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Quando conta la Verità

In Declino Italia on 20 aprile 2011 at 09:00

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Grazie al Ministro dell’Economia Giulio Tremonti abbiamo scoperto che in Italia esiste la piena occupazione. “Tutti i quattro milioni di immigrati arrivati da noi negli ultimi anni sono occupati“, ha riferito in sostanza da Washington Tremonti nel weekend. La conclusione del Ministro è logica: alla domanda se occorra chiudere le porte all’immigrazione, o se siano i giovani italiani a doversi adeguare al nostro mercato del lavoro, Tremonti ha escluso la prima ipotesi. Ergo: i giovani si devono adeguare.

Sinceramente non mi aspettavo affermazioni del genere, da Tremonti. Peraltro smentite il giorno dopo dal suo collega Roberto Maroni: “Non sono d’accordo che tutti i cittadini extracomunitari in Italia lavorano“, ha affermato. Ancora più realisticamente, Maroni ha aggiunto: non si può semplificare o generalizzare, affermando che gli extracomunitari fanno lavori che i giovani italiani non vogliono fare.

Tra l’altro, a smentire ulteriormente le affermazioni di Tremonti, c’è un recente rapporto della Fondazione Leone Moressa, secondo cui la crisi ha colpito soprattutto i lavoratori stranieri (ultimo trimestre 2009): +44% i disoccupati tra di loro, rispetto al +9,7% degli italiani. Il fenomeno -ironia della sorte- è particolarmente accentuato nelle regioni del nord, da cui Tremonti proviene. E che si suppone conosca bene.

Questa lunga introduzione per dire una cosa molto semplice: la favola dei giovani italiani snob, che non si rendono ancora conto di vivere nel Paese delle opportunità, dove basta mettere il piede fuori dalla porta per essere inondati da offerte di lavoro, deve pur finire. Il refrain è sempre il solito: smettetela di sognare un posto da manager, da designer, da scienziato… accontentatevi di un lavoro manuale, e sarete felici. Con un lavoro, una famiglia, e un radioso avvenire davanti.

Beh… a parte che invitare un’intera generazione ad abbandonare l’ambizione di fare il salto di qualità (facendolo fare indirettamente anche al proprio Paese), puntando sull’economia della conoscenza e dell’innovazione, equivale -nei fatti- a dare una spinta decisiva al declino dell’Italia. In proiezione, significa infatti far tornare questo Paese a vivere di manifattura e lavori manuali, settori nei quali sarà presto seppellito dalle economie emergenti. Altra cosa è investire su un’economia innovativa e di qualità, con produzioni ad alto valore aggiunto. Chi l’ha capito, ne sta già traendo beneficio.

In secondo luogo significa prendere in giro un’intera generazione, facendo ricadere su di essa l’onere di una supposta colpa. Quando colpa, in realtà, non c’è. Non è colpa di un giovane inseguire delle legittime ambizioni. Legittime per un suo qualsiasi coetaneo centro-nord europeo. La colpa è piuttosto di chi non lavora al rinnovamento della politica industriale del Paese, tirando a campare con tagli di spesa di corto periodo, ma senza una visione complessiva di trasformazione dell’Italia in una nazione ad economia finalmente innovativa, con liberalizzazioni anticorporative e investimenti nei settori del futuro. Serve coraggio, ma serve anche una “Visione”… che questa classe politica -figlia di ragionieri e tributaristi- semplicemente non ha.

La Banca d’Italia, uno degli organi più indipendenti del Paese, guidata da un uomo che la visione internazionale ce l’ha per davvero, è tornata a ripeterlo: l’occupazione non riparte, i precari sono sempre di più e aumentano i giovani senza lavoro. Sono tornate a crescere le assunzioni a tempo parziale, ed è proseguita la contrazione delle posizioni permanenti. Possiamo far finta che sia tutta colpa di questi giovani snob, con la puzza sotto il naso. Qualcuno se ne convincerà pure. Ma il giudizio della storia sarà diverso. Qualche politico o Ministro ne uscità ampiamente ridicolizzato, sulle pagine dei libri che racconteranno -un giorno- l’Italia di oggi.

“L’Italia è un Paese per giovani?”, ha chiesto “Avvenire” ad uno dei due candidati alla presidenza dei Giovani Imprenditori: Jacopo Morelli, 35enne fiorentino che -della valorizzazione dei giovani talenti- ha fatto la sua bandiera programmatica. “Purtroppo no. […] Una pervasiva gerontocrazia blocca l’innovazione e rappresenta l’antitesi della meritocrazia. Dobbiamo ribaltare questa situazione. Con un welfare che guardi alle donne e alle famiglie. Con politiche per i giovani e le imprese: un giovane talento deve poter contare su un contesto sociale e normativo che lo valorizzi. […] Un adagio ricorda che la terra non la ereditiamo dai nostri padri, ma la prendiamo in prestito dai nostri figli. E’ stato fatto l’opposto“.

Perfettamente condivisibile, come analisi: in un Paese dove, come ricorda Massimo Gramellini su “La Stampa”, il bastone del comando è in mano a Berlusconi (75 anni) e Bossi (70), e dove appena un sindaco su sedici ha meno di 35 anni, nessuno si può permettere di dare lezioni ai giovani, considerandoli alla stregua di saputelli. Oltre al danno la beffa…

Tutta la classe dirigente italiana è organizzata in un sistema di compatte oligarchie di anziani, che per conservare e accrescere i propri privilegi sono decisi a sbarrare l’ingresso a chiunque. A cominciare dal capitalismo industriale-finanziario il quale, almeno in teoria, dovrebbe essere il settore più dinamico e innovativo della società, ma dove i Consigli di Amministrazione assomigliano quasi sempre a un club esclusivo di maschi anziani. Anche il sistema politico e i partiti non scherzano“: testuali parole di Ernesto Galli della Loggi su “Il Corriere della Sera”. Che aggiunge: “la muraglia invalicabile dietro la quale prospera la gerontocrazia italiana ha un nome preciso. Ostracismo alla competizione e al merito. In Italia il sapere e il saper fare contano pochissimo. Moltissimo invece contano le amicizie, il tessuto di relazioni, l’onnipresente famiglia, e soprattutto l’assicurazione impilicita di non dar fastidio, di aspettare il proprio turno, di rispettare gli equilibri consolidati. Vale a dire, ciò che fanno o decidono i vecchi“.

Galli Della Loggia lancia una proposta più volte ribadita anche da questo blog: poiché decine di migliaia di giovani di talento hanno lasciato il Paese, stufi di questa “Italia che sta mandando al macero una generazione dopo l’altra“, perché non richiamarli in patria e inserirli nelle posizioni di comando? Ma per farlo, annota lui con amarezza, “ci vorrebbe un Governo“.

L’attuale Governo per il momento si è limitato a partorire un ddl costituzionale che abbassa l’eleggibilità dei deputati a 18 anni e quella dei senatori a 25 anni. Lodevole proposta: peccato che con questa legge elettorale di cooptazione dei parlamentari, entreranno in Parlamento sempre i soliti “raccomandati”. Forse un po’ più giovani, ma sempre pronti ad obbedire agli ordini dei “vecchi”, che hanno loro generosamente regalato il lasciapassare verso la prosperità. Senza contare le ex-escort, libere finalmente di non esercitare più il mestiere più antico al mondo.

Il 2 marzo, nel “post” “Endstation“, avevamo profetizzato l’uscita di scena di Cesare Geronzi, uno dei simboli di questa Italia di vecchi, comandata da vecchi col telefono sempre in mano, capaci solo di rinsaldare questo sistema marcio di relazioni. Poco più di un mese dopo, tra la sorpresa generale, Geronzi è effettivamente uscito di scena. Che questa Endstation sia destinata a diventare il capolinea generale di questa Italia da operetta, votata al declino?

Lo speriamo. Altrimenti la fuga dei migliori talenti dall’Italia sarà sempre più cospicua e inevitabile.

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