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Lettura – “L’Italia dei Cervelli in Fuga”

In Fuga dei giovani on 15 maggio 2011 at 09:00

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Pubblichiamo a beneficio di tutti i lettori del nostro blog l’articolo di “Famiglia Cristiana” sul fenomeno dei cervelli in fuga, che ha raccontato l’esperienza del “Centro Studi Fuga dei Talenti“, avviato quest’anno online.

IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE

Buona lettura!

L’Italia dei cervelli in fuga

L’Italia ha centinaia di migliaia di laureati all’estero, in 20 anni ha perso 4 miliardi di euro per quanto hanno realizzato all’estero. Ma c’è chi non si arrende a questa deriva.

Tutto sui “cervelli in fuga”

12/05/2011

Un neolaureato, all’estero guadagna almeno il 30 per cento in più che in Italia.

Si stima che 60 mila giovani lascino l’Italia ogni anno, e il 70% di loro sono laureati. Ancora: negli ultimi vent’anni, i nostri “cervelli” all’estero hanno prodotto brevetti per un valore di 4 miliardi di euro, dopo che il sistema educativo italiano aveva speso fior di soldi per la loro formazione. Ma l’Italia può ringraziare solo sè stessa per queste perdite, perché nel resto d’Europa e negli Stati Uniti i nostri talenti trovano porte spalancate. Da noi no.

Sergio Nava, giovane giornalista e scrittore, due anni fa ha dedicato a questo argomento il libro La fuga dei talenti, pubblicato dalla casa editrice San Paolo, e con lo stesso nome ha aperto un blog che ha raccolto finora oltre 140 mila contatti. Quest’anno ha aggiunto alla pagina web un “centro studi” on line, nel quale immette quasi ogni giorno dati e analisi raccolti da più fonti, su quanto e perchè l’Italia lasci scappare molti dei suoi giovani migliori, i più preparati, i più intraprendenti (https://fugadeitalenti.wordpress.com/centro-studi-fdt/).

Il “Centro studi fuga dei talenti” offre uno sguardo documentato e impietoso sul “sistema Italia”, gerontocratico, non meritocratico, miope nello sbarrare le porte alle nuove leve non solo verso un lavoro stabile, ma anche verso i posti di responsabilità. Apprendiamo, per esempio, che un neolaureato da noi guadagna in media 1.054 euro al mese, all’estero 1.568. Oppure che nel 2004 il 20% dei laureati entrava in azienda con un contratto a tempo determinato, mentre nel 2010 è successo solo al 6% di loro. Non solo: se nel 1990 l’età media delle élite in Italia era di 51 anni, nel 2005 era salita a 62. Mentre dal 2000 al 2010 si è quasi dimezzato il numero di amministratori “under 30” nelle imprese.

    Sergio Nava, negli anni Duemila i laureati espatriati sono raddoppiati. Come si spiega?
    “E’ un dato dell’Istat, la quale dice che tra il 2002 e il 2008 la percentuale di laureati che si sono trasferiti all’estero è passata dal 9,7% al 16,6%, quasi un raddoppio. E’ vero che in Italia chi ha una laurea conserva ancora qualche possibilità in più di trovare lavoro e guadagna un po’ più di un diplomato, però esiste un trend per il quale il capitale umano viene sempre meno valorizzato. D’altronde, quando ministri ed esponenti varii affermano che bisogna tornare al lavoro manuale, il messaggio subliminale è che la laurea non serve a nulla. Il risultato è che i laureati iniziano a capire che fuori d’Italia, per lo meno nei Paesi più a Nord, il titolo di laurea viene valorizzato maggiormente: i salari che trova lì, la trasparenza del mercato del lavoro, la valorizzazione del capitale umano  in Italia non ci sono”.

    Un dato nel suo sito afferma che solo il 9,1% di giovani italiani di origini umili arriva alla laurea, contro una media europea del 23%…
    “Sì, gli ascensori sociali in Italia sono bloccati. Lo dicono vari studi e indagini, la casa editrice Il Mulino ha dedicato un libro a questo fenomeno, Immobilità diffusa. Un’analisi ha provato che da noi lo stipendio di un figlio è quasi tarato su quello del padre: tanto guadagna il padre, altrettanto guadagna il figlio. Proprio perché il nostro è un Paese bloccato, che funziona per corporazioni e ordini, e dove il ricambio generazionale è più basso che all’estero, per tutta questa serie di motivi il figlio di un operaio ha meno possibilità di salire la scala sociale rispetto al figlio di un impiegato o di un dirigente”.

    La legge sul “Controesodo” del dicembre 2010 può far rientrare in Italia giovani talenti?
    “E’ un buon ponte tra l’Italia e il resto del mondo, perché se qualcuno pensa di tornare, ha la possibilità per tre anni di pagare un’aliquota di tasse ridotta. Intacca il problema dello stipendio, che da noi, per chi è qualificato, è molto più basso rispetto ad altri Paesi. Però rimangono altri problemi. Per esempio, quello molto grave della selezione, perché nessuno risponde ai curricula inviati dai giovani; o quello del ricambio generazionale, perché a 30 anni in Germania magari sono manager, mentre qui devono ridursi stipendio, qualifica e aspettative di carriera. Sì, la legge detta “Controesodo” unisce il resto d’Europa con l’Italia, però se tornano trovano lo stesso Paese che avevano lasciato. Pagano meno tasse, ma il Paese va modernizzato rispetto a tutto il resto”.

Rosanna Biffi


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