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Industria a picco, i giovani fuggono

In Declino Italia on 16 giugno 2009 at 10:40

Una recente ricerca a firma “Ernst & Young” ha scoperto che la Germania è il Paese dell’Europa occidentale preferito dai manager stranieri per investire. Berlino è sesta nel mondo, in uno studio che è stato condotto su 809 manager: da questa classifica l’Italia, pensate un po’, è semplicemente assente. Insomma, l’Europa occidentale resta l”hotspot” preferito dove investire in tempi di crisi, ma il Belpaese manca drammaticamente dalla graduatoria, dove invece figurano Francia, UK e Spagna. Stupiti? Mah, fino a un certo punto. Diversi articoli nelle ultime settimane hanno restituito il volto di un Paese che -per dirla con Fabrizio Onida- “vola troppo basso”. Siamo un Paese, scrive Onida su Il Sole 24 Ore, dove la produttività industriale resta nettamente inferiore a quella degli altri quattro maggiori Stati Ue (Spagna inclusa). “Le nostre aziende”, aggiunge Onida, “riescono ad essere competitive e a realizzare una discreta redditività a causa di un più basso costo del lavoro per dipendente”. Capite ora perché molti giovani italiani emigrano? Perché la “moderazione salariale” spinge al ribasso stipendi che altrove sono ben più cospicui. Non serve andare in Canada, bastano la Francia o la Svizzera. Inoltre, osserva Onida, c’è un problema pure strutturale: “Siamo la terza economia europea come numero totale di addetti in imprese industriali e di servizi, ma ben il 47% degli occupati lavora in microimprese con meno di 10 addetti, contro 38% in Spagna, 25% in Francia, 19% in Germania”. Le imprese con meno di 50 addetti, aggiunge poco dopo, assorbono il 68% degli occupati, contro il 50% della media europea”. La presenza di tante microimprese pone anche un problema di competitività: “La produttività del lavoro cresce al crescere della dimensione media delle imprese”, chiosa Onida, non prima di lanciare quattro proposte-ricette per affrontare la crisi. Più capitale di rischio e meno indebitamento a breve verso le banche; più investimenti in ricerca e innovazione; più aggregazioni mirate a raggiungere dimensioni operative adatte a un mercato globale; “maggiore ricorso a dirigenti esterni alla struttura di controllo del capitale familiare, per introdurre in azienda nuove culture di management e nuove esperienze”. Quest’ultimo punto è fondamentale: se attuato rappresenterebbe una vera rivoluzione. Il laureato troverebbe finalmente una propria collocazione in un settore -maggioritario in Italia- dove la cultura gestionale familiare-familistica ha imperato per decenni. Ma siamo ancora nel campo delle ricette, non tradotte -almeno fino ad ora- in pratica. Carlo Castellano, in un recente articolo pubblicato su La Repubblica, notava come “a partire dall’anno 2000, nonostante l’economia mondiale abbia continuato ad espandersi a ritmi sostenuti, la crescita in Italia è stata appena superiore all’1% annuo. Inoltre, dalla metà degli anni ’90, la quota delle esportazioni italiane sul mercato mondiale dei beni ha subito un calo complessivo del 33%”. Mentre la quota di investimenti in ricerca resta ferma al palo del’1,1%. Siamo un Paese che -per paradosso- “fa innovazione senza ricerca”. “E’ la complessiva struttura dell’industria italiana che, da alcuni anni, sta perdendo colpi su colpi nella competizione mondiale”, conclude Castellano. Il rischio è che in assenza di una reale consapevolezza della nostra situazione, l’uscita dall’attuale fase recessiva ci veda ancor più deboli e meno competitivi di prima. Il quadro che emerge da questi due articoli, incanalato nell’attuale contesto economico, ci restituisce il profilo di un Paese che -parafrasando il recente libro di Giampaolo Visetti “Ex Italia”- “non sa più chi è”. Il rischio è che i giovani italiani cedano sempre più al desiderio di lasciare la medioevale madrepatria, per ambire a quella realizzazione professionale che qui -a differenza di molte altre nazioni più sviluppate- non è possibile, per tutti i motivi già elencati nel blog e nel libro cui questo blog è strettamente connesso. Un barlume di speranza me l’ha fornito se non altro un terzo articolo, a firma di Roger Abravanel e pubblicato sul Corriere della Sera, nel quale l’autore di “Meritocrazia” rileva gli incoraggianti segnali provenienti dall’ultima assemblea di Confindustria. Il forte richiamo alle ormai dimenticate liberalizzazioni, la richiesta di maggiore meritocrazia per il sistema universitario e soprattutto -ancora una volta- l’invito fatto dalla presidente Marcegaglia ai suoi colleghi, ad aprirsi “al capitale e al know-how esterno” rappresentano messaggi innovativi e di rottura col passato. Il premier Berlusconi, in piena campagna elettorale, si è dimenticato di rispondere a queste domande (o quantomeno a parte di esse). Ma sono domande fondamentali, se vogliamo dare una speranza a questo Paese e ai suoi giovani. Se vogliamo evitare l’ormai quasi inevitabile declino (scusate il gioco di parole). Come scrive Abravanel: “Il cambiamento non è rinviabile, anche alla luce delle terribili sfide che attendono le imprese italiane nei prossimi mesi. Le imprese italiane avranno bisogno della migliore leadership e management possibile: questo però, non sarà possibile finché in Italia le imprese saranno al servizio della famiglia, e non viceversa”. Impresa familiare, gestione familiare, esclusione dei giovani laureati di talento, che cedono alle sirene dell’estero, lasciando ai “cugini di” la gestione del nostro sistema industriale. Ancora per quanto, questo lento suicidio di massa?

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