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Multinazionali d’Italia e Pmi a conduzione familiare

In Declino Italia on 23 giugno 2009 at 09:00

Poche e relativamente piccole: è questo il ritratto delle multinazionali italiane, secondo quanto riportato pochi giorni fa da Il Sole 24 Ore, sulla base della ricerca “R&S Mediobanca”. Il Belpaese può vantare solo 17 gruppi di questo livello, che rappresentano -a livello di fatturato- il 14,2%, contro il 17% della media europea. Di più: contano in media 36.400 addetti, contro i 113mila della Germania e i 76.500 della Francia. Infine, le multinazionali italiane latitano in molti settori, dall’elettronica alla chimica, mentre in  altri ricoprono un peso marginale. Come nota la giornalista autrice dell’articolo, questi dati non rappresentano certo una novità, ma vent’anni fa andava quantomeno un po’ meglio… Se Eni, Italcementi e Finmeccanica mantengono le posizioni, nell’alimentare (proprio lì…) i nostri “big” paiono perdere terreno. Caliamo anche nell’acciaio, mentre tutte le speranze per un rilancio internazionale del “Made in Italy” sembrano affidate a Fiat e al suo “shopping” internazionale. Ci sono però -ahinoi- altri problemi che, indirettamente, colpiscono anche le chances occupazionali dei nostri giovani più preparati. Elenchiamoli brevemente: Eni, Enel e Finmeccanica sono “pubbliche”, il che vuol dire che lo Stato pesa considerevolmente sul fatturato. Ma non solo: possiamo sempre parlare di selezione meritocratica dei giovani in cerca di lavoro, quando entrano in gioco aziende pubbliche o semi-pubbliche? Facciamoci la domanda con la mano sul cuore, pensando al futuro dei nostri figli. Punto secondo: le nostre multinazionali manifestano uno scarso impegno nella ricerca e nella specializzazione tecnologica: che facciamo studiare a fare, allora, i nostri giovani nei settori della ricerca avanzata, quando è chiaro che nel Belpaese per loro non c’è posto? Dalle multinazionali al vasto tessuto delle Piccole e Medie Imprese. Che -come riportato anche dal libro “La Fuga dei Talenti” costituiscono l’ossatura centrale del nostro sistema produttivo. Basti pensare che il 95% delle aziende italiane ha meno di 10 addetti, una situazione che crea una fortissima frammentazione produttiva. Una ricerca condotta dalla Luiss fa emergere il problema del necessario passaggio di testimone tra il padre-fondatore della microimpresa italiana e il figlio (magari cinquantenne), da decadi in attesa di subentrare nella gestione (infatti Bankitalia ha rilevato come tra il 2003 e il 2007 il numero dei responsabili con cariche aziendali ultrasettantenni sia cresciuto addirittura del 3,4%). La maggior parte degli imprenditori o figli di imprenditori intervistati ritiene che ci saranno difficoltà nel passaggio di testimone, ma saranno superabili. Il tema -per quanto apparentemente alieno dai problemi quotidiani dell’italiano medio- è in realtà di stretta attualità, se pensiamo che quasi tre milioni di aziende sono sul punto di dover cambiare gestione (non si vive in eterno…), e che questi passaggi sono estremamente delicati. Se gestiti male, possono portare alla chiusura di numerose imprese, con conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro. Anche per questo potrebbe rendersi indispensabile (dati al riguardo non emergono tuttavia in modo chiaro dall’articolo de Il Sole 24 Ore da cui ho tratto la notizia) avvalersi del contributo di manager esterni. Magari giovani, magari con esperienze all’estero e idee fresche e innovative, magari in grado di portare una ventata nuova in una gestione un po’ troppo padronale. Perché, e qui mi riallaccio al discorso iniziale, se i nostri laureati “under 40” si scontrano da un lato con un mercato del lavoro delle (poche) multinazionali italiane comunque ristretto, rispetto agli altri Paesi Ue (spesso multinazionali di stampo “pubblico”); e -dall’altro- non riescono a sfondare nella “PMI Italia” a gestione familiare, dove possiamo mai sperare che trovino lavoro? Ma all’estero, naturellement

Scrivi insieme a noi il “Manifesto dei Giovani Italiani”: manifestodeigiovani@gmail.com

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