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Dallo stage all’espatrio?

In Giovani Italians on 17 giugno 2009 at 10:04

Stage o non stage? Uno sguardo al difficile mondo di chi si affaccia alla ricerca di un impiego (e cioè i giovani) restituisce dati poco confortanti dal “paradiso Italia”: secondo Almalaurea, solo il 26,5% di chi effettua un tirocinio viene oggi assunto, contro il 46,5% di dieci anni fa. Ben il 20% in meno: addirittura indietreggiamo… complimenti! Uno su quattro, dunque, suppergiù, come riporta anche il sito de La Repubblica.it. Che lo stage abbia un valore in vista della futura assunzione è indubbio, lo sottolineano in continuazione pure i responsabili del settore risorse umane di qualsiasi grande azienda: ma che l’ultimo rapporto Almalaurea sostenga che svolgere un tirocinio durante o dopo l’università incrementi solamente del 6,5% le chances di trovare lavoro appare onestamente un po’ troppo poco. Anzi, suona veramente come una beffa. Ma non solo: l’articolo riprende pure l’interessante dichiarazione di Fabio Dioguardi, direttore delle risorse umane della Ferrero, che afferma testualmente: “Ho fatto molta fatica a confrontarmi con il mercato occupazionale italiano, dopo aver lavorato tanti anni all’estero. In Francia, per esempio, è impensabile usare gli stage come forma di precariato. Si effettuano tre stage obbligatori durante il percorso di studi, ma non vengono effettuati dopo la laurea. Le aziende sono molto trasparenti anche rispetto agli annunci di lavoro. Non vengono proprio prese in considerazione offerte recanti la dicitura “azienda leader del settore”, senza specificare il nome della società che cerca personale. E, soprattutto, vengono resi noti subito, in modo onesto e trasparente, la retribuzione e altri parametri fondamentali. In Italia, purtroppo, non succede“. Come sempre, siamo un passo indietro agli altri. Ma la concezione dello stage presenta pure forti differenze tra il Nord e il Sud del Paese, come testimoniato da una recente indagine della Gidp, l’associazione dei direttori del personale. Secondo cui, è soprattutto al Centronord che le grandi imprese industriali offrono agli stagisti reali prospettive di inserimento professionale: mentre al Sud, cito testualmente l’articolo, “”i piccoli imprenditori si rapportano con disagio ai neolaureati, considerati troppo colti. Quando vengono inseriti, frequentemente gli stagisti sono considerati come tappabuchi”. In ogni caso, secondo la stessa indagine, allo stage non segue necessariamente un’assunzione “stabile”: tempo determinato e indeterminato sommano in tutto, secondo le previsioni dei direttori del personale, il 43% dei contratti, mentre i contratti di inserimento costituiscono un ulteriore 20%. Pure gli stipendi sono bassi, se raffrontati al resto dell’Europa che conta: c’è chi prevede di superare i 24mila euro l’anno, ma ben l’11% dei direttori risorse umane stima di non offrire oltre i 18-19mila euro… E come campano, questi assunti? Tornando al mondo degli stage, per Eleonora Voltolina, la mente dietro il sito web “La Repubblica degli Stagisti“, sono oltre 300mila i tirocini annui offerti dal settore privato e da quello pubblico. Un altro sito interessante sul mondo degli stage è quello di Luce Stragista. La domanda -comunque- resta sempre la stessa: ma non è che in Italia ci si marci un po’ troppo, con questi stage, rendendoli -rispetto ad altri Paesi europei- una lunga anticamera prima dell’ingresso effettivo (e non sempre stabile e sufficientemente pagato) nel mondo del lavoro? Lasciando così ai giovani italiani minori possibilità rispetto ai loro colleghi europei? E poi ci stupiamo ancora se emigrano, ogni anno e a migliaia?