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Perché l’Italia non è un Paese per giovani

In Giovani Italians on 6 ottobre 2009 at 09:00

Oggi La Fuga dei Talenti è lieta di ospitare il “guest post” a firma di Giovanni Campagnoli, responsabile della noprofit Vedogiovane, dove si occupa di politiche giovanili attraverso attività di informazione, formazione, ricerca e consulenza ad enti pubblici e organizzazioni del Terzo settore. Il suo è un punto di osservazione privilegiato per parlare dei problemi delle nuove generazioni italiane:

“Porto qui il punto di vista di uno che lavora “per e con i giovani”, a volte direttamente, a volte invece come ricercatore, consulente, formatore, ecc. In ogni caso sempre cercando di metterci professionalità e passione. Non posso che confermare la situazione che molti altri più autorevoli di me hanno già segnalato in questi anni e cioè una reale difficoltà di “accessi” del mondo giovanile a quello adulto (rispetto a lavoro, reddito, credito, casa, formazione, studio, carriera, professioni), unita alle preoccupanti novità inerenti povertà e disoccupazione giovanile (25% a giugno 2009, la più alta in Europa). Ma in Italia questo non solo non diventa “allarme sociale”, ma non è assolutamente né argomento da agenda politica, né tematica di senso comune. A giugno 2009 la Commissione europea ha diffuso il documento “Risposte europee all’attuale crisi socio-economica”: leggendola emerge un dato interessante. Di fronte all’attuale crisi, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, inseriscono provvedimenti per facilitare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e per agevolare lo start up di imprese giovanili. Invece in Italia si aumenta l’età pensionabile e si parla solo di ammortizzatori sociali, garantiti con risorse sottratte alla formazione professionale ed alla formazione continua dei lavoratori. In altre parole, da noi si privilegia la spesa pubblica a fondo perduto, invece che l’investimento sulle risorse umane, giovani o adulte che siano… La situazione quindi è davvero quella descritta nei tanti post già pubblicati e cioè quella di Paese con al potere un ancien régime che tende ad escludere i giovani non solo dai “luoghi che contano”, ma anche, più semplicemente, dal lavoro, privando così loro di opportunità, attenzioni e risorse. Quelle che vengono chiamate “politiche giovanili” sono prassi e linee d’azione consolidate da quarant’anni in Europa, mentre da noi il Ministero è stato istituito per la prima volta solo nel 2006… I Comuni spendono per i giovani lo 0,1% delle uscite correnti dei loro bilanci! In altre parole, il costo che un Comune italiano di medie dimensioni spende per una rotatoria stradale equivale alla cifra che stanzia per dieci anni per le politiche giovanili! Se non c’è un minimo di quantità di risorse investite, non si può pretendere che ci sia qualità di intervento. Esclusione sociale, (im)pari opportunità, politiche pubbliche per i giovani come “optional istituzionali”, sono questioni negate da un ancien régime che sembra poco propenso ad occuparsi di futuro, più interessato a produrre quasi esclusivamente immobilismo sociale. Per questo obiettivo, le prassi sono raccomandazioni, familismo, provincialismo relazionale, ecc., tutto ciò che garantisce il controllo effettivo delle situazioni (proprio ad esempio rispetto alla fedeltà al capo), blocca il cambiamento, finisce per diffondere più mediocrità nei vertici di molti settori, lasciando andare i talenti all’estero… Una classe dirigente che comunque riesce ad apparire giovane essa stessa (e quindi con meno bisogno di giovani veri…), con un potente controllo dei media che invece, funzionalmente allo status quo, danno dei giovani una sottorappesentazione (quanti e qualitativa). Di loro viene infatti riflessa un’immagine stretta tra violenza e consumo, schiacciata tra articoli e reportages giornalistici riguardanti dolorosi fatti di cronaca e la luminosa ribalta di programmi televisivi e spot pubblicitari. Quindi il giovanilismo come modello vincente da usare negli spot, ma per quasi tutto il resto delle tv generaliste, solo un ruolo da comprimari, da “minus”, se non da “utili idioti” a prevalente beneficio di un pubblico adulto sempre più appassionato di reality e talent show. Eppure si sa che si vive in un sistema in cui vige la regola che “Qui non esisti più, se non appari mai in TV…!” [Vasco Rossi]. Vero è che se i giovani non sono in tv, sono invece sui social network a discutere dei loro temi e questo blog ne è un bell’esempio!!! Da tutto quanto detto si crea un deficit di cittadinanza, rispetto al quale si potrebbe addirittura ipotizzare uno status di riconoscimento dei diritti dei giovani, così come già avviene per quelli dell’infanzia. Sarebbe però una battaglia in cui i giovani, tra le altre tantissime difficoltà, si troverebbero di fronte – per la prima volta – quella dell’essere la nuova minoranza sociale del Paese che ha il più alto indice di invecchiamento al mondo…. È in atto infatti un “declino demografico delle giovani generazioni”, una vera e propria “scomparsa dei giovani”: oggi compiono vent’anni meno di 600.000 giovani, ma erano 900.000 nel 1990. In Italia gli under 25 sono il 23,6%, in Francia il 31,2%: una differenza di oltre 6milioni di persone… Difficile introdurre queste tematiche nell’agenda politica nazionale: ma è anche vero che la riforma della Costituzione ha dato alle Regioni ampi poteri, in generale, come sullo specifico di tutte queste tematiche. Il 21 marzo 2010 ci saranno le elezioni regionali: bisognerà portare queste tematiche nei programmi elettorali degli schieramenti, facendone finalmente materia di discussione tra i candidati alle presidenze, molto più di quanto è stato fatto fino ad oggi. In uno Stato regionalista come oggi è il nostro, è a questo livello che può avvenire il cambiamento. Ispirato sempre dall’Europa. Addirittura le Regioni potrebbero introdurre il reddito di cittadinanza giovanile! Ma arriviamo da un passato disastroso sull’attenzione alle tematiche giovanili, in queste elezioni: i risultati della ricerca condotta dall’Osservatorio Media Research di Pavia durante la campagna delle ultime regionali del 2005 sono eclatanti. Infatti, nell’analisi delle corrispondenze lessicali emerse nel confronto televisivo tra i leader del Centro Destra e Centro Sinistra (Berlusconi e Fassino a Porta a porta del 30 e31 marzo ‘05), il termine giovani è al 100° posto tra le parole più utilizzate nel confronto politico, citato solo 10 volte… Io però sono convinto che chi non pensa al futuro non ha nulla di significativo da dire nemmeno sul presente…

Crisi o opportunità: il new deal delle politiche giovanili

La crisi finanziaria del 2009 sembra aggravare ancora di più gli esiti di una situazione già così compromessa. O potrebbe, paradossalmente, segnare una svolta positiva, con la fine di una serie di paradigmi e l’introduzione di nuovi. I segnali già ci sono, tre in particolare. In primis l’istituzione del nuovo Ministero per gioventù che, da giugno 2009, sta cominciando a destinare risorse (e tante) per i giovani: mezzo miliardo di euro in tre anni a disposizione di Comuni, Province, Regioni, Privato sociale e Ministero. Non a pioggia, ma sulla base di progetti, ai quali i giovani stessi possono partecipare. Un fatto mai successo nella storia della Repubblica! E che può contribuire all’uscita dalla crisi del Paese. Novità nazionali, regionali (visto, come detto, il nuovo modello e poteri delle Regioni nelle materie inerenti i giovani) e contemporaneamente europee. Infatti c’è un nuovo Libro Bianco per la gioventù, una nuova Carta Europea della partecipazione dei giovani: lo scorso 29 aprile 2009, a Bruxelles, la Commissione ha adottato per il prossimo decennio una nuova strategia per le politiche europee a favore della gioventù, intitolata “Investire nei giovani e conferire loro maggiori responsabilità”. Dalla U.E. sono stati potenziati anche gli storici programmi Gioventù in Azione (con 885 milioni di euro) ed Erasmus (con 950 milioni)! Con un’attenzione a sviluppare Programmi che permettano ai giovani l’acquisizione (e certificazione!) di nuove capacità utili a competere nell’attuale situazione di mercato. Inoltre in Europa viene definito lo youth worker, quale operatore in grado di lavorare con adolescenti e giovani, in ambito extrascolastico, negli spazi giovanili, Informagiovani, nell’associazionismo. Mai come ora c’è anche un risveglio delle istituzioni nazionali su questi temi: ben l’85% dei Comuni italiani ed il 72% delle Province hanno un responsabile alle politiche giovanili, pronti a presentare nuove proposte per i giovani. Infatti 7.433 sono quelle già arrivate al nuovo Ministero per i suoi primi bandi! Rispetto ai giovani, oggi non vi è più solo un interesse degli addetti ai lavori. A livello generale si contano già 16 pubblicazioni su tematiche di politiche giovanili, negli ultimi due anni e mezzo: un vero record. E sono riprese le ricerche, si leggono articoli sulle prime pagine di quotidiani e periodici nazionali, riprende anche l’attività di convegni e meeting. Nuovi scenari quindi, che si combinano virtuosamente con una nuova generazione di Millennials, molto propositiva e positiva, che ha ripreso a farsi sentire (ad es. le manifestazioni studentesche dell’Onda). Così come vi è una “generazione di mezzo” che sente una responsabilità sociale su questi temi, a partire dalla consapevolezza con cui sta esercitando il ruolo di nuovi genitori, intenzionata a superare i limiti del modello della famiglia amicale/orizzontale. Infine oggi, grazie a tutto ciò, le politiche per i giovani hanno ottenuto dignità autonoma rispetto alle azioni per il contrasto alla devianza, al disagio, alla marginalità, agli interventi sociali in generale. Si definiscono programmi rivolti a giovani dai 15 ai 30 anni, in situazioni di normalità e che mirano a facilitare il loro accesso alla vita adulta, così come all’acquisizione di competenze nell’ambito dell’educazione non formale. Sono quindi interventi al di fuori dei circuito scolastico (oggi in una crisi confermata annualmente dai test PISA), attivati in quei contesti ed esperienze dove avviene ormai il 70% dell’apprendimento di un individuo (gruppi informali, organizzazioni giovanili, famiglia, tempo libero). Competenze spendibili sia su un mercato del lavoro sempre più flessibile, dinamico ed imprenditivo, che in ambito sociale rispetto alla formazione di una cittadinanza attiva. Sembra allora ci siano tutte le condizioni per poter innovare ed uscire dalla crisi, con i giovani stessi. Le ipotesi fin qui prospettate, possono allora essere utili a quanti vorranno cogliere questa sfida, con competenza e passione, professionalità ed entusiasmo, ciascuno rispetto al proprio ruolo. I giovani, da cittadini attivi, organizzandosi e pretendendo l’attuazione dei programmi di politiche giovanili (e quindi dei propri diritti!) dalle proprie Regioni e Comuni. Ma una maggior conoscenza della “questione giovanile” potrà essere utile soprattutto a quanti vogliano essere coinvolti e disponibili nell’aumentare il livello di riflessione sul tema dei giovani, richiedendo che ciò faccia parte del prossimo dibattito elettorale regionale, visto le risorse ed il ruolo di policy maker che queste istituzioni ora hanno in materia. Mai come ora, il pensiero va tutti quei giovani che sentono che “il momento è propizio” ed hanno voglia, così come dice il Libro Bianco, di essere coinvolti nelle scelte che li riguardano…”