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“Cervelli in fuga” & “cervelli” che (ahinoi) restano

In Meritocrazia on 12 febbraio 2010 at 09:00

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Più del 9% dei laureati italiani emigrano. Lo afferma Pietro Reichlin, docente della Luiss di Roma, in un intervento pubblicato nei giorni scorsi su “Il Sole 24 Ore”. Il dato si colloca nella cosiddetta “forchetta alta” dei Paesi industrializati, dove la percentuale di emigrazione oscilla -ci informa Reichlin- tra il 3,5% e il 13%. Per il resto le tesi di Reichlin, a dir la verità un po’ fumose (l’Italia è quasi sempre lasciata intravedere – in un “dico non dico”), non mi trovano d’accordo. Dopotutto lo stesso Reichlin ammette che solo lo 0,7% dei laureati che emigrano in un Paese dell’area Ocse sceglie L’Italia. E’ quindi evidente che ci collochiamo nella parte alta della forchetta quando si tratta di espatriare, e in quella bassa quando si tratta di attrarre. Non c’è circolazione di talenti. E’ purtroppo lampante.

Reichlin aggiunge che “i Paesi che esportano una percentuale elevata di lavoro qualificato, sono anche quelli nei quali i livelli d’educazione e il capitale umano crescono con maggiore intensità”. Magari fosse il nostro caso: qui le riforme educative stanno tagliando risorse a scuola e università, mentre resta esigua la percentuale di laureati sul totale della popolazione. L’esempio di Reichlin non si adatta dunque allo Stivale. Per questo la tesi di fondo contenuta nel testo, ossia una velata confutazione del rischio insito nella “fuga dei cervelli”, non mi convince affatto. Sottoscrivo invece al 100% la chiusura dell’articolo: “Il fenomeno della fuga dei cervelli colpisce in modo particolare i Paesi dove il talento è poco remunerato”. As simple as that. Questo sì che è proprio il caso dell’Italia.

Ho iniziato questo “post” con i “cervelli in fuga”, argomento principe del blog, per arrivare a quelli (presunti tali) che purtroppo restano. Parliamo infatti di politica, quando mancano poche settimane alle elezioni regionali. Analizziamo subito un dato: secondo la consulta “Anci Giovane”, solo il 18,7% degli amministratori dei comuni italiani ha meno di 35 anni. Il dato è stato pubblicato sul giornale “Il Clandestino”, che fa un’interessante ripartizione delle statistiche: la presenza dei giovani nelle amministrazioni locali è infatti inversamente proporzionale al prestigio (e al gettone di presenza) delle stesse.

Se gli “under 35” costituiscono il 71,4% (!) degli amministratori nei comuni fino a 5mila abitanti, la loro percentuale si assottiglia, fino a ridursi a uno striminzito 0,3% (!!!), quando passiamo ai comuni oltre i 250mila abitanti. Incredibile, no? “Siamo contro le quote giovani, però i partiti devono fare di tutto per un adeguato, graduale e costante ricambio generazionale, senza il quale si crea un tappo al vertice, per cui alla base cresce il disamore verso la politica e le istituzioni“, afferma il 26enne Andrea di Sorte, presidente di Anci Giovane. Per Di Sorte, “nessuno di noi vuole che i Grandi siano rottamati, ma è inaccettabile vedere gente incollata alla poltrona“.

La politica, a dir la verità, sta già pensando (o ha pensato in passato), di avviare un “serio” ricambio generazionale. A cominciare da Renzo Bossi, figlio del più celebre Umberto, bi-bocciato all’esame di maturità (non all’ingresso ad Harvard…), e subito paracadutato a Brescia (una volta ottenuto il sospirato diploma, al terzo tentativo). Suscitando proteste persino tra i leghisti. Ma la Lega non era il movimento del cambiamento, che voleva mutare radicalmente certi malcostumi così tipicamente italiani?

La stampa in questi giorni è un profluvio di anticipazioni sulle candidature “eccellenti”: Angelo Gava, figlio del potentissimo ex viceré di Napoli Antonio, punta a un posto nel Consiglio regionale campano, mentre La Repubblica.it ci informa che -sempre in Campania- stanno prenotando una posizione in prima fila anche Giovanni (figlio di Carmine Mensorio, ex senatore); Ettore (figlio di Ortensio Zecchino, ex ministro) e Simone (figlio di Antonio Valiante, vicepresidente della Giunta). Quando si parla di meritocrazia e ricambio, no?

Il Giornale“, per dare dell’ipocrita alla stampa più allineata a centrosinistra, ha così ben pensato di stilare una lunga lista dei “figli di” approdati in politica: oltre al bi-bocciato Renzo Bossi, vi figurano Giuseppe Cossiga, Bobo e Stefania Craxi, Massimo D’Alema, Cristiano Di Pietro, Dario Franceschini, Giorgio La Malfa, Giovanni Russo Spena, Claudio Scajola e Mario Segni. La lista è fatta un po’ a caso e mischia varie “ere geologiche” della politica. Ma si evince chiaramente come -in Italia- proprio la politica sia un affare troppo spesso di famiglia. Con alterni risultati, sul piano della bravura. Intanto il ricambio della classe dirigente va a farsi benedire.

Anche perché, quelle rare volte che qualcuno lo lascia intravedere, finiamo inevitabilmente per ripiombare nel trionfo della cosiddetta “mignottocrazia” (scusate l’espressione forte). Veline e aspiranti soubrette che provano a portare le loro cosce nei parlamenti e parlamentini d’Italia. A quel punto preferiamo dire: “no, grazie”.

Che stia per cominciare una “Fuga dei Talenti della politica” (i Talenti veri, si intende…) verso l’estero? Sarebbe una categoria nuova… ma forse ci arriveremo!

INIZIATIVA “CAMBIO GENERAZIONALE”

-Ai “Talenti in Fuga”: cosa deve cambiare, in concreto, perché tu possa tornare in Italia?

-Ai “Talenti (ancora) in Italia”: cosa deve cambiare, in concreto, perché tu resti con convinzione qui?

Scrivete il vostro contributo a: cambiogenerazionale@gmail.com

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