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Giovani Emarginati: il sorpasso degli “over 50”

In Giovani Italians on 5 maggio 2010 at 09:00

I pesanti dati sulla disoccupazione giovanile, resi noti da Eurostat la scorsa settimana, devono avere risvegliato una improvvisa coscienza nelle alte sfere del “decision making” italiano. Qualcuno deve aver scoperto -all’improvviso- che che esiste un problema di futuro per le giovani generazioni.

Commovente (!) la reazione del leader più anziano del G8, il premier Silvio Berlusconi. Il quale, dopo aver dimostrato per mesi un notevole interesse per i giovani, soprattutto se si tratta di giovani signorine di belle speranze e aspetto provocante, pare aver finalmente allargato i suoi interessi a 360°. Durerà? Mah… Intanto leggiamo le sue dichiarazioni: “Il Primo maggio è l’occasione per confermare l’impegno del Governo per la tutela dei diritti dei lavoratori, in particolare dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro senza più le garanzie, le certezze e le opportunità dei loro padri, in un tempo di crisi e di epocali trasformazioni dell’economia e della società“, ha scritto Berlusconi in una nota. Considerato il lungo elenco di promesse fatte in 16 anni da “professionista della politica”, questa appare come l’ennesima. Lui sappia che sarà giudicato sulla loro effettiva realizzazione. Non sulle chiacchiere.

A lanciare l’allarme ci hanno pensato anche i vescovi italiani, secondo i quali la crisi rischia di “bruciare” sul fronte del lavoro un’intera generazione, quella dei giovani.  Monsignor Arrigo Miglio, presidente della Commissione lavoro e problemi sociali della Cei, indica con chiarezza il dato che tutti vorrebbero nascondere. Quel 27,7% di disoccupazione giovanile in Italia. Domenica Confartigianato lo ha “condito” con maggiori dettagli, rivelando come in sette regioni -nel 2009- la disoccupazione nella fascia 15-24 anni fosse superiore al 30%: Sardegna (44,7%), Sicilia  (38,5%), Basilicata (38,3%), Campania (38,1%), Puglia (32,6%), Calabria (31,8%) e Lazio (30,6%).

Questi i dati “istituzionali”. Leggete ora quelli emersi nel corso di un interessante convegno, “Generazione in Crisi. Essere giovani nell’Italia degli Anni Dieci“, organizzato dal professor Alessandro Rosina la scorsa settimana all’Università Cattolica di Milano. Vado in ordine sparso, unendo i dati di diverse relazioni.

nei prossimi dieci anni il gruppo dei 20-39enni italiani sarà superato da quello dei 50-69enni. E’ la prima vlta che i giovani diventano minoranza sociale, in Italia.

per “minoranza” si intende una ridotta consistenza, uno scarso potere politico, un ristretto accesso a cariche e risorse pubbliche di un determinato gruppo sociale, in questo caso i giovani.

risulta già allarmante -ad oggi- la spesa sociale destinata ai giovani in Italia: secondo dati Eurostat 2008, risulta pari allo 0,6%, contro una media Ue-27 al 2,5%.

il 64% dei giovani ritiene che le condizioni delle nuove generazioni saranno peggiori rispetto a coloro che le hanno precedute; l’83% chiede politici “giovani” a rappresentarli.

il sistema del Welfare italiano pensa solo a chi si trova già inserito nel contesto lavorativo. A quando un sussidio di disoccupazione per i giovani senza lavoro?

tra il 2008 e il 2009 gli occupati nella fascia 15-35 anni sono scesi del 6,8%. Perché? Presto detto: i giovani soffrono più di altre fasce a causa dei contratti a tempo determinato; sono percentualmente meno occupati nel settore pubblico; hanno patito più degli altri il crollo delle nuove assunzioni. Gli “under 35” hanno -nel 22% dei casi- un contratto a tempo determinato o parasubordinato.

pure i salari di ingresso sono diminuiti. Il paradosso è che i giovani, pur essendo sempre meno e pur risultando sempre più qualificati, non riescono ad avere prospettive decenti.

gli effetti di questa crisi? Ritardo nei percorsi di formazione di una vita autonoma, aumento del legame tra la condizione economica di padri e figli, i conseguenti rinvii nella formazione di nuovi nuclei famigliari, fino all’inevitabile bassa natalità.

Le soluzioni proposte:

un progetto solido e di ampio respiro, per uscire da questa situazione grave e senza precedenti.

un mix di ricette, tra le quali: innalzamento dei livelli di istruzione; maggiore facilità nella transizione scuola-lavoro; riforma degli ammortizzatori sociali (con l’Ungheria siamo rimasti gli unici -in Europa- a non dare sussidi ai giovani…); ripensamento dell’articolazione contrattuale; rimozione degli ostacoli all’affermazione nelle professioni; infine riduzione della tassazione sul lavoro.

Vi sembra forse che -al di là delle parole preconfezionate per le ricorrenze da calendario- l’agenda politica stia minimamente riflettendo su queste soluzioni, prima che sia troppo tardi?

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