sergionava

Una generazione spacciata

In Fuga dei giovani on 15 giugno 2009 at 09:00

Girovagando per Internet, mi sono recentemente imbattuto in un interessante paper realizzato dall’Associazione Laureati della Luiss. “Pannoloni vs. Pannolini”, è l’emblematico titolo, il cui sottotitolo è ancora più inquietante: “Come salvare una generazione spacciata“. L’assunto di partenza è intelligente, quanto evidente: è facile liquidare i trentenni di oggi come “bamboccioni” (vero, TPS?). Peccato solo che questa generazione sia “attraversata da problemi che le generazioni più anziane (i “pannoloni”) nemmeno si immaginano. E quindi non riescono a vederli, a comprenderli, o comunque non hanno interesse a risolverli. I “bamboccioni” rappresentano la prima generazione, dall’inizio del Novecento, che si aspetta uno standard di vita inferiore a quello dei genitori. […] I “bamboccioni” rappresentano una generazione spacciata“.

I dati:

-nel 2010 Italia e Giappone occuperanno gli ultimi posti tra i Paesi del G8 per la percentuale di popolazione tra i 15 e i 24 anni (meno del 10%!). Nel 2020 la nostra età media sarà superiore agli altri membri del G8: 47,5 anni.

-il paper cita il rapporto Luiss sul generare classe dirigente, notando come l’età media di quella italiana, anziché scendere (favorendo il necessario ricambio generazionale), sia in costante salita: da 56,8 anni a 61,8 anni tra il 1990 e il 2004. Gli “under 30” rappresentano meno del 3% (tre per cento!) del gruppo dirigente. Al contrario, gli “over 65” vedono costantemente crescere la loro bella fetta di potere. Sono numeri, non impressioni: dal 25,2% sono passati al 35,8%! E mentre l’attuale premier Berlusconi domina, dall’alto dei suoi 72 anni, la classifica dei potenti del G8 (il giapponese Taro Aso insegue a 68), tutti gli altri suoi colleghi appartengono alla fascia 40-50enni (ben quattro i quarantenni, il premier italiano potrebbe essere loro padre). Bene, bravi gli italiani: sapete, a parte la fugace apparizione di Giovanni Goria, quando abbiamo avuto l’ultimo premier 40 enne? Con Aldo Moro.

-il paper elabora la destinazione della spesa sociale, scoprendo come questa se ne vada in buona parte a foraggiare le pensioni, anziché a sostenere i disoccupati (su questo tema vedi anche il “post” collegato, già pubblicato su questo blog). Insomma, la spesa sociale guarda al passato, preferendolo al futuro. Mentre di una organica riforma degli ammortizzatori sociali si continua a parlare, senza che le cose cambino zero virgola. Intanto ad essere più colpiti da questo sistema di welfare malato sono proprio i giovani “under 35”, coloro cioé che più di tutti devono accettare forme di contratto atipico.

-infine un dato che conferma ciò che questo blog e il libro ad esso collegato urlano da mesi: in mancanza di un ambiente sano in cui poter vivere, lavorare e realizzarsi, sempre più giovani professionisti di talento lasciano l’Italia. Il paper cita a questo proposito il rapporto Censis 2007, secondo cui oltre 11mila 700 laureati del Belpaese hanno trovato lavoro all’estero dopo un anno. “Si tratta di un fenomeno vasto e non di nicchia”, osserva l’autore.

Quello dei giovani italiani, è la conclusione inevitabile, è “un grande e grosso problema. In ballo non c’è solo il futuro di una generazione, ma di tutto il Paese”. Per la prima volta nella storia, IL FUTURO NON SIAMO NOI.

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  1. Ma non era bello e comodo avere solo un figlio ?? Questo comporta l’aumento dell’età media. Le pensioni uno le riceve perchè ha versato i contributi, se il governo si è mangiato i soldi non è colpa dei pensionati. Quanti giovani se non trovano un posta da dipendente/dirigente decidono di rischiare per conto loro ??? pochi………..

  2. Se i giovani non avessero voglia di rischiare non scapperebbero in massa all’estero che è molto più rischioso ed impressionante. Il fatto che così tanti giovani fuggano all’estero, si facciano apprezzare per le loro doti, vivano bene anche senza avere mamma e papà vicino, dimostra che i giovani italiani non sono dei bamboccioni; è l’Italia che non da a loro un minimo di opportunità. Ma lo sai che in Italia i costi per aprire un’attività o una società sono venti volte più alti che in qualsiasi altro paese occidentale?

    L’Italia è giustamente stata chiamata da un italiano all’estero “Il Paese delle Non-Opportunità”

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