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Incubo Precari. Meglio emigrare.

In Declino Italia on 8 giugno 2009 at 09:00

Ho sempre avuto l’impressione, chissà perché, che al di là degli annunciati “ammortizzatori sociali” sbandierati dal Governo di turno (incluso l’attuale, che si vanta di aver varato interventi anticrisi all’avanguardia), il nostro sistema di welfare fosse e sia tuttora più arretrato rispetto a quello medio europeo (e per “medio europeo” mi riferisco a Paesi “seri”, quali quelli nordici). Per farla breve, spesso e volentieri mi è capitato di leggere o ascoltare dalla viva voce dei protagonisti come perdere un lavoro in Danimarca o in Austria -lavoro in primo luogo meglio retribuito di quello italiano (per cui parliamo come minimo di 1800-2000 euro al mese)- porti a sussidi statali che sono uguali o solo leggermente inferiori a quelli del salario fino ad allora percepito. E questo per un periodo considerevole di tempo. La conferma di tutto ciò mi è arrivata incontrando ad un convegno -poche settimane fa- l’ottimo Fabio Berton, del Laboratorio Riccardo Revelli di Moncalieri. Il quale studia da anni il fenomeno, pubblicando papers molto interessanti. E’ lui a sostenere quanto sia sbagliato, in Italia, proporre l’equazione atipico=precario. Anche perché, come mi spiega, esistono pure gli atipici non precari. O dei “tipici” che in realtà sono alla fin fine dei precari. In un bell’articolo scritto solo tre mesi fa su LaVoce.info, Berton ed altri due suoi colleghi analizzavano il recente raddoppio dell’indennità ai co.co.pro che restano senza lavoro. Giungendo alla conclusione che solo uno su otto (uno su otto!) dei collaboratori a progetto che perdesse oggi l’impiego potrebbe accedere alla prestazione. In termini numerici, parliamo di 69mila su 550mila circa. La misura -puntualizzano- non è quindi definibile come “indennità di disoccupazione”, quanto piuttosto come “indennizzo alla sotto-occupazione”. In media calcolano che saranno 1600 euro a testa (dieci biglietti a/r per Villa Certosa in bassa stagione?). Con un costo, a livello teorico, di 120 milioni di euro: non il miliardo l’anno, quello sì necessario a coprire l’oltre mezzo milione di precari a rischio. In un altro paper uscito il mese scorso (“Curare la precarietà, proposte per un dibattito”) Berton e i suoi colleghi lanciano proposte concrete di riforma degli ammortizzatori sociali. Prima però analizzano con spietata lucidità il medioevale mercato del lavoro italiano. “Gli interventi attivati in questi ultimi mesi sono categoriali, e rivolti ai lavoratori più forti”, scrivono riferendosi alle disposizioni del Governo per i nuovi disoccupati. Poi spiegano perché il mercato del lavoro nostrano non sia eguale: prevede infatti una suddivisione (a “caste”, aggiungo io, altro sintomo di feudalesimo…) tra lavoratori “tipici”, forti di un contratto a tempo indeterminato, e lavoratori “atipici” (co.co.co, co.co.pro, tempo determinato, somministrati), con persino una sottosuddivisione che differenzia i lavoratori “tipici” delle piccole imprese (che non possono accedere alle prestazioni speciali della Cassa integrazione) da quelli delle grandi aziende. Ma chi, tra i cosiddetti “atipici”, non può o non riesce ad accedere alle prestazioni di disoccupazione? Presto detto: il 100% dei co.co.co e dei lavoratori a progetto, l’80% degli apprendisti, il 50% dei somministrati, il 40% di coloro che lavorano a tempo determinato. Per Berton e i suoi colleghi, sono precari il 14% dei lavoratori italiani, con punte del 30% (trenta%!) in alcuni settori dei servizi a prevalente presenza delle Pmi. Silvio Berlusconi è riuscito venerdì a contestare i dati di Bankitalia sul numero dei precari, manco fossero stime di Rifondazione Comunista: Via Nazionale ha calcolato in 1 milione 631mila (l’11,5% del totale, non siamo lontani dai numeri di Berton) i lavoratori senza tutele in caso di licenziamento. Aggiunse pure, Mario Draghi, che due milioni di lavoratori temporanei hanno un contratto in scadenza nel 2009. Che faranno dopo, se non sarà rinnovato? Non è questa -forse- emergenza sociale? Lo stesso Draghi ha chiesto un riassetto degli ammortizzatori sociali: Berton e i suoi colleghi si spingono oltre, proponendo una riforma organica in quattro punti, che uniformi innanzitutto il trattamento dei lavoratori, per poi assumere un’impostazione universale ed automatica nell’erogazione delle prestazioni di assistenza (al momento molto discrezionali e selettive). Nel dorato mondo del Ministro Brunetta, dove il mercato del lavoro italiano è “mirabile, funzionale, efficiente, flessibile, reattivo, intelligente e a suo modo equo”, lui vivrà nella pace dei sensi totale. Ma nell’inferno del Medioevo Italia le cose stanno diversamente, numeri alla mano. In questa situazione sono io il primo a consigliare ai giovani precari italiani di salutare la madrepatria, per approdare in lidi dove il rispetto della persona e della professionalità sia degno del mondo civilizzato. Ma non fatevi illusioni sul ritorno, cari amici. Come scrive Berton, in mancanza di una riforma organica degli ammortizzatori, “quando il Paese tornerà a crescere, non dovremo stupirci se tornerà a crescere meno degli altri. Avremo perso una grande occasione”.