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Storie di Talenti/13

In Storie di Talenti on 15 gennaio 2010 at 09:00

“La Fuga dei Talenti” prosegue nella sua iniziativa per dar voce alle migliaia di giovani italiani espatriati: raccontaci la tua storia, spiegaci perché te ne sei andato, perché hai lasciato l’Italia e come vivi oggi. Soprattutto, come vedi e percepisci l’Italia dall’estero? Quali sono le maggiori differenze -in termini lavorativi e di qualità della vita- tra il Paese dove risiedi e il nostro?

+++Invia la tua storia (20-30 righe) a storietalenti@gmail.com: sarà pubblicata su questo blog+++

OGGI OSPITIAMO LA STORIA DI PAOLO, EMIGRATO NEGLI STATI UNITI

“Sono cresciuto in un piccolo paese della provincia di Vicenza, dove un giorno vorrei ritornare. Ho sempre visto la mia vita come un percorso circolare: viaggiare, visitare il mondo, confrontarmi con culture diverse e alla fine mettere tutto in una valigia, e tornare a casa.  Per ora diciamo che, in questi primi ventisette anni della mia vita, sono abbastanza riuscito a “viaggiare”, come sognavo di fare. Ma ad oggi non so se tornerò a casa: non ve ne sono le condizioni.

Ho 27 anni, sono ricercatore di strategia aziendale alla Wharton School, University of Pennsylvania. Parlo 5 lingue, so utilizzare complessi programmi statistici ed econometrici, e ho lavorato per 5 anni in aziende di importanza internazionale.

Dopo aver conseguito la laurea triennale con lode a Padova, e un MBA annuale alla Fondazione CUOA di Altavilla,  mi sono trasferito a Bologna, dove ho inziato a lavorare per l’azienda Ducati. Un inizio difficile, come per tanti ragazzi che -come me- avviano oggi i primi passi nel mondo del lavoro, senza essere “figli di qualcuno”. Ricordo ancora la mia stanzetta a Borgo Panigale, senza riscaldamento e con i vetri delle finestre rotti. I soldi erano davvero pochi e quella maledetta stufetta elettrica non bastava mai a riscaldare l’inverno. Mi hanno tenuto per sei mesi in stage, paventandomi un potenziale rimborso spese. Nel mio ufficio c’erano 11 stagisti che lavoravano 10 ore al giorno, e solo uno -perchè raccomandato- percepiva un minimo di copertura costi. Io per sei mesi, pur dovendo mantenermi fuori casa, non ho percepito un singolo euro. Ma nonostante tutto, ho sempre pensato di essere stato fortunato: avevo la mia indipendenza, e l’orgoglio di non dover chiedere aiuto a nessuno, neppure ai miei genitori, che già avevano fatto troppo per me. Mi sono detto: la strada è quella giusta, prima o poi arriveranno le soddisfazioni. Seppur solo in una città sconosciuta, sono lentamente riuscito a farmi conoscere negli ambienti di mio interesse. Non è facile farsi notare al giorno d’oggi: credo che la società italiana sia ancora madelettamente inerziale e (al di là di slogan di convenienza) spinga verso un livellamento della cultura, a scapito delle eccellenze. A Bologna (ma non solo) ho avuto la fortuna di incontrare dei professori universitari che hanno creduto in me, e mi hanno aiutato a inserirmi nell’ambiente accademico delle scienze aziendali e del mondo d’impresa. Ho ripreso a studiare per conseguire la laurea specialistica, ma poichè di giorno lavoravo a tempo pieno, studiavo la notte. A ventitrè anni ho tenuto la mia prima lezione all’Università di Bologna. A venticinque mi sono laureato con il massimo dei voti, alla specialistica a Padova. Subito dopo ho vinto la borsa di studio per il dottorato in direzione aziendale: l’anno successivo ho presentato parte delle mie idee teoriche alla più importante conferenza mondiale di strategia a Washington D.C.. Parallelamente sono stato invitato dalla Università della Pennsylvania a proseguire le mie ricerche alla Wharton School, la facoltà attualmente prima al mondo per gli studi di finanza e management. Ed ora sono qui, a Philadelphia, prima capitale degli Stati Uniti, la città di Rocky e della Dichiarazione di Indipendenza, a cercare di capire che cosa stia succedendo al mondo dell’economia… e ancora di più il perchè di questa cosa astratta ma mai tanto concreta, che chiamano “crisi”. Essere pagati per ragionare e proporre delle idee credo sia una delle cose più belle che mi potessero capitare, e poichè gli italiani qui sono pochi e tutti molto stimati, sento una responsabilità enorme in quello che faccio. Sarebbe bello, se questi bravissimi ragazzi potessero avere le condizioni per tornare a casa e “sistemare” un po’ dei tanti problemi che affligono il nostro Paese. Ma purtroppo, non si vive di sola gloria, e quindi stiamo qui… mercenari per un padrone che non amiamo, quando la nostra nazione avrebbe così bisogno di noi…

Vivendo qui in pianta stabile per un po’, ho avuto modo di notare molte cose dallo Stivale. Perchè qui è davvero un altro mondo, anche se all’apparenza c’è tutto quello che c’è da noi: le case, il lavoro, le famiglie, la crisi, i giovani, i sogni, i giovani senza sogni, i giovani con i sogni ma senza casa, lavoro, famiglia. Non ho ancora avuto modo di definire un “giudizio” su tutto ciò che vedo. Diciamo che ho delle impressioni, e per ora le lascio lì a fermentare. Se sono buone, faranno buon vino. Altrimenti, aceto.

Oggi vorrei raccontarvi uno di quegli aspetti che mi sembrano essere così diversi dall’Italia. In America l’età non è direttamente proporzionale al…come si dice…ecco…al “rincoglionimento”! (si può dire? Beh, io lo dico, mal che vada mi censurate, tanto in Italia mi dicono che sia prassi). E soprattutto, la cosa che salta più all’occhio, è che non c’è una giustificazione sociale alla incompetenza senile. Vi racconto un simpatico aneddoto che esemplifica quello che intendo dire. L’altro giorno avevo bisogno di dati molto particolari per una ricerca che sto conducendo, ma non riuscivo a trovarli. Allora sono andato al secondo piano della mega-biblioteca che c’è qui, dove c’è un sala piena di computer che accedono a sterminate banche dati, che ti raccontano tutto, ma proprio tutto, su quello che succede nell’economia del mondo. Ho chiesto ad un inserviente che c’era all’ingresso: “Buonomino, io devo cercare dei dati di network analysis molto rari, a chi mi posso rivolgere?”. E lui a me: “A quella signora laggiù, mio caro viandante. Lei è la responsabile del centro di dati”. “Ma chi, quella vecchina curva e secca seduta davanti allo schermo?”. “Sì, proprio a lei”. “Ma siamo sicuri? Quella cara nonnina al massimo potrebbe rammendare i calzini e snocciolare un rosario”. “No no, vai da lei e vedrai che ti saprà aiutare”. Beh, miei cari… mi sono recato da questa vecchina, che seduta ad una scrivania di legno puntava lo sguardo verso uno schermo, come avesse visto la Madonna di Monte Berico. E io mi domandavo: “ma è possibile mai che questa vecchina sia la più grande “smanettona” di banche dati dell’Università di Economia più importante del mondo?”. Io mi aspettavo che questa nonnina secca secca al massimo tirasse fuori una mela avvelenata, o mi facesse i tarocchi…e invece alla mia richiesta: “Dimmi o vecchina senza timori, come i dati che mi servono posso tirare fuori!” E questa vecchina ha cominciato a digitare sulla tastiera come fosse Bill Gates, e a mostrarmi tutti i più fantastici dati del mondo, con 1001 informazioni segretissime e molto difficili da reperire. E indovinate? Mi ha trovato in pochi minuti quello che mi serviva e che non ero riuscito a trovare da me. Ora voi direte: questa vecchina è un’eccezione. E invece no. Qui se sei bravo, lo devi essere tutta la vita. Non esiste quella cosa che c’è da noi, che quando incominci a invecchiare sei autorizzato a non imparare più nulla,  a fare le cose che facevi trent’anni anni fa, come le facevi trent’anni fa. Perché “tanto io ho dato”… “alla tua età, io già saltavo i fossi per lungo”. E adesso? “Adesso mi riposo”. EH NO! In America l’imperativo è chiaro: se vuoi il posto, se vuoi gli onori, ti tieni aggiornato. Ma sul serio, non per modo di dire. E fino all’ultimo. E quando sei stanco, te ne vai e lasci il posto a uno che ne sa più di te, abbia questo più o meno anni di te. L’unica cosa che conta qui è la competenza OGGI, non l’esperienza di ieri, che però oggi non sempre serve.

Come dicevo prima, non ho elaborato un giudizio vero e proprio su questo aspetto. Però posso dirvi quali sono gli effetti di questa consuetudine: qui tutti sono operativi al massimo delle loro possibilità, indipendentemente dall’età. Le “baronie” basate sui titoli e le amicizie, tanto diffuse in Italia e non solo nell’ambiente universitario, qui quasi non esistono. Qui c’è gente di settant’anni che maneggia tecnologie all’avanguardia, meglio dei giovani. E ci sono giovani eccellenti che occupano posizioni che in Italia, se non hai almeno cinquant’anni, non ti darebbe quasi nessuno. Hai vent’anni? Mille euro al massimo, non si scappa. Anche se sei una spanna e mezza sopra alla media. Ed è incredibile come in Italia non ci sia un minimo di pudore in questo. Mi ricordo che -conseguita la specializzazione (a quel tempo ero direttore marketing di una azienda nel modenese, e già collaboravo nell’università)- mi chiamò un’agenzia di selezione personale da Vicenza, che aveva trovato il mio curriculum in internet, per propormi un posto “di responsabilità” in un’importante catena di supermercati… una cosa che suonava tipo “Salami & Soppressa Manager”! Tendo sempre a non fidarmi di questi nuovi nomi altisonanti, e con alcune domande mirate  al mio interlocutore capii che si trattava di un lavoro da “capo reparto salumeria”, a meno di 1000 euro. Al che, alquando basito, chiesi gentilmente se magari non avessero sbagliato persona, o non avessero letto il mio curriculum. Questi mi risposero in tono seccato: “NO che non abbiamo sbagliato persona! E abbiamo letto il curriculum! Ma lei cosa pretende? Si è appena laureato, e ha solo 25 anni! Guardi che c’è gente che pregherebbe per un posto così”.

Poi ci si domanda come mai in Italia ci sia “la fuga dei cervelli”. Non che io mi consideri un “cervello”, ma di sicuro mi viene voglia di scappare a sentire cose del genere!

Ritornando al discorso dell’anzianità e della meritocrazia, penso sia importantissimo avere rispetto di chi -in passato- ha dato tanto e ha fatto la differenza (e anche in America questo è condiviso). Non saremmo dove siamo, se non fossimo saliti sulle spalle di giganti… ma un discorso è il rispetto e la riverenza, un discorso è fare occupare un posto nodale per la produttività della società ad una persona che non ha più le competenze per farlo. In America, se sei stato un luminare ti appendono una effige o ti dedicano una sala di un qualche posto, ma la scrivania la lasci a chi ha voglia e capacità di fare, indipendentemente dall’età che ha. Meritocrazia, hasta la muerte. E quindi, dopo questo primo aneddoto, meglio se torno a lavorare, sperando che negli anni a venire, io riesca a mettere in fila qualche ragionevole motivazione per tornare nel mio Paese”.

Scrivi insieme a noi il “Manifesto dei Giovani Italiani”: manifestodeigiovani@gmail.com

Raccontaci la tua storia: storietalenti@gmail.com

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  1. Caro Paolo,

    mi hai fatto venire in mente molte cose, in particolare alcuni colloqui che ho fatto in Italia, quando ancora mi illudevo di essere “abbastanza bravo” da riuscire a trovare lavoro anche sull’italico suolo. Ti racconto una di queste, giusto per evidenziare “l’alta professionalita’” con cui vengono svolte le interviste di lavoro nel nostro paese. Allora, invio il curriculum. Ok, fase 1 eseguita. Attendo. Dopo qualche giorno mi invitano per un primo colloquio selettivo con una psicologa del lavoro. Vado all’appuntamento e inizio a chiacchierare con la tizia, sinceramente per niente intimorito o nervoso. Dopo una bella e simpatica chiacchierata, alla fine del colloquio, mi dice che io vado piu’ che bene per la posizione. Mi confida che le capita di ricevere curricula come il mio molto raramente. Allora, succede una cosa che onestamente non mi aspettavo: sottovoce mi sconsiglia di presentarmi dai “manager” per il colloquio definitivo. Li’ ho sgranato gli occhi!! Perche’? La risposta: “per non farle perdere tempo, uno come lei deve cercare lavoro da Milano in su”. Quelle parole mi rimbombarono nella testa per circa 10 secondi. Balbetto che sono costretto a cercare lavoro in Italia, a Roma, perche’ ho famiglia li’, moglie e figlioletta appena nata. Non me la sento di lasciarle e andare in giro per il mondo. Di fronte a questa risposta mi sento dire “va bene, allora le fisso il colloquio con i manager della societa’”. Me lo dice a malincuore. Quando mi saluta, sulla soglia dell’ufficio, mi ripete “ma si ricordi quello che le ho detto”.
    Arriva il giorno del colloquio. Mi vesto da serio professionista e vado. Sono piuttosto sospettoso, ma la sede e’ a tre fermate di metropolitana da casa: Parigi val bene una messa, no? Li’ trovo due tizi, uno con l’aria del manager appena uscito da un meeting durissimo con Bill Gates, l’altro vestito Armani con una tale cura nei dettagli, ( messa in piega, nodo alla cravatta e cosi’ via), da farmi capire subito che non e’ del mio ambiente professionale. Dopo un breve colloquio introduttivo, il tizio sudato inizia a farmi delle domande tecniche….confuse. Sembrava che avesse appena letto un riassunto di metodologia statistica per il pricing dei derivati finanziari. “Ma si’, capisce, il pricing col fair value….”. Io ribatto, “si ma di cosa? Una obbligazione, un credit derivative, un’azienda, cosa vuole prezzare?!”. “Ma come cosa? Il fair value col pricing, no?”. In 30 minuti di colloquio tecnico non sono riuscito a capire cosa volessero fare con me nella loro azienda o cosa loro facessero per campare. Allora, l’altro tizio mi domanda se so qualcosa del sistema IASI. Rispondo che e’ un insieme di protocolli internazionali per la contabilita’, ma che non e’ assolutamente il mio campo di lavoro, non sono un contabile. Dovrebbe essere chiaro dal mio curriculum, no? Quindi, incalzante ed incazzato dalla mia rispota, mi chiede “ma queste reti NEUTRALI di cui si e’ occupato, su che le ha applicate?”. Li’ mi sono cadute le braccia per terra. Avevo sviluppato una tecnica per il training delle reti NEURALI durante la tesi di laurea. Questi non sapevano neanche azzeccare il nome giusto. Io, un Data Miner, stavo facendo un colloquio di assunzione….con dei contabili!!!! Come se io intervistassi un tizio per un posto a chirurgia generale!!!! A quel punto, la testa si e’ rifiutata di proseguire, ed ho cominciato a fremere per andarmene. L’altro “manager”, dall’altra parte, continuava a farmi domande confondendo il tasso di interesse risk free con la probabilita’ di default richiesta da Basile II. Ed io me lo guardavo e mi domandavo: ma come fa questa azienda a campare? A non fallire? Come fanno a guadagnare, questi qui?
    Be’, l’ho scoperto qualche giorno dopo. Mi chiama un amico che lavorava a Londra da qualche anno. Gli racconto la mia disavventura. Quando gli dico il nome dell’azienda salta in aria: sono clienti della societa’ per cui lui lavora. Telefonano tutti i giorni a Londra, e lui gli da’ tutti i numeri che gli servono per lavorare. In cambio pagano alla grande. E aggiunge “li tratto io perche’ non ce n’e’ uno che parli inglese tra di loro, anzi, mi parlano in romanesco. Se ti richiamano con un’offerta non accettare, lascia perdere”.
    La cosa incredibile e’ che io sarei costato molto, ma molto meno rispetto a quanto loro spendono per far fare quattro calcoli idioti (regressioni lineari semplici con Excel e senza la diagnostica delle assunzioni di base). Ed io non sarei stato costretto a lasciare la famiglia a Roma. Tutti contenti, no? Eppure, invece di lasciarmi fare il mio lavoro, hanno preferito divertirsi a fare i manager rampanti, superiori a tutti coloro che mettono piede nei loro uffici. Perche’ il manager italiano non dice mai “io questo non lo so fare ed abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti”. Non sarebbe “italianamente” professionale.
    Ho scoperto, lavorando come consulente per conto di una societa’ inglese, che gran parte del mondo bancario italiano compra servizi di consulenza all’estero. Meglio detto, le grandi banche, con grandi capitali, comprano ed utilizzano servizi dall’ estero. Dopo di che, per rientrare di qualcosa, rivendono alle banche piccole che non si possono permettere la spesa. In media, negli uffici nevralgici delle grandi banche italiane, ci sono piu’ consulenti stranieri che dipendenti. Ed il consulente costa tre occhi della testa. Di qui, la dura realta’: in Italia io non trovero’ MAI lavoro.
    Allora, tanto di cappello alla banca inglese per cui lavoro ora: mi dissero che loro avevano bisogno di uno come me, ma che non avevano nessuno con la competenza necessaria per farmi un colloquio. Allora si scusavano ma avevano dovuto incaricare un consulente esterno specializzato (inglese cosi’ il PIL e la bilancia dei pagamenti non ne risentono 😉 ) per farmi l’intervista tecnica. SI SCUSAVANO!!! Un altro pianeta!

    Concludo qui, e non ti racconto degli 8, no dico otto, colloqui selettivi che ho fatto con un’altra banca a Roma. Dei 40 candidati iniziali, siamo rimasti in 5. Ci hanno assunti. Il giorno dopo in 3 abbiamo rassegnato le dimissioni!! Degli altri due non ho piu’ notizie.

    Adesso devo trasferire la famiglia……

    Ciao Paolo e a presto. In bocca al lupo per tutto.

    Massimo

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