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Obbligo Morale: Andarsene

In Declino Italia on 8 settembre 2010 at 09:00

Fa impressione, quando ad alzare bandiera bianca è lo stesso Presidente della Repubblica. Il quale, sfatando tutte le -scusate il “camillerismo”- “sullenni minchiate” che la televisione a reti unificate (o quasi) ci propina quotidianamente, ha fatto una considerazione di una semplicità disarmante: “Sa che le devo dire? Basta leggere i numeri che danno i giornali, e magari guardarsi un po’ intorno. L’Italia, se tutto va bene, cresce dell’1,1%, sotto la Francia e non parliamo della Germania“, ha dichiarato il capo dello Stato al quotidiano “Il Messaggero”, evitando accuratamente di nascondere la realtà dei fatti.

L’Italia è un Paese in declino. Un Titanic che i giovani di talento stanno seriamente cominciando ad abbandonare: “Abbiamo fatto il possibile per farli rientrare, qualche volta ci siamo riusciti, proveremo ancora perché non possiamo perdere questa battaglia. Però è vero che spesso, troppo spesso, anche quando rientrano poi non trovano prospettive adeguate di ulteriore affermazione“, sostiene Napolitano. Ci si potrebbe fermare qui: l’analisi non fa una piega. Come non fa una piega la richiesta del Presidente della Repubblica, che chiede una “seria politica industriale”: “abbiamo bisogno di questo per l’occupazione e per i giovani”, ha dichiarato all’inizio di settembre. Ma caro Presidente, un Paese la cui economia si basa solamente per il 3,5% su settori legati all’innovazione, lasciando il restante 96,5% a settori maturi, cotti, decotti e tenuti artificialmente in vita da Finanziarie generose… ma dove potrà mai andare a finire?

L’Italia ha grandi talenti e creatività, ma mancano le opportunità per i giovani, che hanno idee per fare ricerca, ma che di fatto non possono farla“, ha rincarato la dose il premio Nobel per la Medicina Mario Capecchi. “In Italia mancano gli investimenti per la ricerca di base, che è poi quella che viene usata per le applicazioni che fanno muovere l’economia”, ha insistito. Come potete ben capire, non si tratta solo di un problema legato alla ricerca. Ma all’economia nel suo complesso.

Economia, ci informa “Il Corriere della Sera”, che nel frattempo è molto impegnata -anziché a investire in ricerca e innovazione- ad arroccarsi ulteriormente nel suo angusto fortino. Aprirsi alla globalizzazione è evidentemente un problema secondario. Attraverso la cosiddetta “pillola antiscalate” (o anti-“passivity rule”), infatti, i consiglieri di amministrazione potranno agire attivamente contro le offerte di pubblico acquisto o scambio, vale a dire le “scalate”. Non che, osserva Sergio Bocconi, gli assetti proprietari o i patti di sindacato (oggetto misterioso, quest’ultimo, all’estero…) non blindino già a sufficienza e con incredibile anacronismo molte nostre imprese. Ciascuna economia ha le sue priorità: la nostra è evidentemente quella di tenere i gioielli di famiglia al sicuro. Solo che in questo caso non sono i nostri giovani talenti, ma la cassaforte di famiglia (…o meglio, di certe famiglie – avete presente quelle poche decine di nomi che compaiono in tutti o quasi i Cda?).

Lo dimostrano pure gli oltre nove miliardi di euro di liquidità, riserve e asset che le nostre società tengono al riparo nei propri forzieri (come ci informa “La Repubblica”), confermando una scarsa o inesistente propensione al rischio di un capitalismo ancora molto famigliare. Armani, Lavazza, Fininvest, Agnelli, Benetton, Caltagirone: questi alcuni dei gruppi con liquidità sostanziali, che però scelgono di non reinvestire, come avviene in quasi tutte le economie avanzate. Dopotutto lo insegna l’essenza stessa del capitalismo: guadagnare, investire, e ampliare ulteriormente il proprio giro d’affari, creando sviluppo, innovazione e occupazione. Perché questo in Italia non avviene?

Intanto il disastro in materia di giovani è sotto gli occhi di tutti: un bell’articolo de “Il Sole 24 Ore”, a firma di Alberto Orioli, traccia la mappa “dei giovani senza lavoro”. In Italia, precisa Carboni, il tasso di disoccupazione è all’8,4%: in numeri, poco più di due milioni di persone. Metà del Veneto. La crisi, osserva, “incide anche nei circuiti informali e sommersi di autossussistenza o di welfare famigliare. Stavolta c’è meno reddito da distribuire, meno denari da destinare al consumo, che a volte significa solo sopravvivenza. […] Donne e giovani sono le cosiddette fasce deboli del lavoro che, di legge in legge, di garanzia in garanzia, di diritto in diritto, ha creato negli anni un mercato a doppia striscia: quanti sono riusciti a proteggersi nella fascia dei contratti a tempo indeterminato, gli altri che sono finiti nella fascia dei contratti a termine, dei cococo, degli apprendistati, dei contratti a chiamata, dei part time, del lavoro interinale o a somministrazione“.

Intanto, come fa giustamente notare l’economista Tito Boeri, nelle priorità del Governo (i famosi “cinque punti”) non c’è uno straccio di riferimento alle riforme del lavoro e degli ammortizzatori sociali. Già, proprio quelle che il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi aveva promesso, giurando, per dopo le elezioni regionali di primavera. Qualcuno le ha viste? Qualcuno le vedrà? Gli inattivi intanto continuano a crescere, raggiungendo la stratosferica quota di quasi 15 milioni (agenzia Ansa).

Con tutta l’onestà intellettuale possibile: ma questo non è un Paese dal quale è quasi un “obbligo morale” andarsene? Attendo le vostre risposte, anche sottoforma di commenti a questo post. Grazie.