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La retorica (vera) del declino. In una società bloccata, corporativa e gerontocratica

In Declino Italia on 14 aprile 2010 at 09:00

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Fa sempre piacere ascoltare dal massimo rappresentante della leadership politico-gerontocratica mondiale (il premier italiano Silvio Berlusconi, 73 anni), che “l’Italia non è un Paese in declino”. Probabilmente non ha mai parlato con un giovane che non sia qualcuno dei suoi numerosi (ed economicamente agiati) figli.

Avesse parlato con il 25enne Mauro Brivio, studente di Architettura al Politecnico di Milano e rappresentante degli studenti dell’ateneo, avrebbe evitato di lanciare messaggi di propaganda. “Mi sono chiesto quale caratteristica mi accomuni a tutti gli altri giovani italiani. La risposta è: la paura“, ha detto Brivio nel corso della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico, raggelando la platea. “La mia generazione ha paura del proprio futuro“, ha avuto il coraggio di affermare, senza peli sulla lingua: paura di perdere la borsa di studio, paura di vedere scadere il contratto a progetto, paura di non riuscire a pagare le bollette e l’affitto.

Non è forse un Paese in declino quello dove quasi un “under 25” su tre è disoccupato, e dove i giovani non riescono a vedere più in là del brevissimo periodo? Se poi servono statistiche, beh… le ha sfornate giusto la scorsa settimana il bravo Luca Paolazzi del Centro Studi di Confindustria, che ha stimato come nel 2014 (quattro anni solamente) il nostro Pil pro capite sarà pari al 10% in meno rispetto alla media europea. Raggelante è osservare la discesa di questo parametro: se nel 1991 il Pil italiano era a quota 106 rispetto alla media Ue, lo scorso anno è sceso fino a 95, per crollare a 90 tra quattro anni. Se le cifre non sono un’opinione, la discesa pare ormai trasformarsi in un vero e proprio inabissamento, a questi ritmi. E nel 2020???

Il buon Commissario Europeo alla Concorrenza Joaquin Almunia può ben sgolarsi a insistere sul ruolo della “concorrenza” stessa come motore dello sviluppo e della crescita nell’Ue. Lo vada a dire al Ministro della Giustizia Angelino Alfano, che per domani ha convocato gli Stati Generali di ben 25 ordini professionali. Il cuore del corporativismo italiano. Alfano, per mettere subito le cose in chiaro, ha fatto capire che punterà ad eliminare il “tratto punitivo” imposto nel 2006 dall’allora Ministro Bersani, attraverso le “lenzuolate”. Questo è un Paese, oltre che schifosamente “conservatore” (non in senso politico, ma in senso “sociale”), anche del paradosso: il centrosinistra liberalizza (con fatica), il centrodestra “liberale” invece “corporativizza”. Mah… Intanto i giovani avvocati, solo per fare un esempio, si stracciano le vesti per una riforma dell’ordine che persino il Presidente dell’Antitrust Catricalà ha definito “contro i giovani”. Pensate che i legali con meno di 45 anni rappresentano ben il 60% del totale degli iscritti… ma incassano solo il 40% dei profitti. Questa è la situazione attuale: i gerontocrati nella stanza dei bottoni la vogliono forse peggiorare ulteriormente? Quando la si smetterà di inneggiare a meritocrazia, competizione, concorrenza… e le si inserirà per davvero nel contesto sociale, economico e produttivo di un Paese che affonda? Quando, per dirla col think tank “Ventuno”, si promuoveranno vere riforme strutturali, improntate a una genuina cultura liberale?

Paese in declino…: come definireste altrimenti una nazione dove -come ben ha riassunto “Il Messaggero” pochi giorni fa- le “eccellenze” non vengono premiate in termini di reddito, dove il successo professionale e il reddito stesso dipendono in larga parte dalla famiglia di origine, dove l’intero Meridione è afflitto da un esodo cronico di giovani talenti verso il Nord e verso l’estero? Un Paese la cui struttura produttiva è frammentata in migliaia di microimprese che non fanno network, dove prevale la manifattura e troppo poco si fa per promuovere il futuro… quello del settore tecnologico e dell’innovazione?!? A questo aggiungiamo pure che -secondo un’altra indagine di Confindustria- siamo ultimi in Europa per libertà di impresa. Pesa su di noi come un macigno, denuncia la ricerca, uno “stato ipertrofico”. Col risultato, denuncia Confindustria, che imprese e capitali stranieri non trovano più così interessante investire in Italia. E chi è qui comincia seriamente a pensare a delocalizzare.

Infine il problema gerontocratico, simbolo forse supremo del nostro declino. L’ottimo Carlo Carboni scrive su “Il Sole 24 Ore” che in Italia “i giovani sono diventati una generazione invisibile non solo per “inferiorità numerica” rispetto agli over 65, ma anche per le loro aspettative depresse di ascesa sociale. Del resto, in maggioranza arriviamo a retribuzioni più soddisfacenti solo in età adulta e, solo dopo i 50-60 anni, poche migliaia di noi vengono selezionati tra le élite. E’ per questo che non solo abbiamo leader politici attempati, ma anche i nostri medici, artisti, professionisti e, persino, showmen sono over 65“. Carboni denuncia una “idiosincrasia gerontocratica” all’italiana, che scredita i giovani per accreditare i più anziani, e propone di sostenere politiche di ingresso a favor dei giovani nel mondo d’impresa. Carboni auspica un intervento bipartisan, per rinsaldare un patto generazionale e sostenere il nostro “brain power”, fresco di laurea. Nella professione come nell’impresa, nel terziario come nell’industria. Mediante una forte spinta e incentivazione all’imprenditorialità. In un Paese normale, qualcuno promuoverebbe immediatamente nell’arena politica le sue proposte. Ma in questa palude declinante dove ci troviamo meglio non disturbare i pochi e attempati manovratori. Sapete qua è l’età media dei manager italiani? 47,5 anni. I più vecchi in Europa. Non che ne abbiamo molti, in realtà: sono solo il 2,2% dei lavoratori dipendenti (pensate che in UK sono ben il 15%…).

Per concludere un consiglio al nostro premier: il declino meglio combatterlo coi fatti, non con gli slogan. Anche gli slogan servono, soprattutto se infondono ottimismo. Ma alla lunga sortiscono un effetto “narcotizzante”, che non serve a nulla. Quella che osserviamo allo stato attuale è una società bloccata, corporativa e gerontocratica. Che ha retto alla crisi giocando in difesa, col modulo calcistico in cui eccelliamo: il “catenaccio”. Ma per non proseguire sulla strada del declino servono ora politiche coraggiose, che puntino sui giovani, sull’innovazione e sulla concorrenza. Sul rischio, e non sulla conservazione dell’esistente.

Non vediamo però nulla di tutto ciò nell’agenda di Governo, dove dominano anzi riforme costituzionali (perché tanta fretta?) e della giustizia (per aiutare l'”Imputato d’Italia”, ça va sans dire).

Stando così le cose, nel 2020 saremo già fuori da un pel pezzo dal club dei primi dieci Paesi industrializzati al mondo.