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In fuga dal lavoro (italiano…)

In Fuga dei giovani on 27 aprile 2011 at 09:00

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Va assolutamente segnalata l’ultima ricerca dell’agenzia di selezione Kelly Services: 89 intervistati su 100, tra chi in Italia un lavoro già ce l’ha, sarebbero disposto a trasferirsi lontano dalla propria città di residenza o nascita, per svolgere il loro lavoro “ideale”. Siamo dodici punti sopra la media mondiale, dietro solo ad Indonesia, Messico, Malesia e Thailandia. Davanti addirittura al Portogallo e all’Irlanda.

Il combinato di chi vuole cambiare Stato e/o Continente registra un 33% tra i lavoratori italiani intervistati: oltre la metà di loro si trasferirebbe in Europa (54%), il 24% in Nord America. Uno su tre si trasferirebbe per meno di un anno, il 31% fino a tre anni.

Sul perché si va via, il 38% degli intervistati italiani  (secondi in Europa solo alla Polonia…) definiscono la propria condizione di lavoro come “non canonica“. Ben riassume il Direttore Generale di Kelly Services Italia, Stefano Giorgetti: “tra i dati più significativi emersi dall’indagine c’è sicuramente l’alta percentuale di lavoratori di età compresa tra i 30 e i 47 anni, e pertanto con posizioni, responsabilità e competenze ben sviluppate, che si dichiarano possibilisti rispetto all’eventualità di un trasferimento all’estero. Ben tre professionisti su dieci, infatti, sarebbero pronti a rinunciare al Belpaese per cogliere migliori opportunità di carriera. Un dato che dovrebbe far riflettere imprenditori e responsabili HR, soprattutto in relazione al rischio di un impoverimento delle competenze manageriali disponibili nel nostro Paese e di un conseguente ritardo nella ripresa e nello sviluppo sia a livello di singole aziende, sia a livello di sistema-Italia“.

Parole da soppesare con attenzione, quelle di Giorgetti: l’impoverimento di capitale umano è sotto gli occhi di tutti, mentre si sta facendo strada una pericolosissima cultura del “ritorno al lavoro manuale”, contrapposto all’educazione e alla formazione superiore, viste ora come inutili perditempo. Una cultura che -dalle colonne di questo blog- è già stata più volte denunciata.

Non sarà dunque un caso, se -maltrattato in patria- questo “capitale umano” si trasferisce sempre più all’estero. Negli ultimi giorni il declino italiano è stato più volte sottolineato da una molteplicità di angolature: l’ex-Commissario Europeo Mario Monti ha parlato di una politica per la crescita “carente”. “I problemi della crescita in Italia sono molto seri, e non possono essere trascurati“, ha sottolineato. Di qui l’affondo sul Piano di Riforme governativo: contiene riforme eterogenee e poco coerenti.

Aggiunge il Governatore di Bankitalia Mario Draghi: l’Italia sta uscendo lentamente dalla recessione, il ritorno del Pil ai livelli pre-crisi avverrà solo nel 2014… e ancora più in là per il prodotto pro-capite. Strana ironia della sorte: a detta di Draghi, nel corso della crisi l’Italia aveva visto contrarre il proprio Pil più degli altri (-6,5% nel biennio 2008-2009, a fronte di un calo del 3,5% nell’Eurozona). E in uscita dalla recessione, cresce meno degli altri. Se non è declino questo… D’accordo con le preoccupazioni di Draghi anche la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che definisce “troppo tardi” aspettare il 2014 per tornare ai livelli di Pil del 2007: “dobbiamo crescere di più, altrimenti non assorbiamo la disoccupazione, non teniamo in piedi il sistema delle imprese e non riusciamo a dare un futuro ai giovani“, afferma. Già nei giorni precedenti Confindustria aveva criticato il Documento di Economia e Finanza, insieme al Piano Nazionale di Riforme del Governo: “deludente, per quanto attiene alle azioni concrete per crescita e competitività“.

Che dire? L’impressione è che questo Paese stia finalmente cominciando ad analizzare le cause dei propri mali. Ma il livello di implementazione delle soluzioni è ancora pari a zero.

Un buon esempio è rappresentato dal cosiddetto “Club dei Creativi”: presentato prima di Pasqua con nobili propositi (fare rete tra aziende italiane e talenti all’estero), ha tradito presto la sua sostanziale inutilità. A causa di alcuni problemi di partenza. In primis i promotori, “facce nuove” quali Alain Elkann e Santo Versace; in secundis le dichiarazioni dello stesso Versace (“oggi i ragazzi non vogliono lavorare, vogliono solo il posto fisso, aspettano il 27 del mese. Abbiamo più posti di lavoro che lavoratori: ai giovani ricordo che, come diceva mio padre, l’unico posto fisso è al cimitero“); infine l’idea che questi giovani espatriati non debbano tornare, ma fare rete dall’estero con le nostre aziende e contribuire così alla crescita.

Idea assolutamente non male quest’ultima, di per sè: ma che sorvola completamente sui mali strutturali, a causa dei quali questi giovani talenti se ne vanno (o meglio, se ne scappano) dall’Italia… anzi, sembra quasi volerli nascondere, come ben dimostrano le dichiarazioni di Versace. Dichiarazioni che stimolano ulteriormente i già fin troppo presenti (dati Kelly Services alla mano) propositi di fuga.

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  1. La realtà smentisce le opinioni di Giorgetti di KS: in Italia c’è carenza di professionalita intesa soprattutto come competenza del saper fare. Si parla troppo e spesso a sproposito di “rischio di perdere manager”, basta chiedere a chi opera ogni giorno tra le imprese rispetto ad un operatore con tutto il rispetto, che non raggiunge nemmeno una piccola porzione di mercato – KS – se paragonato alle Agenzie per il Lavoro leader del settore. Ciò che manca al mercato del lavoro italiano e la capacita di offrire concrete opportunità di occupabilita di medio-lungo periodo unita ad una classe dirigente in grado di dare una visione strategica ai talenti con la volontà di rischiare come si fa con gli investimenti.

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