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Spigolature/2

In Declino Italia on 13 marzo 2011 at 09:00

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L’Italia è dunque una società feudale avanzata, bisogna averlo chiaro in mente ma non farsene una ragione:  il ventenne che si affaccia sul mondo del lavoro viene visto come elemento destabilizzante, non è una ricchezza, è un virus che non deve entrare in circolo.  Se invece vuole mettersi in proprio può aprire  una S.r.l. ma subirà una tortura medioevale impietosa (meglio e più tutelante aprire una LTD a Londra). Bisogna, dicevo, averlo ben chiaro… Per ora siamo una società feudale avanzata. Comunichiamo con chi già conosciamo… E in modo stitico“.

E’ un passaggio del “post” che il regista Manuel de Teffé, 39 anni, ha publicato alcuni giorni fa sul suo blog. Illuminante, in certi passaggi. <<“Stamattina porto i vestiti a lavare e parto per New York” : Storia di come scoprii l’Economia di relazione>>: questo il titolo del “post”, che vi consigliamo assolutamente di leggere. Un raffronto -decisamente impietoso- tra la società feudale italiana e quella “aperta” americana. Che Manuel de Teffé ha avuto modo di conoscere e sperimentare, direttamente, fin da quel suo primo viaggio a New York. Nato -tra le altre cose- sull’onda di una acuta osservazione fatta, una mattina, al bar. Da leggere.

IL LINK AL “POST” SUL BLOG DI MANUEL DE TEFFE’

Sessantesima puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 12 marzo 2011 at 09:00

Sessantesima puntata di “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che vi racconta -ogni settimana- la nuova emigrazione professionale italiana.

Giovani imprenditori e manager al centro della nostra puntata odierna, con la storia di un connazionale “under 40” che -negli Stati Uniti- ha fatto una carriera a dir poco fulminante, fino a diventare presidente di una società Usa. Formidabile networker, il protagonista della puntata è anche a capo della sezione americana di un’importante associazione imprenditoriale italiana. Con lui, e con i nostri ospiti, cercheremo di capire se esiste -e quali potenzialità può avere- una nuova classe imprenditoriale italiana, giovane e innovativa. Potrà cambiare volto alla nostra economia?

Prosegue pure oggi la rubrica “Job Abroad”, interna al notiziario, attraverso la quale vi segnaliamo -settimanalmente- alcune delle migliori opportunità professionali all’estero.

Appuntamento -per saperne di più- alle 13.30 (CET) su Radio 24!

Intanto siete tutti invitati a dibattere sul “tema della settimana”: Esiste, in Italia e all’estero, una nuova classe dirigente e imprenditoriale, giovane e innovativa? E’ pronta -soprattutto- a prendere le redini del Paese, evitando il cosiddetto “rischio-declino”? Troverà gli spazi necessari per emergere qui, oppure dovrà guardare sempre più all’estero?”

Inviate le vostre risposte a: giovanitalenti@radio24.it

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I “piccoli” svantaggi di un’economia feudale e di rendita…

In Declino Italia on 10 marzo 2011 at 09:00

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Con la consueta lucidità che lo contraddistingue, Francesco Giavazzi ha tracciato un quadro, realistico quanto impietoso, dell’economia italiana (editoriale su “Il Corriere della Sera”). Un’economia, diciamo pure, “rovesciata”: in fatto di ricchezza privata, la nostra è infatti pari a quasi otto volte il reddito. In Germania il rapporto è di sei volte, in Francia i 7,5 volte. Ma se guardiamo alla crescita, il quadro si capovolge drammaticamente: in un decennio il reddito delle famiglie italiane è calato del 4%. In Francia, in Germania e nella media dell’Eurozona, annota Giavazzi, è cresciuto fra il 5 e il 7%.

Lo squilibrio rilevante non è fra Stato e privati. E’ nel modo in cui i capitali si sono accumulati e come essi sono impiegati. Troppo spesso sono frutto di posizioni di rendita e rimangono estranei al circuito della crescita. E’ il caso di aree economiche, dove il guadagno è garantito da norme che concedono ampie riserve di attività“, osserva Giavazzi. E ora leggete con attenzione questo passaggio, veramente illuminante: “Raramente le sostanze accumulate grazie a posizioni di rendita finanziano idee nuove, che hanno bisogno di capitali per trasformarsi in imprese. Lo stesso vale per la ricchezza investita in imprese mature, le quali resistono solo perché protette dalla concorrenza, occupando uno spazio di mercato che impedisce la crescita di aziende più giovani e produttive“.

Stop. Giavazzi ha fotografato il male dell’economia italiana nel suo cuore, arrivando al perché questo Paese rischia -molto presto- un affondamento: “affinché il patrimonio accumulato possa diventare un motore della crescita è quindi necessario abbattere rendite e protezioni, consentendo alla ricchezza di accumularsi là dove è più facile che finanzi lo sviluppo“.

NEW MONEY“, in una parola: gli old money dei quattro “papponi” che coltivano rendite di posizione per sé e per i propri figli non servono proprio a nulla, se non a far ingrassare sé stessi, la propria famiglia, i propri cooptati e le proprie concubine. Giavazzi propone le liberalizzazioni, quale antidoto a quest’economia “feudale”.

E perché non dotarsi pure di una politica industriale degna di questo nome, che anziché regalare prebende alle solite lobby così ben rappresentate in un Parlamento di “cooptati”, non guardi con lungimiranza ai settori produttivi del futuro – giovani, gestiti da giovani, e ad alto tasso innovativo?

L’Italia avrà nel 2011 una crescita del Pil inferiore di mezzo punto a quella del resto dell’Eurozona, perché beneficia meno degli altri Paesi dell’euro, e in particolare della Germania, del balzo in avanti del commercio mondiale, a causa della quota più bassa di esportazioni verso le economie emergenti, che stanno registrando alti tassi di crescita, e a causa della perdità di competitività registrata nell’ultimo decennio“: così, nell’ultimo report sulle previsioni economiche intermedie dell’Ue, il Commissario Olli Rehn.

Ma non eravamo i “maghi” dell’export? Un articolo dell’Osservatorio McKinsey, pubblicato su “Corriere Economia”, sottolinea come l’anemico +1% di crescita con il quale abbiamo chiuso il 2010 sia in realtà il frutto di una media tra settori in forte rialzo, e altri settori ormai prossimi al collasso. Illuminante questa considerazione: “Anche nel Made in Italy tradizionale sono le aziende con elementi distintivi e di qualità nel design e/o nella tecnologia a emergere“. E ancora: “Vi sono almeno due freni allo sviluppo che sono specifici dell’industria italiana, e strettamente correlati: dimensioni e capacità commerciale. Le aziende italiane sono spesso sotto soglia in  termini dimensionali. E, non avendo la scala per raggiungere i mercati più interessanti, adottano un approccio opportunistico e non sistemico. Questo non consente loro di cogliere le opportunità offerte dalle economie emergenti. Non a caso in queste geografie la presenza italiana è modesta: il 69% delle nostre esportazioni è diretto verso l’Europa, meno del 15% è destinato ai Paesi in via di sviluppo, contro il 33% della Germania e il 31% della Francia. […] Esiste una soglia critica di fatturato -variabile tra i 400 milioni e i 2 miliardi di euro- al di là della quale i tassi di crescita sono più elevati e la frequenza dei fallimenti si riduce. Per competere al pari della Germania avremmo bisogno di un numero di imprese di grandi dimensioni almeno doppio di quello attuale“, conclude l’articolo a firma di Stefano Proverbio e Francesco Lovecchio.

Dimensione aziendale e capacità innovativa: queste le pecche strutturali del tessuto industriale italiano. Su queste leve dovrebbe incidere una seria politica di (ri-)sviluppo industriale, che dovrebbe fortemente venire incentivata dal Governo, con una visione strategica e di medio-lungo termine. Pura utopia: l’unica priorità ora pare quella di riformare la giustizia… Ma dove andremo, con questa classe dirigente?

“Qualità” e “innovazione” sono due sostantivi che stanno cominciando a comparire sempre più nella terminologia utilizzata dai nostri imprenditori. Qualità e innovazione come uniche armi contro una globalizzazione che rischia di mandarci a picco, se non riusciamo ad affrontarla e a prenderla nel verso giusto.

E noi ancora qui, a consolarci pensando che il capitale accumulato negli ultimi decenni dai quattro “amici degli amici”, che vivono e prosperano grazie a posizioni di rendita -ben descritte da Giavazzi- possa salvarci. Forse salverà loro. Ma non salverà noi… Ma che futuro ha un Paese dove -dati dell’agenzia di recruitment Bachelor alla mano- ricompensa con un salario medio di 827 euro i suoi laureati? Parliamo qui dei neo-neo laureati, quelli del 2010. Non che i loro “fratelli” che hanno strappato l’ambito pezzo di carta due anni prima, nel 2008, se la passino meglio. La loro paga mensile è di 1120 euro! Andatelo a raccontare a un coetaneo tedesco… Per non parlare della tipologia dei contratti: un laureato del 2010 ha visto un indeterminato solo nel 13,3% dei casi. Il 31,1% d loro si imbatte in uno stage, gli altri si barcamenano tra contratti a progetto, di apprendistato e a tempo determinato.

Senza una vera politica industriale, e con la generazione più qualificata alla deriva salariale e contrattuale. E poi ci stupiamo se “da qui se ne vanno tutti?”…

 

Anno Sabbatico e Fuga dei Talenti

In Lettere e Proposte on 9 marzo 2011 at 09:00

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Ospitiamo oggi il “guest post” di Riccardo Caserini, autore del libro “Mollo tutto e parto” (edizioni Vallardi) e del blog “Anno Sabbatico“. A Riccardo abbiamo chiesto di scrivere una riflessione che unisse i temi del suo e del nostro blog.

Un consiglio spassionato? Leggete le prossime righe…

Chi di noi non ha mai sognato di mollare tutto e di partire? Magari anche solo per un breve periodo di tempo.

Siamo in molti ad averlo pensato almeno per un giorno, eppure sembra una cosa così impossibile da realizzare, un sogno – appunto.

Prendersi una pausa dalla routine per dedicarla a se stessi è quello che spinge i giovani e meno giovani dei Paesi del Nord Europa, a concedersi un ‘gap-year’ (liberamente tradotto, un ‘anno sabbatico’). Si tratta di un momento, che si colloca dopo le scuole superiori, al termine dell’università, oppure anche a carriera avviata, per fare il punto della situazione, riavvicinarsi ai propri desideri e ritornare poi con le idee più chiare ed una carica di energia in più. Anche il mondo del lavoro di questi Paesi è abituato a questa ‘pratica’, tanto da vederla di buon occhio ed incentivarla. Chi si concede un anno sabbatico è visto come una persona proattiva, dinamica, che ha saputo prendere una decisione e portarla avanti, che ha saputo organizzarsi e che ha fatto un’esperienza di vita impagabile.

Concedersi un anno sabbatico significa affrontare questi problemi e chiedersi se non ci sia qualcos’altro oltre alla routine alla quale ci siamo abituati. Può rappresentare un primo passo per chi inizia a considerare il fatto di lasciare l’Italia per lungo tempo, una prima ‘prova’, a tempo determinato, più gestibile e accettabile da chi ci sta vicino. Una volta che ci si è abituati al mondo fuori dal nostro quotidiano ed una volta ri-avvicinati ai nostri desideri, si aprono orizzonti prima impensabili e diventa molto più normale considerare la possibilità di vivere all’estero. Altri Paesi offrono inoltre più occasioni lavorative rispetto al nostro e, una volta che ci si sente ‘cittadini del mondo’, è molto facile essere tentati di lasciare la nostra piccola Italia.

La nostra cultura non ha ancora ‘sdoganato’ l’idea di anno sabbatico. C’è ancora un po’ di scetticismo, dovuto al fatto di consideralo una sorta di vacanza per ‘scansafatiche’, oppure di temere di non trovare un lavoro al proprio ritorno. E’ forse questo conformismo, che tende a mantenere le cose come stanno senza provare a guardare avanti, a spingere molti di noi a volersene andare. La maggior parte di chi mi scrive su www.annosabbatico.it e che ha il desiderio di ‘mollare tutto e partire’ è rappresentato da persone molto responsabili. Sono i nostri talenti e sono spinti alla ‘fuga’ da questi aspetti della nostra cultura rigida e conformista.

Le cose stanno, però, iniziando a cambiare. E’ sempre più facile incontrare chi ha fatto quest’esperienza, e sono sempre di più le persone che stanno pensando di premere il tasto ‘pausa’ per farsi delle domande e dare una direzione nuova alla propria vita. Anche gli ambienti delle ‘risorse umane’, i direttori del personale, stanno cominciando a rendersi conto che un anno sabbatico può essere molto utile, perché in grado di creare persone più aperte a idee nuove e culture diverse, di abituare al cambiamento e di sviluppare in chi affronta questo ‘progetto’ capacità che saranno utili alle aziende stesse per creare e tenersi così i propri ‘talenti’. Più l’idea di anno sabbatico verrà accettata e più si innescherà un ‘circolo virtuoso’ che, agendo sulle persone, sulle aziende e, di conseguenza, sulla nostra cultura, potrà veramente dare una mano a cambiare questo Paese, in modo che i nostri talenti non siano costretti a fuggire per sempre da qualche altra parte“.

Responsabile Amministrativa a Shanghai

In Storie di Talenti on 7 marzo 2011 at 09:00

Devo ammettere che all’inizio non ho nemmeno preso in considerazione l’ipotesi di cercare un lavoro in Italia, perché pensavo che -avendo studiato cinese- un periodo di residenza in quel Paese sarebbe stato necessario. Quello che non potevo pensare era che ci sarei rimasta per buona parte della mia vita!“: così Chiara Dossi, 35 anni, sintetizza i motivi che l’hanno portata a fare il grande passo verso l’Estremo Oriente.

Una Laurea in Lingue e Letterature Orientali a Venezia in valigia (con annessi viaggi a Pechino), Laura parte così per la Cina: destinazione Ningbo, città a circa 300km. da Shanghai. Obiettivo: lavorare presso una società italiana. L’assegnazione è quella di assistente/interprete Poco più di un anno dopo il primo, grande salto: Shanghai, la capitale economica della Cina. Una breve parentesi in un’altra azienda italiana, poi il passaggio a una società coreana, dove si occupa della gestione del personale e della clientela. Vi resta tre anni (“anni interessantissimi, ma tutt’altro che facili“, ricorda lei ora), poi prende col marito la decisione di trasferirsi nel suo studio di architettura, per curarne l’amministrazione e le risorse umane. In concreto, Chiara attualmente si occupa di tutti gli aspetti non strettamente inerenti l’architettura. Lo studio, che dà lavoro a 40 dipendenti, realizza progetti industriali, educativi e residenziali in tutta la Cina.

Naturalmente non tutto è facile, lavoriamo molte ore e praticamente non esistono sabati e domeniche. Ma penso che la grande differenza tra qui e l’Italia sia il “profumo di possibilità” che si respira ovunque, per cui basta ancora determinazione e impegno, per ottenere qualche risultato. Nonché per vivere una vita professionale soddisfacente“: così Chiara descrive l’ambiente cinese. Con lei ci soffermiamo anche e soprattutto sulle opportunità professionali che i giovani professionisti italiani (in particolare gli architetti) possono trovare in Estremo Oriente.

Ospite della trasmissione è Ergian Alberg, architetto “di ritorno”: insieme alla moglie, dopo ben sette anni trascorsi in giro per il mondo (anche in Cina), Ergian ha deciso di fare ritorno in Italia, aprendo nel 2006 un proprio studio di architettura. Con lui comprendiamo i motivi di questa scelta. E proviamo a rispondere a queste domande: ha senso tornare in Italia? E’ soprattutto facile, dopo tanti anni all’estero?

Nella rubrica “Spazio Emigranti” proseguiamo la nostra inchiesta sui programmi di carattere regionale, dedicati ai giovani italiani che decidono di formarsi all’estero e/o intendono tornare in patria. Oggi focus speciale sul mondo della ricerca. Andiamo in Lombardia, dove è attivo il “Research Career Transition Award”, promosso e organizzato in collaborazione con gli Usa. Ce ne parla Alberto Cavalli, sottosegretario all’Università e Ricerca della Regione.

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La discussione di questa settimana: Cina e sbocchi professionali: un nuovo mercato per i Giovani Talenti italiani? Ritenete che Shanghai o Pechino possano essere oggi più allettanti, dal punto di vista economico e professionale, rispetto a Milano o Roma? Soprattutto, se si ha una laurea in tasca? Vi trasferireste, in Cina?

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Alla prossima puntata: sabato 12 marzo, dalle 13.30 alle 13.55 (CET), su Radio 24. Vi aspetto!

+Giovani siciliani e lombardi al top negli espatri+

In Fuga dei giovani on 6 marzo 2011 at 09:00

Comunicato Stampa della trasmissione “Giovani Talenti” – Radio 24

FUGA DEI CERVELLI. OLTRE 330MILA GIOVANI “UNDER 40 ” VIA DALL’ITALIA NEL PRIMO DECENNIO DEGLI ANNI 2000. LOMBARDIA CAPOLISTA NEL 2010.

Ammonta a 331.709 il flusso in uscita dall’Italia dei giovani di età compresa tra i 20 e i 40 anni, tra il 2000 e il 2010. Lo rivela, sulla base degli ultimi dati Aire (Anagrafe Italiani Residenti Estero), la trasmissione “Giovani Talenti” di Radio 24, condotta da Sergio Nava e in onda sabato 5 marzo alle ore 13.30.

In particolare, nel corso dell’anno solare 2010, ben 22mila e 982 “under 40” hanno lasciato l’Italia con destinazione i Paesi europei. Prevalentemente si tratta di uomini: sono 12mila e 538, contro 10mila e 444 donne. Altri 2536 giovani hanno scelto gli Stati Uniti, come luogo di residenza (simili le proporzioni di sesso: 1391 uomini e 1145 donne).

A livello regionale, il 2010 ha visto un boom degli “under 40” che hanno lasciato la Lombardia, regione capolista nell’espatrio dei giovani sia verso l’Europa, sia verso gli Usa. Sono stati infatti 3560 i 20-40enni lombardi che hanno preso la residenza nell’Ue, 361 invece hanno preferito gli Usa. Al secondo posto negli espatri verso l’Europa la Sicilia (2794), al terzo il Lazio (1955). Per quanto riguarda gli espatri verso gli Usa, dopo la Lombardia seguono la Campania (307), e il Lazio (303).

Se consideriamo invece il totale degli espatri tra il 2000 e il 2010, domina la Sicilia, che nell’ultimo decennio ha visto emigrare verso l’estero ben 40mila e 281 giovani tra i 20 e i 40 anni. A seguire la Lombardia (32mila e 678) e la Calabria (31mila e 049).

Il totale complessivo degli italiani (di ogni fascia d’età) iscritti all’anagrafe AIRE ammonta a 4milioni 115mila e 235. Se si considera la sola fascia dei 20-40enni, i giovani italiani residenti all’estero sono 1milione 174mila e 879.

Non è purtroppo possibile avere indicazioni sul titolo di studio dei giovani italiani che emigrano, ma è ragionevole affermare che la percentuale di coloro che sono altamente scolarizzati sia elevata.

L’Anagrafe Italiani Residenti Estero è il registro ufficiale dei connazionali che hanno stabilito la residenza al di fuori dei nostri confini. Nonostante l’iscrizione sia obbligatoria, è presumibile ritenere che i dati Aire siano comunque da considerare per difetto.



Cinquantanovesima puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 5 marzo 2011 at 09:00

Cinquantanovesima puntata di “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che vi racconta -ogni settimana- la nuova emigrazione professionale italiana.

Apriamo (o meglio, “ri-apriamo”) a partire da questo mese una finestra molto particolare sulla Cina, Paese che sembra sempre più costituire un magnete per i nostri giovani di talento. Lo facciamo con una giovane espatriata in Estremo Oriente: a Shanghai, dopo varie esperienze lavorative, si è unita allo studio di architettura del marito, curandone l’amministrazione e le risorse umane. Proprio a lei chiediamo quali opportunità di impiego la Cina offre ai nostri giovani “expats” di talento. In quali settori è meglio puntare? Quali accorgimenti prendere, prima di partire? Cosa fare, appena arrivati? Puntata da non perdere, per chi si prepara al salto oltre la Grande Muraglia!

Prosegue pure oggi la rubrica “Job Abroad”, interna al notiziario, attraverso la quale vi segnaliamo -settimanalmente- alcune delle migliori opportunità professionali all’estero.

Appuntamento -per saperne di più- alle 13.30 (CET) su Radio 24!

Intanto siete tutti invitati a dibattere sul “tema della settimana”: Cina e sbocchi professionali: un nuovo mercato per i Giovani Talenti italiani? Ritenete che Shanghai o Pechino possano essere oggi più allettanti, dal punto di vista economico e professionale, rispetto a Milano o Roma? Soprattutto, se si ha una laurea in tasca? Vi trasferireste, in Cina?”

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Endstation (Capolinea)

In Declino Italia on 2 marzo 2011 at 09:00

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Due dichiarazioni degli ultimi giorni hanno particolarmente sollecitato la mia attenzione. La prima è quella del Governatore di Bankitalia Mario Draghi: parlando al Forex di Verona lo scorso weekend ha ribadito, senza troppi giri di parole: in Italia la crescita “stenta da quindici anni”. A seguire: i giovani non trovano lavoro, e quelli che ci riescono devono accettare salari d’ingresso “fermi da oltre un decennio, su livelli al di sotto di quelli degli anni Ottanta. Uno spreco”. Infine: troppe tasse. In Italia la “pressione fiscale è di tre punti sopra la media Ue”.

Poche ore dopo. Cambia lo scenario. All’interno dello scontro tra l’imprenditore Diego Della Valle e l’inamovibile Cesare Geronzi (banchiere dall’età non proprio giovane, 76 anni, ma con molte amicizie che contano), Della Valle pubblica la seguente lettera: “Geronzi deve prendere atto che il mondo e le condizioni sono veramente cambiati, e che oggi non c’è più spazio per chi bada di più al suo mondo e alle relazioni personali che ne derivano, invece che ai veri interessi dell’azienda che si rappresenta, della sua conduzione e degli ottimi risultati che servono ad accrescerne il valore“.

Fate particolare attenzione alle parole di Della Valle, perché fotografano esattamente il motivo e le cause del devastante quadro economico italiano, dipinto dal Governatore Draghi. Capitalismo relazionale, capitalismo familistico, capitalismo delle conoscenze (e non della “conoscenza”…): sono tanti e vari i modi in cui il nostro capitalismo è stato fotografato e descritto negli ultimi anni. Una ricerca della London School of Economics, risalente al 2008, spiegava chiaramente come in Italia la maggior parte dei managers abbiano i capelli bianchi, e non vengano scelti in base alle loro capacità di performance, ma piuttosto alle loro “conoscenze”, e alla capacità di mantenere buone relazioni. Un controsenso economico puro. Infatti, non a caso, siamo arrivati dove ci troviamo.

Endstation: “Capolinea”, direbbero i tedeschi. “Il mondo è cambiato”, attacca Della Valle. Ha ragione. Le vecchie logiche non funzionano più. Praticherà lui stesso questo nuovo Vangelo del capitalismo italiano, finalmente allineato agli standard mondiali? Lo speriamo. Comunque ha lanciato un segnale. Certamente il potente Geronzi non brilla, al contrario, per mentalità innovativa: “Gli analisti? Sono giovani, hanno il diritto di pensare ciò che pensano“. Li ha liquidati così, molto sbrigativamente, come si fa con delle mosche che ronzano fastidiosamente intorno.

Endstation, Geronzi: queste frasi non le sentiremo più, in un futuro ormai prossimo. Questa continua denigrazione dei giovani, da parte di uomini in età pensionabile, non sarà più tollerabile.

Questo modo di pensare ha affondato il Paese. Una certa gerontocrazia relazionale, buona solo a favorire gli amici degli amici, ha portato l’Italia a inseguire la crescita degli altri. Come rilevato dal Centro Studi Confindustria: “la ripresa globale prosegue a ritmi molto elevati, ma l’economia italiana procede meno rapida“, affermava lo scorso 24 febbraio.

Strano Paese, l’Italia: un Paese dove la Corte dei Conti, ad ogni inizio anno, ripete -quasi fosse una stanca litania- che la corruzione italiana esplode (i reati di questo tipo sono cresciuti nel solo 2010 del 30%). Tanto che ormai, perso ogni senso di dignità e di vergogna, l’Italia rischia una vera e propria assuefazione a questi reati schifosi. Tantopiù che spesso si verificano in settori, come quello della sanità, dove in gioco c’è la salute delle persone. Che fine ha fatto il tanto atteso ddl-anticorruzione del Governo? In compenso avanzano di gran carriera norme contro le intercettazioni e per il processo breve… mentre una certa legge Cirielli, dimezzando i tempi di prescrizione anche per i reati di corruzione, sicuramente bene non ha fatto. Anzi…

Come cambiare? Semplicemente cambiando classe dirigente. Altre soluzioni non ne vedo, ad essere sinceri. Una classe dirigente gerontocratica e relazionale ci ha portato qui. Ha ovviamente allevato una pletora di giovani cooptati, vttime e carnefici loro medesimi della stessa forma mentis. Ma -fortunatamente- questi giovani non rappresentano la maggioranza della loro generazione.

La maggioranza è questa: “Giovani generazioni in grado di imprimere il cambio di passo, non fosse altro per la loro ben maggiore dimestichezza con le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Il gap di produttività dell’economia italiana può essere colmato solo riducendo il “digital divide”, che soffriamo verso i Paesi concorrenti. I giovani italiani debbono essere protagonisti di questa accelerazione. Ma i giovani italiani sono, al momento, quelli che meno partecipano alla ripresa dell’economia europea” (di Giovanni Ajassa, Responsabile Servizio Studi Bnl – lettera ad “Affari & Finanza”). Ajassa precisa: in Italia lavora solo un giovane su cinque. In Spagna uno su quattro. In Francia uno su tre. In Germania quasi uno su due.

Secondo voi, quale tra questi Paesi ha più probabilità di affondare, modello Titanic? E secondo voi, perché tanti giovani italiani stanno abbandonando la nave che cola a picco, rifugiandosi all’estero?

 

+ Flash: Nuovo Record Disoccupazione Giovanile: 29,4% +

In Declino Italia on 1 marzo 2011 at 10:48

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FONTE: AGENZIA ANSA. Per il terzo mese consecutivo, il tasso di disoccupazione si attesta all’8,6% (+0,2%) su base annua. Lo comunica l’Istat, spiegando che si segna un record per la disoccupazione giovanile, al 29,4%, il tasso piu’ alto dal 2004.