qualsiasi posizione in Italia“. Resta la domanda finale: ma quand’è che Elena Alberti, 33 anni, potrà mai andare bene per il mercato del lavoro italiano?

Poco più che trentenne, una laurea in Economia all’Università di Modena, Elena rappresenta un caso esemplare di quanto sia difficile, per una donna -per di più giovane- affermarsi professionalmente in Italia. Elena prende il volo per la prima volta verso gli Usa nel 1999, quando comprende l’impossibilità di fare uno stage decente in Italia (le aziende sembravano fin troppo preoccupate di smorzare ogni suo entusiasmo). Oltreoceano scopre un mondo completamente nuovo: stage ottimamente retribuito, incarichi di responsabilità, e altro ancora. Laureatasi, Elena ci riprova in Italia: “ridimensionati!“, è il coro che l’attende nel Belpaese. A quel punto lei rompe gli indugi, e accetta l’offerta della multinazionale americana presso cui aveva svolto lo stage.

Un ‘offerta cui non poteva rispondere negativamente: contratto a tempo indeterminato, con uno stipendio iniziale molto superiore rispetto all’Italia. Risbarcata negli Usa, Elena scala rapidamente le posizioni aziendali. Nel 2004, con l’allargamento del business in Germania, si occupa del processo di acquisizione di un gruppo tedesco: come risultato, le viene offerta la posizione di Direttore Finanziario della filiale di Stoccarda. In questi ultimi anni, Elena vive da pendolare: nei giorni feriali in viaggio per la Germania per lavoro, il weekend in Italia col marito.

All’Italia, in particolare alle aziende del Belpaese, lancia una ricetta chiara: 1) imparare a valorizzare i dipendenti; 2) stimolarli a dare il meglio; 3) dare opportunità ai giovani; 4) credere nei talenti e nelle loro possibilità di sviluppo; 5) investire nei giovani.

Ospite della trasmissione è Alberto Alberti, fratello di Elena, ingegnere e direttore commerciale negli Stati Uniti per un’azienda italiana del settore auto. Alberto ha convinto Elena a varcare -dodici anni fa e per la prima volta- l’Oceano. Lui invece ha provato a fare il percorso inverso, rientrando in Italia. Poco tempo dopo è tornato negli Usa, stanco di dover “digerire” ogni giorno il solito verbo riflessivo: “adattarsi“.

Nella rubrica “Spazio Emigranti” restiamo negli Stati Uniti, per conoscere GIPI (“Gruppo Imprenditori e Professionisti Italiani”), l'”associazione delle associazioni” italiane d’Oltreoceano. Ce ne parla il co-fondatore Marco Marchese.

Ascolta la puntata collegandoti alla pagina di “Giovani Talenti” sul sito di Radio 24: CLICCA QUI

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La discussione di questa settimana: Giovani Professioniste d’Italia: una carriera ad alti livelli nel Belpaese è possibile? Oppure la fuga all’estero è d’obbligo? E perché? Raccontate la vostra storia: quali sono i principali ostacoli che impediscono l’affermazione del binomio “giovane/donna” nella Penisola?

Scrivi la tua a: giovanitalenti@radio24.it

SEI UN GIOVANE “UNDER 40″ ESPATRIATO ALL’ESTERO? VUOI RACCONTARCI LA TUA STORIA? Per contattare la trasmissione: giovanitalenti@radio24.it

Alla prossima puntata: sabato 18 giugno, dalle 13.30 alle 13.55 (CET), su Radio 24. Vi aspetto!

Why do they go…

In Fuga dei giovani on 12 giugno 2011 at 09:00

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Dal Paese “contro i giovani”…

CLICCA QUI PER LEGGERE L’ARTICOLO

S. MARGHERITA LIGURE – L’Italia è contro i giovani e non è un paese per giovani. «Ma l’obiettivo è diventarlo». Jacopo Morelli, neo presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria, ha quattro proposte per far sì che i giovani non diventino una «generazione esclusa», a partire da una revisione del sistema pensionistico e da un taglio delle tasse sui giovani…

… Al Paese dal quale i giovani scappano!

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“Vorrei proprio andarmene, lasciare tutto, lasciare questa città, questa classe dirigente ammuffita sulle sue poltrone, questo Paese. Non ne posso più del sistema che promuove la spintarella, il nepotismo, il lignaggio. Me ne vado e mi prendo la rivincita dove il merito ha ancora un valore”. Questa frase è inventata, ma non è così lontana dalla realtà. Il tono esacerbato è lo stesso che si ritrova nei tanti forum online di discussione sul lavoro in cui ci si confronta, scambiandosi informazioni e commenti. E lo conferma il sondaggio del nostro magazine online Jobmeeting.it: il 95% di chi ha risposto, ha pensato almeno una volta – quando non lo abbia già progettato – di emigrare. I percorsi di vita attraverso i quali si arriva a questo punto possono essere diversi, ma il motivo di fondo è lo stesso: trovare maggiori opportunità...

Settantatreesima puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 11 giugno 2011 at 09:00

Settantatreesima puntata di “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che vi racconta -ogni settimana- la nuova emigrazione professionale italiana.

Donna & Giovane: un binomio spesso purtroppo da “KO” in Italia. Ma non è necessariamente così all’estero, dove -anzi- la professionalità “al femminile” è altamente considerata. Come dimostra la storia della protagonista della puntata odierna: colloqui per stage da laureanda -in Italia- disastrosi (e tragicomici), al limite dell’insulto. Poi l’occasione della tesi negli Stati Uniti, attraverso l’occasione di una internship retribuita, dove si trova ad essere responsabilizzata fin da subito. Ottenuta la laurea, nuovo “round” di colloqui in Italia: ancora un buco nell’acqua. La multinazionale americana presso cui aveva svolto lo stage torna a farsi viva, offrendole un contratto a tempo indeterminato. Lei accetta e torna Oltreoceano: è solo la prima tappa di una straordinaria carriera che la porta, a soli 33 anni, a ricoprire la carica di Direttore Finanziario della filiale tedesca della multinazionale. Puntata da non perdere, se volete avere un’altra prova di come sia l’Italia ad aver perso la bussola, nel suo rapporto con le giovani generazioni. All’estero non funziona così.

Prosegue pure oggi la rubrica “Job Abroad”, interna al notiziario, attraverso la quale vi segnaliamo -settimanalmente- alcune delle migliori opportunità professionali all’estero.

Appuntamento -per saperne di più- alle 13.30 (CET) su Radio 24!

Intanto siete tutti invitati a dibattere sul “tema della settimana”: “Giovani Professioniste d’Italia: una carriera ad alti livelli nel Belpaese è possibile? Oppure la fuga all’estero è d’obbligo? E perché? Raccontate la vostra storia: quali sono i principali ostacoli che impediscono l’affermazione del binomio “giovane/donna” nella Penisola?”

Inviate le vostre risposte a: giovanitalenti@radio24.it

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Thank you, “The Economist”!

In Declino Italia on 10 giugno 2011 at 09:00

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Anche l’autorevole settimanale britannico “The Economist” riconosce un Paese alla deriva. E riconosce l’esodo di massa dei giovani talenti italiani. Ambiziosi, li definisce, ma ormai protagonisti di un esodo di massa, che ha prodotto il solo risultato di lasciare le redini dell’Italia nelle mani di una élite gerontocratica e fuori dal mondo.

Nell’ormai ben noto articolo sul 74enne premier italiano, leggete bene le righe sottolineate in grassetto

IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE

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The man who screwed an entire country

The Berlusconi era will haunt Italy for years to come

SILVIO BERLUSCONI has a lot to smile about. In his 74 years, he has created a media empire that made him Italy’s richest man. He has dominated politics since 1994 and is now Italy’s longest-serving prime minister since Mussolini. He has survived countless forecasts of his imminent departure. Yet despite his personal successes, he has been a disaster as a national leader—in three ways.

Two of them are well known. The first is the lurid saga of his “Bunga Bunga” sex parties, one of which has led to the unedifying spectacle of a prime minister being put on trial in Milan on charges of paying for sex with a minor. The Rubygate trial has besmirched not just Mr Berlusconi, but also his country.

However shameful the sexual scandal has been, its impact on Mr Berlusconi’s performance as a politician has been limited, so this newspaper has largely ignored it. We have, however, long protested about his second failing: his financial shenanigans. Over the years, he has been tried more than a dozen times for fraud, false accounting or bribery. His defenders claim that he has never been convicted, but this is untrue. Several cases have seen convictions, only for them to be set aside because the convoluted proceedings led to trials being timed out by a statute of limitations—at least twice because Mr Berlusconi himself changed the law. That was why this newspaper argued in April 2001 that he was unfit to lead Italy.

We have seen no reason to change that verdict. But it is now clear that neither the dodgy sex nor the dubious business history should be the main reason for Italians looking back on Mr Berlusconi as a disastrous, even malign, failure. Worst by far has been a third defect: his total disregard for the economic condition of his country. Perhaps because of the distraction of his legal tangles, he has failed in almost nine years as prime minister to remedy or even really to acknowledge Italy’s grave economic weaknesses. As a result, he will leave behind him a country in dire straits.

A chronic disease, not an acute one

That grim conclusion might surprise students of the euro crisis. Thanks to the tight fiscal policy of Mr Berlusconi’s finance minister, Giulio Tremonti, Italy has so far escaped the markets’ wrath. Ireland, not Italy, is the I in the PIGS (with Portugal, Greece and Spain). Italy avoided a housing bubble; its banks did not go bust. Employment held up: the unemployment rate is 8%, compared with over 20% in Spain. The budget deficit in 2011 will be 4% of GDP, against 6% in France.

Yet these reassuring numbers are deceptive. Italy’s economic illness is not the acute sort, but a chronic disease that slowly gnaws away at vitality. When Europe’s economies shrink, Italy’s shrinks more; when they grow, it grows less. As our special report in this week’s issue points out, only Zimbabwe and Haiti had lower GDP growth than Italy in the decade to 2010. In fact GDP per head in Italy actually fell. Lack of growth means that, despite Mr Tremonti, the public debt is still 120% of GDP, the rich world’s third-biggest. This is all the more worrying given the rapid ageing of Italy’s population.

Low average unemployment disguises some sharp variations. A quarter of young people—far more in parts of the depressed south—are jobless. The female-participation rate in the workforce is 46%, the lowest in western Europe. A mix of low productivity and high wages is eroding competitiveness: whereas productivity rose by a fifth in America and a tenth in Britain in the decade to 2010, in Italy it fell by 5%. Italy comes 80th in the World Bank’s “Doing Business” index, below Belarus and Mongolia, and 48th in the World Economic Forum’s competitiveness rankings, behind Indonesia and Barbados.

The Bank of Italy’s outgoing governor, Mario Draghi, spelt things out recently in a hard-hitting farewell speech (before taking the reins at the European Central Bank). He insisted that the economy desperately needs big structural reforms. He pinpointed stagnant productivity and attacked government policies that “fail to encourage, and often hamper, [Italy’s] development”, such as delays in the civil-justice system, poor universities, a lack of competition in public and private services, a two-tier labour market with protected insiders and exposed outsiders, and too few big firms.

All these things are beginning to affect Italy’s justly acclaimed quality of life. Infrastructure is getting shabbier. Public services are stretched. The environment is suffering. Real incomes are at best stagnant. Ambitious young Italians are quitting their country in droves, leaving power in the hands of an elderly and out-of-touch elite. Few Europeans despise their pampered politicians as much as Italians do.

Eppur si muove

When this newspaper first denounced Mr Berlusconi, many Italian businesspeople replied that only his roguish, entrepreneurial chutzpah offered any chance to modernise the economy. Nobody claims that now. Instead they offer the excuse that the fault is not his; it is their unreformable country’s.

Yet the notion that change is impossible is not just defeatist but also wrong. In the mid-1990s successive Italian governments, desperate not to be left out of the euro, pushed through some impressive reforms. Even Mr Berlusconi has occasionally managed to pass some liberalising measures in between battling the courts: back in 2003 the Biagi labour-market law cut red tape at the bottom, boosting employment, and many economists have praised Italy’s pension reforms. He might have done much more had he used his vast power and popularity to do something other than protect his own interests. Entrepreneurial Italy will pay dearly for his pleasures.

And if Mr Berlusconi’s successors are as negligent as he is? The euro crisis is forcing Greece, Portugal and Spain to push through huge reforms in the teeth of popular protest. In the short term, this will hurt; in the long term, it should give the peripheral economies new zip. Some are also likely to cut their debt burden by restructuring. An unreformed and stagnant Italy, with a public debt stuck at over 120% of GDP, would then find itself exposed as the biggest backmarker in the euro. The culprit? Mr Berlusconi, who will no doubt be smiling still.

Diagnosi e Cura del “Malato Italia”

In Declino Italia on 8 giugno 2011 at 09:00

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Comprendere i problemi per progettare soluzioni. In una società moderna, o che tale vuole definirsi, questo è il punto di partenza per ogni cambiamento. E visto che in questi giorni spira un forte vento di cambiamento, che percorre da Nord a Sud lo Stivale, proviamo allora a leggere -nel dettaglio- alcune indicazioni emerse negli ultimi giorni. Tra queste, le recenti Considerazioni Finali del Governatore di Bankitalia Mario Draghi. Che, prima di fare le valigie per Francoforte, ha voluto consegnare al Paese la diagnosi dei suoi mali:

abbiamo perso dieci anni di crescita. Dei sette punti di crescita persi a causa della crisi, ben cinque mancano ancora all’appello. Nel 2000 crescevamo del 3,7% (ve lo ricordate? Sembrano secoli fa…) Ora se superiamo l’1% è grasso che cola… Ma serve almeno un +2%, quantomeno, per sistemare i conti pubblici.

-le imprese italiane sono frenate dal cosiddetto “nanismo“: troppo piccole, con una struttura produttiva statica, pochi passaggi dimensionali, troppo spesso rinchiuse nel chiuso del cerchio famigliare. Si tratta del 60% delle imprese italiane (quasi i due/terzi), contro meno del 30% in Francia e in Germania. Per Draghi questo status quo non rappresenta più un’opzione: servono più imprese di media e/o grande dimensione, in grado di accedere ai mercati internazionali e sfruttare i guadagni di efficienza offerti dall’innovazione tecnologica. Le nostre imprese sono mediamente più piccole -per il 40%- rispetto a quelle dell’Eurozona. Nel settore manifatturiero, le nostre presentano una media di soli otto dipendenti, contro gli 11 della Spagna, i 14 della Francia e i 35 della Germania. Solo quattro aziende italiane sono rintracciabili nella classifica delle prime 50 imprese europee per fatturato. Gli investimenti privati tricolori in R&S ammontano allo 0,5% del Pil, contro l’1,1% della Ue-15 e il 2% della Germania. Last but not least, le nostre aziende presentano patrimoni inferiori a quelle europee, con finanziamenti quasi solo bancari e un elevato peso dei debiti a breve scadenza. In questo quadro lillpuziano, come mai possiamo pretendere che questo Paese, il nostro Paese, possa divenire “patria” di giovani laureati, dal profilo brillante e aspirazioni elevate? Qui si spiega pure la bassa occupabilità dei nostri profili qualificati.

-infatti, secondo un’analisti di Intesa San Paolo-Prometeia, siamo sotto di dieci punti nell’export di produzioni di alta qualità, rispetto alla Germania. Soltanto nel 2015 riusciremo a recuperare completamente il fatturato cancellato dalla crisi del 2009.

-crolla anche un altro mito dell’Italia del terzo millennio: quello del risparmio. Il reddito disponibile lordo delle famiglie è diminuito dello 0,5% in termini reali, per un’erosione che tocca il 4,6% nell’ultimo triennio. Non siamo più le formiche d’Europa. Paradossalmente, in questo momento siamo tra i peggiori risparmiatori del Vecchio Continente.

– la modesta risalita del reddito nominale italiano (+1%) è stata “mangiata” dall’inflazione.

-Bankitalia indica otto settori di intervento, dove puntare per far ripartire il Paese: mi piace sottolineare la proposta di uno stop al dualismo sul mercato del lavoro, per “raddrizzarlo” a favore dei giovani. Un riequilibrio che “migliorerebbe le aspirazioni di vita dei giovani, spronerebbe le unità produttive ad investire di più nella formazione delle risorse umane, ad inserirle nei processi produttivi, a dare loro prospettive di carriera”. Altra proposta molto interessante il rafforzamento del sistema di protezione sociale, praticamente inesistente in Italia, per chi perde il lavoro e si mette alla ricerca di un altro impiego. Altre ricette imprescindibili: più concorrenza, nel Paese delle corporazioni. E poi istruzione, giustizia civile, contratti, impiego femminile, infrastrutture.

Leggete e rileggete questi punti, un’analisi che proviene da una delle poche istituzioni veramente indipendenti d’Italia. Scoprirete come non siamo usciti dalla crisi meglio di altri (ci siamo entrati anche peggio, rispetto agli altri), come questo non sia un Paese per giovani qualificati e di talento, come la colpa della bassa occupabilità dei nostri laureati sia anche di chi non ha saputo o voluto ridisegnare la nostra politica industriale, modernizzandola (ed ora, senza vergogna alcuna, invita i giovani ad adattarsi a qualsiasi lavoro!).

Soprattutto, scoprirete perché decine di migliaia di giovani qualificati scappano ogni anno da questa nave… che rischia di colare a picco.

+++FLASH: Emanati Decreti Attuativi Controesodo+++

In Fuga dei giovani on 7 giugno 2011 at 17:24

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+++FLASH: I DECRETI ATTUATIVI DELLA LEGGE CONTROESODO PER IL RIENTRO DEGLI “UNDER 40” RESIDENTI DA ALMENO DUE ANNI ALL’ESTERO SONO STATI EMANATI+++

La firma è stata apposta venerdì 3 giugno, la presentazione ufficiale è avvenuta oggi a Roma.

+++La legge è ora OPERATIVA+++

Tutte le info su: www.controesodo.it

—> LEGGI ONLINE IL Decreto Controesodo

 

 

Giovani Imprenditori d’America e d’Italia

In Storie di Talenti on 6 giugno 2011 at 09:00

Puntata d’eccezione, interamente dedicata ai giovani imprenditori: restare in Italia, o trasferirsi all’estero? Questo amletico dilemma investe da qualche tempo anche questa categoria.

Affrontiamo il tema partendo dalla storia di Paolo Perazzo, 36 anni, che in Silicon Valley sta sviluppando una propria start-up innovativa. Paolo è giunto in California per un lavoro di tesi, dopodiché non ha fatto più ritorno. Gli viene offerta la possibilità di entrare nella start-up “Andiamo”, dove impara a conoscere l’arma segreta dell’innovazione “made in Silicon Valley”: il team. Una “squadra”, dove i ruoli cambiano: lui, ingegnere per formazione, si trova a lavorare a un certo punto nel marketing. “Ti buttano in mare. O si impara a nuotare o si affoga“, ben sintetizza Paolo.

Al termine dell’esperienza, Paolo Perazzo viene assunto dal colosso mondiale delle reti Cisco Systems, dove gradualmente scala le posizioni, arrivando a rivestire quella di Senior Product Line Manager. Ma contemporaneamente, la sua nostalgia per l'”ebbrezza” della start-up lo porta a riprovarci: insieme a tre amici fa qualche tentativo, fino a quando trova la strada giusta. Applicazioni per IPhone.

Tutto inizia due anni fa: la start-up si chiama “SI Vola” (da un urlo di battaglia, utilizzato in una delle esperienze imprenditoriali precedenti). La prima application scala inaspettatamente le posizioni nella classifica Apple. Nei mesi successivi il successo tocca livelli inattesi, che portano “Si Vola” a vincere vari premi: Apple li nomina tra le migliori applicazioni del 2010. Paolo si lancia in nuove esperienze professionali, acquisendo ulteriori competenze. Last but not least, poche settimane fa il gigante internet Microsoft li contatta, per il lancio di una nuova piattaforma. Parte così un’altra scommessa, mentre Paolo decide di spostare parte del lavoro in Italia, per riconnettersi -lavorativamente- al proprio Paese.

Paese al quale Paolo Perazzo lancia quattro messaggi: 1) negli Usa il fallimento non è un dramma. “Ho imparato soprattutto dagli errori e dai fallimenti, senza mai minimizzarli e dimenticarli. Qui in Silicon Valley conta più uno che ha fallito tre volte, rispetto a uno che non ci ha mai provato; 2) gli imprenditori di successo negli Usa non hanno mai avuto come obiettivo il denaro o l’accumulo di capitale; 3) per innovare serve un ambiente “rinascimentale”, ricco di infrastrutture per facilitare il successo delle “start-up” innovative; 4) infine, la scuola deve stimolare i propri studenti a creare, proponendo modelli che ispirino l’intraprendenza.

Ospite d’eccezione della trasmissione è Jacopo Morelli, neo Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, che ha fatto del tema “giovani” uno degli assi portanti del suo programma. Con Jacopo Morelli discutiamo su come l’Italia possa divenire un ambiente stimolante e innovativo per le start-up giovani, ma soprattutto ci interroghiamo sul perché il tema “resto in Italia o vado all’estero?” sta cominciando a farsi largo anche tra i nostri giovani imprenditori. E quali potrebbero essere le conseguenze… di questo trend. Infine, la domanda fondamentale: il rinnovo della classe dirigente passa anche attracerso una riconnessione dei migliori “giovani talenti” tra Italia ed estero?

Nella rubrica “Spazio Emigranti” proseguiamo la nostra inchiesta sui programmi regionali riservati al rientro degli emigrati. Andiamo in Liguria. Ce ne parla l’assessore all’Emigrazione Enrico Vesco.

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La discussione di questa settimana: Dai lavoratori dipendenti ai giovani imprenditori. La “voglia di fuga” dall’Italia sta intaccando anche la base produttiva del nostro Paese? Pure le imprese giovani ora scappano? E perché? Cosa le spinge a lasciare l’Italia, cosa dovrebbe cambiare per evitare questa fuga?

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SEI UN GIOVANE “UNDER 40″ ESPATRIATO ALL’ESTERO? VUOI RACCONTARCI LA TUA STORIA? Per contattare la trasmissione: giovanitalenti@radio24.it

Alla prossima puntata: sabato 11 giugno, dalle 13.30 alle 13.55 (CET), su Radio 24. Vi aspetto!

 

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In Giovani Italians on 5 giugno 2011 at 09:00

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