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Trentacinquesima puntata di “Giovani Talenti” – Radio 24

In Fuga dei giovani on 18 settembre 2010 at 09:00

Torna oggi, con la trentacinquesima puntata, il format tradizionale di “Giovani Talenti“, la trasmissione di Radio 24 che porta on air il mondo della nuova emigrazione italiana.

Oggi puntata decisamente d’eccezione, nella quale parliamo ancora una volta di ricerca. Ricerca ad altissimo livello, nei laboratori americani, tra i più avanzati al mondo. Lo faremo con una giovane ricercatrice italiana, che in California gestisce un proprio laboratorio e insegna in università. Una ricercatrice che ci ha pure provato a tornare in Italia, a un certo punto della sua carriera. Ma che non ha resistito, dopo pochi mesi, alle sirene che la richiamavano verso gli Usa.  Una bellissima storia, la sua, fatta di scelte coraggiose e di impegno per la cura di malattie gravi. Con lei sarà in onda un ospite molto noto, la cui identità per ora non sveliamo. Possiamo solo anticipare che si tratta di uno dei più grandi scienziati e ricercatori italiani.

Prosegue pure oggi la rubrica “Job Abroad”, interna al notiziario, attraverso la quale vi segnaliamo -settimanalmente- alcune delle migliori opportunità professionali all’estero.

Appuntamento -per saperne di più- alle 15 (CET) su Radio 24!

Intanto siete tutti invitati a dibattere sul “tema della settimana”: “Gli ultimi mesi hanno portato con sé importanti novità: l’approvazione alla Camera del ddl Controesodo, che introdurrà incentivi fiscali finalizzati al ritorno dei professionisti “under 40″ espatriati da almeno due anni, e l’articolo 44 della Manovra, che riduce le imposte a ricercatori e docenti che tornano in Italia. Queste misure, a vostro avviso, sono sufficienti? Cosa si può fare, ancora?”

Inviate le vostre risposte a: giovanitalenti@radio24.it

Il link alla pagina web del programma: CLICCA QUI

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Le frequenze di Radio 24: CLICCA QUI

Il Podcast di Radio 24 (per chi volesse ascoltare la puntata registrata o si trovasse all’estero): CLICCA QUI

SEI UN GIOVANE “UNDER 40″ ESPATRIATO ALL’ESTERO? VUOI RACCONTARCI LA TUA STORIA? Per contattare la trasmissione: giovanitalenti@radio24.it

+++ AAA Cercasi Storie Espatriati per “Giovani Talenti” +++

In Storie di Talenti on 17 settembre 2010 at 09:00

DOMANI RIPRENDE LA VERSIONE AUTUNNALE DI “GIOVANI TALENTI” – RADIO 24

ANNUNCIO DEL PROGRAMMA

“Giovani Talenti” cerca le nuove storie del programma, in vista della ripresa del format autunnale il 18 settembre:Sei giovane e “under 40″? Laureato/a e/o con master? Sei emigrato/a dopo svariati tentativi di affermarti professionalmente in Italia, andati a vuoto? Sei espatriato/a grazie a un contratto ottenuto per merito e selezione, che ti ha permesso -pur ventenne o trentenne- di raggiungere posizioni professionali inimmaginabili per te in Italia? Nonostante ciò, non riesci a trovare posizioni equiparabili nel Belpaese, nell’ottica di un ritorno?

Scrivi a: giovanitalenti@radio24.it : la tua storia andrà on air in una delle prossime puntate!

I Talenti italiani in fuga verso la “Serie A” del lavoro

In Fuga dei giovani on 15 settembre 2010 at 09:00

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Gli ultimi giorni hanno portato dichiarazioni politiche, che inneggiano chiaramente all’addio. Il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti: “Giovani, guardate oltre i confini. Il mondo è completamente cambiato, e per il posto fisso non basta più neanche la laurea“. In uno slancio di sincerità, Tremonti ammette: “Io sono diventato professore universitario, ma oggi non saprei come fare. Esiste ancora l’illusione che la laurea sia un ascensore sociale. Ma ora questo ascensore porta molti verso il vuoto“. Insomma, piuttosto che risolvere i problemi strutturali dell’Italia, persino il Governo alza bandiera bianca e invita a… farsi le valigie. Un bel modo di scopare la polvere sotto lo zerbino. Come se le colpe fossero sempre degli altri. Ancora più esplicito il premier Silvio Berlusconi: “Non bisogna aver paura di lasciare l’Italia. A voi giovani dico: guardate l’Italia da Berlino o da Mosca“. A parte che non si capisce bene perché si debba scegliere la capitale russa quale destinazione, non esattamente uno dei poli di attrazione mondiale dei talenti (ma forse qui gioca l’esperienza personale di un frequent flyer moscovita, qual è lui), il premier italiano dimentica di prendere in considerazione gli enormi ostacoli che si frappongono al (mancato) ritorno di questi giovani: curricula dal profilo internazionale ignorati nel Belpaese, contesto italiano spesso impreparato ad accoglierli e ad offirire loro condizioni anche solo minimamente comparabili a quelle ricoperte all’estero, stipendi e posizioni nettamente inferiori. Mi fermo qui, per evitare il ridicolo. Invitare ad andare all’estero può dunque far tendenza, in bocca a un politico. Ma se quello stesso politico ignora volutamente il dramma che si cela dietro a certe scelte o a certi mancati ritorni, vuol dire che non sta facendo per niente il suo mestiere.

Strano Paese, l’Italia: lo sapete che tra le nazioni Ue, siamo la terza per “contingente” di espatriati rimasti in Europa? I nostri connazionali emigrati -ma ancora sul Continente- sono ben 1,3 milioni, dietro solo a rumeni e polacchi. Lo afferma Eurostat. E non si tratta solo di emigrazione “storica”. Forse occorrerà cominciare a rivedere certi cliché. Perché tedeschi e francesi non vantano lo stesso “primato”?

Ci sarà anche un motivo, se -come titolava qualche giorno fa “Il Sole 24 Ore”- l’Italia sforna pochi laureati, lasciandoli in troppi casi senza lavoro. Bel paradosso, no? L’articolo citava i dati dell’ultimo rapporto Ocse, secondo cui la percentuale di laureati nel Belpaese si attesta a quota 32,8% (grazie quasi unicamente alla contestata riforma del 3+2, che li ha praticamente raddoppiati), contro la media Ocse del 38%. I dati sull’occupazione ci vedono sempre in difetto: 86,6% per gli uomini laureati (-3% rispetto alla media Ocse), 76,1% per le donne laureate (quasi -4% rispetto alla media). Francia, Germania e Gran Bretagna fanno ovviamente meglio di noi, solo la Spagna “compete” ai nostri livelli.

Nel complesso la media dell’istruzione universitaria nel Paese resta minimale rispetto a quella dei cosiddetti Paesi più “ricchi”: solo il 2,4% d tutta la popolazione, contro il 33,5% degli Stati Uniti, il 14,7% del Giappone, il 5,8% della Germania“, chiosa l’articolo. C’è ovviamente qualcosa che non va, in un Paese che investe solo il 4,5% del Pil in istruzione, contro una media Ocse del 5,7%. E che vede una spesa per l’insegnamento troppo sbilanciata nella scuola primaria e secondaria, a scapito di quella universitaria (a questo proposito occorre ricordare come, secondo il “QS World University Ranking”, solo due atenei italiani -Uni Bologna e Uni La Sapienza- si trovano tra le prime 200 università al mondo) . Come ha spiegato l’Ocse, con piglio forse un tantino ottimista, forse può pure bastare spendere meglio i fondi a disposizione, per migliorare l’istruzione italiana. Ma non si potrebbe magari incrementarli un po’, per evitare che gli ascensori sociali si blocchino ancora di più, favorendo solo chi può permettersi un’educazione privata e a pagamento?

Così, mentre i principali istituti nazionali e internazionali litigano su quali prospettive economiche attendano l’Italia, con l’Ocse che ci vede in crescita “sottozero” nel terzo trimestre 2010, l’Istat che intravede miniriprese nel secondo trimestre, e la Commissione Europea che ipotizza un +1,1% per l’intero 2010, un dato è certo: cresciamo in modo anemico, quando va bene. Siamo un’economia cotta, che fatica a investire con coraggio nei settori più competitivi e innovativi. Siamo, per dirla con il World Economic Forum, il 48esimo Paese al mondo per competitività, dietro la Lituania, il Cile, la Tunisia, la Polonia e persino Barbados. Lontani anni luce dai primatisti: Svizzera, Svezia, Singapore e Stati Uniti.

Il risultato, per dirla con un recente articolo del professor Alessandro Rosina, è che in Italia manca la “Serie A” dele opportunità per i giovani di talento. Resta la “Serie B” del Nord Italia e la “Serie C” del Sud Italia. La Serie A dei maggiori guadagni, della maggior disponibilità di risorse per svolgere al meglio il proprio lavoro, del reale riconoscimento delle capacità dei singoli, nonché del progresso di carriera più trasparente e meritocratico non abita più qui. “Nel resto d’Europa”, scrive Rosina, “essere giovane con titolo di studio elevato è in generale un vantaggio, non uno svantaggio”.

Rosina elenca possibili soluzioni per uscire dall’empasse: “maggior investimento in ricerca e sviluppo, un welfare che promuova i comportamenti virtuosi dei singoli, un mondo del lavoro meno ingessato ed inefficiente, un sistema culturalmente più aperto all’innovazione e alla formazione del capitale umano“.

Prima di invitare i giovani italiani ad andare all’estero, ben consci che per molti di loro questo viaggio sarà di sola andata, il Ministro dell’Economia e il Presidente del Consiglio di questo Paese dovrebbero cominciare a rimuovere seriamente i macigni tuttora presenti lungo la strada che porta i nostri giovani di talento verso la “Serie A” del lavoro.

Somiglianze e Differenze tra Italia e resto del mondo

In Fuga dei giovani on 13 settembre 2010 at 09:00

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Oggi vi propongo un piccolo confronto internazionale. Il gioco del giorno è: quale di questi Paesi vi ricorda di l’Italia? A tutti coloro che azzeccheranno la risposta, la qualifica di “futuro/a emigrante”.

BUSTA 1 – CINA: la State-Owned Assets Supervision and Administration Commission (SASAC) ha pubblicato l’elenco delle figure manageriali richieste per le 19 società governative, tra cui China Unicom, China Travel Service, State Nuclear Power Technology Corpo, Dongfeng Motor Corp e China State Construction Eng Corp. I manager possono essere di qualsiasi nazionalità. Si cercano in particolare venti figure: cinque general manager, quattro vice general manager, tre revisori contabili, tre avvocati e cinque altre figure. La “call” rientra nel progetto “1000 talenti”, che in sette anni ha portato al vertice delle aziende statali 111 manager stranieri. Due su tre sono rimasti.

BUSTA 2 – ISRAELE: come già riportato su questo blog, Israele ha avviato un programma di rientro per i propri ricercatori, che prevede la creazione da parte del ministero della Scienza e la Tecnologia di una banca dati contenente informazioni su circa cinquemila scienziati, esperti di hi-tech e ricercatori attualmente impiegati da primarie università, industrie e centri di ricerca esteri. Ciascuno degli iscritti nella banca dati sarà contattato, con proposte di impiego in Israele. Oltre ad allettanti incentivi fiscali, lo Stato israeliano ha deciso la creazione di una trentina di “centri di eccellenza” per la ricerca, che dovrebbero richiamare in patria diverse centinaia di ricercatori.

BUSTA 3 – PORTOGALLO: La Fondazione per la Scienza e la Tecnologia del Portogallo sta per avviare il programma WELCOME II, che consentirà ai ricercatori post-doc di qualsiasi Paese europeo (al lavoro da almeno tre anni al di fuori dell’UE) di prestare servizio presso istituzioni in Portogallo. Il contratto offerto è triennale.

BUSTA 4 – GRECIA: la stragrande maggioranza dei laureati e laureandi greci è pronta a lasciare il Paese per cercare lavoro all’estero. Ritiene che le misure adottate per superare la crisi economica non tengano conto dei loro problemi (sondaggio del quotidiano To Vima). Il 45% dei futuri espatriandi ha già cominciato a cercarsi un lavoro all’estero.

BUSTA 1, BUSTA, 2, BUSTA 3 O BUSTA 4: QUALE DI QUESTI PAESI VI RICORDA L’ITALIA?

Thumbs Up!

In Fuga dei giovani on 12 settembre 2010 at 09:00

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Giù il cappello, di fronte a questa splendida lettera di Augusto, uno dei giovani fondatori di Mashape, classico esempio di start-up innovativa, che in Italia manco hanno compreso. Negli Usa invece ci hanno creduto… in questo trio di “up-and-coming Italians”. Col risultato che il trio ci lascia.

In bocca al lupo, ragazzi!

+++LEGGI LA LETTERA INTEGRALE SUL BLOG “TAGLIAERBE”+++

Ecco uno dei passaggi più significativi:

“Cara Italia se vuoi cambiare devi investire sui giovani, ma non come lo dicono i politici in televisione, ci devi investire veramente, devi metterci la passione. Nei nostri ultimi due anni di convivenza, ho visto tanti ragazzi come me che non sono riusciti a partire perché non hanno trovato in te il supporto. Pensa quanti di quelli avrebbero potuto creare valore per te… e per ogni ragazzo che fallisce o emigra perdi un pezzo di anima. Ci sono degli investori che vorrebbero aiutarci, ma non ci riescono da soli, hanno bisogno di un ecosistema sotto che gli aiuti, hanno bisogno di un mercato a cui possono rivendere il valore aggiunto che hanno creato, hanno bisogno di leggi che allegeriscano il carico fiscale, hanno bisogno di università che insegnino anche la pratica… d’altronde stanno semplicemente credendo nei tuoi figli. La tua sorella Francia lo ha capito da anni, e sta investendo a ritmi sbalorditivi anno dopo anno… non lasciarti uccidere così. L’unico modo che hai per sopravvivere è investire in innovazione e giovani, loro sono i primi che usano nuovi prodotti e sono i primi ad accorgersi dei nuovi problemi e creare quindi nuove soluzioni. Innovare non è per niente semplice, tu sei un Paese pieno di persone che inventano nuove tecnologie, ma la tecnologia da sola non serve a niente, diventa innovazione quando ha adoption, quando viene applicata sulla massa, il mondo è pieno di tecnologie potenti che non sono andate da nessuna parte”.


Giovani Italiani in Cina

In Fuga dei giovani on 11 settembre 2010 at 09:00

E’ l’Estremo Oriente a fare da sfondo all’ultimo appuntamento con la versione estiva di “Giovani Talenti”: oggi raccontiamo le storie di due Project Managers che a Shanghai ce l’hanno fatta. Parliamo di Silvia Sartori, 31 anni, responsabile di un fondo della Commissione Europea. E di Alberto Orengia, 27 anni, al lavoro presso una società di consulenza. Entrambi forniranno consigli utili, a tutti quei giovani che stanno pensando a un espatrio in Cina.

Nella rubrica “Spazio Emigranti” ospitiamo Aldo Mencaraglia, ideatore e animatore del sito Italiansinfuga.

Appuntamento alla prossima settimana, con la nuova versione autunnale di “Giovani Talenti”! Nuove storie, nuovi ospiti, nuove offerte di lavoro all’estero e nuove iniziative

…E per cominciare, una sorpresa!

STAY TUNED: “Giovani Talenti”, @ Radio 24, on Saturday 18th September, @ h. 15 CET

Ascolta la puntata collegandoti alla pagina di “Giovani Talenti” sul sito di Radio 24: CLICCA QUI

Leggi il blog di “Giovani Talenti” sul sito di Radio 24: CLICCA QUI

La nuova discussione lanciata in trasmissione: Costruiamo insieme la nuova edizione di Giovani Talenti: ci sono rubriche o spazi di approfondimento che vorreste vedere inseriti nel programma, o argomenti che vorreste vedere trattati più spesso?

Scrivi la tua a: giovanitalenti@radio24.it

SEI UN GIOVANE “UNDER 40″ ESPATRIATO ALL’ESTERO? VUOI RACCONTARCI LA TUA STORIA? Per contattare la trasmissione: giovanitalenti@radio24.it

Bye Bye Italia!

In Fuga dei giovani on 10 settembre 2010 at 09:00

Sergio Nava, Claudia Cucchiarato e Federico Taddia vi offrono un biglietto (di sola andata?) verso l’estero.

Oggi al Festival della Letteratura di Mantova. Vi aspettiamo!

BYE BYE ITALIA!
Dai cervelli in fuga ai talenti con biglietto di sola andata: come inventarsi italiani nel mondo

ore 18:45
Liceo Classico “Virgilio”

Euro 4.50

L’Italia è un paese che ha la surreale capacità di far scappare all’estero le sue migliori teste. Non solo cervelli o eccellenze in campo scientifi co, ma anche creativi, artisti, professionisti, sognatori e visionari che hanno scelto di andare oltre confi ne per realizzare i propri progetti, per sentirsi appagati e per soddisfare la propria ricerca di un “mondo nuovo e diverso”. Storie e testimonianze che hanno trovato e raccontato Claudia Cucchiarato in Vivo altrove e Federico Taddia, insieme a Claudia Ceroni, in Fuori luogo. L’Italia è un paese da cui scappare? Gli autori si confrontano con il pubblico e con Sergio Nava, giornalista e conduttore del programma Giovani talenti in onda su Radio24.

Obbligo Morale: Andarsene

In Declino Italia on 8 settembre 2010 at 09:00

Fa impressione, quando ad alzare bandiera bianca è lo stesso Presidente della Repubblica. Il quale, sfatando tutte le -scusate il “camillerismo”- “sullenni minchiate” che la televisione a reti unificate (o quasi) ci propina quotidianamente, ha fatto una considerazione di una semplicità disarmante: “Sa che le devo dire? Basta leggere i numeri che danno i giornali, e magari guardarsi un po’ intorno. L’Italia, se tutto va bene, cresce dell’1,1%, sotto la Francia e non parliamo della Germania“, ha dichiarato il capo dello Stato al quotidiano “Il Messaggero”, evitando accuratamente di nascondere la realtà dei fatti.

L’Italia è un Paese in declino. Un Titanic che i giovani di talento stanno seriamente cominciando ad abbandonare: “Abbiamo fatto il possibile per farli rientrare, qualche volta ci siamo riusciti, proveremo ancora perché non possiamo perdere questa battaglia. Però è vero che spesso, troppo spesso, anche quando rientrano poi non trovano prospettive adeguate di ulteriore affermazione“, sostiene Napolitano. Ci si potrebbe fermare qui: l’analisi non fa una piega. Come non fa una piega la richiesta del Presidente della Repubblica, che chiede una “seria politica industriale”: “abbiamo bisogno di questo per l’occupazione e per i giovani”, ha dichiarato all’inizio di settembre. Ma caro Presidente, un Paese la cui economia si basa solamente per il 3,5% su settori legati all’innovazione, lasciando il restante 96,5% a settori maturi, cotti, decotti e tenuti artificialmente in vita da Finanziarie generose… ma dove potrà mai andare a finire?

L’Italia ha grandi talenti e creatività, ma mancano le opportunità per i giovani, che hanno idee per fare ricerca, ma che di fatto non possono farla“, ha rincarato la dose il premio Nobel per la Medicina Mario Capecchi. “In Italia mancano gli investimenti per la ricerca di base, che è poi quella che viene usata per le applicazioni che fanno muovere l’economia”, ha insistito. Come potete ben capire, non si tratta solo di un problema legato alla ricerca. Ma all’economia nel suo complesso.

Economia, ci informa “Il Corriere della Sera”, che nel frattempo è molto impegnata -anziché a investire in ricerca e innovazione- ad arroccarsi ulteriormente nel suo angusto fortino. Aprirsi alla globalizzazione è evidentemente un problema secondario. Attraverso la cosiddetta “pillola antiscalate” (o anti-“passivity rule”), infatti, i consiglieri di amministrazione potranno agire attivamente contro le offerte di pubblico acquisto o scambio, vale a dire le “scalate”. Non che, osserva Sergio Bocconi, gli assetti proprietari o i patti di sindacato (oggetto misterioso, quest’ultimo, all’estero…) non blindino già a sufficienza e con incredibile anacronismo molte nostre imprese. Ciascuna economia ha le sue priorità: la nostra è evidentemente quella di tenere i gioielli di famiglia al sicuro. Solo che in questo caso non sono i nostri giovani talenti, ma la cassaforte di famiglia (…o meglio, di certe famiglie – avete presente quelle poche decine di nomi che compaiono in tutti o quasi i Cda?).

Lo dimostrano pure gli oltre nove miliardi di euro di liquidità, riserve e asset che le nostre società tengono al riparo nei propri forzieri (come ci informa “La Repubblica”), confermando una scarsa o inesistente propensione al rischio di un capitalismo ancora molto famigliare. Armani, Lavazza, Fininvest, Agnelli, Benetton, Caltagirone: questi alcuni dei gruppi con liquidità sostanziali, che però scelgono di non reinvestire, come avviene in quasi tutte le economie avanzate. Dopotutto lo insegna l’essenza stessa del capitalismo: guadagnare, investire, e ampliare ulteriormente il proprio giro d’affari, creando sviluppo, innovazione e occupazione. Perché questo in Italia non avviene?

Intanto il disastro in materia di giovani è sotto gli occhi di tutti: un bell’articolo de “Il Sole 24 Ore”, a firma di Alberto Orioli, traccia la mappa “dei giovani senza lavoro”. In Italia, precisa Carboni, il tasso di disoccupazione è all’8,4%: in numeri, poco più di due milioni di persone. Metà del Veneto. La crisi, osserva, “incide anche nei circuiti informali e sommersi di autossussistenza o di welfare famigliare. Stavolta c’è meno reddito da distribuire, meno denari da destinare al consumo, che a volte significa solo sopravvivenza. […] Donne e giovani sono le cosiddette fasce deboli del lavoro che, di legge in legge, di garanzia in garanzia, di diritto in diritto, ha creato negli anni un mercato a doppia striscia: quanti sono riusciti a proteggersi nella fascia dei contratti a tempo indeterminato, gli altri che sono finiti nella fascia dei contratti a termine, dei cococo, degli apprendistati, dei contratti a chiamata, dei part time, del lavoro interinale o a somministrazione“.

Intanto, come fa giustamente notare l’economista Tito Boeri, nelle priorità del Governo (i famosi “cinque punti”) non c’è uno straccio di riferimento alle riforme del lavoro e degli ammortizzatori sociali. Già, proprio quelle che il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi aveva promesso, giurando, per dopo le elezioni regionali di primavera. Qualcuno le ha viste? Qualcuno le vedrà? Gli inattivi intanto continuano a crescere, raggiungendo la stratosferica quota di quasi 15 milioni (agenzia Ansa).

Con tutta l’onestà intellettuale possibile: ma questo non è un Paese dal quale è quasi un “obbligo morale” andarsene? Attendo le vostre risposte, anche sottoforma di commenti a questo post. Grazie.

Diario di un’Italia provinciale e baronale

In Meritocrazia on 6 settembre 2010 at 09:00

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LA FUGA DEI TALENTI RIPRENDE LE PUBBLICAZIONI DOPO LA PAUSA ESTIVA, CON UNO SPLENDIDO ARTICOLO DI FRANCO LA CECLA, 60ENNE ANTROPOLOGO SICILIANO (già autore di un altro interessante articolo).

L’ARTICOLO E’ APPARSO SU “IL SOLE 24 ORE” LO SCORSO 1° SETTEMBRE.

E’ UN RITRATTO IMPIETOSO DELL’UNIVERSITA’ ITALIANA. MA AGGIUNGEREI CHE E’ UN RITRATTO IMPIETOSO DELL’ITALIA INTERA. QUANTI ALTRI “FRANCO LA CECLA” SI ANNIDANO IN TUTTI I SETTORI PROFESSIONALI, IGNORATI E DISCRIMINATI DAI “BARONI” DI TURNO?

“Sono entrato all’università come ricercatore 35 anni fa e ne sono uscito sempre come ricercatore, senza il minimo avanzamento, un anno fa. Ho scritto 20 libri di cui almeno quattro adottati come testi fondamentali in Italia e all’estero nei corsi di antropologia, di gender studies, di antropologia urbana e di linguistica. Ho fatto cinque concorsi per diventare professore e sono stato respinto in tutti e cinque senza che nemmeno mi arrivasse una comunicazione ufficiale.

Questa mia banale vicenda biografica non avrebbe importanza se non aprisse uno spaccato esemplare sulla storia recente dell’università italiana e se non servisse a quelli più giovani di me a farsi due conti su come vanno le cose nell’accademia. Avrei voluto essere giudicato sui miei lavori, sulle mie ricerche, o magari sull’effetto che i miei corsi facevano agli studenti, corsi che da buon ricercatore ho accettato per decenni di fare sostituendo in questa funzione i pochi professori di ruolo. Ma no, nessun giudizio scientifico o di efficienza. Sulle “opere” c’era una generale concordanza come si fa quando si trattano gli sforzi giovanili di qualcuno strano e un po’ fuori dal giro, sull’efficienza il semplice uso. Gli servivo, all’università, per riempire enormi buchi e servire grandi folle: alla facoltà di architettura di Venezia arrivavo ad avere 500 studenti e a fare mille, 2mila esami per sessione. Credo di avere formato almeno quattro generazioni di ricercatori, gente che si è appassionata come me alla relazione tra le scienze umane e la città e con cui sono diventato amico, con cui ho lavorato e continuo a lavorare.

L’esemplarità della mia vicenda accademica l’avrei dovuta subodorare però dall’inizio. Il mio primo direttore d’istituto, Salvatore Boscarino, al dipartimento di architettura dell’università di Catania mi disse accogliendomi: « Spero lei sia di famiglia benestante, perché altrimenti non capisco come potrebbe fare questo lavoro». La mia risposta pratica era che facevo l’autostop per tornare a casa a Palermo alla fine della settimana e che a Catania dormivo nelle ultime stamberghe o addirittura clandestino nelle case in costruzione del padre di uno dei miei studenti.

Trentacinque anni dopo, un altro direttore d’istituto in una facoltà di filosofia ha chiuso la mia storia con l’università in modo altrettanto esemplare. Mi ha mandato una lettera di rimproveri perché mi ero permesso durante le vacanze di Natale di andare a fare «lavoro sul campo» in mezzo ai pescatori siciliani emigrati a Nantucket. Per lui era inconcepibile che non glielo avessi comunicato. La mia risposta sono state le dimissioni. In mezzo c’è stato di tutto, soprattutto una furibonda passione per la ricerca, una voglia matta di formare ad essa studenti intelligenti, una lotta all’ultimo sangue per svecchiare strutture accademiche inadeguate.

Quando arrivai alla facoltà d’architettura di Venezia, offersi alla biblioteca del dipartimento la mia personale libreria, la più completa in Italia sull’architettura vernacolare e sulle tecniche tradizionali di costruzione. Venne rifiutata. Organizzai un convegno internazionale sui «Bambini e la strada». Francesco Dal Co, allora direttore dell’istituto si lamentò pubblicamente che una facoltà d’architettura si abbassasse a occuparsi di temi così marginali. Qualche anno prima, con Paolo Fabbri, al dipartimento di comunicazione dell’università di Bologna, avevo organizzato un convegno su «Cavoli a merenda, gusto e sistemi mentali e culturali». E un altro su «Media e natura». La risposta dell’università fu sospetto, indifferenza, fastidio.

Mi si rimproverava di non essere affiliato a nessun vero docente locale, di avere a che fare con l’École des hautes études di Parigi e con Ivan Illich che allora insegnava a Berkeley, ma di non essere consono alle logiche di dipartimento . Mi si faceva sapere di essere inviso al grande padre padrone dell’antropologia siciliana a cui non avevo mai dichiarato affiliazione pur essendo siciliano (cosa che era davvero imperdonabile). Fin quando un giorno, durante un congedo legalmente chiesto per dare una mano a Paolo Fabbri nella sua nuova veste di direttore dell’Istituto italiano di cultura a Parigi, il mio registro delle presenze sparì e venne da “qualcuno” inviato al Consiglio nazionale universitario (Cun), perché venisse avviato un procedimento disciplinare.

Il Cun mi convocò e mi chiesero: « Chi è che la odia cosi tanto? Una cosa del genere come quella che le hanno fatto è inconcepibile. Noi le consigliamo di trasferirsi in situazioni dove c’è minor tensione». Nel frattempo chi avrebbe dovuto mandarmi una certificazione di sostegno, il Fabbri per cui lavoravo, se ne dimenticò, assorto in logiche ben più degne e mi trovai così traghettato tra gli archeologi di Ravenna. La mia collocazione risultava sempre più strana, mi permettevo non solo di avere una dimensione internazionale – i miei libri venivano tradotti – ma di essere a cavallo tra varie discipline, antropologia, urbanistica, linguistica, geografia con scorno e scandalo di tutti coloro che se ne sentivano legittimi rappresentanti.

Gli archeologi mi accettarono in cambio di una presunta fedeltà a logiche un po’ più segrete di quelle che pensavo dovessero esistere in un’università. Ai loro presidi interessava nulla quello di cui mi occupavo, ma soltanto la mia capacità di umiliarmi di fronte a loro. Appena potei mi feci ritrasferire […]

Adesso, guardando le cose a ritroso mi sembra di essere stato un privilegiato, forse se fossi stato assorbito dall’accademia non avrei fatto e scritto le cose che ho fatto e scritto e non avrei incontrato studenti e studentesse, dottorandi e dottorande e mi sarei “riposato sugli allori” come si diceva una volta. Allori che nella nostra università non sono ghirlande che gli accademici mettono sulla propria fronte, ma il contenuto di cuscini, poltrone, letti e materassi su cui siede la staticità dei privilegi, delle schiavitù, dei favoritismi e dei nepotismi. Forse mi sono evitato tutto questo e non è poco”.