sergionava

Perché è da stupidi continuare a tollerare l'”Immeritocrazia” italiana

In Meritocrazia on 18 giugno 2009 at 09:00

Quanto ci costa il “non merito”? Un recente articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore prova a fare qualche calcolo al proposito, concentrandosi -in particolare- sui settori dell’istruzione e della ricerca. La base di partenza è quella dell’ormai ben noto rapporto “Generare Classe Dirigente”, realizzato dalla Luiss. Ritorno sull’argomento, a quasi due mesi di distanza da un “post” analogo (e a costo di ripetermi), per due motivi: il primo è che i repetita iuvant sempre, quindi -per non sbagliare- meglio ribadire il concetto. Il secondo è che in questo articolo la questione viene meglio dettagliata e spiegata. Ma torniamo a noi: qualità dell’istruzione e produttività della ricerca sono i parametri presi in considerazione dagli autori del pezzo di analisi. La conclusione, ancora una volta, è deprimente: “Se si assimila il merito alla qualità degli esiti conseguiti in questi settori, si otterrebbe per l’Italia una stima del costo macroeconomico del non merito compresa tra 1080 e 2671 euro pro-capite, pari a una perdita del Pil tra 63,6 e 157,3 miliardi di euro”. Stefano Manzocchi e Giovanna Vallanti, che hanno redatto l’articolo, aggiungono che questa immeritocrazia sottrae ben lo 0,43% al tasso di crescita medio annuo del Pil pro capite. “Si tratta di valori significativi, soprattutto per un Paese come il nostro, che da un quindicennio soffre di un problema di bassa crescita”, precisano. Relativamente ai costi del “non merito” nel settore dell’istruzione secondaria, basti pensare che quest’ultimo pesa tra il 2,6% e il 5,6% del Pil pro capite (una perdita stimabile tra i 941 e i 1987 euro), mentre nel settore della ricerca costa tra lo 0,4% e l’1,9% del Pil, con una perdita stimabile tra i 139 e i 684 euro pro capite. La beffa dunque è che non solo la mancanza di meritocrazia in molti settori della vita politica, social-culturale, accademica e aziendale italiana fa andare in fumo -come è noto- molte delle speranze e delle ambizioni dei nostri giovani di talento. Ma comporta addirittura un costo molto elevato: che paghiamo noi tutti. Faremmo forse meglio a dare un occhio al portafoglio dunque, prima di abbassarci ancora una volta a chiedere o a fare una raccomandazione per il solito incompetente di turno. Anche perché c’è poco da stare allegri con le finanze pubbliche: i dati resi noti ieri dall’Ocse per l’Italia sono ben poco edificanti. Crescita 2009 a -5,3%; disoccupazione presto a due cifre; deficit al 6% nel 2010; debito in veloce cavalcata verso il 120% del Pil. Come auspica l’Ocse (al pari di Confindustria, se solo il Governo ci sentisse da quell’orecchio…) servono urgenti riforme strutturali. Anche riforme “culturali”, aggiungo io, che riportino all’interno della società italiana il rispetto per il valore del merito e per quello della selezione sulla base delle capacità reali. Alla fine è anche una questione economica, per quanto possa apparire strano…

Ma queste “riforme culturali” -ahimé- non si possono mettere per iscritto in alcuna legge, e temo ci vorranno generazioni per implementarle.

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