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Neolaureati e Mondo del Lavoro in Italia

In Giovani Italians on 12 giugno 2009 at 10:00

Oggi vi parlo di una ricerca che è stata appena presentata nel corso di un convegno organizzato a Cernobbio dall’agenzia di recruitment “Bachelor“, specializzata nel comparto dell’inserimento professionale dei neolaureati. Una ricerca assolutamente innovativa, che punta a fotografare il fenomeno dell’inserimento dei giovani freschi di università in un mondo del lavoro difficile, quale è quello italiano.

Dalla ricerca sono emersi dati interessanti: ne cito alcuni tra quelli che mi sembrano più significativi, ma invito a una lettura attenta del rapporto, non appena sarà online, per saperne di più:

-i giovani italiani che vivono in famiglia sono tanti: secondo il campione Bachelor, i neolaureati che vivono coi genitori sono il 60,2%. Da solo vive invece solamente il 25,7%.

-la condizione sociale della famiglia svolge un ruolo importante nella scelta della carriera futura del giovane: i figli di legislatori, dirigenti, imprenditori e professionisti hanno maggiori possibilità di laurearsi, rispetto ai figli di artigiani od operai. Confermato dunque lo stereotipo di una bassa mobilità sociale in Italia.

-la laurea triennale non brilla né per accoglienza da parte del mondo del lavoro, né per scelta da parte dei giovani aspiranti laureati. La laurea cosiddetta “3+2” -a detta degli esperti- si è rivelata un mezzo fallimento, in quanto non fornisce le solide basi cognitive proprie del vecchio ordinamento, né -nella sua declinazione specialistica- riesce ad evitare una iperspecializzazione a volte inutile ai fini della ricerca di un impiego.

-l’1,3% degli studenti universitari (17mila su 1 milione e 300mila) ha fatto l’Erasmus nell’anno accademico 2006-2007. Siamo quarti nella classifica Ue, dopo Germania, Spagna e Francia. Il campione Bachelor, un campione maggiormente selezionato e di qualità rispetto alla media, registra un 11% di ex-Erasmus sul totale dei neolaureati.

-i tassi di mobilità di carriera in Italia sono contenuti.  Una volta ottenuta l’ambita posizione di ingresso nel mondo dell’impiego, risulta infatti difficile migliorarla nel corso della propria vita lavorativa. Mentre all’estero si accetta di buon grado una partenza da posizioni meramente esecutive o manuali, in Italia la diffidenza dei giovani all’inizio è ben maggiore. Temono infatti di restare intrappolati vita natural durante in una certa posizione.

-i laureati (soprattutto con laurea triennale) vengono chiamati in Italia a svolgere professioni meno qualificate rispetto al passato. E ovviamente meno retribuite. Di fatto, i “triennalisti” sono considerati dalle imprese poco più che diplomati.

-la forma contrattuale relativa al primo impiego (campione: clienti Bachelor, la tipologia di contratti è riferita ai loro impieghi precedenti), in Italia, vede i contratti a tempo indeterminato e determinato al 47,3% (anni 2004-2008). Stage, contratti formazione/lavoro, collaborazione occasionale, co.co.pro, tirocini e interinali assommano il restante 52,7%. La precarietà appare dunque prevalente, in Italia, per i neodottori, con tutti i rischi legati all’assenza o poca copertura degli ammortizzatori sociali. Gli “specialisti” ottengono tipologie contrattuali leggermente migliori rispetto ai triennalisti. Tra tutti, va meglio agli ingegneri.

-la media del primo salario è -in Italia- pari a 1040 (!) euro al mese, secondo i dati Almalaurea. Il campione Bachelor, che contempla soprattutto grandi imprese e medie imprese a forte vocazione innovativa, sale a 1372 euro netti al mese, con punte di 1460 euro per i contratti a tempo indeterminato.

-infine, un dato che consola: i neolaureati italiani aspirano a un contesto lavorativo di respiro internazionale, meglio se multinazionale (lo chiede oltre uno su quattro). Chiedono un lavoro che consenta loro di prendere l’iniziativa, sviluppando le proprie capacità professionali e sociali. Un lavoro che realizzi, che non sia una mera “esecuzione”. Per questo il 22% dei giovani intervistati cambierebbe impiego nel caso non ci fossero possibilità di crescita o di carriera; il 19% lo farebbe per sperimentare altri settori, l’8% infine per sfuggire a un lavoro monotono. Ritmi di lavoro sostenuti e lunghe distanze da percorrere non paiono invece spaventare i “neodottori”.

Questo dato, riassunto da diversi relatori ieri come la fotografia della “Generazione Y”, è stato oggetto di un’interessante discussione al convegno di Bachelor. Questa generazione, più difficile da attrarre per le aziende, sempre on the run, curiosa ed appassionata, dedita al networking e alla comunicazione interpersonale, interessata a crearsi un proprio percorso professionale con creatività, abile a lavorare in multitasking e composta prevalentemente da “problem solvers”, nonché ipertecnologica, sta rivoluzionando tecniche e approcci di selezione, almeno nelle grandi imprese. E’ una generazione che chiede delle opportunità reali e concrete. La domanda successiva, però, emersa nelle parole degli stessi direttori delle risorse umane, è stata: “Ma quando poi passiamo questa Generazione Y ai loro futuri capi all’interno dell’azienda, saranno in grado di capirli e valorizzarli al meglio?” Dai numerosi neolaureati in sala è salita -forte- un’altra richiesta: quella di una maggiore flessibilità nell’approccio al tipo di laurea. Non è che se qualcuno porta impresso in volto il bollino di “ingegnere” o “economista” deve necessariamente essere migliore di un fisico o di un umanista. “Anche perché” -ha osservato una giovane neolaureata proprio in Fisica- “in tal caso mi toccherà fare come il 95% dei miei colleghi. Emigrare all’estero”.

Nell’introduzione al rapporto Salvatore Corradi, presidente di Bachelor, osserva come questa ricerca assolve un “ruolo sociale” da parte della propria azienda. Anche per interpretare meglio i “cambiamenti non solo economici, ma anche sociali e politici, che influiscono decisamente su ogni modello di business”.

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