sergionava

Cooptazione (e cooptati)

In Meritocrazia on 12 luglio 2009 at 11:34

“Una malattia invisibile sta uccidendo la società italiana”. Inizia così il bell’articolo di Michele Ainis, pubblicato su Il Sole 24 Ore di ieri. Che fotografa con spietata lucidità uno dei mali endemici della società italiana. Un male che ha un nome ben preciso: “amici”. O gli amici degli amici. Questa malattia “toglie slancio, dinamismo, ossigeno. In una parola, frena il ricambio delle classi dirigenti, dunque blocca i giovani, insieme a chiunque abbia idee nuove da mettere in circolazione”. Avete letto bene…: “blocca i giovani”. Andiamo dunque alla radice del problema: quando il giovane italiano, con tutta la sua energia e carica creativa, ma nessun “aggancio” giusto, si affaccia al mondo del lavoro, finisce per scontrarsi inevitabilmente con quello che Ainis definisce “un metodo funzionale all’autoriproduzione delle élite, giacché i designati diventano i futuri designanti. Un metodo che protegge la continuità dei gruppi di comando. Tutto l’opposto, almeno sulla carta, del sistema democratico”. Infatti da mesi vado dicendo che l’Italia non è una una democrazia compiuta. Anzi, è un Paese medioevale, governato da Signori che riproducono e perpetuano all’infinito un meccanismo di “caste a cooptazione”, che mette in circolo solo sangue vecchio e putrido. Il sangue “nuovo”, di cui questo Paese ha maledettamente bisogno, in questo “circolo” non arriva mai. Per questo faremo la fine -un giorno- di certe famiglie reali, indebolitesi ed estintesi a forza di fare figli tra consanguinei. Ma torniamo al giovane pieno di buona volontà che si affaccia al mondo del lavoro. O meglio, della cooptazione “all’italiana”. Quale inevitabile destino lo aspetta, qualora volesse sfuggire a certe logiche inevitabili? Emigrare. Emigrare in Paesi di provata meritocrazia. Che non stanno sulla luna. Basta varcare la frontiera e abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. Intanto l’Italia continua a vivere, nel divertente e sottinteso paragone di Ainis, come fosse un gigantesco “Rotary Club”, dove per essere ammessi ai piani alti occorre l’avallo e il beneplacito di uno dei soci “senior”. Quelli che già si trovano nel club. Per questo spesso metto in guardia da certi giovani anagrafici, che in realtà altro non sono che l’emanazione dei loro padri (già nel club dorato dei potenti italiani), dei loro zii, degli amici dei padri, ecc.. Questi giovani, finte cellule di un rinnovamento impossibile, non sono altro che la garanzia della riproduzione all’infinito di un meccanismo che sta uccidendo l’Italia. “Non troverai mai una sedia vuota, nella dirigenza politica o in un consiglio d’amministrazione, se non sarà il corpo dei notabili a decidere che ti puoi accomodare”, scrive Ainis, portando ad esempio la selezione della classe politica: “Mentre l’ultima fase della competizione fra i partiti cade dinanzi alla platea dei cittadini, la scelta dei candidati si consuma in stanze chiuse, nel silenzio del diritto. […] Nei partiti non c’è spazio per i lupi solitari: la catena di comando reclama fedeltà alla linea decisa dal gruppo dirigente, e quest’ultimo protegge la continuità dell’apparato, usando appunto la cooptazione. […] Nell’Italia delle camarille e delle lobby, la cooptazione è la regola non scritta che governa l’accesso alle cattedre, così come alle professioni. Magari declinata in favore dei parenti, oltre che dei compagni di banco”. Scordatevi Barack Obama, insomma. Ainis chiude l’articolo con un invito implicito a distruggere questo “cerchio magico del potere”. “Se non rompiamo il cerchio, questo Paese non potrà mai ripartire”, conclude sconsolato. Rita Clementi, ricercatrice 47enne, non è riuscita a rompere questo “cerchio magico”. E se ne è volata via, alla volta di Boston. Dopo due giorni di polemiche e stracciamento di vesti sui giornali, non ne ha parlato più nessuno, tutti intenti come eravamo a celebrare l’Italietta cerimoniosa seduta al commensale dei Grandi. Un’Italietta felice di potersi fregiare ancora dell’appartenenza al Club che conta. Un club che continua -nonostante le apparenze- a guardarci con una certa diffidenza. Tornerò a parlare di Rita Clementi, ora che i riflettori sulla sua storia si sono spenti. Probabilmente per sempre.

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